G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Sciopero del 16 giugno: una vittoria per il movimento operaio e per l’antagonismo piacentino!

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Il gruppo di una ventina di studenti piacentini unitosi agli altri due pullman di ragazze e ragazzi operai. Da Piacenza ci siamo mossi in 150, tutti giovanissimi, per la giornata del 16 giugno: due pullman hanno portato solidarietà a Modena e uno a Stradella. Ogni fronte di lotta riesce ormai ad essere supportato dall’organizzazione sprigionata da questo movimento giovanile.

Lo sciopero di venerdì 16 giugno è stato un passaggio significativo per il consolidamento e il potenziamento di una prospettiva conflittuale di classe in questo paese.
Convocata dalle sigle più combattive del sindacalismo di base, la giornata di lotta ha praticato una prima possibile saldatura di rilievo strategico per l’ipotesi antagonista, quella tra i settori cruciali della circolazione.
Si sono intrecciati nello sciopero i comparti logistici, quelli dei trasporti pubblici e finanche l’adesione significativa di lavoratori Alitalia, a nemmeno due mesi dalla fragorosa affermazione del No nel referendum interno alla compagnia. Questi sono scioperi che fanno male perché incidono direttamente sulla ritmica complessiva della produzione e della riproduzione e agiscono immediatamente sul piano dei rapporti di forza. Non a caso i Confederali se ne tengono da tempo alla larga, così come non è casuale che a dare visibilità pubblica allo sciopero (per lo più silenziato dai media) siano le dichiarazioni stizzite di Renzi e Delrio. Il primo prova ad attizzare la retorica dei fannulloni, enfatizzando il fatto che lo sciopero sia avvenuto di venerdì. Non sa, evidentemente, il buon Renzi, che i trasporti e i magazzini logistici lavorano anche il sabato e spesso la domenica… Mentre Delrio si scaglia contro le minoranze in grado di bloccare le città e invoca una forte limitazione alla possibilità di scioperare (in modi incisivi, per scioperare in maniera innocua ovviamente non c’è problema), ricordando che alle Camere sono ferme da tempo proposte di legge in merito che portano le firme di Sacconi, Damiano e Ichino (brividi).

La “solitudine” dello sciopero di ieri rispetto a sponde istituzionali (il che è evidentemente un bene) e a un contesto generale che continua a essere arido di istanze conflittuali, ha dunque prodotto notevoli interruzioni nella circolazione urbana sopratutto a Roma e Milano, e si è definito attraverso una fitta punteggiatura di blocchi dal porto di Napoli a tutto il nord. Anche questa volta non si è fatta attendere l’arroganza poliziesca (sempre più rinvigorita dal nuovo corso Minnniti), con interventi ai picchetti a Genova e Brescia e con una plateale e violenta aggressione a Modena. L’uso indiscriminato di lacrimogeni su un picchetto operaio qui avvenuto merita una considerazione. Nella città amministrata ininterrottamente dal 1945 dal medesimo ceto politico che si forgia degli stemmi del Lavoro, una tale brutalità (nell’assordante silenzio dei media locali) è possibile perché la forza lavoro in lotta è razzializzata e il razzismo istituzionale è una dimensione sempre più pressante. In secondo luogo, la questura locale ha evidentemente voluto rispondere alla liberazione avvenuta il giorno prima dello sciopero di Aldo Milani, provando inoltre a pareggiare i conti con il corteo per la sua liberazione che a febbraio aveva rotto tutti i divieti a manifestare ridicolizzando il dispositivo repressivo. La risposta della piazza scioperante è però stata importante e vittoriosa, anche grazie alla solidarietà operaia da altre città, che rimane uno degli elementi di lotta di maggior rilievo per questo ormai decennale processo conflittuale.

Per concludere, il 16 mette sul piatto alcuni nodi sui quali sarà necessario tenere aperta una riflessione. La tenuta organizzativa della saldatura tra sindacalismo conflittuale, collettivi autonomi e una composizione operaia consapevole della propria collocazione strategica nella catena produttiva è l’elemento che ha consentito la durata dei processi in atto. L’uso operaio del sindacato e le dinamiche soggettivo-organizzative di quest’ultimo continuano a definirsi come campo di tensione all’interno del quale si determineranno le direzioni future di questa storia. Se il passaggio del 16, la connessione tra logistica e trasporti, evidentemente è in grado di esprimere livelli anche molto più alti e incisivi, si tratterà verso l’autunno di comprendere come la molteplicità del lavoro contemporaneo possa comporsi attorno e con questi settori di classe. La produzione di concatenazioni e risonanze, il dispiegamento delle potenzialità dei territori attorno al conflitto capitale/lavoro, è l’altro aspetto decisivo, e questo spetta a noi.

La democrazia di Minniti e dell’UE…

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Uno dei dieci pullman a cui è stato impedito di raggiungere la manifestazione “eurostop” di sabato 25 marzo a roma. I ragazzi sono poi stati rinchiusi illegalmente in un CIE per essere identificati.

Rilancio editoriale di Infoaut rispetto alla manifestazione contro l?unione Europea a Roma. Il dato non è di contenuto, ma bensì inerente la gravità del livello repressivo raggiunto dal ministero dell’interno. Di fatto, in questo paese le conquiste democratiche sono sospese.

Partiamo da un dato. Accettare di essere relegati al di fuori delle zone della città dove si materializzava la provocazione delle istituzioni europee e nazionali per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, è stato il primo tassello che ha permesso a un imponente meccanismo di controllo di funzionare.

La gestione dell’ordine pubblico in piazza a Roma, costruita mediaticamente ad arte nei giorni precedenti, si è potuta così affermare in pieno stile (nord)europeo. Con una enfasi e una prassi sulla prevenzione della minaccia atta a far sparire le ragioni politiche del corteo di, che partivano anche dall’inaccettabilità del sequestro della capitale e del suo centro da parte dei capi di stato e di governo.

Le ragioni del corteo erano del resto chiarissime da mesi, e affermavano da un lato la consapevolezza della irriformabilità dell’Ue e dall’altro la non accettabilità di un discorso neosovranista in qualunque salsa.

Un quadro analitico che nei media non doveva in alcun modo passare, visto che le uniche prospettive accettabili nel discorso pubblico sono quelle di due finti nemici, l’europeismo fideistico e il sovranismo con il suo sfondo nazionale, utili a rinforzarsi a vicenda mentre colpiscono insieme il nemico comune, quello costruito e ricostruito ogni giorno dalle lotte sociali; il conflitto e chi lo pratica nei territori sono stati assimilati di fatto al jihadismo negli scorsi giorni sui media, in una clamorosa opera di annientamento mediatico di chi generosamente ha costruito una piazza difficile e attaccata da ogni parte.

Chi ha elemosinato riformette ai potenti dell’Ue mentre sfilava con Libera e il peggio della società civile alleata del PD, ricongiungendosi durante il corteo addirittura con Laura Bordini e Mario Monti, ha quindi dimostrato ulteriormente la sua politica ostile e nemica al conflitto sociale e alla sua talvolta dura quotidianità, fornendo una stampella buona e colorata ad un potere che non se ne curerà neanche.

Ad ogni modo Minniti e il dispositivo da lui costruito, dalle centinaia di fermi preventivi con annessi fogli di via ‘previa verifica dell’orientamento ideologico dei manifestanti’ al vergognoso tentativo di impedire alla piazza di raggiungere Bocca della Verità, ci mettono di fronte alla necessità ulteriore di approfondire con intelligenza il ragionamento sulle forme del conflitto e della resistenza al giorno d’oggi, in uno scenario dove la paura si è imposta sulla consapevolezza delle ragioni dello scendere in piazza.

Lo diciamo senza giri di parole. Oggi non c’è stata la capacità di rappresentare una variabile ingovernabile all’interno della capitale, di rompere il perimetro che ci è stato tracciato intorno. Le differenti istanze contro l’austerità portate da chi lotta contro l’impoverimento sociale dovranno prendere coscienza dell’impossibilità di qualsiasi scorciatoia rispetto all’affrontare di petto l’attacco che viene condotto nei propri confronti. E non sono certo i “diritti democratici” che hanno mostrato oggi tutta la loro inconsistenza che ci garantiranno la possibilità di tornare a manifestare.

Ripartiamo da questa consapevolezza e da un dato. Le migliaia di uomini e donne, di studentesse, di migranti, di operai della logistica, di attivisti dei comitati territoriali scesi in piazza oggi hanno dimostrato che esiste un soggetto, per quanto parziale e sicuramente non ancora sufficiente, che ha volontà di opporsi ad un controllo e a delle condizioni di vita sempre più pressanti.

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.

6 tesi sul NO

Il corteo di protesta contro il premier Matteo Renzi, atteso nel pomeriggio in città per partecipare alla cabina di regia su Bagnoli, Napoli, 6 aprile 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Il corteo di protesta contro il premier Matteo Renzi, atteso nel pomeriggio in città per partecipare alla cabina di regia su Bagnoli, Napoli, 6 aprile 2016. ANSA/CIRO FUSCO

1. Questo NO è crisi.
Si è votato non per fiducia nella democrazia, ma per frenare una traiettoria di ristrutturazione del governo neoliberale della crisi. Cercheranno di codificare istituzionalmente nuove forme di stabilità sistemica, oltre il merito e la razionalità di questa riforma costituzionale. Questo No ha espresso una variabile di contrapposizione possibile contro la stabilità istituzionale delle forme di governo della crisi. Se non è un No contro le istituzioni è un No che sfiducia le istituzioni. È il tornante italiano del nostro tempo inattuale, quello del vecchio mondo che muore e del nuovo che non emerge. È una tappa in una sequenza capitalistica che segna la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta. Ne fanno parte come sintomi l’OXI greco, la Brexit inglese, la vittoria di Trump.
Questo NO segna l’esaurirsi alle nostre latitudini della promessa di sviluppo neoliberale basata sulla retorica dell’innovazione, della competitività e della meritocrazia. Ne disvela la menzogna. E’ anche la storia delle sinistre socialiste e della fine loro promessa, già al capolino in Grecia e Spagna e che in Italia ancora prova ad aggrapparsi al nocciolo della governabilità europea, sempre più circoscritta al cuore germanico dell’Impero.
La contrapposizione referendaria non ha ricalcato una divisione tra destra e sinistra semplicemente perché questa divisione è completamente aliena allo scontro in atto che si gioca prioritariamente sulla continuità della stabilità sistemica o sulla sua rottura affrontando la tempesta della crisi in mare aperto.

2. Questo NO è degli ignoranti.
L’arroganza classista del Sole 24 Ore che dipinge il popolo del No come quello del rancore e quella di Illy che ne denuncia l’ignoranza stanno in questo voto a differenti altezze. Come? L’ossessione di rincorrere il segmento trainante nella tendenza dello sviluppo dei rapporti tra classi appartiene ai sociologi, rintracciare in questa la possibilità della rottura contro la direzione di questo sviluppo ai rivoluzionari. L’analisi del voto restituisce un consenso al No articolato tra le periferie, i giovani, i redditi bassi e gli alti tassi di scolarizzazione. Un profilo all’apparenza contradditorio e ambiguo, dove non c’è da scegliere un pezzo per un altro per investirlo dei destini di un nuovo popolo o, peggio, di uno storytelling aggiornato a una nuova stagione di agitazione sociale mimata o praticata. Sul lungo periodo c’è, al contrario, da riscontrare un’invarianza, a oggi forse solo nell’inconscio dell’elettorato del 4 dicembre e nella grafite delle matite – cancellabili o meno, poco importa – incisa sulla casella del NO: gli ignoranti del No sono gli analfabeti del linguaggio della tecnica di governo, i disabituati alle forme della politica nota, gli alienati dalle dimensioni del comando e del dominio che impongono loro un costo umano insostenibile. In questa ignoranza si preserva una distanza in cui cova l’endogenità di nuovi linguaggi, di una nuova cultura che sorge sulla stratificata e frammentata profondità del vissuto dei subalterni, come potenza umana nell’esser parte-contro, esclusa e combattuta, e come ricchezza umana di risorse, saperi e capacità bruciate dentro attività impoverenti.

3. Questo NO è il paradosso della democrazia.
Questo NO è un voto contro questa democrazia, contro queste istituzioni, praticato dentro gli spazi e gli strumenti di questa democrazia e di queste istituzioni. Nel risultato del voto si è espresso un paradosso che, come cortocircuito sociale, risulta incompatibile con i fini oggettivi della stabilità democratica. Gli esiti di questo paradosso sono aperti, ma sorgono sul terreno concreto dell’imbracciare uno strumento, il più immediato, e usarlo per praticare un obiettivo: far emergere la faglia dell’ostilità. Qui probabilmente il tempo di questo No si arresta. Per il momento, almeno.
Il No è degli stessi ignoranti ai quali della Costituzione non interessava nulla o che l’hanno usata al limite come ulteriore simbolo-contro. E’ il No di chi ha inflazionato la personalizzazione referendaria sull’attentatore Renzi, rovesciando il meccanismo di consenso plebiscitario alla base del voto. C’è poco da entrare nel merito quando l’obiettivo perseguito stava nella soddisfazione di vedere in piena notte la faccia contratta del leader sconfitto.
Ma la variabile dello sviluppo della contrapposizione espressa nel No deve fare i conti con il tempo circoscritto di quest’uso del voto, con le proporzioni dell’evento e la sua intensità. Chi si è ricomposto sulla faglia del No, in quell’apertura, è la stessa gente che ha trovato un campo di attivazione nella socialità digitale – alternativa e parzialmente antagonista al mainstream – e per la quale ulteriori livelli di partecipazione e mobilitazione restano a oggi sconosciuti o non interessanti.

4. Questo No è tradimento.
Con questo No una normalità è stata interrotta disvelando una condizione comune: dai sacrifici imposti non c’è alcun profitto per noi, alcuna realizzazione, nessun riscatto. Al Sì dell’innovazione si voleva contrapporre il No della conservazione; al Sì dei vestiti nuovi dell’imperatore si è contrapposto il No che indica un Re nudo.
I traditi dalla promessa di integrazione capitalistica hanno a loro volta tradito e trasgredito. In questo movimento istintivo risiede la disaffezione per l’intero spettro delle forme della politica. Un varco ambiguo e momentaneo dove l’ipotesi di movimento non si è potuta accontentare di rappresentare un’ostilità antagonista al governo (No Sociale), ma ha cercato di sintonizzarsi su un umore vendicativo, interpretando quei codici in cui oggi già l’ostilità si esprime. Non si tratta di misurare il risultato politico del No guardando alla sua capitalizzazione tattica, ma di navigare nei processi di un antagonismo possibile in formazione.
Ma le ipotesi hanno dei termini di verifica ed esaurito l’obiettivo occorre predisporne una nuova formulazione. Accettare questo tempo, che è anche quello delle fratture imposte da una vittoria, significa scommettere sui caratteri di un’identità ricompostasi momentaneamente sul passaggio del 4 dicembre ma che già è andata incontro a una sua frantumazione.

5. In questo NO non c’è nulla da rappresentare.
I settori di classe eccedenti, anche nel voto, non consegnano a nessuno alcuna delega in bianco. Non c’è nulla da rappresentare. Questo è il gioco del marketing politico sul quale il campo istituzionale è obbligato ad affannarsi in queste ore. Loro sono obbligati a farlo. Non è affar nostro, né di chi ha detto No. In una direzione che guarda all’intensificazione del conflitto apertosi sono strade impraticabili quelle che ambiscono a ricondurre il voto in nuovi soggetti della sinistra compatibili con il quadro politico stabilito (e comunque da questo non tollerate) o che valutano di intraprendere nuovi percorsi referendari assumendosi l’organizzazione positiva della proposta su temi di battaglia politica (dall’abrogazione del Jobs Act a quella della Buona Scuola). D’altra parte è bastato un No e non più di questo si è manifestato ad alte intensità.
Al calendario istituzionale, tra elezioni e governi tecnici, va contrapposto l’approfondimento di una frattura sociale anche a partire dall’orizzonte di nichilismo entro il quale soggettivamente viene vissuto e subito il tempo della crisi. Il lavoro di merda, la violenza degli sfratti o la stretta sui debiti continuano ad alimentare il ricatto del sacrificio di questa nuova iper-proletarietà e della sua quotidianità contro il tempo di un’aspettativa diversa e opposta. Eppure un’aspettativa di alterità si fa ingombrantemente presente. Rispetto ad essa monta una ricca impazienza.
Questo No è una nuova mappa perché descrive una gamma ampia di bisogni materialmente fondata in opposizione a una tendenza di sviluppo e governo della crisi: quella che salva le banche, quella che promette e non mantiene, quelle che se ne frega di noi. E’ per questo che constatiamo l’apertura di un nuovo spazio di movimentazione sociale.

6. Questo NO non cambierà niente. Eppure…
Il 4 dicembre c’è chi ha affondato il coltello per dare un segnale di indisponibilità: se solleviamo lo sguardo cogliamo una complessità di storie che lo sviluppano ma che non coincidono con il tempo della politica, anzi ne sono estranee. Le forme dell’attivazione post-referendaria, in qualsiasi prodotto compiuto, fosse anche in odore di Movimento, sono vissute con diffidenza per la radicale alterità della propria condizione. Parlando della vita iper-proletaria in questo tempo, vivere è subire. Per la nostra classe-parte il pensare e l’organizzarsi collettivamente – anche contro – indicano già un tempo liberato della vita, che passa per l’indispensabile rivolta e la negazione del presente. Non si tratta dunque di attrezzare nuovi artifici per colmare una distanza politica, ma di assumere questa come fattore costitutivo per alimentare e approfondire una contrapposizione. Non c’è contraddizione tra chi ha votato No per cacciare Renzi e la disillusione rispetto alla possibilità di cambiare per davvero le proprie condizioni di vita con quel voto. E’ proprio il passaggio meccanico dalle urne alla piazza che non può essere dato per scontato.
C’è una vittoria conquistata sulla negazione: si è prodotta una prima presa di posizione anti-austerity che ribalta la geografia umana disegnata dalla globalizzazione sui nostri territori. L’irruzione prepotente di figure e territori messi a lavoro ma squalificati: i giovani, le periferie, i quartieri dormitorio, le borgate delle grandi città, il sud e le isole.
L’ipotesi di sviluppo del No referendario nella parabola di un movimento dell’opposizione sociale deve mettere in conto di orientarsi in questo ignoto… un po’ più noto oggi anche grazie allo sforzo di organizzazione che ha avvicinato le lotte esistenti alla diversità politica e sociale che poi si è espressa nel No; un po’ più noto anche solo nel rovesciarci addosso i limiti e le insufficienze delle forme dell’organizzazione conflittuale; un po’ più noto, infine, anche grazie alla rinnovata conferma che i legami ed i rapporti si costituiscono nel riconoscimento dentro un comune conflitto, senza la paura di confrontarsi con chi non ti frequenta ma guarda in faccia il tuo stesso nemico…

Siamo alle ultime battute: diciamo NO a Renzi!

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I due cortei che hanno attraversato Roma il 26 e 27 novembre: 250.000 persone per dire no a patriarcato e violenza di genere, 50.000 per dire NO alla riforma costituzionale di Renzi. Non troverete queste foto sui giornali mainstream.

Tra il 26 e il 27 novembre due importanti momenti di partecipazione popolare hanno attraversato Roma:
-un enorme corteo contro la violenza di genere e il patriarcato, che e’ riuscito a uscire dagli argini del ritualismo soliti di questo tipo di mobilitazione negli ultimi anni grazie a un massiccio afflusso di componenti radicali e di punti di vista che eccedevano la testimonianza in stile “repubblica”;
-un enorme corteo per il NO sociale (quindi declinato non a partire da posizionamenti opportunisti ma dalle pratiche di resistenza quotidiane) alla riforma neoliberista e alle politiche di massacro sociale del governo Renzi.

Due momenti non fanno mai un percorso politico, ma sono sicuramente l’indicazione di un tessuto indisponibile alla perpetrazione delle ingiustizie che ogni giorno attanagliano il nostro presente.
Due momenti che non nascono dal niente, ma da quella miriade di compagne e compagni che ogni giorno sui territori si battono per promuovere iniziative antisessiste, di formazione, lotte ai picchetti e nei quartieri, momenti di scontro con questo ordine di merda costituito. Perche’ per dare gambe alle idee di chi e’ stato enormemente piu’ grande di noi non si puo’ limitarsi alla memorialistica o a scoprirsi rossi in un giorno di nostalgia: senza fare le lotte, la memoria e’ sterile, anzi non esiste.

Nell’ultima settimana di campagna elettorale Renzi le proverà tutte, le sta già provando, per terrorizzare o comprare il voto a favore del sì. Ma SE SEI DI PIACENZA, DEVI VOTARE NO!
Altrimenti progetti come l’annunciato nuovo polo logistico, uno scempio della nostra campagna, che distruggera’ l’ambiente portando solo un finto sviluppo fatto di lavoro dequalificato e ipersfruttato a favore di multinazionali e finte cooperative (fidatevi, so di cosa parlo..), potrebbe essere imposto attraverso una dichiarazione di “interesse strategico nazionale”.

La cosa e’ alquanto probabile, visti gli interessi in ballo e la naturale vocazione logistica del territorio. Chiaro, il PD provera’ a farlo lo stesso e dovremo lottare fino alla morte per impedirlo, ma in caso di vittoria del “sì” sarebbe legittimato a procedere a colpi di esercito e recinzioni (proprio come sta facendo in Val Susa, che e’ difatti il programma-pilota della societa’ autoritaria e messa a profitto che il PD vorrebbe costituzionalizzare con questa riforma).

Il no al referendum non e’ una panacea. Nessun compagno si è mai fatto questa illusione. La panacea non esce mai da un’urna ma solo dalle lotte. Ma e’ stupido e persino perfido dare a questa classe politica di rapaci ulteriori strumenti per calpestare chi sta in basso.
Fermiamoli!

IL 4 DICEMBRE DICIAMO NO A RENZI E ALLA SUA RIFORMA!

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Il 4 dicembre si voterà per il referendum costituzionale. Sarà una votazione secca, chi prende più voti vince. Come deve votare chi si sente parte di quella fetta di società che sta in basso, se non del tutto esclusa? Sicuramente NO, vediamo perché.

1. PER UN MOTIVO POLITICO: Renzi e i suoi vorrebbero farci credere che questo voto possa essere “isolato” dal contesto in cui matura. Ma noi crediamo che la memoria e la capacità di ragionare politicamente ci vietino di assumere questa prospettiva: non possiamo ignorare che Renzi è il responsabile delle peggiori leggi in fatto di lavoro (jobs act) e smantellamento del welfare, di lotta attiva contro i poveri (piano casa)…consegnargli una vittoria del genere significherebbe avere la garanzia che per tanti anni ancora avrà carta bianca nella sua opera di massacro sociale!

2. PER UN MOTIVO DI MERITO: la demagogia di Renzi vorrebbe farci credere che se vince il “sì” si ridurranno i costi della politica…è patetico! 57 milioni sono bruscolini davanti al miliardo emmezzo che si risparmierebbe se si rinunciasse alla TAV, che oltre a essere un opera inutile e dannosa per l’ambiente ha permesso allo stato di sperimentare nuovi livelli di repressione e militarizzazione…ma a quella non si può rinunciare: devono girare i soldi per gli appalti alle grandi aziende e alle coop vicine alla ndrangheta e al PD (anche a quella parte di PD oggi contraria a Renzi, patetica anch’essa).

3. PER UN MOTIVO STORICO-POLITICO: il nuovo senato diventerebbe eletto con un ulteriore filtro rispetto alla rappresentanza diretta (di fatto sarebbe nominato dai partiti). La nostra sfiducia nella attuale democrazia non ci impedisce di vedere che ciò significherebbe comunque una maggiore elitarizzazione e un allontanamento dal controllo popolare, che è proprio quello che invece vogliamo!

4. PER UN MOTIVO DI COERENZA: ci dicono che “allora stiamo con Salvini e Casa Pound”…che cazzata! Ci siamo sempre noi antagonisti, sindacati di base, studenti a opporci a quei biechi personaggi, e i sostenitori del “sì” ci criminalizzano quando lo facciamo chiamandoci “violenti”. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, ma ciò non ci impedisce di vedere che le elite neoliberiste (la Clinton negli USA, il governo di Renzi-Boschi-Verdini in Italia) hanno massacrato i diritti sociali negli ultimi trentanni, e mandarli a casa è un passaggio necessario se vogliamo riconquistarli! Agitare lo spauracchio dei populisti e dei fascisti è proprio ciò che a questi spiana la strada, come successo con Trump!

5. PERCHE’ VOGLIAMO ESSERE RIVOLUZIONARI: chi dice che il “sì” garantirebbe maggiore governamentalità…rinfocola la nostra voglia di votare NO! Diciamocelo chiaramente: chi ha governato negli ultimi 30 anni ha sempre fatto politiche antipopolari, spogliandoci dei diritti collettivi sul lavoro e riducendoci a masse di sfruttati. Non vogliamo rendergli la vita più facile! Al contrario, di fronte a questa democrazia, che di fatto esclude una grandissima parte della società (i giovani precari iper-sfruttati, le masse di operai immigrati nei magazzini..)…tifiamo ingovernabilità, tifiamo rivolta! Molti di noi, sentendosi esclusi dal sistema e dalle garanzie sociali, normalmente non votano alla recita elettorale: per stavolta vi chiediamo di fare uno sforzo e dire un NO forte che mandi a casa questo governo!

Da Piacenza a Firenze per dire NO alla Leopolda

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la risposta di Renzi al dissenso: sempre e comunque manganelli.

In più di 5’000 persone oggi a Firenze abbiamo messo in pratica quanto abbiamo ripetuto nelle scorse giornate: la legittimità a esprimere dissenso e le ragioni del NO al referendum nonostante divieti, vergognose imposizioni, attacchi e intimidazioni indegne.
In tutti i modi si è cercato di impedire che si potessero rappresentare le ragioni di chi si oppone a questo governo e alle conseguenze di una riforma costituzionale che sa di autoritarismo e di ulteriore accentramento del potere nelle mani di pochi.
Avevamo detto che non avremmo accettato lo scandaloso divieto di manifestare imposto dalla questura, che non saremmo stati confinati in piazza San Marco, ma che saremmo andati a portare le ragioni del NO fin sotto la Leopolda, dove Renzi e suoi figuranti del Partito Democratico come al solito si rintanavano lontani dalla società reale.
Ci siamo presi sin da subito piazza San Marco in migliaia rendendo immediatamente chiaro che il tentativo di impedirci spazi di espressione e partecipazione avrebbe provocato una giusta e legittima risposta. La polizia si è comportata come la guardia privata di Renzi, assumendosi la responsabilità politica di mettere a tacere il dissenso per conto del premier.
Tanti fiorentini sono scesi oggi in piazza accanto a delegazioni dei tanti NO che costellano l’Italia resistenze territoriali contro le nocività e le devastazioni, comitati contro le grandi opere inutili, studenti, precari, vittime del Jobs Act hanno costruito oggi una grande giornata: la giornata in cui la Leopolda del Sì non ha potuto impedire che le ragioni del NO venissero comunicate a tutto il paese da un fiume in piena di dissenso e dignità!
La reazione della polizia alla richiesta di cominciare una manifestazione verso la Leopolda dimostra gli spazi di democrazia che concede il sedicente Partito “democratico”.
Cariche, lacrimogeni, fermi si sono riversati sulle migliaia di partecipanti ma nulla è riuscito a fermare la nostra capacità di comunicare a tutto il paese che il governo Renzi è il governo dell’austerità, dell’attacco ai diritti, dell’impoverimento generale. E che per questo va sfiduciato in ogni modo, nelle piazze e nelle urne, il 4 dicembre.
Quello che è successo oggi è inaccettabile: una gestione dell’ordine pubblico tesa a impedire quegli stessi diritti civili e sociali che Renzi finge di difendere nei suoi teatrini a reti unificate. Durante le cariche è stato fermato Francesco, un ragazzo che si trova tutt’ora in stato di fermo. Ci sono stati anche diversi feriti dal momento in cui la polizia non ha smesso di inscenare provocazioni a margine del corteo.
C’è una parte del paese che sta alzando la testa, che non si beve più le baggianate di Renzi e che sa che bisogna riconquistarsi diritti e dignità tutti insieme, come successo oggi.
Torneremo in piazza il 27 Novembre a Roma, per una nuova grande giornata di mobilitazione popolare di massa ad una settimana dal voto sul referendum!

Un successo lo sciopero della logistica del 21 ottobre!

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La giornata di sciopero e mobilitazione generale del 21 ottobre indetto dal sindacalismo conflittuale e di base ha visto la partecipazione di migliaia di lavoratori di diversi settori che hanno aderito convintamente allo sciopero, partecipando in massa agli svariati picchetti, manifestazioni e presidi su tutto il territorio nazionale. Ancora una volta, i lavoratori della logistica si sono contraddistinti per la radicalità e determinazione nella lotta davanti ai cancelli della logistica, con decine di blocchi e picchetti che hanno inciso pesantemente nel settore con centinaia di camion incolonnati davanti gli hub, gli interporti e i principali centri di smistamento del paese, mentre diversi cortei sfilavano per le vie delle città. Un risultato importante perché improntato su una piattaforma di lotta dove la centralità e l’importanza dell’opposizione alle politiche anti-operaie e anti-proletarie del governo Renzi é stato pienamente colto dai lavoratori che hanno aderito convintamente a questo sciopero. Un risultato importante perché ci ha permesso d’entrare in contatto con nuovi strati e gruppi di lavoratori che hanno preso coraggio e stanno organizzando il sindacato sul posto di lavoro, dandoci ulteriore conferma di come una giornata nazionale di mobilitazione come quella del 21 ottobre non sia mai un punto d’arrivo, ma un passaggio di ripartenza e rilancio nell’organizzazione del conflitto di classe! Di seguito diamo un breve report (con alcuni video) su alcune delle mobilitazioni costruite sui territori e davanti le aziende durante la giornata di sciopero.

TORINO
Lo sciopero inizia che é ancora notte fonda. Un centinaio di facchini, operai della logistica e solidali iniziano a picchettare il cancello del CAAT (Centro agro-alimentare di Torino) dove da ormai tempo i lavoratori del S. I. Cobas stanno lottando contro le condizioni schiavistiche che le cooperative vorrebbero imporre alla forza lavoro. Il blocco é totale, in poco tempo anche centinaia di camion si bloccano con una chilometrica coda sino alla tangenziale, sotto gli occhi di un forte schieramento di polizia e carabinieri. Subito momenti di tensione, con immediata minaccia di carica e sgombero. I lavoratori del CAAT che durante la settimana avevano ricevuto minacce e intimazione insieme a delegazioni di lavoratori della Michelin-Elle, TNT, BRT, ecc. hanno invece risposto compatti , anche se qualcuno scortato dalla polizia è entrato . Insieme con la polizia, dopo 2 ore, si riuniscono anche una trentina di padroni e grossisti, che con tono minaccioso vorrebbero romper il picchetto. Il picchetto tiene, invece, duro per 4 ore finché arriva una carica, coperta dal lancio di lacrimogeni. Il presidio tiene ancora per un ora, finché non si scatenano nuove cariche, a cui si alternano nuovi e brevi blocchi dei mezzi. Verso le 5,30 si decide di sciogliere dietro una ulteriore carica. La mattina viene poi convocato un presidio sotto il Comune per richiamare alle proprie responsabilità le istituzioni politiche della città rispetto la situazione di sfruttamento e lavoro nero che ancora rappresenta il CAAT.

MILANO, PAVIA, PIACENZA
Grande la partecipazione dei lavoratori alla giornata di sciopero, con adesione quasi del 100% nelle aziende dove é forte la nostra presenza sindacale. La giornata é iniziata con un grande picchetto a Settala, presso il magazzino DHL, con la partecipazione di più di 300 lavoratori che hanno bloccato per ore la merce in entrata e uscita, anche in risposta alla politica antisindacale e di mancato riconoscimento del sindacato che la stessa DHL stà continuando a portare avanti a livello nazionale. In mattinata un altro blocco ha invece interessato i driver di “clicca pomodoro”, lavoratori che consegnano la spesa per conto di Esselunga, arrivando a strappare un incontro con l’azienda fornitrice dell’appalto. Nel pomeriggio la battaglia si é spostata presso l’interporto di Carpiano, con più di 400 lavoratori in sciopero e picchetto che hanno bloccato dalle 14 alle 20 personale e mezzi, determinando la completa paralisi di tutta l’area industriale. Altissima nella giornata l’adesione allo sciopero dei lavoratori della provincia di Pavia e Piacenza – territori ad altissima “concentrazione logistica” – dove i lavoratori hanno dato vita prima a blocchi davanti ai magazzini, come presso lo stabilimento H&M di Castelpusterlengo dove i lavoratori erano in sciopero già da giovedì 20 ottobre. Nel pomeriggio un corteo di più di 400 lavoratori ha attraversato le strade di Castel S. Giovanni (Piacenza) rivendicando la più ferma opposizione contro sfruttamento padronale e politiche anti-operaie di questo governo. In serata inoltrata, sempre nel piacentino, nuovo blocco, fino alle 23, presso lo stabilimento SDA di Monticelli.

BOLOGNA, MODENA
Più di 500 lavoratori hanno bloccato per l’intera giornata l’interporto di Bologna, dando vita a un determinato presidio cui hanno partecipato tutte le realtà solidali (studenti, occupanti di casa, compagni di diverse realtà sociali e politiche, ecc…) che ormai da anni stanno sostenendo le lotte dei lavoratori del settore logistico. Nell’arco della giornata si sono succeduti diversi interventi da parte di operai e militanti che hanno ricordato le ragioni di questa giornata di sciopero e di mobilitazione e dando così vita a una grande assemblea operaia davanti a uno dei più grandi snodi logistici di questo paese. Di rilievo anche lo sciopero degli operai del magazzino Conad di Modena, in picchetto fin dai giorni precedenti. Qui le ragioni dello sciopero generale si legavano e incrociavano con la vertenza aziendale in atto in quel magazzino dove i lavoratori stanno rivendicando la piena applicazione del CCNL di categoria e soprattutto il reintegro di un loro compagno licenziato. Nel corso della giornata sono stati diversi i tentativi di sgombero del picchetto cui i lavoratori hanno resistito, supportati dai compagni giunti da Bologna, dando poi vita ad un corteo che ha attraversato le vie di Modena.

PISA
Qui la mobilitazione di lavoratori e compagni si é concentrata sul polo industriale Piaggio e indotto, presso Pontedere, proprio per dare ancora più forza e incisività, in una giornata di mobilitazione nazionale, alla dura lotta che i lavoratori Iscot appaltati presso l’azienda Sole (indotto Piaggio) stanno portando avanti da mesi per il reintegro di due compagni lavoratori. Dalle 8 del mattino é partito il picchetto davanti ai cancelli della Sole con il blocco totale della merce in entrata e in uscita. In supporto in mattinata sono arrivati facchini in sciopero della Fercam di Prato. A dar man forte in tarda mattinata anche il corteo cittadino partoto dai cancelli della Piaggio che, prima ha attraversato la cità di Pontedera, per poi raggiungere gli operai Iscot e rilanciare il blocco della rotonda che porta al polo industriale.

GENOVA
Buona adesione dei lavoratori dei diversi settori che hanno partecipato con determinazione al corteo unitario S. I. Cobas e USB che ha attraversato le vie del centro cittadino. Diverse in questo senso le categorie coinvolte dai lavoratori del pubblico impiego, ai facchini della logistica, dai vigili del fuoco, alle lavoratrici degli alberghi, dai lavoratori della nettezza urbana, ai lavoratori della sanità. Il corteo partendo dal palazzo della Prefettura ha percorso per le vie del centro sostando sotto i palazzi del Comune e della Regione dove gli interventi dei vari militanti e delegati mettevano in risalto le ragioni dello sciopero ma anche la complicità con cui i poteri locali portano avanti l’attacco anti-operaio e anti-proletario nei riguardi di strati sempre più ampli di classe. Bloccata per ore tutta la viabilità cittadina.

BRESCIA
Altissima l’adesione in tutte le aziende del bresciano. Partito un corteo di centinaia di lavoratori, per lo più appartenenti alla logistica tematizzato sull’opposizione allo sfruttamento e contro il Jobs Act e tutte le controriforme del lavoro. In serata picchetto con blocco totale dello stabilimento BRT di Cazzago S. Martino, sempre nel bresciano.

ROMA
Molto alta l’adesione allo sciopero in tutto il centro Italia, con concentrazione delle manifestazioni a Roma. Nella prima mattinata un corteo di lavoratori della logistica e di altri settori, insieme agli occupanti di case si sono diretti in corteo presso il magazzino GLS di Fiumicino dove hanno dato vita a un picchetto e presidio che per ore ha bloccato mezzi in entrata e uscita, paralizzando di fatto l’attività. Nel pomeriggio, invece, presidio sotto il Campidoglio dove nella giornata di sciopero generale le vertenzialità e lotte per il salario si sono continuate ad intrecciare con quelle sulle case e contro gli sgomberi, proprio per dare un segnale di unitarietà in questo senso.

NAPOLI
Dalla prima mattina, per più di due ora, é stato bloccato l’interporto di Nola (all’interno della quale c’é il famoso reparto confino dell’FCA di Pomigliano) proprio per ribadire la ferma opposizione dei lavoratori alle politiche antioperaie di questo governo che trovano in Marchionne, non a caso, uno dei suoi più strenui sostenitori. In mattinata la mobilitazione si è poi spostata in un corteo a Napoli con lavoratori, studenti, disoccupati che hanno sfilato uniti e combattivi per le vie della cittá!

FOGGIA
In occasione della giornata di sciopero generale sono scesi in piazza anche i lavoratori della campagne del foggiano per ribadire con determinazione le loro richieste, che portano avanti da più di un anno: documenti, contratti, sanità, casa, trasporti. Nonostante le provocazioni di Prefettura e Questura, lavoratrici e lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro volontà di lottare e di non cedere a provocazioni e ricatti. Infatti, dopo mesi di silenzio e ripetuti solleciti, il giorno precedente allo sciopero la Prefettura ha ricevuto, alla presenza del Questore, una delegazione di lavoratori, dimostrando tutta la difficoltà e l’imbarazzo delle istituzioni nel fornire risposte concrete. Lo stesso giorno, all’alba, la polizia ha fermato tre lavoratori all’uscita del “ghetto” di Borgo Mezzanone e in serata ha emesso nei loro confronti tre decreti di espulsione, firmati da Prefetto e Questore. La giornata di sciopero di ieri ha espresso unità e solidarietà trasversale, a Foggia come in molte città d’Italia in cui lavoratrici, studenti, precari, occupanti di case si sono mobilitati contro ogni forma di sfruttamento e contro le politiche del Governo Renzi.

Il corteo di Castel San Giovanni

In morte di un operaio

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La cronaca dei fatti relativi all’omicidio di Abd Elsalam è nota. Per sviluppare delle analisi mi affido quindi alle parole di tre siti gestiti da compagni con cui, sia come NAP che come S.I.Cobas, abbiamo da anni una collaborazione e un’interlocuzione stabile.

Partiamo da CLASH CITY WORKERS:

Ieri, Sabato 17, a Piacenza, eravamo almeno in 3000 a ricordare Abd Elsalam. Più del doppio dei numeri annunciati il giorno prima dai giornali, che riprendevano le comunicazioni della questura.

Gli stessi giornali invitavano gli abitanti e i commercianti del centro città a chiudere case e negozi, annunciando pericoli senza alcun fondamento, come ha dimostrato la manifestazione: determinata, decisa ma composta. Puro terrorismo psicologico finalizzato a isolare un corteo che si è snodato per le vie blindate di una città semi-deserta e che è stato clamorosamente oscurato dai media: pochi articoli in alcuni giornali locali e nell’edizione locale di Repubblica, che minimizzavano la partecipazione e millantavano scontri mai avvenuti. Non solo omissioni e mezze verità, ma anche vere e proprie falsità quelle usate dai giornali per nascondere la reazione di rabbia e solidarietà che ha suscitato il tragico avvenimento di Giovedì notte. L’unico telegiornale che ha dato un po’ di spazio alla giornata di ieri è stato il TG3, che ne ha fornito una cronaca fedele all’interno di un servizio dedicato alle due drammatiche morti bianche avvenute all’Ilva e all’ATAC.

Se degli operai, quindi, si può parlare – e se ne deve parlare, perchè si tratta della vita di decine di milioni di abitanti del paese -, lo si deve fare presentandoli come vittime di tragedie e mai come possibili protagonisti del proprio destino. Per questo la morte di Abd Elsalam è stata immediatamente oggetto di un revisionismo sfacciato, per questo la procura ha agito sin da subito perchè quanto accaduto potesse essere spacciato per un incidente, addirittura un banale incidente stradale! Quando mai si è visto un pubblico ministero chiudere le indagini in meno di due ore e avanzare la tesi più garantista possibile verso il proprio accusato?
La questione, chiaramente, non è quella della responsabilità giuridica del singolo – o almeno non primariamente. La questione centrale è che in questo modo si oscurano le dinamiche politiche e sociali che ci hanno portato a questa tragedia e che non hanno niente di accidentale. Sono quelle che hanno lasciato mano sempre più libera ai padroni nel trattare i propri dipendenti come merci da smistare. Sono i governi antioperai, sono gli opportunismi sindacali, è la spietata concorrenza internazionale dei capitali che si accompagna alle leggi che ci dividono lungo confini nazionali sempre più militarizzati: è tutto questo che fa sì che i padroni non sopportino e non contemplino nemmeno l’idea che qualcuno possa alzare la testa e protestare, facendolo davvero, colpendo i loro profitti. Per loro dovremmo morire in silenzio, ottenendo al massimo una notizia in seconda o terza pagina.

Per questo la morte di Abd Elsalam non è una morte come le altre e per questo bisognava spacciarla come tale. Perchè c’era in nuce quel protagonismo operaio a cui spesso ci hanno abitutato le lotte della logistica, quel protagonismo che può invertire la rotta che ci ha portato fino a questo punto e che va quindi nascosto e ostacolato. Lo si fa parlando di incidente o anche buttandola sulla guerra tra poveri, come se la concorrenza tra lavoratori e le divisioni che lacerano il corpo della nostra classe non fossero uno strumento dell’interesse padronale, fomentato e montato ad arte dai padroni stessi. Le catene di subappalti, l’intermediazioe di manodopera, il caporalato, i finti padroncini, le finte partite iva, le coop truffaldine, ecc., sono strumenti nelle mani dei padroni per dividere il fronte dei lavoratori. E il rimedio sta in quella lotta che portano avanti, tra gli altri, proprio sindacati di base come l’USB, a cui Abd era iscritto, e che secondo l’editoriale del Corriere della Sera sarebbero paradossalmente da annoverare tra le patologie infiltratesi nel settore al pari dei fenomeni mafiosi di cui sopra.
Per questo probabilmente, intervistati in lacrime durante il corteo dalle telecamere del TG3, la moglie e il fratello di Abd ripetevano che l’unica cosa che conta ora per loro è che emerga la verità. Perché davvero la verità è rivoluzionaria. Non solo la verità che fa emergere i fatti facendosi strada tra le menzogne della propaganda giornalistica, ma anche quella che sa guardare oltre le apparenze, oltre le divisioni di cui approfitta chi ci vuole sottomessi e in lotta tra noi per le poche briciole che ci concede.


Proseguiamo con MILITANT:

Tre sono gli spunti decisivi che ci lascia la manifestazione di Piacenza, utili per capire qualcosa nel mondo della sinistra e in vista degli appuntamenti dell’autunno. Il primo, la sua composizione di classe: è stato il corteo operaio più importante e combattivo da molti anni a questa parte. Raramente si è vista una mobilitazione così “omogenea” dal punto di vista sociale, una manifestazione di classe, del mondo del lavoro dipendente subordinato del settore della logistica ma, ovviamente, non solo di quello. Tra le 5.000 e le 10.000 persone, gran parte provenienti dal mondo della logistica, e soprattutto gran parte migranti. Una composizione che non ha atteso direttive, rappresentanze o chiamate altrui, ma che si è presa la scena con un protagonismo sociale e politico davvero in controtendenza coi tempi. Sono i migranti i veri protagonisti della manifestazione così come, da molti anni, delle lotte nella logistica. Migranti che hanno continuamente preso la parola dal camion, che hanno espresso quella combattività e quella disponibilità alla lotta che evidentemente manca altrove. Se c’era un posto e un momento dove capire questa potenzialità sociale inespressa, questo era il corteo di ieri. Se la sinistra di classe ha un futuro, questo parte da Piacenza, inteso non (solo) come momento di rabbia per la morte di un operaio, ma come luogo in cui per una volta si è ricomposto politicamente quel pezzo di classe centrale nei settori più avanzati dell’accumulazione capitalistica nel nostro paese.

Il secondo spunto, che rileva lo spirito dei tempi, è l’ordinanza di chiusura delle attività cittadine proclamata durante la manifestazione dal Pd in accordo coi commercianti. La morte di un operaio durante una manifestazione, che un tempo avrebbe stimolato solidarietà pelose da parte di tutto il mondo della politica, persino di destra, oggi genera solo indifferenza e (neanche troppo) celato fastidio. Il Pd cittadino obbliga alla serrata delle attività, senza alcuno scopo né obiettivo che quello di chiudere la città al corteo, di estraniare il tessuto cittadino da quelli che sono i suoi abitanti più sfruttati, quegli operai che vivono e lavorano a Piacenza ma che evidentemente non devono avere la possibilità di far ascoltare le proprie ragioni al resto della città e della cittadinanza. Paradossalmente, persino Matteo Renzi aveva espresso solidarietà affermando che “nessuno può morire manifestando”, nel silenzio generale del Pd nonché di tutto il resto del mondo intellettuale che pretende di interpretare o addirittura rappresentare i nuovi fenomeni sociali. Chiarendo, una volta per tutte, che il Pd non è composto da un corpo genuino e da una dirigenza politicamente corrotta: è tutto il partito, dal primo degli eletti all’ultimo dei cuochi delle feste dell’Unità, a puzzare di merda, ad essere – socialmente e politicamente – nemico.

Il terzo spunto è l’assenza del movimento. E’ stato, purtroppo, un corteo (quasi) esclusivamente sindacale, e questo è stato il vero limite manifestato a Piacenza ma che già si percepiva da giovedì. Gli operai, mai come in questi anni, sono soli, senza sostegno né possibile rappresentanza politica. Oltre a Usb, SiCobas e agli altri sindacati conflittuali presenti nelle lotte della logistica – per una volta, rileviamo, uniti nella protesta oltre le legittime divisioni sindacali e vertenziali – i compagni presenti dal resto d’Italia si contavano sulle dita di una mano. Oltre alla residualità partitica, pochissime erano le situazioni di movimento presenti. Verrebbe la voglia di elencarle e ringraziarle, e questo la dice davvero lunga sulle capacità di una sinistra di classe di “capire il momento”, cogliere un evento simbolico come pochi altri (la morte di un operaio durante la lotta), sottraendolo alle logiche esclusivamente sindacali, generalizzando quella protesta che, altrimenti, è già scomparsa dai media e dall’interesse della popolazione. Senza questo “passaggio di consegne”, il sindacato da solo è largamente insufficiente a rappresentare e organizzare una rabbia sociale che deve divenire politica, deve trovare uno sbocco politico in grado di dargli prospettiva. Purtroppo, abbiamo capito che molto difficilmente sarà così: già oggi la notizia è scomparsa da ogni media, e da domani tutto tornerà come prima, con gli operai (e i sindacati conflittuali) lasciati soli nelle loro lotte vertenziali. In compenso, grandi dispute su facebook e twitter illuminavano sulle strade giuste da seguire, iniziavano la critica senza sconti a chi manifestava (cioè, per il 95%, operai migranti), consigliavano sui processi delle lotte, si chiedevano perché non ci fosse il fuoco nelle strade né qualche morto padronale in arrivo, sentenziavano sul carattere “riformista”, “massimalista”, “rinunciatario”, “debole” eccetera della mobilitazione operaia, si accaloravano sul “fare come in Francia”, “fare come in Grecia”, “fare come in Spagna”, “fare come in Kurdistan”, “fare come in Turchia”. Un chiacchiericcio di sottofondo che descrive bene la sinistra italiana del XXI secolo, la sinistra social.

E terminiamo con la preziosa indicazione di prospettiva di INFOAUT:

L’assassinio di Abd Elsalam si colloca in una fase importante per le lotte nel settore e non solo. Si va infatti verso un autunno in cui il conflitto contro il governo Renzi vedrà anche nel protagonismo operaio uno dei vettori cruciali per costruire l’opposizione sociale. I numeri di oggi dicono che le potenzialità e la rabbia sono intatte e accresciute, invece che paura l’omicidio di Piacenza infonde ulteriore determinazione. Tuttavia certamente la prova di unità in piazza oggi non basta. La risposta a quanto avvenuto a Piacenza dovrà ancora far sentire la propria eco a lungo. Le iniziative di questi giorni, a parte singoli momenti di scontro come quello di due giorni fa a Bologna, non sono infatti certamente sufficienti rispetto alla gravità di quanto accaduto. Dal punto di vista dei lavoratori della logistica i rapporti di forza vanno rovesciati a favore degli interessi di classe così come da sempre il movimento operaio della logistica ha determinato. Da qui bisognerà ricominciare. Contro i crumiri, i padroni e il capitale.