Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

Votare NO (anche) per fermare il nuovo scempio di Piacenza!

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Il progetto di nuovo polo logistico, che potrebbe essere realizzato “con la forza” dal PD se vincesse il “sì” al referendum attraverso la dichiarazione di “sito di interesse strategico nazionale” per la logistica piacentina.

Intendo rendere nota la più ferma contrarietà al progetto di raddoppiamento del polo logistico piacentino. Un progetto sbagliato e dannoso, che avrebbe il solo effetto di distruggere per sempre il suolo e l’ecosistema cittadino, producendo pericolose conseguenze in termini di impermeabilizzazione (con tutto ciò che ne consegue in caso di alluvioni), distruzione di ettari di campagna e ulteriore innalzamento delle temperature nella zona est della città.

Di contro, ciò che il nuovo polo logistico porterebbe in termini di benefici sarebbe solo un non-sviluppo basato su lavoro non qualificato ed esposto alle peggiori dinamiche di sfruttamento da parte di aziende e cooperative appaltanti: non si tratta di una previsione pessimista, ma di quanto già ben conosciamo grazie a oltre cinque anni di mobilitazioni e dure lotte operaie nella nostra città.

Sono quindi altre le strategie di sviluppo che devono essere percorse dalla nostra città, a partire dalla valorizzazione dei settori produttivi tradizionali.

Invito pertanto tutte le parti sociali, i comitati e le forze politiche contrarie a quello che sarebbe un gigantesco scempio della nostra città a mobilitarsi, anche facendosi forti del fatto che esiste una delibera della Regione Emilia-Romagna (numero 664 del 15 febbraio 2005), la quale recita espressamente: “ulteriori estensioni del polo logistico non potranno essere localizzate a Piacenza […] la provincia e il comune di Piacenza si impegnano a recepire questo indirizzo nei rispettivi strumenti di pianificazione e attuazione”.
La delibera porta in calce le firme dell’allora assessore regionale Alfredo Peri, dell’allora sindaco di Piacenza Roberto Reggi, dell’allora presidente della Provincia di Piacenza Dario Squeri, dell’allora presidente della camera di commercio Luigi Gatti. Dato che le amministrazioni attuali sono eredi di quelle ricordate, sebbene decisamente più spregiudicate dal punto di vista delle politiche neoliberiste, ci si attenderebbe un atto di coerenza che faccia escludere qualsivoglia progetto di allargamento del polo logistico.

Andria una strage di pendolari

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Riporto il comunicato emesso dal movimento No Tav dopo l’incidente della scorsa settimana. Faccio però due cappelli introduttivi.

Il primo affidato alle parole di Infoaut:
In Italia i km di linea ferroviaria sono circa 22000 di cui oltre 15000 sono a binario unico e la causa di questa strage è lo scontro su di un binario unico. Lo stato investirà, parola di Renzi-Del Rio tra il 2014 e il 2020 1,8 mld di euro al sud per le linee prioritarie (linee ad alta velocità o già a doppio binario). Le altre linee, come ad Andria sono abbandonate alle regioni, la Puglia investirà 0.25 mld nello stesso periodo sulle linee pendolari. Si parla in questi giorni di aziende private che gestivano la tratta, non è vero.Queste aziende sono il frutto della privatizzazione delle ferrovie statali e vengono mantenute con i soldi dei contribuenti, in particolare con fondi regionali. Va da sè ciò che segue.

Il secondo mio personale:
Come al solito, stato e privati si autoassolvono con la favoletta dell’errore umano. Cascare in questa scappatoia fatalista però evidenzia una scandalosa mancanza dei fondamentali della cultura operaia, che è nostro compito combattere. L’errore umano può esserci, ma matura in condizioni di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro avverse. Nella fattispecie le condizioni avverse sono la pericolosità della linea a binario unico e la mancanza del più elementare sistema di blocco automatico. Questa è una posizione seria e anche una posizione coerente alla razionalità che ha ispirato le leggi in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, non certo prodotte da parlamenti bolscevichi. E se la condizione avversa sono la pericolosità del binario unico e la mancanza del sistema di blocco, e se è vera come è vera la premessa di Infoaut sopra riportata (che indica nel binario unico il tipo di tratta più diffuso nel nostro paese), allora ritorniamo alla responsabilità politica della strage: uno stato che ha scelto (una scelta politica e di classe ben precisa) di investire nel trasporto per ricchi mentre poveri, lavoratori pendolari e studenti vengono tenuti in condizioni di sicurezza precarie e di qualità del servizio pessime. A dover essere messo in discussione è quel modello di sviluppo nei trasporti, che comprende le scelte in fatto di Tav e di privatizzazione delle linee, di gestione dei fondi destinati alle loro sistemazione e di conseguenti carenze nella sicurezza.

Di seguito il comunicato No Tav:
Il tragico scontro di martedì 12 luglio tra due treni, costato la vita a decine di persone, avvenuto presso Andria in un tratto ancora a binario unico sulla linea pendolari Bari – Barletta, gestita dalla società Ferrotramviaria s.p.a., non può non far pensare al fatto che da decenni in Italia tutti i governi che si sono succeduti, compreso il governo Renzi, hanno speso e spendono miliardi per le linee ad alta velocità, costose e poco utilizzate ma assai redditizie per la lobby dei grandi costruttori, mentre hanno tagliato e tagliano fondi e personale su quelle dei treni regionali e interregionali, di cui usufruiscono centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, famiglie che vedono questi servizi diminuire e peggiorare.
Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie colpite dalla strage, e rilanciamo la lotta per fermare l’Alta Velocità (Torino – Lione, Terzo Valico etc.), destinando i fondi risparmiati al miglioramento del trasporto pubblico locale, affinchè tragedie come questa non abbiano più a ripetersi.
Movimento NOTAV
13 luglio 2016

Dopo il referendum e la catastrofe di Genova

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La catastrofe ambientale di Genova, con il petrolio rovesciatosi ironicamente proprio il giorno in cui si votava per il referendum

Rilancio un editoriale di Infoaut sperando che la sua lettura serva, soprattutto all’indomani della catstrofe ambientale (e per la salute!) di Genova.

Eppure sembrava potesse vincere. Negli ultimi giorni e fino a domenica mattina, non già il referendum in sé, ma il fronte del Si pareva potesse farcela: a superare il quorum, certamente; ma soprattutto a fare quello che altri momenti democratici-istituzionali non riescono più a fare: portare la gente alle urne. E non sono poi stati pochi gli italiani che a votare ci sono andati: quasi 16milioni, il 36% degli aventi diritto. Eppure il famoso quorum, quel numero su cui la partita si giocava, non è stato raggiunto.
Esulta Renzi; esultano le cricche che lo sostengono. Le dichiarazioni della stessa serata ci parlano di una capacità mediatica confermata nella sua apparente contraddittorietà: una carezza ai votanti (“chi vota non perde mai”) e poi giù duro sui 300 milioni spesi – volutamente spesi per avere poi un’altra arma di critica – sui posti di lavoro difesi, sulle sue opposizioni politiche nei consigli regionali proponenti il referendum.
Il confronto tra alcuni dati elettorali recenti ci può fornire una prima, buona, chiave di lettura: questi 16milioni sono comunque superiori ai voti ricevuti dal Partito Democratico nelle sue ultime tornate elettorali: quelle europee e le nazionali che portarono al governo Bersani-Letta e che, quindi consentono oggi a Renzi di governare questo paese.
Quello del confronto numerico, del resto, ci spiega anche una parte di questi “strani” divari regionali nell’afflusso alle urne. Molti, infatti, si aspettavano che fossero le regioni più investite dai piani di sfruttamento estrattivo di mari e sottosuolo a garantire le più alte percentuali; ma, come dicevamo, ciò è avvenuto solo in parte. Se escludiamo la Basilicata – che ha toccato le medie più alte forse sulla scia dell’indignazione per lo scandalo “Tempa Rossa” – le altre regioni maggiormente interessate (quelle della fascia adriatica e quelle meridionali) o si sono allineate sulle medie nazionali o, come in Sicilia e Calabria, si sono collocate decisamente sotto la media. Non va però dimenticato che proprio queste regioni sono le stesse che, alle ultime tornate elettorali, hanno fornito i più alti tassi di astensionismo: nazionali, europee o regionali che fossero. Siamo quindi di fronte, probabilmente, ad una più generale disaffezione (o disinteresse) verso ogni forma e meccanismo di partecipazione istituzionale alla cosiddetta” vita pubblica” del paese.
Resta il dato sociale di una mobilitazione referendaria che, se ha saputo coinvolgere e animare la vita di tanti territori, è rimasta probabilmente ingabbiata entro una certa composizione sociale fatta di ceti medi (o simili) e che poco ha saputo parlare alle fasce più proletarie della popolazione. Sarà stato il predominante carattere “ambientalista” della mobilitazione; o i tecnicismi nella formulazione del quesito; o il dubbio – certamente favorito dalle parole di Renzi e Napolitano in favore dell’astensione ma che, crediamo, abbia inciso solo in questo senso – che il referendum, in fondo, non servisse a molto. La prospettiva deve quindi essere quella di un’incapacità (o meglio impossibilità) del fronte del Si ad arrivare ai più differenti soggetti e luoghi. Non che non ci abbiano provato, attenzione: quando in buona parte del territorio i comitati sono completamente autofinanziati, a fronte di un assordante silenzio mediatico, non facile è colmare certi gap di forza reale. Ciò non può e non vuole essere una critica ai tanti che hanno profuso impegno nella diffusione di un referendum osteggiato da una “politica” ancora forte nella sua indiscussa (nella mancanza di una forte opposizione sociale, cioè) autonomia decisionale e forza mediatica. Ma ciò non può farci ignorare come, nei luoghi in cui da più tempo pratiche e movimenti di opposizione contro l’economia del petrolio sono da tempo socialmente radicati e presenti, i risultati si siano visti: è il caso, ancora una volta, della Basilicata.
Il giorno dopo è, come sempre in questi casi, quello della valutazioni a caldo: della politica abbiamo già detto; ma ci pare di registrare come in quelle sociali, soprattutto sui social network, si intravedano gli stessi limiti di cui sopra. Chi oggi si indigna e inveisce contro chi non è andato a votare; chi oggi si arrabbia contro gli “analfabeti istituzionali” dimostra come proprio lì, in simili atteggiamenti, risiedessero i limiti intrinsechi di molti “pezzi” del fronte pro-referendum; e che questi non abbiano chiara la realtà in cui vivono: e in certi momenti si mobilitano. La distanza da momenti politico-istituzionali, seppur ammantati di una certa democraticità, di tantissime persone non può essere colmata semplicemente dalla “giustezza” di una causa. Chi ha a cuore la sopravvivenza di tali forme della politica dovrebbe interrogarsi, semmai, su come ri-politicizzare territori e segmenti sociali piuttosto che inveire contro essi. Il contrario diventerebbe l’ennesima forzatura su una distorta idea di società civile e comunità politica.
Resta, dunque, un ultimo aspetto: centrale e non retorico. Il referendum, per quanto “giusto” questo fosse, rischiava di diventare l’ennesima scorciatoia politica ad uso e consumo di movimenti, comitati, sinistre non in grado di articolar un vero ragionamento sulla lotta e le pratiche di opposizione sociale. Se è vero che sarebbe stato comunque divertente, per tutti noi, vedere anche soltanto per un attimo Renzi perdere il suo ghigno arrogante, è altresì reale immaginare come, in assenza di una materiale dinamica di lotta egli avrebbe comunque potuto trovare le sue soluzioni e continuare nella sua sistematica operazione di valorizzazione di grandi capitali e lobby. Il caso del precedente referendum ce lo ha, in questi anni, dimostrato. Finché i rapporti di forza penderanno verso i nostri nemici, difficile o impossibile sarà immaginare, in un referendum, la chiave per ribaltarli. Cosa che invece si mostra possibile nei territori in cui all’oggettività della “giusta causa” si sostituisce la soggettività della lotta e del conflitto. Dalla Val Susa e da altri movimenti territoriali abbiamo già avuto, nel tempo, questa indicazione.
Se i vari comitati NoTriv vorranno sedimentare una loro soggettiva forza, è a questo tipo di percorso che dovranno necessariamente guardare.

Piacenza e Iren

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Lunedì 11 aprile si è svolta in Comune la discussione sul cambiamento dello statuto e dei patti parasociali di Iren. Un argomento molto tecnico che nasconde però un tema di importanza politica. Provo quindi a spiegare cosa sta succedendo entrando nel merito, ma pongo una premessa: quello della gestione di acqua e altri servizi un tempo “pubblici” è un tema importante per l’impatto materiale sulla vita delle persone. Il “benecomunismo” tipico di chi ha un approccio “referendario” non si è dimostrato affatto utile nel tutelare il diritto delle persone ad avere accesso a questi servizi. Forse proprio perchè, dando per scontato che questi “diritti” esistano, credono anche che se ne possano far valere le ragioni, magari attraverso l’esclusiva via elettorale. Pia illusione! Abbiamo visto come anche davanti a un referendum vinto, quello del 2011, nulla possa essere sottratto alla rapacità del capitale e dei suoi agenti che siedono ben saldi nei CdA delle “multutilities” o sulle poltrone di Sindaci e Assessori degli enti pubblici. Un motivo in più per non delegare a una “X” su un pezzo di carta la necessaria lotta per conquistare ciò che attualmente diritto non è. Lo si tenga a mente in vista anche del referendum sulle trivellazioni del 17 aprile…e si pensi a quanti faccioni da politicanti sinistrensi che proveranno a incamerare il “merito” di aver sostenuto quella battaglia sarebbero disposti a sedersi in giunta con chi di questa rapina ha fatto una professione…

Ma andiamo sul merito, che anticipo essere molto tecnico. Ciò di cui si discute in sostanza è questo: eliminare i vincoli che imponevano che il 51% del capitale di Iren fosse di proprietà pubblica facendo in modo che almeno formalmente appaia saldo il controllo pubblico sul governo della società. C’è da aggiungere che il vincolo alla maggioranza pubblica del capitale si sostanziava in una serie di patti parasociali fra i soggetti pubblici coinvolti; così i comuni emiliani (delle provincie di RE, PR, PC, guarda un po’ coincidenti con l’area vasta che subentra con l’eliminazione delle provincie) rivedono i loro patti e definiscono il comune di RE come loro rappresentante.

È interessante il modo in cui hanno deciso di aggirare il vincolo del 51%, che avrà impegnato i cervelli coinvolti in questa operazione. Nel dibattito in provincia sul futuro gestore del SII si insisteva che con il possesso del 35% del capitale nella società mista i comuni piacentini avrebbero avuto il controllo non sulla gestione ma sul governo della società.

Oggi invece ci dicono: per prima cosa decidiamo che su tutta una serie di questioni 1 testa (1 azione) non vale 1 voto, ma 2. Per seconda cosa decidiamo per quali teste/azioni vale questa regola (se valesse per tutti saremmo al punto di prima, moltiplicato per 2) e per quali no. Per terza cosa poniamo il vincolo della quota societaria in mano pubblica non sul possesso della quota azionaria materialmente in mano agli EEPP, ma sulla percentuale dei voti assembleari calcolati col sistema del voto maggiorato.

In pratica: posto 100 il numero di voti equivalenti al 100% del capitale, se il 40% del capitale esprime 80 voti, il rimanente 60% ne esprime 20. Ovviamente quel 40% di capitale deve possedere caratteristiche precise e specifiche per godere di quel privilegio, ovvero di essere il capitale di chi governa tutta la baracca. E’ stata la stessa idea della famiglia Agnelli/Elkan per garantirsi il comando in Fiat senza svenarsi.
Se viene posto il vincolo del 40% del voto maggiorato in assemblea come vincolo di partecipazione pubblica al capitale sociale dell’azienda, cioè 40 voti che valgono il doppio su 100, il capitale reale in mano ai “comuni” può essere il 20% dell’intero capitale sociale.

In termini generali Iren conferma quindi la tendenza politica del capitale: il potere, il comando non è un processo condiviso, ma esclusivo ed è in capo a chi è più forte, conta di più in termini di valore. In questo momento l’affermazione del principio coincide con un atto di forza che espropria altri, la maggioranza assoluta dei soggetti in gioco, di parte o tutto del potere/diritti che aveva in precedenza.

Nel caso di Iren, bisogna cogliere un secondo aspetto. Formalmente i soggetti pubblici (in stragrande maggioranza
comuni, quasi tutti quelli della provincia reggiana, alcuni del parmigiano e 2 piacentini, per il versante emiliano, poi ci sono i “torinesi” ed i “genovesi”) mantengono un potere contrattuale molto forte al momento del voto su alcune questioni riguardanti il governo della società. Sia in termine di gestione pratica -nomina degli uomini che la governano- che di gestione politica (ad es. decidere insieme ad A2A ed Hera una collaborazione strategica con China District Heating Association -Cdha- per il teleriscaldamento e le reti energetiche cinesi, come riportato dal Sole24Ore) e finanziaria della società (quindi di vendere la rete di Tlc in fibra ottica di Iren in Emilia -1520 Km nelle provincie di PC, PR e RE a BTItalia per far soldi).
Quindi esercitano un comando di fatto sulla società? Si tenga conto che nella modifica statutaria sono previste anche norme che limitano al 5% il possesso di capitale sociale in mano a singoli investitori, come norme che disciplinano la trasmissione del diritto di voto maggiorato in caso di cessione di quote azionarie aventi quella specifica caratteristica a soggetti, anche privati, che possiedono le caratteristiche tecniche per godere della maggiorazione del proprio voto.

L’intenzione pare quella. Però i 65 soggetti pubblici emiliani hanno deciso che sarà il sindaco protempore di RE a rappresentarli tutti ed a votare per tutti loro; come saranno quello di TO e di GE per i propri territori di competenza. Un triumvirato democraticamente eletto. Che deciderà quali altri uomini governeranno praticamente la società che gestisce, con profitto inversamente proporzionale alla soddisfazione di cittadini serviti e lavoratori serventi, acqua e rifiuti. Saranno questi ultimi ad arricchirsi quasi a gratis ed a diventare dopo 10 anni di onorato servizio “supermegaesperti” di gestione delle utilities. Il capolavoro si realizzerà quando dopo aver diluito il capitale sociale in frazioni minime inizieranno il processo di buy-back, che diminuirà il nr di azioni in circolazione aumentandone il valore individuale e quindi anche il valore del lavoro degli amministratori, capaci di valorizzare al massimo il capitale sociale. Il gioco delle 3 carte.

Nel 2013 il comitato per l’acqua pubblica (di cui non ho mai fatto parte e che a mio avviso incarnava proprio i limiti di quell’atteggiamento “referendario” che ho criticato in apertura) ebbe in provincia il massimo del suo riconoscimento da parte della governance locale, tanto che il presidente della provincia volle alcuni suoi rappresentanti in consiglio provinciale. Iren era sul banco degli imputati perchè aveva incassato/stava incassando/avrebbe incassato negli anni 12mln di € per investimenti di fatto solo promessi e non realizzati dal 2011 al 2012, cioè l’anno del referendum ed il successivo. Rischiavano di perdere il sovraprofitto garantito nelle tariffe tra il prendere a prestito all’1% ed esser rimborsati al 7% e, nonostante il costo fisico delle opere venisse rimborsato, non producevano nulla se non la manutenzione.
Gli amministratori schiumavano di rabbia, Trespidi parlò di denuncia alla magistratura per quel ladrocinio. La rabbia era tale che per un momento rischiammo anche di veder realizzata la volontà della maggioranza dei cittadini per una gestione pubblica del SII. Quando venne sostituito, la musica cambiò, i 12mln passati venivano pagati gratis -con extraremunerazione del capitale garantita- sulle bollette, ma per il futuro sarebbe stato diverso. Niente più denuncia, ma baci e abbracci.

Già, ma quei 12mln? Un bonus di 48€ a cittadino della provincia a favore di chi?

Per concludere: come investitore finanziario il soggetto Comune può discutere della governance di Iren e valutare il rendimento di una scelta piuttosto che di un’altra, ma rimane da chiarire se un Comune è un investitore finanziario e se suo compito è come far rendere di più la propria scommessa al tavolo da gioco. Magari in quel caso è meglio dirottare i soldi sull’Olanda, l’Inghilterra o Panama.