Elezioni a Piacenza: mai cosi tanto distacco dalle istituzioni!

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Con questa tornata elettorale, Piacenza si allinea a un trend gia’ consolidato a livello nazionale.
Il segno distintivo e’ il distacco fra istituzioni e popolazione. Dopo essersi contraddistinte per una violenza antiproletaria senza eguali negli ultimi anni, le istituzioni locali sono sempre piu’ campo di contesa per una ristretta cerchia elitaria di “salvati” dal massacro sociale, con una fetta di “sommersi” ormai irrecuperabile, se non in minima parte, dai meccanismi di amicizia-clientelismo-conoscenza che vigono a livello di voto amministrativo.

Da destra a sinistra, i partiti escono debolissimi quando non assenti e divorati di fatto dalla cultura cittadinista delle liste civiche, e gia’ questa loro perdita di credibilita’ costituisce la premessa per il piu’ generale sfondamento del rifiuto di partecipare.

Nel merito delle varie posizioni poi, ulteriori conferme dell’allineamento ai trend nazionali con:

-una destra in cui a farla da padrone sono le componenti piu’ becere e demagogiche, all’insegna delle frottole sulla sicurezza e gli accanimenti antioperai di alcuni candidati leghisti;

-una sinistra priva di riferimenti nei movimenti sociali cittadini e sganciata dalla questione sociale, esito prevedibile della rottura maturata anni addietro rispetto ai conflitti operai nel polo logistico e sfociata in una trasformazione in “rappresentanza delle istanze borghesi di sinistra”, fortemente improntata a temi civilisti;

-un grande centro in cui l’interprete principale, il PD, paga l’aver perseguito come a livello nazionale delle politiche economiche di destra (fra un originale e la sua copia, e’ sempre premiato l’originale);

-i cinque stelle privi a livello locale di credibilita’ e di quella capacita’ di recupero e controllo del malessere sociale che a livello nazionale e’ in parte garantito dal carisma di Grillo.

Tutto molto banale quindi, e tutto anche molto triste.

Nonostante il marginale recupero di astensionisti effettuato dalle singole liste (vale dalla sinistra alla destra) grazie ai vincoli di conoscenza, quindi, a uscire trionfante è il disamore verso un’istituzione sempre più priva di legittimità. Mai cifre così alte di astensione, mai un rifiuto così esplicito da parte degli aventi diritto al voto.

Ai movimenti sociali il compito di approfondire il solco della nemicita’ con un’istituzione mai come ora priva di legittimita’ popolare (i dati sono incontrovertibili: chiunque di fronte a questi numeri rivendicasse un “buon risultato” farebbe ridere i polli). Un solco già ora enorme, se è vero che mentre i candidati sudavano davanti agli exit pool il cuore e le attenzioni dei movimenti sociali erano orientati sulla Bologna dove, a pochi chilometri di distanza e coinvolgendo fratelli e sorelle di tante battaglie di questi anni, andava in scena un ulteriore slittamento in avanti in termini repressivi orchestrato dalla questura sfruttando la scusa del “G7″ organizzato in città.

Niente e’ per sempre, e questo regime dei (sempre piu’) pochi, della repressione, del massacro sociale un giorno, magari fra tanti anni, finira’. Scarpe rotte eppur bisogna andar!

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

Intervento cc 28-04 (ultimo!) su bilancio di dieci anni di consiglio comunale

Questo è il mio ultimo intervento, almeno per qualche anno, in consiglio comunale. “le lotte in comune”, campagna che portò alla mia rielezione a servizio del nuovo movimento operaio cittadino, vanno momentaneamente in vacanza. O almeno…tornano nelle strade, dalle quali peraltro non se ne sono mai andate.
Come ho sempre detto, infatti, la politica è costruzione e organizzazione del rapporto di forza per il proprio blocco sociale. In questi anni mi sono dedicato con ogni energia a questo obiettivo, ritenendo il passaggio nelle istituzioni come un servizio di rappresentanza a quel movimento. Quel movimento ora va con le sue gambe, e sarebbe anacronistico ricandidarsi per partecipare alla vita di istituzioni che ritengo oggi nemiche della mia classe, e peraltro prive di credibilità (basti vedere i miei atti votati e mai applicati).
Per questo non voterò alle prossime elezioni comunali, non vedendo in nessun candidato in campo lo stesso spirito che mi animò, lo stesso rapporto con le istituzioni e la stessa chiarezza nelle posizioni politiche.
La vita è lunga e non escludo che le circostanze possano portare me o qualcuno della mia comunità politica a concorrere nuovamente, fra qualche anno, al gioco elettorale. La mia non è una contrarietà ideologica ma un rapporto strumentale, nella scia dei bolscevichi pre-rivoluzione d’ottobre o dei curdi i Turchia.
Con calma, anche il sito subirà un restyling per divenire piattaforma al servizio della mia comunità politica, che ultimamente è cresciuta davvero tanto e può iniziare ad avere realmente un peso sullo scenario cittadino.
Chi volesse parteciparvi è sempre il benvenuto: avere posizioni radicali e antagoniste è qualcosa che, ce lo insegnano la Resistenza e il movimento No-Tav, non ha età e in cui chiunque può trovare il modo di dare un contributo. Non conta quanti “scontri di piazza” abbiate fatto o siate disposti a fare, ma quanto siete disposti a mettervi in gioco per mettere a frutto le vostre capacità in un’intelligenza collettiva che produca avanzamenti per chi subisce le ingiustizie di questo mondo martoriato.
Stay rebel!

2017-04 intervento cc 28-04 su bilancio di dieci anni di consiglio comunale

6 tesi sul NO

Il corteo di protesta contro il premier Matteo Renzi, atteso nel pomeriggio in città per partecipare alla cabina di regia su Bagnoli, Napoli, 6 aprile 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Il corteo di protesta contro il premier Matteo Renzi, atteso nel pomeriggio in città per partecipare alla cabina di regia su Bagnoli, Napoli, 6 aprile 2016. ANSA/CIRO FUSCO

1. Questo NO è crisi.
Si è votato non per fiducia nella democrazia, ma per frenare una traiettoria di ristrutturazione del governo neoliberale della crisi. Cercheranno di codificare istituzionalmente nuove forme di stabilità sistemica, oltre il merito e la razionalità di questa riforma costituzionale. Questo No ha espresso una variabile di contrapposizione possibile contro la stabilità istituzionale delle forme di governo della crisi. Se non è un No contro le istituzioni è un No che sfiducia le istituzioni. È il tornante italiano del nostro tempo inattuale, quello del vecchio mondo che muore e del nuovo che non emerge. È una tappa in una sequenza capitalistica che segna la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta. Ne fanno parte come sintomi l’OXI greco, la Brexit inglese, la vittoria di Trump.
Questo NO segna l’esaurirsi alle nostre latitudini della promessa di sviluppo neoliberale basata sulla retorica dell’innovazione, della competitività e della meritocrazia. Ne disvela la menzogna. E’ anche la storia delle sinistre socialiste e della fine loro promessa, già al capolino in Grecia e Spagna e che in Italia ancora prova ad aggrapparsi al nocciolo della governabilità europea, sempre più circoscritta al cuore germanico dell’Impero.
La contrapposizione referendaria non ha ricalcato una divisione tra destra e sinistra semplicemente perché questa divisione è completamente aliena allo scontro in atto che si gioca prioritariamente sulla continuità della stabilità sistemica o sulla sua rottura affrontando la tempesta della crisi in mare aperto.

2. Questo NO è degli ignoranti.
L’arroganza classista del Sole 24 Ore che dipinge il popolo del No come quello del rancore e quella di Illy che ne denuncia l’ignoranza stanno in questo voto a differenti altezze. Come? L’ossessione di rincorrere il segmento trainante nella tendenza dello sviluppo dei rapporti tra classi appartiene ai sociologi, rintracciare in questa la possibilità della rottura contro la direzione di questo sviluppo ai rivoluzionari. L’analisi del voto restituisce un consenso al No articolato tra le periferie, i giovani, i redditi bassi e gli alti tassi di scolarizzazione. Un profilo all’apparenza contradditorio e ambiguo, dove non c’è da scegliere un pezzo per un altro per investirlo dei destini di un nuovo popolo o, peggio, di uno storytelling aggiornato a una nuova stagione di agitazione sociale mimata o praticata. Sul lungo periodo c’è, al contrario, da riscontrare un’invarianza, a oggi forse solo nell’inconscio dell’elettorato del 4 dicembre e nella grafite delle matite – cancellabili o meno, poco importa – incisa sulla casella del NO: gli ignoranti del No sono gli analfabeti del linguaggio della tecnica di governo, i disabituati alle forme della politica nota, gli alienati dalle dimensioni del comando e del dominio che impongono loro un costo umano insostenibile. In questa ignoranza si preserva una distanza in cui cova l’endogenità di nuovi linguaggi, di una nuova cultura che sorge sulla stratificata e frammentata profondità del vissuto dei subalterni, come potenza umana nell’esser parte-contro, esclusa e combattuta, e come ricchezza umana di risorse, saperi e capacità bruciate dentro attività impoverenti.

3. Questo NO è il paradosso della democrazia.
Questo NO è un voto contro questa democrazia, contro queste istituzioni, praticato dentro gli spazi e gli strumenti di questa democrazia e di queste istituzioni. Nel risultato del voto si è espresso un paradosso che, come cortocircuito sociale, risulta incompatibile con i fini oggettivi della stabilità democratica. Gli esiti di questo paradosso sono aperti, ma sorgono sul terreno concreto dell’imbracciare uno strumento, il più immediato, e usarlo per praticare un obiettivo: far emergere la faglia dell’ostilità. Qui probabilmente il tempo di questo No si arresta. Per il momento, almeno.
Il No è degli stessi ignoranti ai quali della Costituzione non interessava nulla o che l’hanno usata al limite come ulteriore simbolo-contro. E’ il No di chi ha inflazionato la personalizzazione referendaria sull’attentatore Renzi, rovesciando il meccanismo di consenso plebiscitario alla base del voto. C’è poco da entrare nel merito quando l’obiettivo perseguito stava nella soddisfazione di vedere in piena notte la faccia contratta del leader sconfitto.
Ma la variabile dello sviluppo della contrapposizione espressa nel No deve fare i conti con il tempo circoscritto di quest’uso del voto, con le proporzioni dell’evento e la sua intensità. Chi si è ricomposto sulla faglia del No, in quell’apertura, è la stessa gente che ha trovato un campo di attivazione nella socialità digitale – alternativa e parzialmente antagonista al mainstream – e per la quale ulteriori livelli di partecipazione e mobilitazione restano a oggi sconosciuti o non interessanti.

4. Questo No è tradimento.
Con questo No una normalità è stata interrotta disvelando una condizione comune: dai sacrifici imposti non c’è alcun profitto per noi, alcuna realizzazione, nessun riscatto. Al Sì dell’innovazione si voleva contrapporre il No della conservazione; al Sì dei vestiti nuovi dell’imperatore si è contrapposto il No che indica un Re nudo.
I traditi dalla promessa di integrazione capitalistica hanno a loro volta tradito e trasgredito. In questo movimento istintivo risiede la disaffezione per l’intero spettro delle forme della politica. Un varco ambiguo e momentaneo dove l’ipotesi di movimento non si è potuta accontentare di rappresentare un’ostilità antagonista al governo (No Sociale), ma ha cercato di sintonizzarsi su un umore vendicativo, interpretando quei codici in cui oggi già l’ostilità si esprime. Non si tratta di misurare il risultato politico del No guardando alla sua capitalizzazione tattica, ma di navigare nei processi di un antagonismo possibile in formazione.
Ma le ipotesi hanno dei termini di verifica ed esaurito l’obiettivo occorre predisporne una nuova formulazione. Accettare questo tempo, che è anche quello delle fratture imposte da una vittoria, significa scommettere sui caratteri di un’identità ricompostasi momentaneamente sul passaggio del 4 dicembre ma che già è andata incontro a una sua frantumazione.

5. In questo NO non c’è nulla da rappresentare.
I settori di classe eccedenti, anche nel voto, non consegnano a nessuno alcuna delega in bianco. Non c’è nulla da rappresentare. Questo è il gioco del marketing politico sul quale il campo istituzionale è obbligato ad affannarsi in queste ore. Loro sono obbligati a farlo. Non è affar nostro, né di chi ha detto No. In una direzione che guarda all’intensificazione del conflitto apertosi sono strade impraticabili quelle che ambiscono a ricondurre il voto in nuovi soggetti della sinistra compatibili con il quadro politico stabilito (e comunque da questo non tollerate) o che valutano di intraprendere nuovi percorsi referendari assumendosi l’organizzazione positiva della proposta su temi di battaglia politica (dall’abrogazione del Jobs Act a quella della Buona Scuola). D’altra parte è bastato un No e non più di questo si è manifestato ad alte intensità.
Al calendario istituzionale, tra elezioni e governi tecnici, va contrapposto l’approfondimento di una frattura sociale anche a partire dall’orizzonte di nichilismo entro il quale soggettivamente viene vissuto e subito il tempo della crisi. Il lavoro di merda, la violenza degli sfratti o la stretta sui debiti continuano ad alimentare il ricatto del sacrificio di questa nuova iper-proletarietà e della sua quotidianità contro il tempo di un’aspettativa diversa e opposta. Eppure un’aspettativa di alterità si fa ingombrantemente presente. Rispetto ad essa monta una ricca impazienza.
Questo No è una nuova mappa perché descrive una gamma ampia di bisogni materialmente fondata in opposizione a una tendenza di sviluppo e governo della crisi: quella che salva le banche, quella che promette e non mantiene, quelle che se ne frega di noi. E’ per questo che constatiamo l’apertura di un nuovo spazio di movimentazione sociale.

6. Questo NO non cambierà niente. Eppure…
Il 4 dicembre c’è chi ha affondato il coltello per dare un segnale di indisponibilità: se solleviamo lo sguardo cogliamo una complessità di storie che lo sviluppano ma che non coincidono con il tempo della politica, anzi ne sono estranee. Le forme dell’attivazione post-referendaria, in qualsiasi prodotto compiuto, fosse anche in odore di Movimento, sono vissute con diffidenza per la radicale alterità della propria condizione. Parlando della vita iper-proletaria in questo tempo, vivere è subire. Per la nostra classe-parte il pensare e l’organizzarsi collettivamente – anche contro – indicano già un tempo liberato della vita, che passa per l’indispensabile rivolta e la negazione del presente. Non si tratta dunque di attrezzare nuovi artifici per colmare una distanza politica, ma di assumere questa come fattore costitutivo per alimentare e approfondire una contrapposizione. Non c’è contraddizione tra chi ha votato No per cacciare Renzi e la disillusione rispetto alla possibilità di cambiare per davvero le proprie condizioni di vita con quel voto. E’ proprio il passaggio meccanico dalle urne alla piazza che non può essere dato per scontato.
C’è una vittoria conquistata sulla negazione: si è prodotta una prima presa di posizione anti-austerity che ribalta la geografia umana disegnata dalla globalizzazione sui nostri territori. L’irruzione prepotente di figure e territori messi a lavoro ma squalificati: i giovani, le periferie, i quartieri dormitorio, le borgate delle grandi città, il sud e le isole.
L’ipotesi di sviluppo del No referendario nella parabola di un movimento dell’opposizione sociale deve mettere in conto di orientarsi in questo ignoto… un po’ più noto oggi anche grazie allo sforzo di organizzazione che ha avvicinato le lotte esistenti alla diversità politica e sociale che poi si è espressa nel No; un po’ più noto anche solo nel rovesciarci addosso i limiti e le insufficienze delle forme dell’organizzazione conflittuale; un po’ più noto, infine, anche grazie alla rinnovata conferma che i legami ed i rapporti si costituiscono nel riconoscimento dentro un comune conflitto, senza la paura di confrontarsi con chi non ti frequenta ma guarda in faccia il tuo stesso nemico…

Votare NO (anche) per fermare il nuovo scempio di Piacenza!

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Il progetto di nuovo polo logistico, che potrebbe essere realizzato “con la forza” dal PD se vincesse il “sì” al referendum attraverso la dichiarazione di “sito di interesse strategico nazionale” per la logistica piacentina.

Intendo rendere nota la più ferma contrarietà al progetto di raddoppiamento del polo logistico piacentino. Un progetto sbagliato e dannoso, che avrebbe il solo effetto di distruggere per sempre il suolo e l’ecosistema cittadino, producendo pericolose conseguenze in termini di impermeabilizzazione (con tutto ciò che ne consegue in caso di alluvioni), distruzione di ettari di campagna e ulteriore innalzamento delle temperature nella zona est della città.

Di contro, ciò che il nuovo polo logistico porterebbe in termini di benefici sarebbe solo un non-sviluppo basato su lavoro non qualificato ed esposto alle peggiori dinamiche di sfruttamento da parte di aziende e cooperative appaltanti: non si tratta di una previsione pessimista, ma di quanto già ben conosciamo grazie a oltre cinque anni di mobilitazioni e dure lotte operaie nella nostra città.

Sono quindi altre le strategie di sviluppo che devono essere percorse dalla nostra città, a partire dalla valorizzazione dei settori produttivi tradizionali.

Invito pertanto tutte le parti sociali, i comitati e le forze politiche contrarie a quello che sarebbe un gigantesco scempio della nostra città a mobilitarsi, anche facendosi forti del fatto che esiste una delibera della Regione Emilia-Romagna (numero 664 del 15 febbraio 2005), la quale recita espressamente: “ulteriori estensioni del polo logistico non potranno essere localizzate a Piacenza […] la provincia e il comune di Piacenza si impegnano a recepire questo indirizzo nei rispettivi strumenti di pianificazione e attuazione”.
La delibera porta in calce le firme dell’allora assessore regionale Alfredo Peri, dell’allora sindaco di Piacenza Roberto Reggi, dell’allora presidente della Provincia di Piacenza Dario Squeri, dell’allora presidente della camera di commercio Luigi Gatti. Dato che le amministrazioni attuali sono eredi di quelle ricordate, sebbene decisamente più spregiudicate dal punto di vista delle politiche neoliberiste, ci si attenderebbe un atto di coerenza che faccia escludere qualsivoglia progetto di allargamento del polo logistico.

IL 4 DICEMBRE DICIAMO NO A RENZI E ALLA SUA RIFORMA!

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Il 4 dicembre si voterà per il referendum costituzionale. Sarà una votazione secca, chi prende più voti vince. Come deve votare chi si sente parte di quella fetta di società che sta in basso, se non del tutto esclusa? Sicuramente NO, vediamo perché.

1. PER UN MOTIVO POLITICO: Renzi e i suoi vorrebbero farci credere che questo voto possa essere “isolato” dal contesto in cui matura. Ma noi crediamo che la memoria e la capacità di ragionare politicamente ci vietino di assumere questa prospettiva: non possiamo ignorare che Renzi è il responsabile delle peggiori leggi in fatto di lavoro (jobs act) e smantellamento del welfare, di lotta attiva contro i poveri (piano casa)…consegnargli una vittoria del genere significherebbe avere la garanzia che per tanti anni ancora avrà carta bianca nella sua opera di massacro sociale!

2. PER UN MOTIVO DI MERITO: la demagogia di Renzi vorrebbe farci credere che se vince il “sì” si ridurranno i costi della politica…è patetico! 57 milioni sono bruscolini davanti al miliardo emmezzo che si risparmierebbe se si rinunciasse alla TAV, che oltre a essere un opera inutile e dannosa per l’ambiente ha permesso allo stato di sperimentare nuovi livelli di repressione e militarizzazione…ma a quella non si può rinunciare: devono girare i soldi per gli appalti alle grandi aziende e alle coop vicine alla ndrangheta e al PD (anche a quella parte di PD oggi contraria a Renzi, patetica anch’essa).

3. PER UN MOTIVO STORICO-POLITICO: il nuovo senato diventerebbe eletto con un ulteriore filtro rispetto alla rappresentanza diretta (di fatto sarebbe nominato dai partiti). La nostra sfiducia nella attuale democrazia non ci impedisce di vedere che ciò significherebbe comunque una maggiore elitarizzazione e un allontanamento dal controllo popolare, che è proprio quello che invece vogliamo!

4. PER UN MOTIVO DI COERENZA: ci dicono che “allora stiamo con Salvini e Casa Pound”…che cazzata! Ci siamo sempre noi antagonisti, sindacati di base, studenti a opporci a quei biechi personaggi, e i sostenitori del “sì” ci criminalizzano quando lo facciamo chiamandoci “violenti”. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, ma ciò non ci impedisce di vedere che le elite neoliberiste (la Clinton negli USA, il governo di Renzi-Boschi-Verdini in Italia) hanno massacrato i diritti sociali negli ultimi trentanni, e mandarli a casa è un passaggio necessario se vogliamo riconquistarli! Agitare lo spauracchio dei populisti e dei fascisti è proprio ciò che a questi spiana la strada, come successo con Trump!

5. PERCHE’ VOGLIAMO ESSERE RIVOLUZIONARI: chi dice che il “sì” garantirebbe maggiore governamentalità…rinfocola la nostra voglia di votare NO! Diciamocelo chiaramente: chi ha governato negli ultimi 30 anni ha sempre fatto politiche antipopolari, spogliandoci dei diritti collettivi sul lavoro e riducendoci a masse di sfruttati. Non vogliamo rendergli la vita più facile! Al contrario, di fronte a questa democrazia, che di fatto esclude una grandissima parte della società (i giovani precari iper-sfruttati, le masse di operai immigrati nei magazzini..)…tifiamo ingovernabilità, tifiamo rivolta! Molti di noi, sentendosi esclusi dal sistema e dalle garanzie sociali, normalmente non votano alla recita elettorale: per stavolta vi chiediamo di fare uno sforzo e dire un NO forte che mandi a casa questo governo!

Cosa ci dice la tornata elettorale?

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Proviamo a scrivere due cose sulla tornata elettorale. Non perché sia un piano determinante per i movimenti, lo sappiamo, ma perché a volte può essere utile guardare dentro un indicatore che è (una) parte della realtà per trarne delle indicazioni.

Partiamo dall’affluenza: vota mediamente (al primo turno, al secondo meno) il 62,14%. In Italia, il 40% degli aventi diritto non va a votare. Potremmo trarne un’ indicazione entusiasmante: siamo rivoluzionari, se il 40% non si riconosce nelle istituzioni la situazione è eccellente per una rottura radicale dell’ordine costituito. Credo però che sia una lettura superficiale. Va bene per fare una battuta la sera delle elezioni, ma non credo esprima la vera tendenza nel paese. C’è sicuramente una fetta crescente di astensione “militante”, di compagni o semplici individui che si sentono esclusi dal patto sociale e lo esprimono boicottando il momento in cui si decide chi amministrerà questo patto sociale. Una fetta che dice “non mi va bene nessuno di questi pagliacci”. Ma c’è anche una fetta, a mio avviso maggioritaria, che non vota dicendo “mi vanno bene tutti”. Un non-voto impolitico, che prende come un dato di fatto gli equilibri sociali che invece il non-voto politico contesta. E questo è un problema, perché questa massa non è disponibile a mobilitarsi per creare delle rotture o anche banalmente per farsi coinvolgere in reti sociali che mettano in campo una qualche forma di resistenza sociale. Non arrivare a queste persone è un preciso limite dei movimenti tutti, e anche una zavorra: sono quelli che si lamentano della situazione ma poi sono pronti al linciaggio dei rivoltosi in piazza, che dicono “facciamo come in Francia!” ma poi pretendono lo sgombero dei picchetti operai e il ritorno alla normalità durante gli scioperi. Insomma non sono tutte rose quando vediamo alte percentuali astensioniste. Un’ultima cosa: quando parliamo di “aventi diritti al voto” diamo per scontato che ci sono i “non aventi”, quella fascia sempre più ampia di persone che attraversano il nostro paese (magari venendo fermate a Ventimiglia…) o che vi vivono ma restando nel cono d’ombra dello sfruttamento più brutale, nelle piantagioni del sud o da operai nel sistema delle cooperative al nord. Sarà un caso che i movimenti più radicali di protesta in ambito lavorativo nascano proprio da questi “non aventi diritto”? Questa fetta di proletariato deve essere prioritaria per noi, perché è proletaria e perché esclusa dal patto sociale e disponibile al conflitto. Il non-diminuire di intensità, dopo anni, del movimento dei facchini ne è la riprova, al netto dei mille limiti che esso esprime ancora.

Veniamo alle città più significative.

Torino: a Torino vince un M5S con forti tratti di sinistra. Vince soprattutto in contrapposizione al disprezzo per il tema povertà evidenziato dal PD di Fassino. Un portato antisistema he si esprime anche nel supporto mai venuto meno (fatta la tara sulle solite fisse in tema di legalità dei grillini) al movimento NoTav. Anche la sinistra radicale appoggiava i NoTav durante la seconda repubblica, ma giunti al governo tentennavano (un po’ come a livello locale di Piacenza fecero con il movimento dei facchini). Autoeliminatasi come referente credibile da queste ambiguità, anche quello spazio di referente politico istituzionale viene coperto dal M5S. La sinistra insomma, per motivi legati alle condizioni sociali o a movimenti territoriali radicati, vota M5S, quando vota. Una particolarità locale che invalida gli argomenti di critica superficiale al M5S del tipo “apre a casapound!” “sono fascisti!”. Quelli sono argomenti proprio per bimbi della politica. Non che non sia vero, non che il M5S non sia pericoloso per le sue aperture e le sue posizioni schifosamente cittadiniste (si diceva poco fa di quelli esclusi dai relativi “diritti”…), ma semplicemente…è molto più acuto nel suo destreggiarsi in questa contraddizione! Credo sia una complessità di lettura che richiede di entrare nelle contraddizioni del territorio torinese, la stessa che era necessaria per comprendere il fenomeno del 9 dicembre 2013, l’esplosione del “movimento dei forconi”: altrove assolutamente ridicolo e beceramente fascistoide, a Torino connettore della rabbia della piccola borghesia e di parte del proletariato emarginato dal sistema di governo PD. Veniamo a un altro aspetto: oggi la procura interviene con 23 arresti di NoTav. Tempismo perfetto per testare come si schiereranno i nuovi governanti locali, a riprova che non possiamo fottercene del piano elettorale: esso interviene nelle nostre vite. I 23 arrestati sono sacrifici umani sull’altare degli equilibri di potere! (per chi se lo fosse perso… http://www.notav.info/post/arresti-restrizioni-e-obblighi-di-firma-ancora-un-attacco-contro-il-movimento-notav/ ). Ultima cosa: quello di Torino è un PD che conta negli equilibri nazionali, attenzione a che succede… a livello di capitalismo municipale, quelle multiutilities che sono uno dei pilastri del potere economico del PD, Torino guida la Iren che si estende a Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Vedere cosa farà ora il M5S per la sua gestione è molto interessante: quanto sono davvero antisistema i grillini? Ci stanno a fare dei passi indietro sulla strada della finanziarizzazione dei servizi? A dare meno peso ai fondi di investimento internazionali in favore di un controllo popolare? Vedremo…

Roma: secondo me Roma è di difficile inquadramento. Credo che in realtà le coalizioni della seconda repubblica potrebbero riprendersene il controllo grazie a quanto sono radicate come sistema di clientelismo. Certo che dopo il rimpallo fra la peggio fascisteria di Alemanno e il PD un giro di “novità” era facile immaginarselo. Tra l’altro, siamo in presenza di un M5S che qua si da tratti di destra, cavalcando il malcontento sociale per la questione delle periferie e dei conflitti fra marginalità sociali. In realtà, queste marginalità sono sistemiche e risalgono alle colpe storiche dei Savoia e soprattutto di Mussolini, che hanno compromesso uno sviluppo razionale della città per secoli (un bellissimo articolo sul tema qui: http://www.militant-blog.org/?p=13313). Senza uno sforzo a livello governativo, Roma non ripartirà. Non saprei davvero fare previsioni: certo che i movimenti hanno fatto un paio di sforzi enormi quest’anno per “fare quadrato” contro le derive razziste-leghiste o dei figlioletti paraculati di Alemanno (casapound), ma se quegli sforzi non vengono indirizzati sulla costruzione di reti di resistenza di più lunga durata temo siano sforzi destinati a stare sempre sulla difensiva. Oltretutto in presenza di istituzioni che sulla contraddizione principale, la casa, non sembrano intenzionate a retrocedere e aumentano il livello di repressione. Mi sa che servirebbe studiare il “modello Atene” del lustro 2008-2013, forse si può trarre qualche indicazione…

Milano: l’unica “metropoli europea” dello stivale. Disgregata, squassata da ventanni di malgoverno leghista-ciellino, ammazzata definitivamente dall’avvallo dato dalla “sinistra” di Pisapia ai poteri finanziari e al modello Expo. Mai nulla fu più paradigmatico che la candidatura di Sala. La favola della resistenza nei quartieri popolari nell’annata pre-expo è l’unico esempio di “resistenza umana” ai processi di gentrificazione e rottura dei legami sociali (per i più piccini che se la fossero persa: https://www.youtube.com/watch?v=vELqdO91RDU ), ma rischia di rimanere appunto una favola vista la violenza e l’aggressività della repressione, che costringe i compagni su un piano principalmente resistenziale. Ciò dovrebbe rimandarci a un ragionamento sulla repressione, perché se Milano è avanguardia lo è anche in quello. Se ne è parlato pure a un bel convegno sul tema la settimana scorsa a Bologna: cristo santo, non è possibile che si lasci passare questo livello repressivo! Vale per gli sgomberi dei picchetti operai, per gli sgomberi delle case, ma anche per l’utilizzo di devastazione e saccheggio. Denunciamo giustamente l’utilizzo di questo articolo infame e fascista (letteralmente) ad ogni tornata di arresti, ma poi ci dimentichiamo dei nostri fratelli. La tragedia che stanno vivendo in questo senso le vittime del G8 di Genova ci riguarda tutti, ma cosa facciamo concretamente? E per quelli del 15 ottobre? E poi ci dimenticheremo anche degli arrestati per Cremona o per il 1 maggio 2015? Dobbiamo fare di più. E riflettere: in Grecia è stata vietata l’estradizione dei 5 compagni vista la sproporzione di devastazione e saccheggio e la sua insistenza nel codice penale greco, anzi i ragazzi sono stati quasi “celebrati” come partecipi di una giusta resistenza all’imbarbarimento. Finiamola di stare sulla difensiva! Chi combatte è uno di noi e non deve stare a pagarne il prezzo individualmente! Sono andato un po’ fuori tema, ma solo in parte: Milano ci parla del conflitto urbano più radicale. Come gestirlo, organizzarlo, fargli avere una base di consenso popolare e come parare i colpi della repressione sono fattori primari nella nostra agenda.

Napoli: un caso più unico che raro. Ve lo dico, se fossi stato napoletano avrei votato De Magistris. Senza delegargli un cazzo ovviamente, ma sfruttando il fatto che ha bisogno dei movimenti sociali per governare. Lui li ha tenuti attaccati al suo destino e loro hanno ricavato grandi spazi di agibilità. Ciò mi risulta ancora più importante che i pur significativi posizionamenti contro Renzi su Bagnoli e contro il patto di stabilità (istituzionalmente parlando delle scelte forti). Il fatto che si dia delle tinte da caudillo populista di sinistra non mi tange minimamente, è un classico argomento della sinistra neoliberista che tanto odiamo. De Magistris mi ricorda tanto i caudilli sudamericani. Non vanno bene al 100%, lo sappiamo, e prima o poi arrivano a rompere con la loro base sociale, ma sono taaaaanto meglio dell’alternativa. Quello che però credo sia importante dire è che l’esperimento non è al momento replicabile fuori da Napoli. Napoli vive delle condizioni sociali del tutto particolari, assimilabili al massimo ad altre realtà del sud Italia. Non è minimamente pensabile assumere la logica del meno peggio a Milano, a Bologna, in realtà dove con la favoletta del meno peggio si chiede di votare gente campione di sgomberi e di repressione verso i movimenti sociali. Chi ha votato Sala o Merola in quest’ottica secondo me è un coglione fatto e finito, sceglie proprio di non vedere (o forse sta talmente bene che gli da fastidio vedere il disagio sociale…). Insomma credo sia positiva la conferma di De Magistris, anche perché ha fatto la scelta di rompere con quella che è la “sinistra” tradizionale venuta fuori dalla morte de facto di quella che fu Rifondazione anni fa: SEL è esclusa e così le altre microformazioni. Un po’ di pulizia da quel pattume fa solo bene. Però occhio ragazzi: da un lato a non legarvi mani e piedi a un percorso che non sapete dove potrà portare (magari arrivando a non vederne i limiti), dall’altro a credere, appunto, che sbaglino i compagni che altrove scelgono di astenersi per manifesta incompatibilità alle opzioni sul campo. Il baricentro deve rimanere la lotta, la storia ci insegna che quando si cede alle lusinghe delle istituzioni, per i movimenti è l’inizio della fine. “Vogliono costringerci a governare, ammetto qualche eccezione ma occhio a giocare col fuoco”.

Finita la rassegna, rimane sul piano nazionale la batosta per un PD che si è autorottamato inficiando anche quel minimo di radicamento sociale fra le classi medie garantite che portavano in dote i DS. Il partito del potere economico-finanziario va bene per scrivere le nuove regole del mercato del lavoro a favore dei padroni (Jobs Act), per fare favori su favori alla peggio imprenditoria italiota (Sblocca Italia), per far approvare nel silenzio l’adesione a trattati come il TTIP, che di fatto uniformerà le condizioni del lavoro fra Italia e Stati Uniti (movimenti? Mettere in campo qualcosa, almeno di discussione, sul tema?), ma non per farsi amare. Finito il suo compito, questo partito della nazione già esistente nei fatti sarà messo da parte come formula politica dal grande capitale nazionale e transnazionale. Si cambierà l’attore, ma il partito della nazione resterà lo stesso. Per questo serve presidiare contro la deriva razzista di massa (sia essa nella sua forma maggioritaria che vota M5S o Salvini o nelle sue avanguardie violente in camicia nera) e contro i movimenti di aggregazione fra poteri forti che si innesterebbero su eventuali nuove opzioni di governo una volta tramontato il renzismo. Dobbiamo insistere sul radicamento delle pratiche antagoniste. Un momento di debolezza delle forze di governo potrebbe prestarsi a un autunno vagamente più caldo degli ultimi, e ciò sarebbe un buon terreno di messa a prova della generalizzabilità di pratiche come il blocco e la rivolta, che ben conosciamo nei movimenti ma che, se oltralpe hanno bucato il cuore delle masse, qua rimangono confinati al nostro mondo.

Petrolio, trivelle, politicanti, referendum e noi.

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Provo a dare un piccolo e insignificante contributo alla discussione sulle trivelle. Non ha pretese di esaustività, non si finisce mai di imparare, ma spero possa essere utile a chi legge per orientarsi. Ringrazio per le fonti il Dott. Giuseppe Miserotti (ex presidente dell’Ordine dei Medici di Piacenza), tutti i compagni dei movimenti NoTriv (in particolare Erika che mi ha passato in questi mesi documenti interessantissimi che vanno ben al di là dell’Italia e che qui non potevo inserire per questioni di lunghezza) e Nicola Armaroli (ricercatore al CNR di Bologna nonché direttore della rivista Sapere, ovvero la massima autorità in fatto di pubblicazioni scientifiche in Italia. Non ci conosciamo ma ho attinto a piene mani dai suoi interventi). Non ringrazio il sito del Ministero perchè anche se credo la gente dovrebbe servirsene prima di parlare a vanvera…fanculo lo stato: non si ringrazia chi incarcera, saccheggia e devasta i territori.

Ah, un’ultima considerazione introduttiva: realisticamente, l’affluenza al voto per il referendum non sarà superiore (salvo imprevisti) al 30%, quindi una volta di più è centrale la lotta che sapremo mettere in campo, non certo la X su un pezzo di carta.

1. Dato che le persone non coinvolte nei movimenti sociali hanno conosciuto la questione Triv in conseguenza al referendum prossimo venturo, credo sia giusto fare chiarezza in merito al quesito referendario. E dunque, su cosa si vota il 17 aprile?

Ci esprimeremo su un unico quesito referendario, promosso da 9 regioni, che chiede questo: vogliamo che siano revocate o mantenute le concessioni per l’estrazione di petrolio o gas naturale in mare – entro le 12 miglia dalla costa – che scadranno tra il 2017 e il 2027? Si tratta di circa 20 concessioni che, in caso di vittoria del “Sì”, continueranno comunque a essere valide sino alla loro scadenza attuale. Il quesito non riguarda le concessioni oltre le 12 miglia marine. Dato che ho una “piccolissima” esperienza istituzionale alle spalle, vi butto lì anche un’altra cosa che legittimamente -senza aver mai frequentato quell’insalubre mondo- difficilmente potete desumere: come conseguenza pratica, avremo che in caso di vittoria del SI non vi sarà lo stop automatico, ma la possibilità di funzionare SOLO in regime di proroga, regime che necessita del parere delle Regioni (ora non necessario). Dato che le Regioni non sono di norma enti a guida “blackblocnotavnotriv” molte proroghe saranno comunque concesse a seconda di quanto i Presidenti giudicheranno conveniente o meno (per i loro calcoli politici) dare l’avvallo, ma in ogni caso facendo pesare il proprio parere ai privati estrattori in termini di “compensazioni” (di vario tipo: dalla realizzazione di lavori pubblici o ambientali a quelle economiche…). Ehi, non è un caso che il referendum sia proposto dalle regioni! 😉

2. Cosa è esattamente una concessione e quanto dura? È cambiato qualcosa di recente nel regime di queste concessioni?

Le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato, che però non si dedica direttamente ad attività estrattive ma le affida “in concessione” ad aziende energetiche specializzate. La procedura è complessa: prima lo Stato rilascia “permessi di ricerca” che, in caso di ritrovamento di risorse sfruttabili, possono evolvere in “concessioni di coltivazione”. Sulla base di queste ultime, le aziende realizzano le infrastrutture necessarie alla produzione, tra cui le piattaforme e i pozzi.

Fino allo scorso anno la legge italiana prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione) di idrocarburi durassero 30 anni, prorogabili (ricordate quando al punto 1 parlavo degli effetti pratici e delle proroghe?) per ulteriori 5 o 10 anni. La Legge di Stabilità 2016 stabilisce che tali titoli non abbiano più scadenza e restino in vigore “fino a vita utile del giacimento”.

3. Le concessioni che sarebbero progressivamente revocate nel prossimo decennio, in caso di vittoria del “Sì”, dove sono e a quali aziende appartengono?

Queste concessioni riguardano il mare Adriatico (di fronte alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo), il mar Ionio (provincia di Crotone) e il canale di Sicilia (provincia di Ragusa e Caltanissetta). La maggior parte riguarda esclusivamente estrazione di gas, solo 5 riguardano anche petrolio (una di queste unicamente petrolio). Le aziende titolari delle concessioni sono ENI (o sue controllate) e Edison.

4. Quanto petrolio e gas possiamo ancora estrarre in Italia, complessivamente?

I dati sono consultabili presso il sito del Ministero. Le risorse sono stimate in 3 categorie:

certe (probabilità > 90% di essere prodotte)
probabili (> 50%)
possibili (> 10%)

Nella improbabile e ultraottimistica ipotesi che le risorse certe e probabili siano interamente estratte e sfruttate, l’Italia coprirebbe meno di 2 anni di domanda di gas e poco più di 3 anni di domanda di petrolio, agli attuali livelli di consumo.

A questo proposito è importante rilevare due dati significativi:

tra il 2005 e il 2014 i consumi di gas in Italia sono calati del 28% e quelli di petrolio del 33%, non siamo un Paese disperatamente alla ricerca di nuovi approvvigionamenti; i costi di estrazione di petrolio in Italia si aggirano attorno ai 50 $/barile. Con i prezzi attuali, attorno ai 40 dollari, la produzione italiana (assieme a quella in molte altre aree geografiche) è fuori mercato. L’Arabia Saudita, abbassando di proposito il prezzo del petrolio, ha raggiunto lo scopo di imporsi, ancora una volta, come regista del mercato mondiale.

In questo scenario l’Italia e l’Europa, con le loro misere riserve residue, non hanno voce in capitolo: è sommo interesse strategico nazionale pianificare l’abbandono progressivo degli idrocarburi. Ora, non so se chi legge sa che mi occupo nella vita principalmente di mondo del lavoro operaio in Italia e di conflitti globali, con particolare attenzione all’area mediorientale. Facciamo girare due rotelline: se non fosse come ho appena scritto, ben difficilmente si capirebbe perché l’Italia e gli altri paesi occidentali abbiano così tanto interesse a mantenere fra i propri alleati economici e politici quell’Arabia Saudita culla del salafismo e armatrice/finanziatrice di ISIS! Perché quella (e lo stesso ISIS, che vende ad essa e al petroliere Erdogan il cui padre è -sorpresa!- alla guida della nostra alleata Turchia): perché sono quelli i mercati che determinano prezzi e commercio del petrolio per uso di massa, non certo le due piattaforme del cazzo che abbiamo in Italia e che arricchiscono (a costo di danni irreparabili quotidiani, vedi recenti sversamenti sulle coste siciliane) al massimo dei privati “amici di”! Ciò invalida COMPLETAMENTE l’argomento da bar (o da primo anno di facoltà di ingegneria, se preferite) del “e ma allora poi dove lo compriamo il gas e il petrolio?” Coyote, non stai vivendo con quello estratto lì!

5. Viste le esigue quantità disponibili, perché è appetibile estrarre idrocarburi in Italia?

In Italia vige un regime di concessione estremamente “benevolo”, che aveva ragion d’essere quando ENI era al 100% proprietà dello Stato ed era di fatto l’unica azienda impegnata nello sfruttamento degli idrocarburi nazionali. Oggi ENI è una società per azioni quotata in borsa e opera in competizione con altre aziende private, spesso straniere. Questo vecchio regime di concessione è oggi vantaggioso solo per le aziende energetiche, non per la collettività nazionale.

I canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione ammontano a poche decine di euro per km2. Altrettanto basse sono le percentuali sugli utili che le aziende energetiche pagano allo Stato (royalties): per il petrolio in mare sono del 7% e per il gas del 10%, ma sono pagate solo oltre una certa quota produttiva (quindi conviene produrre poco…). Tra l’altro, il sistema della royalties è ormai superato in tutti i Paesi più avanzati, tranne appunto l’Italia. Normalmente le aziende versano allo Stato una percentuale dei profitti che, in Norvegia, sfiora l’80%! E no ragazzi, in Norvegia non comandano i “blackblocanarconotrivautonomi”, sono dei socialdemocratici del cazzo, solo con una massa di gente un po’ meno pecorona e gggentista alle spalle che ogni volta legittima le peggio cose dei peggio politicanti.

6. A quanto ammontano le royalties pagate dalle aziende che estraggono idrocarburi?

Tutti i dati sono presenti sul sito del Ministero. Nel 2015 lo Stato ha incassato 55 milioni di euro, una cifra irrisoria nel bilancio nazionale. Le Regioni hanno incassato 163 milioni, di cui 143 alla sola Basilicata (16 milioni al Comune di Viggiano, che conta 3200 abitanti). L’Emilia Romagna – che ha 4,5 milioni di abitanti e un bilancio regionale di 12 miliardi – ha incassato 7 milioni. 1,5 euro per abitante: un’elemosina che non compensa neppure i danni ambientali di questo tipo di attività, in primis la subsidenza. Non sapete cosa sia la subsidenza? Googolate o vien troppo lunga. Male comunque, in Emilia abbiamo già speso un bel po’ in passato per riparare ai danni.

7. Nel caso di vittoria del “Sì”, che senso avrebbe lasciare nel sottosuolo petrolio e gas, dato che le infrastrutture di estrazione sono già in loco?

Ci sono almeno quattro buoni motivi per lasciarli dove sono:

· Non è accettabile che alle compagnie petrolifere debba essere concessa la disponibilità di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Nei Paesi democratici è regola porre precise scadenze temporali alle concessioni date a società private che sfruttano beni appartenenti allo Stato, cioè a tutti. Le regole dello Stato liberale debbono valere sempre e per tutti. E guardate che mi costa dire ‘sta roba, dato che a me della democrazia non me ne frega una mazza, ma la dico a quei “liberal” che senza interessarsi stabilmente di politica tendono a voler mettere parola su questioni rilevanti con una certa saccenza (pessima categoria: di solito sono il prodotto perfetto delle campagne di pink-green-vattelapesca-washing governative).

· Come recita il movimento britannico Keep it in the ground, dobbiamo essere consapevoli che il margine per ulteriori aggiunte di CO2 in atmosfera è ormai minimo. Gli idrocarburi vanno lasciati il più possibile dove sono perché la destabilizzazione del clima è una delle più imponenti minacce che grava sul futuro della nostra civiltà. Cominciamo da casa nostra.

· Per disinnescare altri quesiti referendari, il Governo ha vietato per legge nuove concessioni entro le 12 miglia marine, anche perché ritenute potenzialmente dannose per un’attività ben più rilevante per l’economia italiana: il turismo. È ragionevole liberare definitivamente le acque territoriali italiane dai rischi connessi a queste attività.

· Certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas che abbiamo in Italia, abbiamo il dovere morale di lasciare qualche risorsa del sottosuolo anche alle generazioni future. Non so fate che quei mentecatti di Renzi e Salvini ci trascinano in una guerretta, a me farebbe comodo avere un po’ di olio di riserva per mettere su delle bande partigiane post-atomiche e andare in giro a fare pulizia di teste di cazzo. Butto li eh. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo consumare tutto noi.

8. Quali tipi di rischi ambientali esistono?

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si tratti di ricerca, estrazione o uso.

Nella fase di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che potrebbe avere un impatto negativo sulla fauna marina (il tema è controverso).

Per quanto riguarda l’estrazione, uno degli impatti più seri – che colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale – è la subsidenza, un fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione, che ha già causato molti danni. È poi stato rilevato di recente che nei pressi delle piattaforme in mare vi è un aumento della concentrazione di diversi inquinanti. Inoltre, nonostante si tratti di un rischio a bassissima probabilità, un ingente sversamento accidentale di petrolio in mare avrebbe conseguenze ambientali ed economiche catastrofiche. In particolare per l’Adriatico, che è un mare molto chiuso, caratterizzato da una profondità media inferiore a 100 metri nella parte centro-settentrionale.

Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che contribuisce a causare milioni di morti ogni anno per inquinamento atmosferico e accresce la temperatura del pianeta attraverso gli scarti dei processi di combustione. Con l’Accordo di Parigi (forse voi non ricordate ma…c’era appena stato l’attentato al Bataclan e Hollande aveva vietato che noi manifestassimo contro un incontro che, sostenevamo, era un’opera di “green-washing” mentre tutto sarebbe continuato come prima. La manifestazione la facemmo lo stesso, scontrandoci con le guardie della gendarmerie), il nostro Governo ha dichiarato di voler fare la sua parte per la lotta ai cambiamenti climatici. È ora che l’Italia adotti, nei fatti e non solo a parole, una politica energetica coerente sino in fondo con gli accordi che sottoscrive a livello internazionale.

9. Qualcuno obietta che estrarre idrocarburi in Italia aumenta il rischio e il danno ambientale globale poiché, in alternativa, si estrarrebbe in Paesi con minori controlli ambientali. Inoltre, transiterebbero più petroliere nei nostri mari.

Rinunciare a meno dell’1% di consumo nazionale di petrolio equivale al carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, l’ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico, 2010) è avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera.

A proposito di inquinamento, occorre poi sottolineare che le grandi multinazionali europee, che vorrebbero trivellare i nostri fondali marini vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo aspetto nelle aree produttive più povere del mondo, come per esempio il Delta del Niger in Africa. O nessuno ne parla eh che abbiamo avvelenato un’area immensa?! Ni Italiani brava gente sì. Sapete quanti profughi ci sono in conseguenza alle trivellazioni nel delta? Sapete che non vengono neanche riconosciuti come profughi? Ma il coglione stronzoleghista che poi se la prende coi “neri” e va a fare la camminata antidegrado alla stazione però la benzina la vuole eh?! Le pratiche di sostenibilità ambientale non possono valere solo laddove i controlli sono più stretti, ma debbono valere sempre. E ogni leghista-casapoundino in meno è un passo avanti per l’umanità, così giusto per ricordarlo.

10. Limitando l’industria estrattiva in Italia, ci saranno impatti negativi sull’occupazione?

La maggior parte degli italiani addetti al settore estrattivo lavorano all’estero. Considerando il quadro qui descritto, l’eventuale effetto sull’occupazione in Italia sarebbe ridotto e diluito nel tempo. Occorre poi sottolineare che il numero di posti di lavoro creati dalla filiera rinnovabile, che è il futuro, è almeno quatto volte superiore a quello dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. Quest’ultima è per sua natura a bassa intensità di lavoro.

In questi ultimi 3-4 anni sono state perse decine di migliaia di posti di lavoro, a causa delle politiche miopi e vessatorie che hanno tagliato le gambe all’ascesa delle rinnovabili per favorire, ancora una volta, i combustibili fossili. Si tratta per lo più di aziende piccole e piccolissime che spesso non hanno voce, ma è stata una vera e propria ecatombe.

Anche in un Paese poco propenso a progettare il futuro come l’Italia bisognerà farsene una ragione: tutte le transizioni epocali innescano grandi ristrutturazioni industriali e occupazionali. La transizione energetica non farà certo eccezione. Non significa di perdere lavoro (che è sempre una merda), ma di organizzarne di nuovo (e più umano), magari all’infuori della logica di rapina.

Per inciso: io sono un sindacalista, e di un sindacato conflittuale, non della CGIL. Vi assicuro che ho a cuore che la gente possa vivere decentemente. Ma, non prendendo mazzette per fare dichiarazioni a favore delle trivellazioni, posso dirvi una cosa di cuore? BASTA allo scambio lavoro-salute. Ma diocaro l’ILVA non insegna proprio niente?! E poi nelle piattaforme italiane lavorano operai con contratti determinati di pochi mesi (proprio perché gli stessi beneficiari delle concessioni non sanno realisticamente quanto possono fare calcoli su quei sitarelli): puntano a massimizzare il profitto subito, anche a costo di massimizzare i danni (ragazzi le avete sentite le intercettazioni della Renziana ex-ministro Guidi no? Chissenefrega delle malattie professionali e del danno alle falde! Lo dicono esplicitamente, ne ridono!) e vaffanculo il lavoro, non staranno certo a piangere quando in ogni modo non rinnoveranno i contratti.

11. Il Governo ascolta la comunità scientifica?

Tutti i Governi, di qualsiasi colore, hanno sinora sistematicamente ignorato la voce della comunità scientifica sui temi dell’energia. Nell’ottobre 2014, alcuni docenti di Università e centri di ricerca di Bologna hanno inviato una lettera al Governo, nella quale chiedevano di aprire un confronto sulla Strategia Energetica Nazionale. Nessuno ha avuto il garbo istituzionale di rivolgere loro un cenno. Nella maggior parte dei Paesi avanzati esistono strumenti per far dialogare i diversi attori sociali portatori di conoscenze e interessi diversi (politici, scienziati, tecnici, cittadini). Da compagno, non mi faccio certo illusioni in merito a tali strumenti di dialogo, ma sappiate che in Italia la lobby pro-Triv è al comando di partiti (PD in primis) che della scienza e di chi studia per un mondo migliore se ne fottono. Contano i voti subito, il potere subito, spartire subito e ciao grazie.

12. Cosa perde e cosa guadagna l’Italia, limitando le estrazioni di idrocarburi?

Numeri alla mano, l’Italia perde davvero poco. D’altro canto, privilegiando lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili – manifatturiero e conoscenza – ne guadagnerebbe enormemente in termini di innovazione e posti di lavoro, di qualità della vita delle persone, di rispetto degli impegni internazionali. Penso poi che la promozione del turismo, del cibo e dell’agricoltura di qualità siano valori inestimabili che non dobbiamo mettere a rischio per nessuna ragione. Tanto meno per estrarre quantità residuali di idrocarburi, sostanzialmente regalate ad alcune grandi aziende energetiche. Tra i numerosi mendaci argomenti messi in circolo dai pro-triv, vi è quello per cui l’Italia non sarebbe messa poi così male dal punto di vista delle rinnovabili: 12esima in Europa. Come sempre, le statistiche sono figlie del diavolo: questo dato non dice che l’uso domestico di rinnovabili (sostanzialmente al solare mi riferisco) in Italia è fermo al 4%, mentre paesi con molto meno sole di noi (Germania, Svezia) oscillano fra il 56 e il 74%. Ci rendiamo conto?

13. È possibile far funzionare la civiltà moderna solo a energia rinnovabile?

Non solo è possibile, ma è anche un’opzione senza alternative. I combustibili fossili inquinano e compromettono il clima. L’unica possibilità di sopravvivenza per la nostra civiltà è passare nel più breve tempo possibile all’uso dell’unica fonte energetica illimitata di cui disponiamo, il Sole. Senza però dimenticare che solo utilizzando in modo oculato le (limitate) risorse naturali a nostra disposizione (metalli, acqua dolce, biomasse, ecc.) saremo in grado di fabbricare i convertitori e gli accumulatori di energia solare che ci servono.

Sarà una sfida molto complessa, ma non impossibile.

14. Veniamo all’ aspetto politico. Qual è la vera posta in palio con questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito specifico, che riguarda una questione quantitativamente minimale. Del resto è sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987, dove non fu chiesto esplicitamente agli italiani se volessero o meno centrali in Italia. La vittoria del “Sì”, però, bloccò lo sviluppo del nucleare per 30 anni. Il referendum del 2011, cancellò poi per sempre questa opzione.

Il referendum del 17 aprile ha assunto un cruciale significato politico: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica legata al passato o se vogliamo che l’Italia s’incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle fonti e tecnologie rinnovabili. È una questione su cui si gioca il futuro economico, ambientale e occupazionale dell’Italia, perché l’energia è il motore di tutto.

15. Da tutto questo si dovrebbe desumere che serve andare a votare, e di corsa, per il “sì”…ma?

Ma da compagno di movimento non poso liquidare con questa facilità la questione. Certo, sbugiardare le ragioni del “no” è doveroso, dato che appunto il referendum ha assunto una rilevanza politica. Se dovessi interloquire con qualcuno che non segue i miei stessi percorsi di lotta direi sicuramente di votare “sì”.

Ma fra compagni sappiamo bene, fin troppo bene, come il referendum e la favoletta della “democrazia diretta” siano un’arma di svuotamento delle lotte sociali ed eco-sociali. Il principio è semplice: “vai a votare, avrai fatto il tuo dovere e dopo non dovrai più preoccuparti della questione!”. Sappiamo bene che questo è il primo passo per permettere che fra tutto prosegua come prima se non peggio senza nemmanco il rischio che la gente scenda in piazza o ostacoli le trivellazioni. Ciò è precisamente la cosa da evitare. Questo referendum non incrocia se non in minima parte la lotta NoTriv. Tutti dovrebbero conoscere e seguire il movimento NoTriv, partecipare alle sue scadenze, alle sue manifestazioni, ai suoi -si spera- sabotaggi che inevitabilmente si renderanno necessari. In Val Susa il Tav porta 25 anni di ritardo non per qualche referendicchio in valle, ma per la tenace opposizione di una dimensione popolare che legittima e riconosce le azioni di contrasto e sabotaggio ai lavori (“si parte si torna insieme Chiomonte come Atene siam tutti black bloc lo sbirro nel cantiere dovrà tremare se arrivano i NoTav!” cantano gli anziani…), al netto di alcuni contrasti di vedute su fatti specifici che non tratteremo qui.

In Basilicata e in Irpinia, le zone che fino ad ora hanno subito di più le politiche di sfruttamento dei giacimenti fossili in Italia, purtroppo possiamo già toccare con mano i primi effetti negativi di un eccesso di fiducia in uno strumento che in realtà può offrire poco- Quell’attivazione e mobilitazione di massa, che fino ad uno o due anni fa il movimento No Triv riusciva anche se solo in modo parziale ad esprimere, si è arrestata; sopita in un’ingenua e fiduciosa attesa degli esiti del referendum: non si lavora più per la costruzione di una partecipazione di massa, ma per l’affluenza alle urne.

Il rischio è che passato il 17 aprile la sbornia dell’ “effetto referendum” si volatilizzi, lasciandoci in mano soltanto una vittoria di “principio” senza nessuno in grado di far rispettare quella volontà.

Mettiamola così: spero che vinca il “sì”, ma a patto che il giorno dopo le persone andate ai seggi diano retta a quelle che fanno lotta politica quotidiana su quel tema.A quelle che la fanno credo che non si possa imputare niente: votino, non votino, cazzi loro (e miei). Non importa. Perché capisco che faccia bollire il sangue nelle vene vedere i faccioni dei politicanti sinistrati mettere il cappello e incassare un po’ di ritorno da una vittoria, per poi magari sparire di nuovo e anzi condannare quei “pochi violenti” che mettono in campo pratiche di contrasto reale. Dovrebbero morire male, e non è escluso che gli succeda con tutto il loro codazzo di associazioni ambientaliste filo-istituzionali. Ma è un problema che riguarda noi moichani. A tutti gli altri, spero che l’analisi nel merito della vicenda sia stata utile.

corteo NoTriv a Licata dello scorso 9 gennaio.

Un bell’intervento NoTriv all’Università di Pisa

Intervento all'iniziativa dei giovani #PD sulle trivelle: La questione é politica, sulla gestione delle risorse e dei territori, non solamente tecnica. Un giovane democratico replica "potete dirmi che sono una merda e un corrotto, basta che lo facciate democraticamente. In due minuti". Ne bastano meno #PDcorrotti #NoTrivPolo Carmignani – Università di Pisa

Pubblicato da Collettivo Universitario Autonomo Pisa su Martedì 5 aprile 2016

Nubi su Piacenza, ma dal basso un’alternativa è possibile!

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Fra poco riprenderà la vita istituzionale del Comune di Piacenza. Il bilancio degli ultimi due anni di amministrazione è, da un punto di vista di sinistra, disastroso.

SVILUPPO DEL TERRITORIO E LAVORO: il nero più nero segnato dalla continua difesa lobbystica da parte del PD delle “cooperative” che sfruttano e schiavizzano i lavoratori del polo logistico. Addirittura l’irresponsabile e delirante rifiuto del dialogo con i SiCobas, sindacato maggiormente rappresentativo del settore. Da ricordare e sottolineare mille volte anche le minacce di violenza indirizzatemi da parte di un consigliere comunale rampantino del PD lo scorso luglio, a cui è seguito in agosto l’incendio di casa di un facchino dell’IKEA in sciopero. Che vi sia o meno una connessione diretta fra i due fatti (non sta a me ipotizzarlo ne stabilirlo) è evidente che certe lobby non si fanno scrupoli e non hanno paura di far seguire alle parole i fatti…fatti gravissimi, atteggiamenti paramafiosi che ovviamente vengono fatti passare sotto silenzio. Baciamo le mani!

AMBIENTE E BENI COMUNI: premesso che la definizione “bene comune” è una semplificazione e chiunque faccia lotta politica di classe sa che tale è solo ciò che è generato dalle pratiche di autonomia delle soggettività, anche qua la notte più nera. Come era prevedibile, anche la lobby delle multiutilities che ha nel PD il suo maggior referente ha preteso e ottenuto l’avvallo a una nuova società mista (sul fallimentare modello di IREN), in completo disaccordo con gli esiti del referendum del 2011 e in ossequio al neo-Reaganesimo di Renzi, il quale punta a far passare l’obbligo di vendita ai privati di almeno il 51% delle società. Magna magna!

DIRITTI CIVILI E IMPEGNO NELLA CULTURA: peggio che andar di notte. La discussione per l’istituzione dell’albo delle coppie di fatto, iniziata lo scorso novembre (!) vaga sospesa nel nulla e la volontà del PD di arrivare al ritiro o alla neutralizzazione del testo è palese. Questo mentre in Italia iniziano le adozioni da parte di coppie omosessuali e nel più totale servilismo alle istituzioni religiose (di fatto, l’ennesima lobby). Brucia strega, brucia!

SERVIZI SOCIALI: mentalità privatista-retrograda al punto da entrare in collisione addirittura con i pompieri sociali dei sindacati di base. Mentre Renzi annuncia 1.000 asili in 1.000 giorni, noi sappiamo a quale modello si riferisce, perchè ne abbiamo avuto una corposa anticipazione dal PD locale: quello del privato, magari se affidato a cooperative con un tasso di maternità fra le dipendenti pari allo…0%! Insomma, l’ennesima march…. alle cooperative (che di cooperativo hanno nulla) e alla loro morale vigliacca di “o prendi e stai zitto o stai a casa”, al loro nuovo regime dello sfruttamento. Perchè loro sono loro e noi…non siamo un cazzo! O così credono.

MA UN’ALTERNATIVA…E’POSSIBILE! Nel vuoto della risposta istituzionale (una destra cripto-fascista e becera, vedi i manifesti anti-gay di Fratelli d’Italia, e una sinistra azzerata dalla rincorsa di strambi e contraddittori cartelli elettorali), con un emiciclo parlamentare ormai tutto compatto attorno al Partito dello Stato (padronale) Democratico, negli ultimi anni abbiamo visto in Italia e a Piacenza un moltiplicarsi delle lotte e delle vertenze. La logistica traccia la direzione, quella dell’alzare la testa, e studenti, precari, famiglie vessate dalla rapina istituzionale trovano il coraggio di lottare. E’ ora di far parlare queste Resistenze fra di loro, è ora di dissipare le nubi.