La Palestra Popolare Stevenson di Piacenza vince a Milano!

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Il nostro atleta con la maglietta dell’antagonismo piacentino viene proclamato vincitore

Dopo quasi quattro anni di attività, la Palestra Popolare Stevenson di Piacenza si è affacciata nel mondo dei tornei fra realtà simili.

E lo ha fatto nel modo migliore, conseguendo una vittoria con un suo atleta vittorioso nell’incontro della massima categoria di peso ella serata (75 kg).

Ma, anche se sul ring si vedeva una sola persona, ci eravamo tutti. Tutti noi che in questi anni abbiamo lottato per far vivere una realtà che non si limitasse ad offrire un pur necessario servizio in termini di accesso allo sport (e alla salute) gratuito, ma anche a trasmettere attivamente i valori dell’antirazzismo e dell’antisessismo.

Una realtà determinata a continuare. Ci trovate ogni lunedì sera alle 21 nel salone interno della Coop Infrangibile (ingresso da via Tortona).

Sempre su la guardia!

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I ragazzi della palestra in trasferta per fare il tifo

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

Domenica 6 novembre tornano i seminari del NAP!

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Quinta edizione dei fortunati seminari del NAP: AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE!
Abbiamo sempre posto l’accento sulla necessità di creare momenti di formazione che siano aperti e attraversabili da tutte le età. Così è stato begli anni passati e così vuole essere anche questa edizione. Ma il fulcro del progetto sono ovviamente i giovani, che necessitano di formare una cassetta degli attrezzi teorica con cui affrontare le prime esperienze di attività politica.
Anche a Piacenza li abbiamo visti sfilare il 7 ottobre, ricevendo solo chiusura da parte delle istituzioni. E’ a loro che il ciclo di incontri si rivolge prevalentemente, ma come dicevamo le nostre saranno discussioni non didattiche in cui anche il contributo di chi ha più esperienza o semplicemente fame di conoscere è benvenuto!
Quest’anno dividiamo la rassegna in incontri tematici sulle aree del mondo. Esigenza quasi fisiologica vista la complicata fase di guerra civile molecolare che sta assorbendo il mondo nel suo complesso. Una fase che tuttavia ci restituisce alcune contraddizioni su cui è corretto lavorare per proporre una fuoriuscita dall’annichilimento di popoli e territori.
Iniziamo DOMENICA 6 NOVEMBRE, ALLE ORE 17 IN COOPERATIVA INFRANGIBILE (via Alessandria 16) con CARLO FORMENTI e la discussione sul SUD AMERICA a partire dal suo nuovo libro “la variante populista”.

Merc. 1 giugno dalle 18 in coop festino + cena NAP

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Come ogni anno organizziamo non una festa, ma un festino per finanziare le lotte nel piacentino.

In particolare, quest’anno gli introiti del festino saranno devoluti al progetto di sport popolare “Teofilo Stevenson” e al progetto studentesco “ControTendenza”.
MERCOLEDI 1 GIUGNO IN COOP vi proporremo quindi:

– alle 18:00 la presentazione del libro “figli della stessa rabbia” di Matteo Di Giulio (sul primo maggio noexpo 2015)

-una cena (va bene anche per i vegan) con tutte le portate, vino e amaro compresi a 15 euro (14 se vi portate un passamontagna per farr la foto tutti insieme)

-uno svacco finale con diegone ai piatti (tra le altre cose proporra’ la sua “facchino tek”)

Tutto per finanziare le lotte ripetiamo, brillitudine assicurata e atmosfera intima dela Coop annessa.

Dai venite!

Conclusa la rassegna di seminari, un breve commento sull’ultimo incontro “di fiche, cazzi generi e potere”

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Rilancio comunicato NAP:

Abbiamo concluso la quarta edizione dei nostri seminari. Un’edizione un po’ sfigata per l’essersi svolta in un ufficio sindacale invece che nel nostro tradizionale spazio, la “Coop Infra”, che riaprirà questo week end. Tuttavia, siamo egualmente contenti del livello qualitativo degli incontri. Dell’ultimo, con ospite Federico Zappino, andiamo particolarmente fieri: siamo riusciti, con una discussione interlocutoria e non didattica, a confrontarci con un tema scivoloso come quello della lotta di e fra i generi all’interno di una contemporaneità che tende ad svuotarla di ogni portato liberatorio.

Seguendo la traccia dell’intervento di Zappino, abbiamo messo in evidenza come oggigiorno siano nelle mani di chi detiene le leve del potere due strumenti molto efficaci: da un lato il diversity management, dall’altro il pink (o green, o black…) washing. Due strumenti che partendo da un’ applicazione aziendalista orientata alla massimizzazione dei profitti (vedi IKEA su tutti) estendono alla società e alle istituzioni politiche la propria operatività, arrivando a garantire la recuperabilità al sistema capitalista neoliberale delle istanze di liberazione (la loro sussunzione e neutralizzazione). Abbiamo utilizzato il termine capitalismo neoliberale perché in altre fasi del capitalismo (vedi quello novecentesco basato sul fordismo e la dimensione di massa) la gestione delle “diversità” avveniva in modo diverso: gay, lesbiche, trans, ma anche minoranze etniche come i neri negli USA e tutto quel che non rientrava nella figura “bianca borghese ed eteronormata” erano oggetto di provvedimenti o comportamenti maggiormente repressivi: dalle botte in strada allo schernimento pubblico, fino a vere proprie leggi criminalizzanti via via cadute nel corso degli anni.

Ma il capitalismo neoliberale, appunto, segue una logica di efficientamento delle risorse (anche umane) di cui dispone, e necessita di strumenti di legittimazione a causa del crescente divario fra ricchi e poveri che produce. Da qui le aperture, da qui le leggi, da qui i presidenti “neri” e le quote “rosa”. Tutti passaggi che per un mattone che mettono sulla strada dell’eguaglianza due ne tolgono su quella della liberazione, contribuendo a rinsaldare un quadro di fondo, quello che abbiamo chiamato “bianco borghese ed eteronormato” che garantisce la riproducibilità di diseguaglianze sociali, l’assoggettamento nelle relazioni fra i sessi e l’accettazione di fondo delle storture che ne derivano.

Di queste storture, numericamente rilevante è lo stupro, l’annichilimento di un genere e di un individuo a favore di un altro, sempre retto da una morale diffusa che criminalizza o strumentalizza la vittima. Due tendenze evidenziatesi ad esempio nel recente caso di “non-stupro” a Piacenza. Dapprima fascisti e sindacati di polizia avevano avviato una caccia all’immigrato laddove la ragazza non aveva dato alcun dettaglio circa gli aggressori. In un secondo momento il web si è scatenato con insulti contro una persona in evidente difficoltà, legittimato dal sigillo del comunicato dei carabinieri i quali hanno negato che Piacenza abbia mai avuto problemi con gli stupri (dato palesemente falso, e senza arrivare ai tantissimi casi consumati fra e mura domestiche si pensi a quelli emersi nella cronaca cittadina come la prostituta dello scorso anno). Tutte manifestazioni di una (tremenda) morale diffusa che non viene scalfita dalle mobilitazioni “neutralizzate” e “sussunte” in tema di diritti LGBTI o di distorto femminismo stile “se non ora quando” (uno dei numerosi cartelli “per i diritti” che qualche anno fa tenne banco sulle colonne di Repubblica), segnalando come esse non siano efficaci nel ribaltare le coordinate profonde che permettono il perpetrarsi dell’oppressione di e fra i generi.

Non c’è quindi da stupirsi se la legge per le unioni civili verrà probabilmente concessa dal governo più neoliberale e antiegualitario (si pensi al Jobs Act, alla riforma della sanità, al decreto “Sblocca Italia”…) che il nostro paese abbia avuto, così come non stupisce che nel medio oriente devastato dall’imperialismo occidentale e dal colonialismo di Israele sia proprio quest’ultimo a “vantare” le maggiori aperture in termini di diritti LGBTI o verso i vegani, a cui vengono forniti appositi scarponcini vegan per andare a massacrare e bombardare la popolazione palestinese, a torturare donne innocenti e a vendere (a ricchi, ovvio) gli organi esportati ai cadaveri dei bambini trucidati.

Ciò significa porsi su un piano di rifiuto di questa “sanatoria” legalitaria della diseguaglianza? No, ma significa prendere coscienza del suo intento e dei reali obiettivi dei soggetti politici “concedenti” (appunto la sussunzione di un’istanza che ne neutralizzi il portato liberatorio), per non lasciarsi ingabbiare in una delega autoassolutoria, promuovendo al contrario un attivismo autodeterminato all’interno delle lotte civili e che tenga queste saldamente agganciate alle lotte sociali. Cogliendo la natura di classe della necessità della “diversità”, e di come la sussunzione di questa sia necessaria a una società che ricalca il modello panottico di controllo Focaultiano, possiamo svincolare le lotte di e fra i generi da una cornice legittimante dell’ordine costituito per situarla all’interno dell’orizzonte di liberazione generale che come compagni portiamo avanti. Possiamo, in definitiva, voler lottare per essere libere/i ed eguali e non sottomessi e accettati.

Ci sembrava un discorso da affrontare seriamente e lo abbiamo fatto con la nostra discussione, ma se volete un po’ di slogan da utilizzare “al bar” (che sembra essersi esteso come livello del dibattito a tutta la società) possiamo dire che:
1) il PD è il partito del potere, tutto ciò che da serve a togliere con l’altra mano.
2) l’ipocrisia di fondo del PD e delle altre formazioni politiche che voteranno il ddl Cirinnà è conclamata e serve a rinsaldare un quadro di diseguaglianza.
3) nessun “diritto” è mai stato concesso, ma sempre strappato tanto nel campo dei diritti civili (che non coincidono con i diritti LGBTI ma sono un ventaglio molto più ampio!) quanto in quello dei diritti sociali.
4) non hai nessun “diritto”, ma solo la tua volontà di autodeterminazione per costruire un rapporto di forza con altri individui e soggettività disponibili a battersi per un mondo di liberi ed eguali.
5) la morale che sostiene il soggetto bianco borghese ed eteronormato è uno dei pilastri della società capitalista e delle diseguaglianze che ne conseguono, e non viene minimamente intaccata da nessun disegno di legge.
6) con detta morale, non viene intaccata nemmeno la perpetrabilità di costumi orrendi come la violenza di genere e lo stupro, che anzi le formazioni politiche o istituzionali più reazionarie si affrettano a negare o a strumentalizzare in senso paternalistico, maschilista e razzista.
7) l’autodeterminazione, se si vuole seguire un percorso di liberazione individuale e collettiva, e quindi essere compagni, è tutto: nessuna delega ti aiuterà in questo senso.
8) se non connetti la tua lotta per quale che sia ramo dei diritti civili alle lotte sociali potrai al massimo essere vittima di diversity management o di pink/green/black washing, ma non emanciparti. Il giorno dopo sarai comunque uno sfruttato, un precario, un poveraccio e una qualche forma di riconoscimento legale non avrà intaccato la morale diffusa che ti mette all’indice per i tuoi costumi/scelte di vita/orientamenti sessuali.
9) lotta con noi: rischi di più ma vivi meglio.

Autoformazione-Rivoluzione step 4.3 COME COMPORRE PERCORSI DI ROTTURA?

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Terzo step dei seminari NAP 2015/2016.

Un confronto orizzontale con compagni delle realtà antagoniste di Torino, Milano, Bologna.

Un momento di interscambio per conoscere esperienze di lotta e ragionare sulla fase che i movimenti e il nostro paese stanno attraversando.

Tra gli altri argomenti toccheremo anche i contributi teorici che i diversi percorsi politici hanno regalato al movimento nell’ultima annata…

Ci vediamo domenica 13 dicembre dalle ore 17:00 alla SEDE SICOBAS PIACENZA – via S.Francesco 8, secondo piano (suonare “sicobas”, di fronte al negozio Scout)

qui alcuni spunti di riflessione:

https://ainostriamici.noblogs.org/capitoli-scaricabili/

http://www.infoaut.org/index.php/blog/target/item/15937-crash-nella-metropoli-2015

http://www.infoaut.org/images/mp3/libretto1.pdf

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

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Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

Lunedì 21 riapre la nostra palestra a S.Antonio!

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Riprendono gli allenamenti!

Per il terzo anno di fila la Palestra Popolare Teofilo Stevenson vi propone il corso gratuito di Muay Thai, lo sport antirazzista per eccellenza!

Tutti i livelli di forma ben accetti, ci si da una mano a vicenda!

Iniziamo LUNEDI 21 SETTEMBRE alle 21 presso il salone al primo piano nel cortile interno della Coop S.Antonio.
Non mancare!

P.S. cosa ti serve:
-scarpe da ginnastica
-pantaloncini comodi
-maglietta
-bottiglietta d’acqua
…tutto il resto lo abbiamo noi!

https://www.facebook.com/events/1694960074056397/

Sabato 4 luglio corteo per la Coop Infra

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I carabinieri hanno fatto chiudere la coop infra in seguito al ritrovamento di 4,5 grammi di fumo addosso a dei ragazzi minorenni.

Questi ragazzi (che hanno sbagliato a portare sostanze vietate mettendo a repentaglio il posto, ma che sono comunque vittime di un sistema proibizionista ottuso e sbagliato) nulla centravano con la gestione della coop, e si evidenzia per cui la volontà POLITICA di chiudere uno dei pochi spazi di socialità alternativa rimasti in città.

A dare fastidio è la possibilità di riunirsi senza consumare, la possibilità di dare ospitalità a iniziativa con contenuti critici e antisistema.

Per questo chiamiamo tutti i frequentatori, gli ex frequentatori e le persone che hanno a cuore la propria città a una piazza solidale che RIVENDICHI L’IMMEDIATA RIAPERTURA DELLA COOP INFRA e PER CONDANNARE LA NARRAZIONE TOSSICA E REPRESSIVA CHE E’ STATA FATTA SU TEMI DELICATI COME LE SOSTANZE E LA SOCIALITA’ NON COMMERCIALE IN CITTA’.

Qui il link all’evento Facebook in cui potete trovare maggiori contenuti:

https://www.facebook.com/events/721069961352036/

La cooperativa, le “droghe” e il quartiere infrangibile: dissertazioni su quanto le ipocrisie del sistema e i loro esecutori ci facciano vomitare.

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Rilancio nota emessa del NAP sulla vicenda della recente chiusura temporanea della Coop Infrangibile.

Venerdì scorso, 5 giugno, la prefettura ha emesso decreto di chiusura per tre mesi, dopo zelante indagine dei carabinieri partita dal rinvenimento di 4 + 0,5 grammi di hashish, nei confronti della Cooperativa Popolare Infrangibile 1946.

Storico presidio di socialità e dibattito nel quartiere piacentino, la Coop Infra rappresenta da sempre un caso più unico che raro: aderente a Lega Coop ma renitente ad assumere l’atteggiamento aziendalistico che la maggiore lega italiana ha adottato negli ultimi decenni. Realmente popolare, gestita da un’assemblea di soci con quasi 200 aderenti (e non si contano quelli alternatisi negli anni!) e punto d’approdo per chiunque voglia sviluppare progetti culturali o passare delle serate senza dover fare un mutuo in banca.

Sì, perché la Coop rimane comunque un esercizio commerciale. Da lavoro a tre persone, su cui ora aleggia lo spettro della perdita del posto di lavoro, e nonostante questo è sempre stato l’unico posto in cui, se vuoi, vai e non consumi NULLA. In cui se vuoi entri, fai due chiacchiere, un ping-pong e te ne torni a casa.
Una scelta coraggiosa in una città in cui la socialità appare sempre mediata dal consumo e dalla necessità di fatturare. Una scelta che probabilmente da anche tanto fastidio a chi non riesce a digerire questa logica, divorato dalla sete di guadagno.

Come NAP, viviamo la Coop sin da ragazzini e organicamente come collettivo dalla nostra nascita nel 2010: li facciamo le nostre riunioni, li facciamo le nostre feste e iniziative.
E’ quindi difficile per noi prendere parola: sebbene molti di noi siano soci della cooperativa, come collettivo ci muoviamo da “ospiti” e non possiamo quindi sostituirci alla voce ufficiale che è appannaggio esclusivo del consiglio che amministra la Coop.

E tuttavia, dopo anni di collaborazione, ci sentiamo di dover prendere parola nel rispetto totale di qualsiasi scelta che il consiglio adotterà.

1. Sulla Cooperativa si è già detto nell’introduzione, e pensiamo che parole ulteriori siano inutili: il valore storico della Coop è auto-evidente, basti pensare alla presa di posizione in suo favore pubblicata su libertà a firma dell’ ANPI. Come auto-evidente è il fatto che dia fastidio: in tempi di “obbligo di consenso” verso l’establishment politico di questo paese (inteso in senso Renziano ma non solo, ci riferiamo all’intero “teatrino” da Salvini a Grillo passando per Renzi, insomma la sbobba propinata dai TG), un luogo che ospita una discussione critica e controtendenza è un pericolo. Solo nell’ultima edizione i nostri seminari hanno raccolto più di 200 partecipanti con esponenti dell’economia e del pensiero critici come Fumagalli, Bologna, Mezzadra. Anche in questo possiamo ravvisare un motivo dell’accanimento del decreto di chiusura, completamente sproporzionato soprattutto se relazionato a casi simili in città in cui, a fronte di accoltellamenti, risse e spaccio conclamato, si è assistito al massimo a tre giorni di chiusura. In Coop, questo lo sa chiunque, semplicemente NON C’E’ SPACCIO. Ma non è certo con una chiave vittimista o con principi di “proporzionalità” che vogliamo approcciarci a questa discussione, e infatti occorre parlare…

2. …di sostanze. Sì, quelle sostanze che sono state strumentalmente usate come “innesco” per il decreto di chiusura. La “droga” va sempre bene per essere sbattuta sui giornali e suscitare il plauso dei repressi e dei bacchettoni. Ebbene, vogliamo prendere il tema di petto. Il collettivo che vi parla non fa certo dell’antiproibizionismo una delle sue battaglie centrali. Certo, vogliamo un mondo libero in cui persone correttamente consapevoli siano libere di fare quello che vogliono a 360 gradi. Se questo va contro la legge diciamo che la legge è una merda e che continueremo a batterci per un mondo libero da quelle stesse leggi sbagliate. Diciamo che chi si fa vanto sui giornali di aver scovato un pericoloso adolescente con due “cannette” ci suscita ironie e disprezzo. Anche stendersi davanti a un camion in un picchetto sindacale è contro la legge (per la precisione “violenza privata”, quel reato grazie al quale da due anni tre nostri compagni hanno un foglio di via da Piacenza in seguito alle lotte dei facchini nel polo logistico), ma i giovani operai piacentini di TNT, GLS, IKEA ci hanno insegnato che se una legge è sbagliata…la si combatte! Eppure, dicevamo, non sono certo le sostanze il punto tematico che ci caratterizza come collettivo. All’interno della Coop, ad esempio, ci siamo sempre battuti per evitare fattispecie che avrebbero messo in difficoltà la struttura. Al centro della riflessione di chi volesse ragionare seriamente sull’accaduto dovrebbe essere a nostro avviso il nodo fra commercio e consumo. Intraprendere una battaglia contro lo smercio di sostanze in un luogo della città che si concepisce come liberato non comporta in alcun modo una presa di posizione contro il loro consumo. Non spenderemo una parola riguardo all’uso che ognuno intende fare del proprio tempo. È del tutto fuorviante, quindi, vedere nel nostro impegno contro lo spaccio in Coop e nel quartiere un’iniziativa direttamente o indirettamente rivolta contro l’uso di sostanze. Statisticamente, è probabile che anche a qualcuno di noi appartenga questa pratica (che certo non ha esercitato in Cooperativa). È una contraddizione? Non crediamo: ciò che combattiamo è l’assoggettamento di un luogo di ritrovo, soprattutto in un’area urbana desertificata dal punto di vista sociale, ad attività approntate da imprese private dedite al commercio, non la possibilità in generale di usare o di procurarsi/prodursi determinati beni. Non tutti coloro che fanno uso di un bene prodotto con la trasformazione della natura e con il lavoro umano concordano con il modo in cui tale bene viene prodotto e distribuito nella società capitalista in cui viviamo, né con le implicazioni sociali che il suo commercio ha o può avere nel luogo specifico in cui viviamo e tentiamo di costruire spazi di condivisione. Questo vale per le droghe come per qualsiasi altra cosa. Un conto è discutere, come è sempre possibile fare, sull’utilità o la nocività di qualcosa: delle sostanze come dell’alcol, della bicicletta come delle automobili, di questo o quel prodotto agricolo o tecnologico, e così via; un altro sul modo di produzione capitalista in cui ciascuna di queste entità è una merce prodotta attraverso lo sfruttamento e distribuita attraverso forme di speculazione e assoggettamento delle vite e dei territori ad istituzioni legali o illegali (o a volte di entrambe, se ricordiamo la vicenda della squadra narcotici della questura di Piacenza…). Non abbiamo mai creduto che il modo migliore per impedire lo sfruttamento minorile sia il boicottaggio di una marca di scarpe, o che per contrastare la repressione dei “sindacalisti colombiani” sia determinante astenersi dal bere coca-cola. Allo stesso modo nessuno di noi pensa di astenersi dall’uso di sostanze – qualora intenda farne uso – “per non finanziare le mafie”. Sono scelte soggettive e rispettabili, ma il nodo è un altro. Semmai occorre individuare le istituzioni e le imprese che assoggettano la creatività e i comportamenti al profitto e combatterle ove possibile, con i mezzi di cui disponiamo. La nostra ostilità è animata da un desiderio di cambiamento e da un’appartenenza di classe. Per questo è lungi da noi voler fare i moralisti rispetto a chi è ultimo anello di una catena che funziona come un’azienda (o tanto meno verso chi, fuori da qualsiasi azienda, compra o produce e distribuisce, semplicemente, in cerchie ristrette): al contrario, crediamo che i ragazzi che hanno (colpevolmente e sfuggendo al controllo dei gestori della Coop stessa) messo a repentaglio la Cooperativa con la loro ingenuità siano comunque vittime di questo modo di produzione e distribuzione inserito in un quadro di leggi sbagliate. O di merda, come dicevamo più sopra.

3. Il quartiere Infrangibile, così come il quartiere Roma, ha delle sue specificità. “Qui vivremo bene” scrivono i compagni nei quartieri occupati delle metropoli. Noi, città della (finta) pace sociale e con scarsa disponibilità dei nativi al conflitto, ci accontentiamo di poterlo dire negli atolli di socialità reale che riusciamo a costruire. La Coop in questo senso è un piccolo ma importante tassello di un mosaico della “città di sotto” che negli anni abbiamo costruito. Creare un mercato di sostanze, per quanto esiguo (davvero faceva sorridere quello 0,5 grammi riportato sul giornale cittadino!) a ridosso o dentro di essa, è di per sé un gesto di disprezzo verso le lotte e le attività che in quel centro si organizzano. Questo è il motivo per cui come NAP tentavamo di controllare la situazione, ma su tale vigilanza possiamo parlare con certezza anche a nome del consiglio della Coop stessa, che è sempre stato molto vigile sull’argomento. Quale scusa migliore, per le forze dell’ordine, di un’attività simile in quel luogo per far fare al carabiniere la parte dell’angioletto e giustificare una stretta repressiva generale sull’argomento? Onestamente parlando, anche se la vedete politicamente agli antipodi rispetto a noi, quanto odio vi sale ogni volta che in Val Trebbia venite fermati e perquisiti (magari senza avere proprio nulla da nascondere) vedendo replicarsi quel moralismo istituzionale vomitevole e oltretutto fondato sull’ignoranza del tema trattato? Questo, naturalmente, ai veri spacciatori (che NON stanno in Cooperativa) non interessa. Cosa può loro interessare di questi tristi e noiosi aspetti “politici”, “sociali”, “utopistici”? L’importante è guardare al proprio piccolo orticello (grande nel caso dei fornitori). Ai capoccia, anzi, non importa neanche se i “dipendenti” finiranno in galera, specialmente se ragazzini minorenni alle prime armi. Ma è così che funziona, the racket must go on: in fondo, la manodopera del mercato illegale è pura merda per chi la sfrutta, merda “illegale” anche per lo stato italiano che la discrimina e infine la ingabbia, due volte sottomessa e sfruttata; un po’ di galera (per i sottomessi) è messa nel conto dai loro padroncini, anzi: magari sarà proprio il furbetto di turno a mettersi d’accordo con chi di dovere, così che le mostrine di qualcun altro avranno lo scatto di carriera e salva la reputazione. Sono storie che nel nostro paese abbiamo visto più e più volte e che non ci stupiremmo di ritrovare in futuro. Qualche giornalista potrà gridare vittoria, chiedere più polizia nel nostro (e in altri) quartieri e, naturalmente, non farsi mancare di accusare i “compagni” di connivenza o contiguità con questi fenomeni, il che non fa mai male. Si noti che il moralismo istituzionale sul consumo, che indubbiamente esiste e ha caratteri propri, ancora una volta si distingue da quello sul commercio. Il commercio viene da sempre condannato dalle istituzioni legali, ma sempre, regolarmente, favorito e promosso. Si pensi all’azione di Israele, che favorisce lo smercio di sostanze nei territori palestinesi e a Gerusalemme est, per inquinare le relazioni sociali e distogliere i giovani dalla voglia di continuare a resistere. Si pensi all’uso che gli stati dell’America Latina hanno fatto, nei decenni, del loro braccio armato illegale (i narcos) contro le guerriglie comuniste e i progetti di autogestione e autogoverno nelle città e nelle campagne. Si pensi, senza andare tanto lontano, ai legami tra stato e narcotrafficanti dal nord a sud dell’Italia, almeno dagli anni Sessanta e Settanta. Se da un lato si trattava, già in quell’epoca, di accumulare capitali da investire nella devastazione democristiana della penisola (poi Berlusconiana, oggi Renziana: cambiano soltanto gli anni sul calendario e i nomi dei clan), dall’altro si trattò di avere una rete di picchiatori e informatori in ogni quartiere, per debellare ogni resistenza antagonista, dall’hinterland milanese alla Sicilia.

Concludendo, è questo che vogliamo? Che la spunti questa doppia morale schifosa e reazionaria? O volgiamo, collaborando tutti (collettivi, associazioni, gruppi politici e non, soci e semplici fruitori della Cooperativa) impegnarci da un lato nel prevenire pratiche oggettivamente nocive alla sopravvivenza di un tassello di socialità “altra” e dall’altro nel denunciare la sproporzione della manovra repressiva, la sua strumentalità e il quadro di ipocrisie nel quale si inscrive? Le due cose vanno fatte, per essere efficaci, all’unisono.

Perché non è ne facendo i fricchettoni spensierati ne facendo le vittime collaborative col carnefice che si può evitare il ripetersi di un evento spiacevole ma prevedibile, nonostante gli enormi sforzi che i soci tutti e il consiglio della Coop in particolare hanno fatto per “raddrizzare” una socialità di quartiere che sarebbe altrimenti stretta fra il consumo fine a se stesso delle discoteche commerciali e la solitudine (a volte disperazione) di tanti giovani e meno giovani a cui si impone come unica alternativa alla rinuncia al sorriso la scelta di una socialità che fuoriesca dalla logica di assoggettamento e ipocrisia su cui si fondano la nostra città, il nostro paese e il nostro sistema economico.