Sciopero generale: da Piacenza in 200 in manifestazione e adesione nei magazzini all’80%

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Da Piacenza una risposta straordinaria alla chiamata di sciopero generale di Venerdì 27. Adesione all’80% in parecchi magazzini (in particolare quelli delle maggiori multinazionali del trasporto merci). Grande anche la prova di mobilitazione: 4 pullman per un totale di 200 persone diretti verso la manifestazione di Milano.
Tutti ragazzi e ragazze giovanissime, che hanno ribadito (a maggior ragione dopo l’onta dell’iniziativa organizzata dalla Lega Nord con “defende europe”) come Piacenza sia la patria dell’antirazzismo e della dignità operaia.
Bianchi e neri che lottano uniti per i diritti di tutti, la migliore e più concreta risposta al razzismo di pancia sparso ad arte per tenere buoni gli fruttati di questo paese ed indirizzarli su falsi nemici.

Nonostante la sordina mediatica posta dai mass media di regime, nonostante l’atteggiamento terroristico che i lavoratori hanno dovuto subire su molti posti di lavoro, nonostante la parziale precettazione che il Governo ha lanciato sui lavoratori del trasporto lo sciopero generale del 27 Ottobre indetto dal S. I Cobas, Cub, Usi, Slai Cobas e Sgb é stato un successo con migliaia di lavoratori del pubblico e del privato in sciopero e partecipatissimi cortei e manifestazioni da Milano a Bologna, da Napoli a Roma. Un’intensissima giornata di lotta che fin dall’alba ha visto picchetti e presidi davanti a fabbriche e magazzini di tutto il paese, dando forza e forma unitaria a quelle centinaia di vertenze e lotte operaie sparse per tutto il territorio nazionale. La forte partecipazione operaia – ma anche degli occupanti casa, disoccupati, studenti, ecc – ai cortei e manifestazioni che si sono sviluppate nelle principali città e realtà produttive danno il segno della forza di una giornata di lotta che non può rappresentare un momento a sé, ma il primo rilancio di una lotta più complessiva contro lo sfruttamento, le politiche anti -operaie e razziste di questo governo, attacco al diritto di sciopero!

Tre impressioni sull 1-O catalano

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Provo ad attingere ai contributi di Infoaut per fornire un punto di vista autonomo sull’ncredibile situazione venuta a formarsi in Catalogna. Le considerazioni sarebbero infinite e certo non esauribili in un articolo, ma qua si prova se non altro ad andare oltre alle recriminazioni di carattere legalitario che imputerebbero esclusivamente l’egoismo fiscale alla rivendicazione indipendentista. Non prendiamoci in giro: paragoni con il veneto e la lombardia sono semplicemente ridicoli per mille motivi (diverso se si parla di sardi…), mentre vi sono numerosi elementi progressivi nella composizione, pur spuria, che ha attraversato le piazza catalane. Non a caso i sindacati sono scesi in sciopero contro la violenza poliziesca e non a caso a contrapporsi sono (per quanto sembri incredibile nel 2017) un modello repubblicano e uno monarchico. Certo, fa un po’ ridere (e incazzare) vedere i finti democratici nostrani indignarsi per le botte ai seggi in Catalogna mentre fanno spallucce su quelle esercitate ogni giorno qua a Piacenza e in generale in pianura padana contro gli operai nel polo logistico…
Di seguito il contributo di Infoaut.

La Catalunya ha votato in favore della propria indipendenza, a dispetto delle condizioni avverse imposte dal governo spagnolo. Il 56,76% degli aventi diritto ha registrato presso i seggi il proprio documento d’identità, ma le schede conteggiate corrispondono al 42,2% degli aventi diritto perché 700 mila schede votate sono state sequestrate dalla polizia di Madrid. Sono 761 i feriti ai seggi nel tentativo di opporsi alle operazioni della policia nacional.
Abbiamo messo in forma di appunti a caldo tre impressioni sulla giornata di ieri e quello che ci comunica.

1. L’identità è nello scontro.
Per quanto i sondaggi indicassero come il campo pro o anti referendario fosse già ben delineato prima dell’acuirsi della crisi, sicuramente il colpo di mano di Rajoy del 20 settembre non ha potuto non risignificare la posta in palio: non solo la possibilità di una fuoriuscita da una sfera di sovranità per inaugurarne una indipendente, ma soprattutto la volontà di reagire a un sopruso.
Ogni storia è un’invenzione, ogni nazione è generata non creata. Comunque ogni identità è tradizione di altri, che viene a noi trasmessa e il cui potenziale propulsivo, come forza storica trasformatrice e non come feticcio storicizzato, risiede nel suo essere storia appropriata nel presente dalle forze trasformative dell’oggi. Quali sono le forze trasformative della sfida catalanista e quale partita giocano? Ciò che va detto dell’avventura indipendentista catalana è che prima di tutto interpreta e riaggiorna un conflitto intra-istituzionale (e non anti-istituzionale) che per imporsi si è ancorato a interessi, poteri, assetti sistemici territorialmente radicati. Non dimentichiamo questo: la ricca e forte Catalunya lotta per affrancarsi dal fardello dello stato centrale spagnolo, dalla sua parassitarietà, dal suo mancato sviluppo. È solo questo? Basta una lettura così ingenua e politicista? No, la trasversalità dell’istanza indipendentista attraversa la società catalana dall’alto in basso perché il riflesso dello scontro istituzionale segnala l’esistenza di regimi ideologici, di relazione sociale e politica impositivi per la Catalunya. L’identità catalana è oggi socialmente percepita come strumento di una risposta a questa esigenza contrappositiva all’ordine coercitivo, autoritario e irriformabile della democrazia spagnola e della sua storia. Questa esigenza è politicamente condivisa con gli interessi emancipativi di una porzione catalano-centrica di interessi sistemici e di sviluppo capitalistico. Davanti alla storia il giudizio è privilegio solo di chi ne è protagonista. Per esser ancor più chiari, non ci fa scandalo che dimensioni di classe larghe e in sè antagoniste si saldino in questo scontro dentro una rivendicazione di popolo. Ma ciò che ci preme cogliere è il fatto che la stessa dimensione dell’identità catalana sorge sulla contrapposizione all’arroganza poliziesca di Rajoy, sul valore storico dell’idea repubblicana contro l’autoritarismo di una Spagna mai emendata dal franchismo. In questi elementi c’è un nuovo potenziale campo di scontro e un’occasione di trasformazione ulteriore in seno a quel popolo ora sollevatosi. In ciò risiede per uno sguardo rivoluzionario l’occasione per poter formulare una nuova domanda: non tanto quale popolo essere – ogni identità è tradizione di altri, dicevamo – ma essere popolo per cosa e contro chi?

2. Lo Stato è il limite.
La transizione democratica post-franchista si servì dell’alternanza costituzionale PP/PSOE per servire una liberalizzazione complessiva di capitali e di spinte allo sviluppo in seno alla società iberica. Fu una finestra usata anche dalle autonomie come occasione di investimento e crescita di capitali. L’esaurirsi di quella tutela politica, con la crisi irreversibile di popolari e socialisti, ha richiesto nuove forme politiche per garantire e sviluppare un dato anche e soprattutto di continuità capitalistica rispetto al quale la vecchia partitocrazia spagnola non era più in grado di fornire un’appropriata stabilità. Non è dunque paradossale che l’orizzonte politico emancipativo di questa lotta di popolo catalana si dia nella ricerca di una forma di neo-Stato-nazione. È anche il suo limite e allo stesso tempo il suo possibile punto di rottura per un nuovo sviluppo antagonista dello scontro in atto. Dal canto loro gli altri agenti politici della crisi del sistema dell’alternanza costituzionale spagnola, i movimenti del 2011 prima e l’eredità di questi nello schema del partito-movimento di Podemos o il suo contraltare reazionario Ciudadanos, non sono stati all’altezza delle alternative prodotte dalla crisi innescata. Il balbettare ricette federaliste da parte di Iglesias davanti all’affermazione dell’indipendentismo catalano confermano l’inadeguatezza dell’ipotesi di una transizione di forze trasformative dentro il campo della statualità spagnola come ambito di sviluppo di nuovi equilibri democratici. È probabilmente la fine di un primo ciclo dei “populismi”, lo stesso che, al di là di ogni sacrosanto distinguo e nonostante l’ingeneroso paragone tra il dilettantismo pentastellato e l’esperienza di Podemos, sta comunque investendo il movimento 5 stelle siglandone la sua normalizzazione dentro nuovi assetti restaurativi.

3. L’Europa non è il destino.
Il totale imbarazzo delle segreterie di Stato europee davanti ai fatti catalani la dice lunga sulla crisi dell’Europa politica. Macron veste la maglia da titolare per l’”Unione Europea” sostituendo una Merkel ancora frastornata dalla tornata elettorale di una settimana fa e ci pensa lui a fare la sintesi: “confido in Rajoy, si tratta di affari interni”. Gentiloni fa eco: “non interferire”. Per quanto Puigdemont si affani a cercare sponda politica oltre i Pirenei per legittimare il risultato referendario questa Europa resta un’Europa di Stati-nazione e non di popoli. No, l’Europa non è un destino politico su basi democratiche ma uno strumento di governance ultra-statale che guarda con preoccupazione al rialzo di 8 punti base dello spread spagnolo dopo il voto di ieri. La stessa menzogna della democrazia non racconta più nessun mito su questa Europa. Innalzato a feticcio del rito istituzionale e poi ignorato quando lo minaccia il voto democratico è la foglia di fico che copre o legittima rapporti di potere violenti nella società che non tollerano di essere messi in discussione. Volontà popolare o no. Nessuno si è scandalizzato particolarmente nel vedere le urne sequestrate dai poliziotti: “non interferire”. Va bene, questo è il gioco e questi sono gli avverarsari per i catalani. Se si perdona il cinismo, verrebbe da prendere in prestito le parole dello stesso Rajoy: “il referendum è una messa in scena”. Perché in fondo si può dire con onestà, serve sempre un simbolo per sfidare l’arroganza delle forme di governo contemporanee, per rappresentare in forma tangibile una violenza, un torto, un’ingiustizia. Questo voto è stato un utile simbolo di una lotta politica contro l’autoritarismo di Rajoy e dello Stato spagnolo che ha bisogno però di altre energie ancora per essere vinta.


I pestaggi ai seggi del referendum catalano.

Lotta SDA: enorme prova di forza del S.I.Cobas

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Crumiri armati all’attacco del picchetto S.I.Cobas a Carpiano

Rilancio comunicato S.I.Cobas sulla lotta SDA, che sta interessando anche 70 lavoratori piacentini.

La lotta in corso alla SDA non è una normale vertenza sindacale, perché lo scontro non è solo tra gli interessi contrapposti di lavoratori salariati contro capitalisti, ma contro varie cricche di dirigenti aziendali che perseguono politiche aziendali confuse e alcune atte a favorire l’interesse personale di qualche dirigente.
La SDA è una controllata di Poste Italiane, società controllata dallo Stato. Eppure i vertici SDA, che mantengono la società in costante perdita da anni – tanto paga “pantalone”– stanno demolendola e attaccando i lavoratori anche per i loro sporchi interessi privati. Le loro mosse, senza senso neanche dal punto di vista della gestione aziendale, hanno un senso in funzione dell’interesse di Amazon Italia – diretta dall’ex amministratore di SDA – ad acquistare SDA al prezzo più basso possibile, e ripulita dal SI Cobas, ilsindacato che ha organizzato i lavoratori dando loro la forza di sollevarsi da condizioni umilianti di semi-schiavitù e ottenere non solo il rispetto della dignità e del contratto nazionale, ma anche la continuità del posto di lavoro in caso di cambio appalto, un’assicurazione contro l’invalidità per infortunio e due giorni di riduzione d’orario retribuita (accordo Fedit).

Per la loro sporca operazione alcuni vertici di SDA vogliono che la società sia ancor più disastrata, e vogliono far ricadere la responsabilità del disastro sui lavoratori e il SI Cobas. Per questo a inizio settembre SDA ha disdetto l’appalto per la gestione del magazzino-hub di Carpiano (a sud di Milano) con la cooperativa CPLcon il pretesto della irregolarità della posizione contributiva, poi rivelatosi falso; lo scopo era attaccare i lavoratori con il cambio appalto (licenziamento e riassunzione in una nuova cooperativa, con un nuovo contratto) e provocarne la reazione di lotta con il rifiuto della non applicazione del jobs act in materia di licenziamenti – una clausola ottenuta dal SI Cobas in tutti i cambi appalto per proteggere i lavoratori da licenziamenti ingiustificati. Lavorando nel magazzino da prima dell’approvazione del jobs act, con la vecchia cooperativa alla gran maggioranza dei lavoratori non si applicava questa legge anti-operaia.

Mentre il SOL Cobas firmava un accordo con la nuova cooperativa UCSA che prevedeva la riassunzione dei lavoratori senza esenzione dal jobs act,, il 18 settembre il SI Cobas entrava in sciopero chiedendo il mantenimento delle condizioni precedenti, incluso l’accordo Fedit e la non applicazione del jobs act. Ed organizzavano un presidio permanente davanti ai cancelli, che non ha impedito a chi voleva (una parte dei lavoratori iscritti al SOL Cobas) di recarsi al lavoro ( solo 120 operai su 400 si sono recati a sottoscrivere il contratto per l’assunzione). Lo sciopero è proseguito tutta la settimana, con forte partecipazione di lavoratori SDA e di molti solidali da altri luoghi di lavoro, senza che SDA si smuovesse. Domenica 24 doveva tenersi un incontro tra SI Cobas e UCSA che telefonicamente si era disponibile e pronta a recepire le nostre proposte per trovare un accordo, ma UCSA disdiceva l’incontro perché la committente SDA l’aveva diffidata dal trattare (in violazione delle norme sulla intermediazione di manodopera). Anche una trattativa che si sarebbe dovuta tenere lunedì con Solaro, rappresentante dell’associazione di categoria Fedit, veniva fatta saltare da SDA.

Solo nel pomeriggio del lunedì UCSA fu poi autorizzata a sedersi al tavolo con il SI Cobas la mattina seguente. Il motivo di questi giochi sul tempo risultò chiaro nella notte di lunedì, quando circa 200 persone, fatte venire da diverse province del Sud e Centro Italia e abbigliate con maglietta SDA, piombarono con auto e furgoni sul presidio di Carpiano, ridotto di numero per la notte, cercando di investire i presenti e aggredendo i lavoratori in presidio con coltelli e mazze. Una chiara operazione di marca squadrista, annunciata sul gruppo facebook di SDA Courier Express cui partecipano dirigenti SDA, pieno di livore razzista e anti-sindacale. Pensavano che il numero soverchiante bastasse a malmenare e sgomberare il presidio operaio. Non a caso i loro capi si sono scagliati contro Papis, un organizzatore africano del SI Cobas. Non avevano fatto i conti con la coesione e la determinazione dei lavoratori che viene dalla convinzione di lottare per una causa giusta, il coraggio di uomini che nei loro paesi hanno avuto esperienze in cui hanno dovuto difendere la loro vita e quella delle loro famiglie. Davanti alla pronta reazione dei facchini, i boriosi aggressori prezzolati sono stati messi in fuga con danni. Papis ha subito una ferita da coltello a una mano nell’impedire che gli giungesse all’addome, e una forte contusione al capo, ma è già di nuovo presente al presidio.

Nei piani di SDA l’aggressione squadrista, che gran parte dei media prezzolati ha presentato come scontro tra lavoratori che scioperano e lavoratori che vogliono lavorare, avrebbe dovuto dare il colpo decisivo per l’estromissione del SI Cobas dal magazzino di Carpiano. Gli è andata male, ma alla trattativa di martedì SDA ha ribadito a UCSA il veto alla non applicazione del jobs act, impedendo un accordo.

Il vero obiettivo dei dirigenti di SDA, estromettere il SI Cobas dai loro magazzini come richiesto da Amazon, emerge dai loro atti: da lunedì 25 hanno chiuso i cancelli degli hub di Carpiano, Bologna e Roma (dando alle aziende concorrenti il compito di spedire i loro pacchi ) una vera e propria serrata che è continuata per tutta la settimana e a Carpiano continua mentre scriviamo (30/9). A Bologna e Roma avevano fatto delle liste coi nomi dei pochi ammessi, tra l’altro iscritti a SGB, per tener fuori i 350 lavoratori iscritti al SI Cobas. Nella trattativa apertasi in sede di Prefettura a Bologna è apparsa chiara la volontà di rottura di SDA, non disponibile a firmare il verbale della prefettura perché non voleva che trapelasse che il SI Cobas era disponibile a firmare l’accordo proposto al SI Cobas da parte della stessa Sda con la sola aggiunta di una frase esplicita sulla non applicazione del job acts. Nell’accordo si prevede, in caso di mancanza di lavoro (le provocazioni aziendali sono costate la perdita di molti clienti) che a Bologna e Roma sarà garantita la rotazione di tutti i lavoratori e richiesta di una integrazione del salario per le ore non lavorate attingendo i soldi da una cassa istituita a livello nazionale in base al CCNL o dalle casse della Sda o della Metra ( il fornitore in quel magazzino). Lunedì, su sollecitazione della stessa Prefettura bolognese e su richiesta del SI Cobas il 2 ottobre è prevista una trattativa per Carpiano presso la Prefettura di Milano.

Mentre chiudeva i suoi principali hub, un comunicato stampa di SDA cercava di addossare sui Cobas la responsabilità dei 70 mila pacchi fermi e chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. La maggior parte dei media avallano questa versione menzognera dei fatti, che va smascherata e denunciata. È la SDA che ha messo in moto la macchinazione del cambio di appalto per provocare e estromettere il Si cobas. È la SDA che con una settimana di serrata impedisce di lavorare per rendere più drammatica la situazione e chiedere l’intervento della forza di polizia e lo fa per il solo motivo di scorporare Sda dal controllo di Poste per dare questo comparto della logistica in proprietà ad Amazon.

La situazione attuale è il risultato di azioni pianificate da una parte della dirigenza SDA, che ha trovato sponda nella divisione dei lavoratori tramite il sindacato SOL Cobas, il cui leader Zerbini interveniva nella lista dei promotori dell’aggressione mafiosa (salvo poi esprimere solidarietà con il presidio aggredito dopo il misero fallimento dell’operazione) e ora si ripromette di rompere lo sciopero a Carpiano con l’espediente di imporre ad Sda l’impiego di tutti i 400 lavoratori che prima dello scontro erano in forza nel magazzino.

Il SI Cobas è stato costretto a lottare per impedire un arretramento nei diritti dei lavoratori e respingere l’applicazione del Jobs Act, una battaglia che i sindacati confederali non hanno voluto combattere tre anni fa. Soprattutto in una situazione di ristrutturazione aziendale come si prospetta in SDA, la libertà di licenziamento garantita dal jobs act costituirebbe una potente arma di ricatto e repressione in mano alla direzione aziendale. A meno di un mese dallo sciopero generale indetto per il 27 ottobre facciamo appello a sostenere la lotta dei lavoratori SDA contro la protervia aziendale e le politiche governative, partecipando al presidio di Carpiano.

Impressioni dal G7 sul lavoro di Torino

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Riporto il bilancio finale di Infoaut della tre giorni di contestazione al “G7 del lavoro” svoltasi a Torino la settimana scorsa. Senza girarci intorno: al G7 si sono discussi nuovi dispositivi (dopo Il mortifero Jobs Act e la corrispondente Loi Travail francese) per assoggettare il mondo del lavoro al dominio del grande capitale transnazionale. Per capirci, sul tavolo era la proposta di un ennesimo innalzamento dell’età pensionabile (ci pensate? Già ora spesso muoriamo senza arrivare alla pensione, passando una vita a lavorare per pochi soldi!).
Per questo come rete antagonista piacentina, ivi compreso il sindacato che ha animato le lotte nella logistica in questi anni, abbiamo preso parte alle mobilitazioni con ben due pullman di piacentini giovani e incazzati.
Di seguito il comunicato.

E niente. Vuoto pneumatico. Avevano annunciato un G7 umanitario che avrebbe discusso dei problemi della disoccupazione tecnologica, della povertà, dei salari, ma alle roboanti dichiarazioni che avevano lanciato in queste settimane ha fatto seguito il nulla. Più che un incontro tra i rappresentanti dei sette paesi più potenti del mondo sembra di aver assistito ad un convegno di odontoiatri, solo con cravatte di lusso, banchetti dionisiaci e migliaia di poliziotti a difenderli. Il tutto ovviamente pagato con i soldi di tutti.

La difficoltà nel difendere il proprio operato si coglie già dalle dichiarazioni che Poletti ha rilasciato nella giornata di sabato mentre la manifestazione contro il G7 era ancora in corso. Il freddo e burbero ministro del lavoro, tra i più odiati di questo governo e solito a uscite per lo meno inappropriate, si lascia andare in un non sense psichedelico ammettendo in sostanza che i giovani ne hanno ben donde di essere incazzati, anche se non proprio tutti tutti partecipano alle manifestazioni.

Il meglio però lo dà uno spompato Matteo Renzi che dopo qualche settimana da palombaro in silenzio sotto il pelo dell’acqua approfitta di questa occasione per rimettere il naso fuori. Dice che con questo G7 hanno fatto una figuraccia. E in effetti loro l’hanno fatta di sicuro, costretti a mettere a nudo le proprie grazie, inseguiti da una mobilitazione determinata che in ogni contesto è riuscita a mettere in crisi l’apparato disposto per difenderli e a far emergere un pezzo di città, di paese reale che speravano di tenere ben lontano dalla Reggia in cui si erano rifugiati.
L’ ormai ex “ragazzo d’oro” del PD se la prende con quei consiglieri comunali 5 stelle che con uno scatto di dignità hanno deciso di non sottostare alla narrazione dominante e di venire a misurarsi con le voci dei molti lavoratori, disoccupati, abitanti dei quartieri popolari e giovani che hanno deciso di mobilitarsi in questa occasione. Peccato però che ai piani alti dell’amministrazione comunale il timore sia tanto e che inserito il pilota automatico del profilo istituzionale la sindaca Appendino si lanci negli inviti ai ministri a visitare la città, nelle strette di mano agli aguzzini dei lavoratori, nella solita attestazione di stima e solidarietà a delle forze dell’ordine che ben volentieri le farebbero lo sgambetto per ridersela di gusto con le incrostazioni di potere del PD. Quello che probabilmente da Piazza Palazzo di Città non si riesce a capire è che solo una rottura di quel profilo istituzionale, solo una politica coraggiosa all’attacco dei potentati cittadini, una politica di ridistribuzione delle risorse tra chi ha meno e non riesce ad arrivare a fine mese, può essere efficace. Pena l’adattarsi, il compromettersi e subire gli attacchi in difesa con il cerino in mano ad aspettare che magari, ma proprio magari, un altro profilo istituzionale conquisti il governo nazionale e faccia arrivare qualche soldo da queste parti.

Il vuoto pneumatico si registra anche dalle parti delle redazioni dei giornali che aspettavano da giorni di titolare di città devastate, di torme di selvaggi e un po’ con l’amaro in bocca e il gusto della sproporzione si sono dovuti adattare a parlare di guerriglia urbana per continuare a tralasciare il fatto che quel corteo ha incontrato il sostegno degli abitanti di Torino e Venaria affacciati alle finestre delle loro case o di fronte ai negozi, che in quel corteo dai lavoratori agli studenti tutti volevano arrivare alla Reggia, tutti sono rimasti a sostenere chi ci provava, tutti avevano deciso di esserci. Perché in Italia le vittime della loro crisi si possono solo compatire: guai a parlare di quelle che hanno deciso di alzare la testa. Qualcosa non quadra se solo sabato tutte le testate nazionali tentavano di criminalizzare la mobilitazione di migliaia di persone contro il G7 mentre ieri non esitavano a denunciare le violenze dello Stato Spagnolo contro i catalani durante il referendum. I conflitti sociali altrui sono sempre più comodi dei nostri.


L’assedio all’albergo dei G7


Il corteo del sabato