E’ nato R-Esisto, collettivo femminista di Piacenza

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Non ci stanchiamo mai!
Al collettivo politico, all’organizzazione sindacale, alla palestra popolare, all’aula studio autogestita, all’organizzazione di momenti di socialità liberata…ora si aggiunge anche la formalizzazione di un collettivo femminista nell’alveo dell’antagonismo piacentino!

Contro una società sessista e misogina, per la liberazione di corpi e menti. Formazione femminista militante e antirazzista. Pratichiamo la decostruzione perpetua, politicizziamo l’esistenza tutta, non assolviamo nessuno.

Speriamo che possa essere lo strumento per dare solidità alla discussione su uno dei temi che è da sempre una colonna portante di ControTendenza. Un tema di cui rivendichiamo l’intersezionalità agli altri piani militanti che portiamo avanti. Non una graduatoria di priorità, ma una necessaria base su cui poggiare lo sviluppo di qualsiasi tipo di intervento politico. Necessaria anche a fronte del pesantissimo accumulo di ritardo sul tema sia in termini di implicazioni materiali che in termini di elaborazione critica, che spesso nella nostra città veniva fermata prima ancora di nascere da percorsi general generici in materia volti più a fare passerella politica che a decostruire le radici del patriarcato.

Ci vediamo VENERDI’ 24 ALLE 18:00 NELLA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRA PER UNA PRIMA CHIACCHIERATA!

La Palestra Popolare Stevenson di Piacenza vince a Milano!

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Il nostro atleta con la maglietta dell’antagonismo piacentino viene proclamato vincitore

Dopo quasi quattro anni di attività, la Palestra Popolare Stevenson di Piacenza si è affacciata nel mondo dei tornei fra realtà simili.

E lo ha fatto nel modo migliore, conseguendo una vittoria con un suo atleta vittorioso nell’incontro della massima categoria di peso ella serata (75 kg).

Ma, anche se sul ring si vedeva una sola persona, ci eravamo tutti. Tutti noi che in questi anni abbiamo lottato per far vivere una realtà che non si limitasse ad offrire un pur necessario servizio in termini di accesso allo sport (e alla salute) gratuito, ma anche a trasmettere attivamente i valori dell’antirazzismo e dell’antisessismo.

Una realtà determinata a continuare. Ci trovate ogni lunedì sera alle 21 nel salone interno della Coop Infrangibile (ingresso da via Tortona).

Sempre su la guardia!

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I ragazzi della palestra in trasferta per fare il tifo

Una settimana particolare – Riflessione critica su cosa sta succedendo a Piacenza

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“Democracy is so overrated”
La democrazia è sopravvalutata, da House of Cards

La scorsa settimana ha visto capitare una serie di eventi politici a Piacenza dai quali si possono trarre alcune considerazioni per l’oggi e per il domani.

Piacenza ha costituito nel passato recente un laboratorio incubatore di alcune tendenze politiche rilevanti. Non parliamo solamente di quel gigantesco processo di soggettivazione neo-operaia costituito dalla logistica, in cui le lotte operaie -appoggiate in città solo dall’antagonismo- hanno assunto un ruolo di rilievo e traino a livello nazionale. Ci riferiamo anche a una serie di dinamiche proprie dei contesti provinciali, delle città medio-piccole in cui si concentrano i due terzi della popolazione italiana. Un fattore peculiare dello stivale rispetto al resto dell’Europa occidentale e da sempre calmieratore in senso conservatore (quando non reazionario) degli umori politici nazionali.

Ebbene, la scorsa settimana ha registrato un picco di attivismo tanto per quanto riguarda l’arcipelago della destra radicale (o apertamente neofascista) quanto per l’area dell’ antagonismo.

Da un lato, l’evento-clou è stato rappresentato dalla presentazione di “Defend Europe”, tappa del tour-resoconto delle (poco fortunate) gesta della nave “anti-immigrati”. Iniziativa organizzata dai giovani leghisti ma fin dal principio rivelatasi catalizzatrice delle attenzioni della destra estrema, cui si ascrive il progetto Defend Europe.

Dall’altro una serie di appuntamenti promossi dall’antagonismo che si sono innestati su una data centrale rappresentata dallo sciopero nazionale dei sindacati di base (venerdì 27. Sì, sappiamo che non ne avete trovato traccia sulla poco qualitativa stampa locale, ma ha bloccato un’intera fetta di città. Alla TNT 100% dei 320 facchini iscritti al S.I.Cobas, anche se la CGIL il giorno dopo rivendicava medesima percentuale per i suoi 2. Una barzelletta che si commenta da sé…).

Due piani quindi qualitativamente (oltre che per segno politico) diversi. Da un lato la classica iniziativa propagandistica, tesa in seconda battuta a tessere relazioni nell’alveo dell’ultra destra. Dall’altra una serie di eventi collegati a una data che è espressione di un percorso, iniziato da anni e verosimilmente destinato a durare. Non ci interessa in questa sede fare un confronto numerico fra le due fazioni (anche perché sarebbe inutile: da un lato c’erano una quarantina di partecipanti mentre dall’altro un’adesione ai massimi storici nei magazzini, oltre duecento ragazzi spostati con ben 4 pullman, altre decine presenti all’aperitivo antirazzista del sabato pomeriggio o allo spezzone giovanile della parata commemorativa del sabato mattina). No, ci interessa rimarcare la differenza qualitativa, perché essa ci rimanda a considerazioni altrettanto qualitative sulla politica amministrativa di Piacenza, che teniamo però per le conclusioni della riflessione.

Torniamo invece all’infuocato (ideologicamente parlando) weekend. Esso maturava nella cornice più ampia contrassegnata dal dibattito (fumo negli occhi?) nazionale sulle provocazioni degli ultras della Lazio rispetto al tema antisemitismo (e quanta superficialità nell’accostarlo a un generale calderone anti-ultras…). Provocazioni con le quali fa il paio la prevedibile esposizione di uno striscione commemorativo della marcia su Roma nel pubblico passeggio ad opera di non meglio specificate sigle neofasciste. Ebbene, nonostante questi campanelli non siano da sottovalutare (se affrontati con serietà e non con facili semplificazioni), noi riteniamo che ben più indicativo del clima sia in questo senso quanto avvenuto sabato mattina, con l’autoconvocato comitato ripulitore dei giardini Margherita in azione, ancora una volta capitanato dall’assessore Zandonella (lo stesso di defend europe), che rifiuta lo “spontaneo” aiuto offerto dai profughi gestiti da una ben nota cooperativa.

Un quadro in cui contraddizione richiama contraddizione. Non riusciamo infatti a capire se strida di più la strampalata iniziativa leghista (dipendenti comunali confermano che i giardini non presentavano alcun “degrado” e prova ne è lo scarno repertorio di ritrovamenti operati dalla banda Zandonella) o l’odiosa riproposizione messa in atto dalla cooperativa dei profughi come “braccia utili” da attivare per opere di decoro pubblico. Un errore già visto in tempi di amministrazione di centro-sinistra e a nostro avviso nocivo e deletereo: pensare di combattere l’ignoranza populista che fomenta l’odio colpevolizzando chi incide all’infinitesimo sulle casse pubbliche, con una retorica che li vorrebbe invece pronti a “discolparsi” di non si sa bene quale colpa (essere fuggiti dalla devastazione economica a firma italiana? Usufruire di programmi coercitivi di accoglienza votati da destra e sinistra?) significa inseguire l’ignoranza sul suo terreno. Utilizzare vite e drammi per combattere una guerra di posizione cui queste vite sono aliene. Incentivare, anche, una cultura del lavoro gratuito. Insomma, un obrobrio a cui riesce facile (e funzionale a rafforzare il suo consenso) per il comitatino leghista rispondere picche.

E’ piuttosto sulla natura del comitatino che avrebbe dovuto incentrarsi una critica (e sperabilmente una contestazione!). Nell’anniversario della marcia su Roma, che avrebbe portato dell’istituzionalizzazione della violenza squadrista attraverso l’istituzione della MVSN – milizia al servizio della figura istituzionale di Mussolini, era difficile non notare una similitudine a quest’ultima nella disinvoltura con cui il prode assessore continua la sua opera di campagna elettorale a urne chiuse con milizie personali che svariano dal comitato, agli accoliti per un’iniziativa ecumenica (dell’ultra destra, si intende), fino alla polizia municipale impropriamente utilizzata per retate ai giardinetti. Una similitudine in sedicesimi e quasi farsesca sia chiaro, ma egualmente tesa a sottomettere l’attività istituzionale alle esigenze di rafforzamento del consenso personale/partitico di una compagine.

Ma, si sa, è più facile esercitare un ricordo senza impegno che attivarlo e farlo diventare memoria attiva. Comporterebbe, oltre a notare la riproposizione di determinati meccanismi, anche un dover prendere posizione sull’oggi, su misure come gli accordi di Minniti con i clan libici per la gestione dei lager di contenimento alla migrazione, o il DL Minniti-Orlando e le sue misure repressive come l’arresto in differita (sperimentato per anni dove? Negli stadi di quegli ultras contro cui è facile generalizzare a pacchetto per le uscite infelici di curve ampiamente compromesse con il neofascismo…). Da ciò la nostra partecipazione alla parata indetta sabato mattina dall’ANPI. Consapevoli che avremmo trovato quelle stesse facce che, sotto le insegne del PD, da anni pongono le basi per un funzionale (a loro e al manovratore padronale e sovranazionale) mantenimento di un contraltare destro-populista alle politiche di massacro sociale quali Jobs Act, Buona Scuola…abbiamo ciononostante preso parte alla parata. Per ricordare che l’origine del male è nella loro politica, economica e di disciplinamento sociale. Per non lasciare alla loro sterelizzazione politica un ricordo incapace di farsi memoria.

Cosa ci rimane dopo questa settimana? Sicuramente un dato di grande attivismo dell’arcipelago neofascista e un non sostenibile ruolo di sponda offerto loro dalla Lega Nord e dai suoi più alti rappresentanti istituzionali. Dal lato del frangente antirazzista questo iper-attivismo si dimostra però anche capace di mixare la capacità di mobilitarsi a un ruolo attivo in movimenti faticosamente costruiti sul territorio negli anni. Ma anche il dato oggettivo che le prime crepe, i primi distinguo in seno all’attuale maggioranza fascio-leghista di Palazzo Mercanti si sono avuti su un crinale squisitamente ideologico. Ci riferiamo alle lettere di dissociazione da parte di alcuni consiglieri comunali della maggioranza di destra rispetto alle fughe in avanti dell’assessore leghista.

La conoscenza del piano istituzionale (che è nemico dei movimenti sociali, ma ciò non li legittima a disinteressarsene a non conoscerlo!) e del suo rapporto totalmente messo-in-scena con la supposta “opinione pubblica” ci racconta di come il piano ideologico non sia sa che la superficie, mentre il grosso dei giochi lo si fa nell’assegnazione di cariche nelle partecipate comunali come Iren, nella Fondazione, nella macchina comunale in settori chiave come i lavori pubblici. Ma è comunque una prima frazione, maturata esclusivamente grazie allo sforzo della sinistra antagonista (forse effettivamente l’unica sinistra organizzata rimasta in città) di aprire un dibattito sul tema e costringere segmenti a lei non affini a prendere posizione.

Ciò non può che essere segno della pochezza amministrativa messa in campo finora dalla giunta di destra, che
nell’immobilismo e nell’assenza di un qualsivoglia progetto di sviluppo della città permette a un piano come quello ideologico e al dinamismo dell’assessore-sceriffo-cercavoti permanente di assurgere a una visibilità di primo piano. Una crepa che indica quindi una strada da perseguire per chiunque voglia ribaltare un rapporto di forza artificiosamente dipinto dall’inadeguatezza dei meccanismi rappresentativi (ricordiamo che la Barbieri ha vinto le elezioni con il 16% dei voti degli aventi diritto!). Per quanto ci riguarda, questo ribaltamento siamo determinati a costruirlo non con la formula elettoralistica (quanto suonavano residuali le prese di posizione dell’opposizione comunale rispetto all’immane lavoro di aggregazione e di partecipazione messo in campo da noi fra venerdì e sabato!) ma continuando ad allargare e consolidare quel blocco sociale che, lo diciamo con moderato ottimismo dopo i numeri visti in campo in settimana, si è ormai costituito in città.

Sciopero generale: da Piacenza in 200 in manifestazione e adesione nei magazzini all’80%

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Da Piacenza una risposta straordinaria alla chiamata di sciopero generale di Venerdì 27. Adesione all’80% in parecchi magazzini (in particolare quelli delle maggiori multinazionali del trasporto merci). Grande anche la prova di mobilitazione: 4 pullman per un totale di 200 persone diretti verso la manifestazione di Milano.
Tutti ragazzi e ragazze giovanissime, che hanno ribadito (a maggior ragione dopo l’onta dell’iniziativa organizzata dalla Lega Nord con “defende europe”) come Piacenza sia la patria dell’antirazzismo e della dignità operaia.
Bianchi e neri che lottano uniti per i diritti di tutti, la migliore e più concreta risposta al razzismo di pancia sparso ad arte per tenere buoni gli fruttati di questo paese ed indirizzarli su falsi nemici.

Nonostante la sordina mediatica posta dai mass media di regime, nonostante l’atteggiamento terroristico che i lavoratori hanno dovuto subire su molti posti di lavoro, nonostante la parziale precettazione che il Governo ha lanciato sui lavoratori del trasporto lo sciopero generale del 27 Ottobre indetto dal S. I Cobas, Cub, Usi, Slai Cobas e Sgb é stato un successo con migliaia di lavoratori del pubblico e del privato in sciopero e partecipatissimi cortei e manifestazioni da Milano a Bologna, da Napoli a Roma. Un’intensissima giornata di lotta che fin dall’alba ha visto picchetti e presidi davanti a fabbriche e magazzini di tutto il paese, dando forza e forma unitaria a quelle centinaia di vertenze e lotte operaie sparse per tutto il territorio nazionale. La forte partecipazione operaia – ma anche degli occupanti casa, disoccupati, studenti, ecc – ai cortei e manifestazioni che si sono sviluppate nelle principali città e realtà produttive danno il segno della forza di una giornata di lotta che non può rappresentare un momento a sé, ma il primo rilancio di una lotta più complessiva contro lo sfruttamento, le politiche anti -operaie e razziste di questo governo, attacco al diritto di sciopero!

Tre impressioni sull 1-O catalano

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Provo ad attingere ai contributi di Infoaut per fornire un punto di vista autonomo sull’ncredibile situazione venuta a formarsi in Catalogna. Le considerazioni sarebbero infinite e certo non esauribili in un articolo, ma qua si prova se non altro ad andare oltre alle recriminazioni di carattere legalitario che imputerebbero esclusivamente l’egoismo fiscale alla rivendicazione indipendentista. Non prendiamoci in giro: paragoni con il veneto e la lombardia sono semplicemente ridicoli per mille motivi (diverso se si parla di sardi…), mentre vi sono numerosi elementi progressivi nella composizione, pur spuria, che ha attraversato le piazza catalane. Non a caso i sindacati sono scesi in sciopero contro la violenza poliziesca e non a caso a contrapporsi sono (per quanto sembri incredibile nel 2017) un modello repubblicano e uno monarchico. Certo, fa un po’ ridere (e incazzare) vedere i finti democratici nostrani indignarsi per le botte ai seggi in Catalogna mentre fanno spallucce su quelle esercitate ogni giorno qua a Piacenza e in generale in pianura padana contro gli operai nel polo logistico…
Di seguito il contributo di Infoaut.

La Catalunya ha votato in favore della propria indipendenza, a dispetto delle condizioni avverse imposte dal governo spagnolo. Il 56,76% degli aventi diritto ha registrato presso i seggi il proprio documento d’identità, ma le schede conteggiate corrispondono al 42,2% degli aventi diritto perché 700 mila schede votate sono state sequestrate dalla polizia di Madrid. Sono 761 i feriti ai seggi nel tentativo di opporsi alle operazioni della policia nacional.
Abbiamo messo in forma di appunti a caldo tre impressioni sulla giornata di ieri e quello che ci comunica.

1. L’identità è nello scontro.
Per quanto i sondaggi indicassero come il campo pro o anti referendario fosse già ben delineato prima dell’acuirsi della crisi, sicuramente il colpo di mano di Rajoy del 20 settembre non ha potuto non risignificare la posta in palio: non solo la possibilità di una fuoriuscita da una sfera di sovranità per inaugurarne una indipendente, ma soprattutto la volontà di reagire a un sopruso.
Ogni storia è un’invenzione, ogni nazione è generata non creata. Comunque ogni identità è tradizione di altri, che viene a noi trasmessa e il cui potenziale propulsivo, come forza storica trasformatrice e non come feticcio storicizzato, risiede nel suo essere storia appropriata nel presente dalle forze trasformative dell’oggi. Quali sono le forze trasformative della sfida catalanista e quale partita giocano? Ciò che va detto dell’avventura indipendentista catalana è che prima di tutto interpreta e riaggiorna un conflitto intra-istituzionale (e non anti-istituzionale) che per imporsi si è ancorato a interessi, poteri, assetti sistemici territorialmente radicati. Non dimentichiamo questo: la ricca e forte Catalunya lotta per affrancarsi dal fardello dello stato centrale spagnolo, dalla sua parassitarietà, dal suo mancato sviluppo. È solo questo? Basta una lettura così ingenua e politicista? No, la trasversalità dell’istanza indipendentista attraversa la società catalana dall’alto in basso perché il riflesso dello scontro istituzionale segnala l’esistenza di regimi ideologici, di relazione sociale e politica impositivi per la Catalunya. L’identità catalana è oggi socialmente percepita come strumento di una risposta a questa esigenza contrappositiva all’ordine coercitivo, autoritario e irriformabile della democrazia spagnola e della sua storia. Questa esigenza è politicamente condivisa con gli interessi emancipativi di una porzione catalano-centrica di interessi sistemici e di sviluppo capitalistico. Davanti alla storia il giudizio è privilegio solo di chi ne è protagonista. Per esser ancor più chiari, non ci fa scandalo che dimensioni di classe larghe e in sè antagoniste si saldino in questo scontro dentro una rivendicazione di popolo. Ma ciò che ci preme cogliere è il fatto che la stessa dimensione dell’identità catalana sorge sulla contrapposizione all’arroganza poliziesca di Rajoy, sul valore storico dell’idea repubblicana contro l’autoritarismo di una Spagna mai emendata dal franchismo. In questi elementi c’è un nuovo potenziale campo di scontro e un’occasione di trasformazione ulteriore in seno a quel popolo ora sollevatosi. In ciò risiede per uno sguardo rivoluzionario l’occasione per poter formulare una nuova domanda: non tanto quale popolo essere – ogni identità è tradizione di altri, dicevamo – ma essere popolo per cosa e contro chi?

2. Lo Stato è il limite.
La transizione democratica post-franchista si servì dell’alternanza costituzionale PP/PSOE per servire una liberalizzazione complessiva di capitali e di spinte allo sviluppo in seno alla società iberica. Fu una finestra usata anche dalle autonomie come occasione di investimento e crescita di capitali. L’esaurirsi di quella tutela politica, con la crisi irreversibile di popolari e socialisti, ha richiesto nuove forme politiche per garantire e sviluppare un dato anche e soprattutto di continuità capitalistica rispetto al quale la vecchia partitocrazia spagnola non era più in grado di fornire un’appropriata stabilità. Non è dunque paradossale che l’orizzonte politico emancipativo di questa lotta di popolo catalana si dia nella ricerca di una forma di neo-Stato-nazione. È anche il suo limite e allo stesso tempo il suo possibile punto di rottura per un nuovo sviluppo antagonista dello scontro in atto. Dal canto loro gli altri agenti politici della crisi del sistema dell’alternanza costituzionale spagnola, i movimenti del 2011 prima e l’eredità di questi nello schema del partito-movimento di Podemos o il suo contraltare reazionario Ciudadanos, non sono stati all’altezza delle alternative prodotte dalla crisi innescata. Il balbettare ricette federaliste da parte di Iglesias davanti all’affermazione dell’indipendentismo catalano confermano l’inadeguatezza dell’ipotesi di una transizione di forze trasformative dentro il campo della statualità spagnola come ambito di sviluppo di nuovi equilibri democratici. È probabilmente la fine di un primo ciclo dei “populismi”, lo stesso che, al di là di ogni sacrosanto distinguo e nonostante l’ingeneroso paragone tra il dilettantismo pentastellato e l’esperienza di Podemos, sta comunque investendo il movimento 5 stelle siglandone la sua normalizzazione dentro nuovi assetti restaurativi.

3. L’Europa non è il destino.
Il totale imbarazzo delle segreterie di Stato europee davanti ai fatti catalani la dice lunga sulla crisi dell’Europa politica. Macron veste la maglia da titolare per l’”Unione Europea” sostituendo una Merkel ancora frastornata dalla tornata elettorale di una settimana fa e ci pensa lui a fare la sintesi: “confido in Rajoy, si tratta di affari interni”. Gentiloni fa eco: “non interferire”. Per quanto Puigdemont si affani a cercare sponda politica oltre i Pirenei per legittimare il risultato referendario questa Europa resta un’Europa di Stati-nazione e non di popoli. No, l’Europa non è un destino politico su basi democratiche ma uno strumento di governance ultra-statale che guarda con preoccupazione al rialzo di 8 punti base dello spread spagnolo dopo il voto di ieri. La stessa menzogna della democrazia non racconta più nessun mito su questa Europa. Innalzato a feticcio del rito istituzionale e poi ignorato quando lo minaccia il voto democratico è la foglia di fico che copre o legittima rapporti di potere violenti nella società che non tollerano di essere messi in discussione. Volontà popolare o no. Nessuno si è scandalizzato particolarmente nel vedere le urne sequestrate dai poliziotti: “non interferire”. Va bene, questo è il gioco e questi sono gli avverarsari per i catalani. Se si perdona il cinismo, verrebbe da prendere in prestito le parole dello stesso Rajoy: “il referendum è una messa in scena”. Perché in fondo si può dire con onestà, serve sempre un simbolo per sfidare l’arroganza delle forme di governo contemporanee, per rappresentare in forma tangibile una violenza, un torto, un’ingiustizia. Questo voto è stato un utile simbolo di una lotta politica contro l’autoritarismo di Rajoy e dello Stato spagnolo che ha bisogno però di altre energie ancora per essere vinta.


I pestaggi ai seggi del referendum catalano.

Lotta SDA: enorme prova di forza del S.I.Cobas

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Crumiri armati all’attacco del picchetto S.I.Cobas a Carpiano

Rilancio comunicato S.I.Cobas sulla lotta SDA, che sta interessando anche 70 lavoratori piacentini.

La lotta in corso alla SDA non è una normale vertenza sindacale, perché lo scontro non è solo tra gli interessi contrapposti di lavoratori salariati contro capitalisti, ma contro varie cricche di dirigenti aziendali che perseguono politiche aziendali confuse e alcune atte a favorire l’interesse personale di qualche dirigente.
La SDA è una controllata di Poste Italiane, società controllata dallo Stato. Eppure i vertici SDA, che mantengono la società in costante perdita da anni – tanto paga “pantalone”– stanno demolendola e attaccando i lavoratori anche per i loro sporchi interessi privati. Le loro mosse, senza senso neanche dal punto di vista della gestione aziendale, hanno un senso in funzione dell’interesse di Amazon Italia – diretta dall’ex amministratore di SDA – ad acquistare SDA al prezzo più basso possibile, e ripulita dal SI Cobas, ilsindacato che ha organizzato i lavoratori dando loro la forza di sollevarsi da condizioni umilianti di semi-schiavitù e ottenere non solo il rispetto della dignità e del contratto nazionale, ma anche la continuità del posto di lavoro in caso di cambio appalto, un’assicurazione contro l’invalidità per infortunio e due giorni di riduzione d’orario retribuita (accordo Fedit).

Per la loro sporca operazione alcuni vertici di SDA vogliono che la società sia ancor più disastrata, e vogliono far ricadere la responsabilità del disastro sui lavoratori e il SI Cobas. Per questo a inizio settembre SDA ha disdetto l’appalto per la gestione del magazzino-hub di Carpiano (a sud di Milano) con la cooperativa CPLcon il pretesto della irregolarità della posizione contributiva, poi rivelatosi falso; lo scopo era attaccare i lavoratori con il cambio appalto (licenziamento e riassunzione in una nuova cooperativa, con un nuovo contratto) e provocarne la reazione di lotta con il rifiuto della non applicazione del jobs act in materia di licenziamenti – una clausola ottenuta dal SI Cobas in tutti i cambi appalto per proteggere i lavoratori da licenziamenti ingiustificati. Lavorando nel magazzino da prima dell’approvazione del jobs act, con la vecchia cooperativa alla gran maggioranza dei lavoratori non si applicava questa legge anti-operaia.

Mentre il SOL Cobas firmava un accordo con la nuova cooperativa UCSA che prevedeva la riassunzione dei lavoratori senza esenzione dal jobs act,, il 18 settembre il SI Cobas entrava in sciopero chiedendo il mantenimento delle condizioni precedenti, incluso l’accordo Fedit e la non applicazione del jobs act. Ed organizzavano un presidio permanente davanti ai cancelli, che non ha impedito a chi voleva (una parte dei lavoratori iscritti al SOL Cobas) di recarsi al lavoro ( solo 120 operai su 400 si sono recati a sottoscrivere il contratto per l’assunzione). Lo sciopero è proseguito tutta la settimana, con forte partecipazione di lavoratori SDA e di molti solidali da altri luoghi di lavoro, senza che SDA si smuovesse. Domenica 24 doveva tenersi un incontro tra SI Cobas e UCSA che telefonicamente si era disponibile e pronta a recepire le nostre proposte per trovare un accordo, ma UCSA disdiceva l’incontro perché la committente SDA l’aveva diffidata dal trattare (in violazione delle norme sulla intermediazione di manodopera). Anche una trattativa che si sarebbe dovuta tenere lunedì con Solaro, rappresentante dell’associazione di categoria Fedit, veniva fatta saltare da SDA.

Solo nel pomeriggio del lunedì UCSA fu poi autorizzata a sedersi al tavolo con il SI Cobas la mattina seguente. Il motivo di questi giochi sul tempo risultò chiaro nella notte di lunedì, quando circa 200 persone, fatte venire da diverse province del Sud e Centro Italia e abbigliate con maglietta SDA, piombarono con auto e furgoni sul presidio di Carpiano, ridotto di numero per la notte, cercando di investire i presenti e aggredendo i lavoratori in presidio con coltelli e mazze. Una chiara operazione di marca squadrista, annunciata sul gruppo facebook di SDA Courier Express cui partecipano dirigenti SDA, pieno di livore razzista e anti-sindacale. Pensavano che il numero soverchiante bastasse a malmenare e sgomberare il presidio operaio. Non a caso i loro capi si sono scagliati contro Papis, un organizzatore africano del SI Cobas. Non avevano fatto i conti con la coesione e la determinazione dei lavoratori che viene dalla convinzione di lottare per una causa giusta, il coraggio di uomini che nei loro paesi hanno avuto esperienze in cui hanno dovuto difendere la loro vita e quella delle loro famiglie. Davanti alla pronta reazione dei facchini, i boriosi aggressori prezzolati sono stati messi in fuga con danni. Papis ha subito una ferita da coltello a una mano nell’impedire che gli giungesse all’addome, e una forte contusione al capo, ma è già di nuovo presente al presidio.

Nei piani di SDA l’aggressione squadrista, che gran parte dei media prezzolati ha presentato come scontro tra lavoratori che scioperano e lavoratori che vogliono lavorare, avrebbe dovuto dare il colpo decisivo per l’estromissione del SI Cobas dal magazzino di Carpiano. Gli è andata male, ma alla trattativa di martedì SDA ha ribadito a UCSA il veto alla non applicazione del jobs act, impedendo un accordo.

Il vero obiettivo dei dirigenti di SDA, estromettere il SI Cobas dai loro magazzini come richiesto da Amazon, emerge dai loro atti: da lunedì 25 hanno chiuso i cancelli degli hub di Carpiano, Bologna e Roma (dando alle aziende concorrenti il compito di spedire i loro pacchi ) una vera e propria serrata che è continuata per tutta la settimana e a Carpiano continua mentre scriviamo (30/9). A Bologna e Roma avevano fatto delle liste coi nomi dei pochi ammessi, tra l’altro iscritti a SGB, per tener fuori i 350 lavoratori iscritti al SI Cobas. Nella trattativa apertasi in sede di Prefettura a Bologna è apparsa chiara la volontà di rottura di SDA, non disponibile a firmare il verbale della prefettura perché non voleva che trapelasse che il SI Cobas era disponibile a firmare l’accordo proposto al SI Cobas da parte della stessa Sda con la sola aggiunta di una frase esplicita sulla non applicazione del job acts. Nell’accordo si prevede, in caso di mancanza di lavoro (le provocazioni aziendali sono costate la perdita di molti clienti) che a Bologna e Roma sarà garantita la rotazione di tutti i lavoratori e richiesta di una integrazione del salario per le ore non lavorate attingendo i soldi da una cassa istituita a livello nazionale in base al CCNL o dalle casse della Sda o della Metra ( il fornitore in quel magazzino). Lunedì, su sollecitazione della stessa Prefettura bolognese e su richiesta del SI Cobas il 2 ottobre è prevista una trattativa per Carpiano presso la Prefettura di Milano.

Mentre chiudeva i suoi principali hub, un comunicato stampa di SDA cercava di addossare sui Cobas la responsabilità dei 70 mila pacchi fermi e chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. La maggior parte dei media avallano questa versione menzognera dei fatti, che va smascherata e denunciata. È la SDA che ha messo in moto la macchinazione del cambio di appalto per provocare e estromettere il Si cobas. È la SDA che con una settimana di serrata impedisce di lavorare per rendere più drammatica la situazione e chiedere l’intervento della forza di polizia e lo fa per il solo motivo di scorporare Sda dal controllo di Poste per dare questo comparto della logistica in proprietà ad Amazon.

La situazione attuale è il risultato di azioni pianificate da una parte della dirigenza SDA, che ha trovato sponda nella divisione dei lavoratori tramite il sindacato SOL Cobas, il cui leader Zerbini interveniva nella lista dei promotori dell’aggressione mafiosa (salvo poi esprimere solidarietà con il presidio aggredito dopo il misero fallimento dell’operazione) e ora si ripromette di rompere lo sciopero a Carpiano con l’espediente di imporre ad Sda l’impiego di tutti i 400 lavoratori che prima dello scontro erano in forza nel magazzino.

Il SI Cobas è stato costretto a lottare per impedire un arretramento nei diritti dei lavoratori e respingere l’applicazione del Jobs Act, una battaglia che i sindacati confederali non hanno voluto combattere tre anni fa. Soprattutto in una situazione di ristrutturazione aziendale come si prospetta in SDA, la libertà di licenziamento garantita dal jobs act costituirebbe una potente arma di ricatto e repressione in mano alla direzione aziendale. A meno di un mese dallo sciopero generale indetto per il 27 ottobre facciamo appello a sostenere la lotta dei lavoratori SDA contro la protervia aziendale e le politiche governative, partecipando al presidio di Carpiano.

Impressioni dal G7 sul lavoro di Torino

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Riporto il bilancio finale di Infoaut della tre giorni di contestazione al “G7 del lavoro” svoltasi a Torino la settimana scorsa. Senza girarci intorno: al G7 si sono discussi nuovi dispositivi (dopo Il mortifero Jobs Act e la corrispondente Loi Travail francese) per assoggettare il mondo del lavoro al dominio del grande capitale transnazionale. Per capirci, sul tavolo era la proposta di un ennesimo innalzamento dell’età pensionabile (ci pensate? Già ora spesso muoriamo senza arrivare alla pensione, passando una vita a lavorare per pochi soldi!).
Per questo come rete antagonista piacentina, ivi compreso il sindacato che ha animato le lotte nella logistica in questi anni, abbiamo preso parte alle mobilitazioni con ben due pullman di piacentini giovani e incazzati.
Di seguito il comunicato.

E niente. Vuoto pneumatico. Avevano annunciato un G7 umanitario che avrebbe discusso dei problemi della disoccupazione tecnologica, della povertà, dei salari, ma alle roboanti dichiarazioni che avevano lanciato in queste settimane ha fatto seguito il nulla. Più che un incontro tra i rappresentanti dei sette paesi più potenti del mondo sembra di aver assistito ad un convegno di odontoiatri, solo con cravatte di lusso, banchetti dionisiaci e migliaia di poliziotti a difenderli. Il tutto ovviamente pagato con i soldi di tutti.

La difficoltà nel difendere il proprio operato si coglie già dalle dichiarazioni che Poletti ha rilasciato nella giornata di sabato mentre la manifestazione contro il G7 era ancora in corso. Il freddo e burbero ministro del lavoro, tra i più odiati di questo governo e solito a uscite per lo meno inappropriate, si lascia andare in un non sense psichedelico ammettendo in sostanza che i giovani ne hanno ben donde di essere incazzati, anche se non proprio tutti tutti partecipano alle manifestazioni.

Il meglio però lo dà uno spompato Matteo Renzi che dopo qualche settimana da palombaro in silenzio sotto il pelo dell’acqua approfitta di questa occasione per rimettere il naso fuori. Dice che con questo G7 hanno fatto una figuraccia. E in effetti loro l’hanno fatta di sicuro, costretti a mettere a nudo le proprie grazie, inseguiti da una mobilitazione determinata che in ogni contesto è riuscita a mettere in crisi l’apparato disposto per difenderli e a far emergere un pezzo di città, di paese reale che speravano di tenere ben lontano dalla Reggia in cui si erano rifugiati.
L’ ormai ex “ragazzo d’oro” del PD se la prende con quei consiglieri comunali 5 stelle che con uno scatto di dignità hanno deciso di non sottostare alla narrazione dominante e di venire a misurarsi con le voci dei molti lavoratori, disoccupati, abitanti dei quartieri popolari e giovani che hanno deciso di mobilitarsi in questa occasione. Peccato però che ai piani alti dell’amministrazione comunale il timore sia tanto e che inserito il pilota automatico del profilo istituzionale la sindaca Appendino si lanci negli inviti ai ministri a visitare la città, nelle strette di mano agli aguzzini dei lavoratori, nella solita attestazione di stima e solidarietà a delle forze dell’ordine che ben volentieri le farebbero lo sgambetto per ridersela di gusto con le incrostazioni di potere del PD. Quello che probabilmente da Piazza Palazzo di Città non si riesce a capire è che solo una rottura di quel profilo istituzionale, solo una politica coraggiosa all’attacco dei potentati cittadini, una politica di ridistribuzione delle risorse tra chi ha meno e non riesce ad arrivare a fine mese, può essere efficace. Pena l’adattarsi, il compromettersi e subire gli attacchi in difesa con il cerino in mano ad aspettare che magari, ma proprio magari, un altro profilo istituzionale conquisti il governo nazionale e faccia arrivare qualche soldo da queste parti.

Il vuoto pneumatico si registra anche dalle parti delle redazioni dei giornali che aspettavano da giorni di titolare di città devastate, di torme di selvaggi e un po’ con l’amaro in bocca e il gusto della sproporzione si sono dovuti adattare a parlare di guerriglia urbana per continuare a tralasciare il fatto che quel corteo ha incontrato il sostegno degli abitanti di Torino e Venaria affacciati alle finestre delle loro case o di fronte ai negozi, che in quel corteo dai lavoratori agli studenti tutti volevano arrivare alla Reggia, tutti sono rimasti a sostenere chi ci provava, tutti avevano deciso di esserci. Perché in Italia le vittime della loro crisi si possono solo compatire: guai a parlare di quelle che hanno deciso di alzare la testa. Qualcosa non quadra se solo sabato tutte le testate nazionali tentavano di criminalizzare la mobilitazione di migliaia di persone contro il G7 mentre ieri non esitavano a denunciare le violenze dello Stato Spagnolo contro i catalani durante il referendum. I conflitti sociali altrui sono sempre più comodi dei nostri.


L’assedio all’albergo dei G7


Il corteo del sabato

Venezuela: link ad approfondimenti oltre il livello imbarazzante della TV

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Parlare della crisi in atto in Venezuela non è facile: da un lato si tratta di uno scenario che mi ha sempre affascinato, sin da piccolo, per la dinamizzazione impressa su scala continentale e globale al contrasto dell’ordoliberismo. Dall’altro, cerco sempre di astenermi dal prendere posizioni su contesti che, sebbene studiati, non ho esperito in prima persona (a differenza del medio oriente ad esempio).

Provo quindi a fare un lavoro di sintesi che parta dal mio vissuto personale. Dato che esprimere “di che cosa sono a favore” mi risulta più complesso del suo contrario, parto quindi dicendo a cosa sono “sicuramente contro”:
Sono contro all’opposizione istituzionale e sbirresca a Maduro, alla loro schifosa voglia di reazione, ai loro privilegi purtroppo quasi illesi dopo 18 anni di chavismo (che stia tutto li il problema?), alle loro televisioni (perché fa ridere Tele Sur, ma è una contro sette…), alla loro violenza che arriva a bruciare decine di chavisti in piazza, alle loro provocazioni e ai loro assalti armati alle cooperative, agli alti prelati che li benedicono nelle loro ville, alle manovre yankee sempre presenti, alla “confindustria” locale che già guidò un golpe nel 2002, alla puzza di Pinochet che da sempre contraddistingue le destre dei paesi sudamericani e del Venezuela in particolare. E sono contro ai tg e ai governi italiani, che non si fanno vergogna degli affari con le peggiori dittature vicine a Isis in medio oriente ma affrontano in modo schifosamente schiacciato sulla Confindustria venezuelana il tema del paese laticonoamericano. Che esultano per ogni arresto di compagno impegnato in lotte e resistenze sociali ma si strappano capelli per i domiciliari ai capi dell’opposizione venezuelana golpista. Vomito proprio.

Allora sono un fan di Maduro? Ecco, credo che qua la risposta sia più complicata. Perché se la scelta fosse binaria fra questi due contendenti, allora lo sarei. Ma la realtà, ahinoi, è complessa.
Sono sicuramente a favore del colossale processo di emancipazione innescato nel 1999 dal Chavismo, questo sì. Ma credo che i suoi limiti e contraddizioni diano ben donde anche a componenti “compagne” di essere incazzati. Incazzati, magari con sacrosante ragioni, ma senza reale potere di costituire un’alternativa fuori dal percorso del Chavismo, temo.

Personalmente, ho compagni o riferimenti culturali che pendono da entrambe le parti (“continuità sì” – “continuità no”), e credo che la cosa migliore sia dunque dare spazio ai loro approfondimenti, davvero ben curati, in modo che ognuno possa elaborare una propria posizione.

Come cappello introduttivo metto però un altro pezzettino di esperienza personale, ovvero le opinioni scambiate direttamente con persone sudamericane o di origine sudamericana.

Da sempre ho una carissima amica mezzo venezuelana, di quelle proprio così intime che mai ne potrei dir male, e tempo fa scambiai due chiacchiere sul tema. Persona di cultura fine, di famiglia antichavista, le era assolutamente chiaro il portato positivo di alcuni aspetti del Chavismo. Tuttavia, mi sottolineava come le modalità di consolidamento del potere utilizzate da Chavez (anche prima del fallito golpe fascista del 2002) avessero involontariamente polarizzato a livello estremo la società venezuelana, il che obbligava la risicata classe media locale (cui appartiene la sua famiglia) a una scelta di campo in cui l’opzione anti-chavista costituiva la scelta dettata dalla paura dell’autoconservazione ma comunque più plausibile. Persone semplici, lavoratori, non i grandi latifondisti e cardinali che ho detto di odiare in apertura. Ciò sicuramente è un elemento su cui riflettere, anche alla luce delle (necessarie?) torsioni semi-autoritarie che legittimamente spaventano chi segue la politica per propri principi e non per un impellente necessità materiale di sopravvivenza. Settori con cui, anche qui in Italia, dobbiamo assolutamente relazionarci!

Questa la sua posizione “a spiegazione” dell’opposizione non ricca a Chavez. Di tutt’altro segno invece le chiacchiere scambiate con i facchini S.I.Cobas di emigrazione sudamericana. Tutti, e dico tutti, a sostegno del percorso bolivarista anche quando non venezuelani. Chi cita le misure sociali adottate dal proprio paese grazie ai prezzi sul petrolio che in alcuni periodi Chavez è riuscito a imporre, tutti a esaltare il ciclo virtuoso avviato insieme a Cuba da Chavez che ha permesso di portare vaccinazioni di massa e assistenza sanitaria a milioni di proletari che ne erano scoperti. Mediamente (ma non sempre) si tratta di persone meticce con un grado di istruzione inferiore alla mia amica bianca, ma decisamente infuse di coscienza operaia.
Un contrasto, questo, che non posso aggirare nel dare una valutazione, senza farne un totem.

Fatta questa indegna premessa a un tema così importante, lascio la parola ai contributi di cui parlavo, invitando a leggerli tutti con attenzione.

Solo un’ultima precisazione: come dice uno di questi articoli, sono convinto che ogni compagno debba pensare che “Noi che da comunisti a questa categoria del dominio occidentale, quella di democrazia, mai ci siamo sentiti affezionati una seconda cosa ci sentiamo di dirla: non è perché rappresenti un’eccezionale prova di democrazia che l’insediamento dell’assemblea costituente risulta un passaggio politico legittimo nello scontro politico-istituzionale. Il discorso sulla democrazia, che per le establishment occidentali serve a screditare Maduro, quando imbracciato dai partigiani di sinistra finisce per delegittimare l’esistenza di un conflitto irriducibile e la scelte operate nel contesto della sua interpretazione politica” .

DI SEGUITO I LINK:
https://www.carmillaonline.com/2017/08/02/autonomia-classe-venezuela/

http://www.infoaut.org/conflitti-globali/eletta-l-assemblea-costituente-venezuelana-l-exit-strategy-di-maduro-alla-crisi-interna
https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/04/10/venezuela-tra-resistenza-e-repressione/

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/07/10/venezuela-perche-non-scendono-dalle-colline/

Tra fuochi e lacrimogeni i No Tav raggiungono il cantiere!

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Rilancio da NoTav.info:

Si è conclusa la passeggiata serale in Clarea organizzata dal campeggio di lotta No Tav.

In oltre trecento si è partiti dal presidio di Venaus con una carovana di macchine per raggiungere Giaglione e da li ripartire in direzione cantiere.

Ci si è divisi in diversi gruppi e mentre una parte è rimasta sul sentiero principale, altri hanno preso la via dei boschi salendo in alto per poi ridiscendere, altri ancora sono scesi più in basso guadando il Clarea per arrivare alle spalle del cantiere.

Da subito la polizia ha mostrato di non gradire la presenza dei No Tav, lanciando lacrimogeni per non far avvicinare al cancello di sbarramento e far desistere chi percorreva i sentieri tra i boschi. Il risultato da loro sperato non è stato minimamente raggiunto: in risposta alla loro arroganza ore di cori, battiture e fuochi d’artificio che hanno illuminato il cielo sopra il cantiere hanno regalato alla Clarea una nuova luce di Resistenza.

Mentre il fronteggiamento continuava, alcuni No Tav sono riusciti a raggiungere il cantiere, tagliarne le reti di protezione ed issare la bandiera del movimento, come monito a chi crede di poter continuare indisturbato l’opera di devastazione del territorio della valle.

Questa sera si è dimostrato che nessuna pacificazione è alle porte e che i No Tav non si stancheranno mai di lottare per liberare la propria terra e conquistare la possibilità di un presente e futuro diversi.

Avanti No Tav!

Qui video della serata:

G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica: