9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

Modena, migliaia di facchini violano a spinta i divieti a manifestare. Cariche in stazione

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Almeno un migliaio di persone tra operai e operaie del SI Cobas e solidali hanno violato le imposizioni della Questura di Modena, che in mattinata aveva disposto il divieto di raggiungere il centro cittadino per motivi di ordine pubblico, costruendo un corteo selvaggio e determinato capace di precludere ogni forma di controllo poliziesco nel suo muoversi per la città.

La manifestazione era stata convocata in risposta ai fatti della scorsa settimana, con l’arresto e la successiva liberazione di Aldo Milani in seguito alla montatura tutta ad uso mediatico e criminalizzante operata dalla famiglia Levoni e prontamente utilizzata dalla Procura modenese.

Dalle 15 piazza Sant’Agostino ha visto operai da tutta Italia rispondere alla chiamata, che si trovavano però di fronte l’inaccettabile provocazione questurina. Dopo circa un’ora il corteo ha deciso di aggirare lo spiegamento di forze dell’ordine che impediva l’accesso al centro, aggirandolo in corteo selvaggio attraverso via Berengario e via Monte Kosica, raggiungendo infine la stazione centrale dei treni.

Qui il corteo ha invaso i binari mandando in tilt la viabilità ferroviaria e rivendicando la propria determinazione a non sottostare a divieti che limitano la libertà di movimento.

L’intervento della celere arriva circa mezz’ora dopo, le forze dell’ordine caricano nel provare a liberare i binari e il piazzale, ma vengono di fatto accerchiate davanti all’ingresso e costrette alla ritirata.

Il corteo a quel punto riparte ancora selvaggio e punta verso il centro cittadino, riuscendo a conquistarlo e terminando in piazza Grande, umiliando e smentendo nella pratica tutto il dispositivo costruitogli intorno. Si viene a sapere di due compagni fermati durante le cariche in stazione, ma poco dopo anch’essi vengono liberati.

La giornata modenese è riuscita quindi a raggiungere il duplice obiettivo che si proponeva: da un lato ribadire la legittimità delle lotte sociali contro la macchina del fango mediatica, dall’altra violare il divieto sciocco e inaccettabile della Questura.

Quanto avvenuto oggi non può che potenziare la determinazione e la gioia di tanti facchini e facchine nel costruire percorsi di lotta contro lo sfruttamento nel mondo della logistica!

Qui il video riassuntivo della giornata, per gustarlo suggerisco di mettere a tutto schermo da casa:

Fallisce il teorema di polizia e padroni contro il S.I.Cobas: cosa ci insegna questa vicenda?

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Rilancio comunicato diffuso dai collettivi piacentini dopo la scandalosa vicenda che in settimana ha visto il (misero e fallimentare) tentativo da parte di polizia, padroni e magistratura di infangare il movimento operaio.

I fatti:
Giovedì 26 gennaio il segretario nazionale del S.I.Cobas Aldo Milani viene tratto in arresto durante una trattativa con i signori Levoni, titolari dello stabilimento Alcar uno -filiera Levoni- di Modena, dove si erano avuti 52 licenziamenti politici. Ad “incastrarlo” sarebbe un video (consultabile qui: Aldo Milani è quello seduto a destra, si evidenzia come a prendere la busta sia un’altra persona, consulente aziendale e totalmente estranea ai S.I.Cobas, è quella che fa il segno delle manette evidenziando la combutta con la polizia e la natura di messinscena della vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=m7Eh9iNQ5TE ).

Nella notte fra giovedì e venerdì scattano blocchi e picchetti in oltre 200 aziende. Si denuncia la montatura ordita per screditare il sindacato che ha fatto proprio della sua incorruttibilità lo strumento della sua travolgente espansione. Nella giornata di venerdì sono 2.500 persone sotto il carcere di Modena (https://www.youtube.com/watch?v=3XCkCcYB2pY ) e poi sotto alla Alcar uno, azienda corresponsabile nella creazione della montatura. Nella giornata di sabato, ancora oltre 500 operai sono sotto il carcere. La tensione si alza e si arriva a spingere e dondolare le grate del cancello del carcere (https://www.facebook.com/monzoor.alam.3/videos/1355907474461297/ ).

Nel frattempo, altri presidi con svariate centinaia di persone sorgono a Roma, Napoli, Brescia, Pavia/Stradella e Piacenza ( https://www.youtube.com/watch?v=V-sOQyJHqL4 ).

Verso le 16:30 della giornata di sabato, arriva la notizia: il gip riconosce Aldo Milani “estraneo a qualsiasi fatto riconducibile alle motivazioni dell’arresto” e ne dispone la liberazione immediata, con obbligo di dimora nel comune di residenza (tradotto: non può lasciare il comune in cui risiede, si tratta di prassi in casi come questo: la persona, in quanto potenziale informata sui fatti, deve restare a disposizione degli investigatori, potendo rientrare in qualsiasi momento nel procedimento in svariate posizioni). Sotto il carcere è il delirio: (qui potete vedere la scena dell’uscita e le prime dichiarazioni di Milani: http://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/si-cobas-aldo-milani-era-un-tranello-mi-hanno-incastrato/70870/71415 blob:http://video.gelocal.it/5cbc270c-fee6-4ed1-b1dc-edd7eaa8a48a).

Il succo delle contraddizioni sotto cui è crollato il tentato teorema è verte sulla losca figura di tal Piccinini, offertosi di accompagnare Milani in quanto “facilitatore della trattativa”. Costui (lo ripetiamo: mai stato parte del sindacato e anzi impegnato in prima persona nella gestione del personale per conto di svariate aziende e cooperative in anni passati!) avrebbe riferito di aver preso la busta per poi destinarla alla “cassa di resistenza dei lavoratori licenziati del S.I.Cobas”. Fattore che a noi non scandalizzerebbe assolutamente, se non fosse che il S.I.Cobas si è sempre rifiutato di accettare donazioni per detta cassa da parte padronale, fondandosi esclusivamente sulle offerte degli aderenti. Inoltre, appunto, Milani non sapeva di questa sua dichiarata “volontà” di donazione. La versione del Piccinini sarebbe entrata in contraddizione con quanto dichiarato dai Levoni, che hanno invece parlato di un prestito (si tratterebbe di una seconda tranche) a favore dello stesso Piccinini. Ciò, se da un lato scagiona Milani, dall’altro evidenzia come vi fosse una montatura e una volontà pretestuosa, a maggior ragione se si guarda al linguaggio dei segni con cui Piccinini comunica con la polizia. Il rimpallo di accuse fra azienda e collaboratore della polizia (il Piccinini, ora agli arresti domiciliari e messo immediatamente sotto scorta per paura che qualcuno vada a chiedergli conto delle sue balle) sarà lo show comico dei prossimi mesi, dato che crollata la montatura (e fatti salvi da conseguenze polizia e PM, che nel nostro paese non pagano mai anche di fronte a un uso smaccatamente politico della repressione) dovranno pur accordarsi sul come pararsi dalle controaccuse e eventualmente chi dei due sarà “sacrificato” per questo fine.

Le considerazioni:

1. Il teorema è crollato perché era fatto male, era eccessivo, ridondante, pieno di punti deboli.

2. Il teorema è crollato anche per la grande mobilitazione, che ha coinvolto migliaia di operai e espresso un livello di scontro con i fondamentali dello stato (nella fattispecie il monopolio della violenza e della reclusione) senza precedenti: operai che dondolano e premono sul cancello di un carcere è una scena che non si vedeva nemmeno negli anni ’70!

3. Il teorema ha rafforzato e rinsaldato il movimento della logistica: se mai ci fosse stato un evento per mettere a prova lo spirito di tenuta, questo era proprio il colpire Milani, amatissimo dagli operai per il lavoro svolto in questi anni (a volte quasi fin troppo amato, addirittura venerato, ma questa vicenda insegna che il S.I.Cobas riesce a lavorare ed esprimere alti livelli di conflittualità anche in sua assenza…e in ogni caso tale amore possiamo confermare che affonda le radici in anni e anni di lotta senza quartiere nella quale Aldo si è impegnato in rima persona!).

4. Il teorema è grave di per sé. Perché il fatto che polizia e padroni lo abbiano provato così esplicitamente falso, così estremo, così senza paura di ripercussioni è veramente un fatto preoccupante. Stavolta emerge perché il S.I.Cobas ha costruito una base di consenso davvero grande e solida, ma ogni anno svariati “teoremini” vengono costruiti contro aree politiche a vario titolo antagoniste (in particolare quella libertaria). Che questi teoremini abbiano, a differenza del caso Milani, qualcosa o nulla di concreto da cui partire è un fatto che non ci interessa ne comprometterebbe la nostra solidarietà totale, piuttosto è importante sottolineare come dal nulla o dal qualcosa si cerchino di estrapolare delle figure sociali da colpire e colpevolizzare come archetipi del nemico pubblico che esulano dalle motivazioni alla base degli arresti. Per questo, perché chi si informa sa che la repressione è continua strisciante e ovunque, che le strutture dello stato non sono neutre ma al lavoro continuo per colpire chi promuove il cambiamento sociale, abbiamo continuato a ripetere che Aldo Milani nella reclusione non era solo sé stesso, non era solo il S.I.Cobas e non era solo il movimento della classe operaia migrante: era un comunista, un rivoluzionario, un anarchico e tutte le figure di prigioniero politico del nostro paese, a cui va la nostra solidarietà come a qualsiasi altro carcerato.

5. Nella giornata di venerdì abbiamo registrato una serie di dichiarazioni infami da parte di tristi personaggi: alcuni riconducibili ad USB (questi comunicati sono poi spariti da internet…pavidità di fronte alle mobilitazioni o si sono ricreduti?), Bernocchi dei Cobas che ha “invitato tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas”. Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai diktat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori. Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, chiamata “Il Sindacato è un’altra cosa”, l’Adl-Cobas, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa). Bene, di tutti queste sigle e persone si può fare un bel sacco (di merda) non per ritorsioni in stile anni ’70 (ci mancherebbe, non ne sarebbero neanche degni!), ma per sapere con precisione di quali facce ci si può fidare e di quali no nel condurre una lotta. Per sapere con chi non si può parlare perché non sta lottando per una classe o per degli ideali, ma per dei piccoli interessi di bottega.

6. Questa storia non è finita: altre svolte costruite ad hoc potrebbero essere impresse con la fabbricazione di elementi probanti falsi (siamo pur sempre nello stato delle trame, delle forze di polizia più attivamente coinvolte nel contrasto ideologico dei movimenti di emancipazione, delle “molotov” trovate alla scuola Diaz e fabbricate dalla polizia stessa…), altre vicende simili potrebbero essere tentate per screditare la lotta…bene: troveranno sempre solidarietà ed orgoglio contro cui impattare.

SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

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Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

CIE, lavoro coatto o respingimenti? Prosegue l’orrendo dibattito tra partiti

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L’ondata di retorica securitaria non accenna a placarsi all’interno della discussione dell’arco istituzionale. Per assurdo, siamo arrivati al punto che ad essere contrari alla riapertura dei CIE, paventata negli scorsi giorni dal ministro dell’Interno Minniti, sono le forze che hanno da sempre una posizione molto dura sulla questione immigrazione.

La Lega Nord in primis, che parla di CIE fallimentari e di sforzo necessario per aumentare le espulsioni, dando ai migranti la definizione di “spazzatura umana”; ma anche il Movimento CinqueStelle ha espresso il suo rifiuto ai Centri di Identificazione ed Espulsione (“che piacciono a MafiaCapitale”), senza però ovviamente declinare dal suo intento anche in questo caso diretto all’espulsione continua di migranti “irregolari”.

La posizione più pericolosa, perchè direttamente riflessa nell’azione del governo, è però quella del PD. Gentiloni e Minniti hanno negli scorsi giorni lanciato il sasso nello stagno: riaprire i CIE, prima 3 o 4, dopo uno in ogni Regione. Il tutto sfruttando la paranoia securitaria post-attentati di Berlino, soffiando sul pericoloso fuoco dell’odio e dell’equazione migrante=terrorista che è esattamente la dinamo dell’odio di tanti uomini e donne in movimento nei confronti dell’Occidente che li bombarda prima e li sfrutta poi.

Gentiloni ha dato prova di bispensiero, dichiarando che sono le carceri e il web i luoghi dove si verificano le forme più profonde di radicalizzazione: un ragionamento lapalissiano, peccato che cozzi con le parole e le intenzioni del suo ministro dell’Interno..e dubitiamo che la figura del “garante per i diritti del migrante” che dovrebbe essere prevista nel piano avrà alcuna capacità di incidere su questi processi.

Nel solito giochino degli annunci per vedere che aria tira, alcuni esponenti locali e nazionali dem hanno rifiutato l’ipotesi di aprire nuovi CIE, per dare l’idea di una dialettica interna al governo e al Partito in realtà inesistente; dato che l’indicazione di aprire i CIE, come del resto quella di aprire gli hotspot, dipende direttamente dall’Unione Europea di cui il governo è fido cagnolino esecutore (senza che ciò diminuisca in alcun modo le sue responsabilità).

L’indicazione nazionale è che i CIE si faranno, e le indiscrezioni di oggi a mezzo stampa sembrano dare qualche dettaglio in più: piccole strutture, in ogni regione, vicino agli aeroporti e in ogni caso lontano dai centri abitati. Questa dovrebbe essere la proposta di Minniti alla conferenza Stato-Regioni del prossimo 18 gennaio.

La retorica è quella che i nuovi CIE siano luoghi dove poter ospitare solo “i migranti più pericolosi” senza documenti; inoltre, con strutture piccole si potrebbe togliere di mezzo i rischi di grandi concentrazioni sul modello Cona, dove qualche giorno fa i migranti hanno messo in campo una legittima e degna rivolta dopo la morte di Sandrine Bakayoko.

Si va cosi delineando uno schieramento tra chi invoca i CIE, chi li ritiene inutili addirittura da destra invocando più respingimenti e meno situazioni “difficili” da gestire, e chi invece parla di “mettere al lavoro i migranti” (arbeit macht frei?) come fatto oggi dal presidente della Toscana Rossi, che dovrebbe essere candidato della minoranza PD al congresso che verrà..andiamo bene!

Questo perchè evidentemente i migranti fanno paura, fa paura la possibilità che questi si rivoltino, rompendo così il muro di vittimismo e di accettazione di uno stigma di “terroristi” giocato sulla loro pelle. Uno stigma che porta a conseguenze anche sulla vita di chi ha la fortuna di non essere sottoposto alle peggiori pratiche di controllo repressivo, dato che l’abbassamento delle condizioni di vita dei migranti impatta poi sulle condizioni di vita e lavoro di tutti noi.

Mettere in campo contrasto e opposizione ad ogni nuova struttura detentiva che vedrà la luce, combattere l’approfondimento del razzismo istituzionale, essere solidali con i migranti, non solo nella condizioni di deportati/incarcerati, ma anche con quelli che si affannano nei nostri territori, nelle nostre periferie; è questo il compito che si presenta davanti ai solidali, contro ogni confine ed ogni utilizzo della retorica dell’allarme immigrazione al fine dell’ulteriore riduzione dei diritti di tutti e tutte noi.