Tre impressioni sull 1-O catalano

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Provo ad attingere ai contributi di Infoaut per fornire un punto di vista autonomo sull’ncredibile situazione venuta a formarsi in Catalogna. Le considerazioni sarebbero infinite e certo non esauribili in un articolo, ma qua si prova se non altro ad andare oltre alle recriminazioni di carattere legalitario che imputerebbero esclusivamente l’egoismo fiscale alla rivendicazione indipendentista. Non prendiamoci in giro: paragoni con il veneto e la lombardia sono semplicemente ridicoli per mille motivi (diverso se si parla di sardi…), mentre vi sono numerosi elementi progressivi nella composizione, pur spuria, che ha attraversato le piazza catalane. Non a caso i sindacati sono scesi in sciopero contro la violenza poliziesca e non a caso a contrapporsi sono (per quanto sembri incredibile nel 2017) un modello repubblicano e uno monarchico. Certo, fa un po’ ridere (e incazzare) vedere i finti democratici nostrani indignarsi per le botte ai seggi in Catalogna mentre fanno spallucce su quelle esercitate ogni giorno qua a Piacenza e in generale in pianura padana contro gli operai nel polo logistico…
Di seguito il contributo di Infoaut.

La Catalunya ha votato in favore della propria indipendenza, a dispetto delle condizioni avverse imposte dal governo spagnolo. Il 56,76% degli aventi diritto ha registrato presso i seggi il proprio documento d’identità, ma le schede conteggiate corrispondono al 42,2% degli aventi diritto perché 700 mila schede votate sono state sequestrate dalla polizia di Madrid. Sono 761 i feriti ai seggi nel tentativo di opporsi alle operazioni della policia nacional.
Abbiamo messo in forma di appunti a caldo tre impressioni sulla giornata di ieri e quello che ci comunica.

1. L’identità è nello scontro.
Per quanto i sondaggi indicassero come il campo pro o anti referendario fosse già ben delineato prima dell’acuirsi della crisi, sicuramente il colpo di mano di Rajoy del 20 settembre non ha potuto non risignificare la posta in palio: non solo la possibilità di una fuoriuscita da una sfera di sovranità per inaugurarne una indipendente, ma soprattutto la volontà di reagire a un sopruso.
Ogni storia è un’invenzione, ogni nazione è generata non creata. Comunque ogni identità è tradizione di altri, che viene a noi trasmessa e il cui potenziale propulsivo, come forza storica trasformatrice e non come feticcio storicizzato, risiede nel suo essere storia appropriata nel presente dalle forze trasformative dell’oggi. Quali sono le forze trasformative della sfida catalanista e quale partita giocano? Ciò che va detto dell’avventura indipendentista catalana è che prima di tutto interpreta e riaggiorna un conflitto intra-istituzionale (e non anti-istituzionale) che per imporsi si è ancorato a interessi, poteri, assetti sistemici territorialmente radicati. Non dimentichiamo questo: la ricca e forte Catalunya lotta per affrancarsi dal fardello dello stato centrale spagnolo, dalla sua parassitarietà, dal suo mancato sviluppo. È solo questo? Basta una lettura così ingenua e politicista? No, la trasversalità dell’istanza indipendentista attraversa la società catalana dall’alto in basso perché il riflesso dello scontro istituzionale segnala l’esistenza di regimi ideologici, di relazione sociale e politica impositivi per la Catalunya. L’identità catalana è oggi socialmente percepita come strumento di una risposta a questa esigenza contrappositiva all’ordine coercitivo, autoritario e irriformabile della democrazia spagnola e della sua storia. Questa esigenza è politicamente condivisa con gli interessi emancipativi di una porzione catalano-centrica di interessi sistemici e di sviluppo capitalistico. Davanti alla storia il giudizio è privilegio solo di chi ne è protagonista. Per esser ancor più chiari, non ci fa scandalo che dimensioni di classe larghe e in sè antagoniste si saldino in questo scontro dentro una rivendicazione di popolo. Ma ciò che ci preme cogliere è il fatto che la stessa dimensione dell’identità catalana sorge sulla contrapposizione all’arroganza poliziesca di Rajoy, sul valore storico dell’idea repubblicana contro l’autoritarismo di una Spagna mai emendata dal franchismo. In questi elementi c’è un nuovo potenziale campo di scontro e un’occasione di trasformazione ulteriore in seno a quel popolo ora sollevatosi. In ciò risiede per uno sguardo rivoluzionario l’occasione per poter formulare una nuova domanda: non tanto quale popolo essere – ogni identità è tradizione di altri, dicevamo – ma essere popolo per cosa e contro chi?

2. Lo Stato è il limite.
La transizione democratica post-franchista si servì dell’alternanza costituzionale PP/PSOE per servire una liberalizzazione complessiva di capitali e di spinte allo sviluppo in seno alla società iberica. Fu una finestra usata anche dalle autonomie come occasione di investimento e crescita di capitali. L’esaurirsi di quella tutela politica, con la crisi irreversibile di popolari e socialisti, ha richiesto nuove forme politiche per garantire e sviluppare un dato anche e soprattutto di continuità capitalistica rispetto al quale la vecchia partitocrazia spagnola non era più in grado di fornire un’appropriata stabilità. Non è dunque paradossale che l’orizzonte politico emancipativo di questa lotta di popolo catalana si dia nella ricerca di una forma di neo-Stato-nazione. È anche il suo limite e allo stesso tempo il suo possibile punto di rottura per un nuovo sviluppo antagonista dello scontro in atto. Dal canto loro gli altri agenti politici della crisi del sistema dell’alternanza costituzionale spagnola, i movimenti del 2011 prima e l’eredità di questi nello schema del partito-movimento di Podemos o il suo contraltare reazionario Ciudadanos, non sono stati all’altezza delle alternative prodotte dalla crisi innescata. Il balbettare ricette federaliste da parte di Iglesias davanti all’affermazione dell’indipendentismo catalano confermano l’inadeguatezza dell’ipotesi di una transizione di forze trasformative dentro il campo della statualità spagnola come ambito di sviluppo di nuovi equilibri democratici. È probabilmente la fine di un primo ciclo dei “populismi”, lo stesso che, al di là di ogni sacrosanto distinguo e nonostante l’ingeneroso paragone tra il dilettantismo pentastellato e l’esperienza di Podemos, sta comunque investendo il movimento 5 stelle siglandone la sua normalizzazione dentro nuovi assetti restaurativi.

3. L’Europa non è il destino.
Il totale imbarazzo delle segreterie di Stato europee davanti ai fatti catalani la dice lunga sulla crisi dell’Europa politica. Macron veste la maglia da titolare per l’”Unione Europea” sostituendo una Merkel ancora frastornata dalla tornata elettorale di una settimana fa e ci pensa lui a fare la sintesi: “confido in Rajoy, si tratta di affari interni”. Gentiloni fa eco: “non interferire”. Per quanto Puigdemont si affani a cercare sponda politica oltre i Pirenei per legittimare il risultato referendario questa Europa resta un’Europa di Stati-nazione e non di popoli. No, l’Europa non è un destino politico su basi democratiche ma uno strumento di governance ultra-statale che guarda con preoccupazione al rialzo di 8 punti base dello spread spagnolo dopo il voto di ieri. La stessa menzogna della democrazia non racconta più nessun mito su questa Europa. Innalzato a feticcio del rito istituzionale e poi ignorato quando lo minaccia il voto democratico è la foglia di fico che copre o legittima rapporti di potere violenti nella società che non tollerano di essere messi in discussione. Volontà popolare o no. Nessuno si è scandalizzato particolarmente nel vedere le urne sequestrate dai poliziotti: “non interferire”. Va bene, questo è il gioco e questi sono gli avverarsari per i catalani. Se si perdona il cinismo, verrebbe da prendere in prestito le parole dello stesso Rajoy: “il referendum è una messa in scena”. Perché in fondo si può dire con onestà, serve sempre un simbolo per sfidare l’arroganza delle forme di governo contemporanee, per rappresentare in forma tangibile una violenza, un torto, un’ingiustizia. Questo voto è stato un utile simbolo di una lotta politica contro l’autoritarismo di Rajoy e dello Stato spagnolo che ha bisogno però di altre energie ancora per essere vinta.


I pestaggi ai seggi del referendum catalano.

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