G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.

IL 4 DICEMBRE DICIAMO NO A RENZI E ALLA SUA RIFORMA!

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Il 4 dicembre si voterà per il referendum costituzionale. Sarà una votazione secca, chi prende più voti vince. Come deve votare chi si sente parte di quella fetta di società che sta in basso, se non del tutto esclusa? Sicuramente NO, vediamo perché.

1. PER UN MOTIVO POLITICO: Renzi e i suoi vorrebbero farci credere che questo voto possa essere “isolato” dal contesto in cui matura. Ma noi crediamo che la memoria e la capacità di ragionare politicamente ci vietino di assumere questa prospettiva: non possiamo ignorare che Renzi è il responsabile delle peggiori leggi in fatto di lavoro (jobs act) e smantellamento del welfare, di lotta attiva contro i poveri (piano casa)…consegnargli una vittoria del genere significherebbe avere la garanzia che per tanti anni ancora avrà carta bianca nella sua opera di massacro sociale!

2. PER UN MOTIVO DI MERITO: la demagogia di Renzi vorrebbe farci credere che se vince il “sì” si ridurranno i costi della politica…è patetico! 57 milioni sono bruscolini davanti al miliardo emmezzo che si risparmierebbe se si rinunciasse alla TAV, che oltre a essere un opera inutile e dannosa per l’ambiente ha permesso allo stato di sperimentare nuovi livelli di repressione e militarizzazione…ma a quella non si può rinunciare: devono girare i soldi per gli appalti alle grandi aziende e alle coop vicine alla ndrangheta e al PD (anche a quella parte di PD oggi contraria a Renzi, patetica anch’essa).

3. PER UN MOTIVO STORICO-POLITICO: il nuovo senato diventerebbe eletto con un ulteriore filtro rispetto alla rappresentanza diretta (di fatto sarebbe nominato dai partiti). La nostra sfiducia nella attuale democrazia non ci impedisce di vedere che ciò significherebbe comunque una maggiore elitarizzazione e un allontanamento dal controllo popolare, che è proprio quello che invece vogliamo!

4. PER UN MOTIVO DI COERENZA: ci dicono che “allora stiamo con Salvini e Casa Pound”…che cazzata! Ci siamo sempre noi antagonisti, sindacati di base, studenti a opporci a quei biechi personaggi, e i sostenitori del “sì” ci criminalizzano quando lo facciamo chiamandoci “violenti”. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, ma ciò non ci impedisce di vedere che le elite neoliberiste (la Clinton negli USA, il governo di Renzi-Boschi-Verdini in Italia) hanno massacrato i diritti sociali negli ultimi trentanni, e mandarli a casa è un passaggio necessario se vogliamo riconquistarli! Agitare lo spauracchio dei populisti e dei fascisti è proprio ciò che a questi spiana la strada, come successo con Trump!

5. PERCHE’ VOGLIAMO ESSERE RIVOLUZIONARI: chi dice che il “sì” garantirebbe maggiore governamentalità…rinfocola la nostra voglia di votare NO! Diciamocelo chiaramente: chi ha governato negli ultimi 30 anni ha sempre fatto politiche antipopolari, spogliandoci dei diritti collettivi sul lavoro e riducendoci a masse di sfruttati. Non vogliamo rendergli la vita più facile! Al contrario, di fronte a questa democrazia, che di fatto esclude una grandissima parte della società (i giovani precari iper-sfruttati, le masse di operai immigrati nei magazzini..)…tifiamo ingovernabilità, tifiamo rivolta! Molti di noi, sentendosi esclusi dal sistema e dalle garanzie sociali, normalmente non votano alla recita elettorale: per stavolta vi chiediamo di fare uno sforzo e dire un NO forte che mandi a casa questo governo!

Da Piacenza a Firenze per dire NO alla Leopolda

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la risposta di Renzi al dissenso: sempre e comunque manganelli.

In più di 5’000 persone oggi a Firenze abbiamo messo in pratica quanto abbiamo ripetuto nelle scorse giornate: la legittimità a esprimere dissenso e le ragioni del NO al referendum nonostante divieti, vergognose imposizioni, attacchi e intimidazioni indegne.
In tutti i modi si è cercato di impedire che si potessero rappresentare le ragioni di chi si oppone a questo governo e alle conseguenze di una riforma costituzionale che sa di autoritarismo e di ulteriore accentramento del potere nelle mani di pochi.
Avevamo detto che non avremmo accettato lo scandaloso divieto di manifestare imposto dalla questura, che non saremmo stati confinati in piazza San Marco, ma che saremmo andati a portare le ragioni del NO fin sotto la Leopolda, dove Renzi e suoi figuranti del Partito Democratico come al solito si rintanavano lontani dalla società reale.
Ci siamo presi sin da subito piazza San Marco in migliaia rendendo immediatamente chiaro che il tentativo di impedirci spazi di espressione e partecipazione avrebbe provocato una giusta e legittima risposta. La polizia si è comportata come la guardia privata di Renzi, assumendosi la responsabilità politica di mettere a tacere il dissenso per conto del premier.
Tanti fiorentini sono scesi oggi in piazza accanto a delegazioni dei tanti NO che costellano l’Italia resistenze territoriali contro le nocività e le devastazioni, comitati contro le grandi opere inutili, studenti, precari, vittime del Jobs Act hanno costruito oggi una grande giornata: la giornata in cui la Leopolda del Sì non ha potuto impedire che le ragioni del NO venissero comunicate a tutto il paese da un fiume in piena di dissenso e dignità!
La reazione della polizia alla richiesta di cominciare una manifestazione verso la Leopolda dimostra gli spazi di democrazia che concede il sedicente Partito “democratico”.
Cariche, lacrimogeni, fermi si sono riversati sulle migliaia di partecipanti ma nulla è riuscito a fermare la nostra capacità di comunicare a tutto il paese che il governo Renzi è il governo dell’austerità, dell’attacco ai diritti, dell’impoverimento generale. E che per questo va sfiduciato in ogni modo, nelle piazze e nelle urne, il 4 dicembre.
Quello che è successo oggi è inaccettabile: una gestione dell’ordine pubblico tesa a impedire quegli stessi diritti civili e sociali che Renzi finge di difendere nei suoi teatrini a reti unificate. Durante le cariche è stato fermato Francesco, un ragazzo che si trova tutt’ora in stato di fermo. Ci sono stati anche diversi feriti dal momento in cui la polizia non ha smesso di inscenare provocazioni a margine del corteo.
C’è una parte del paese che sta alzando la testa, che non si beve più le baggianate di Renzi e che sa che bisogna riconquistarsi diritti e dignità tutti insieme, come successo oggi.
Torneremo in piazza il 27 Novembre a Roma, per una nuova grande giornata di mobilitazione popolare di massa ad una settimana dal voto sul referendum!

Cosa ci dice la tornata elettorale?

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Proviamo a scrivere due cose sulla tornata elettorale. Non perché sia un piano determinante per i movimenti, lo sappiamo, ma perché a volte può essere utile guardare dentro un indicatore che è (una) parte della realtà per trarne delle indicazioni.

Partiamo dall’affluenza: vota mediamente (al primo turno, al secondo meno) il 62,14%. In Italia, il 40% degli aventi diritto non va a votare. Potremmo trarne un’ indicazione entusiasmante: siamo rivoluzionari, se il 40% non si riconosce nelle istituzioni la situazione è eccellente per una rottura radicale dell’ordine costituito. Credo però che sia una lettura superficiale. Va bene per fare una battuta la sera delle elezioni, ma non credo esprima la vera tendenza nel paese. C’è sicuramente una fetta crescente di astensione “militante”, di compagni o semplici individui che si sentono esclusi dal patto sociale e lo esprimono boicottando il momento in cui si decide chi amministrerà questo patto sociale. Una fetta che dice “non mi va bene nessuno di questi pagliacci”. Ma c’è anche una fetta, a mio avviso maggioritaria, che non vota dicendo “mi vanno bene tutti”. Un non-voto impolitico, che prende come un dato di fatto gli equilibri sociali che invece il non-voto politico contesta. E questo è un problema, perché questa massa non è disponibile a mobilitarsi per creare delle rotture o anche banalmente per farsi coinvolgere in reti sociali che mettano in campo una qualche forma di resistenza sociale. Non arrivare a queste persone è un preciso limite dei movimenti tutti, e anche una zavorra: sono quelli che si lamentano della situazione ma poi sono pronti al linciaggio dei rivoltosi in piazza, che dicono “facciamo come in Francia!” ma poi pretendono lo sgombero dei picchetti operai e il ritorno alla normalità durante gli scioperi. Insomma non sono tutte rose quando vediamo alte percentuali astensioniste. Un’ultima cosa: quando parliamo di “aventi diritti al voto” diamo per scontato che ci sono i “non aventi”, quella fascia sempre più ampia di persone che attraversano il nostro paese (magari venendo fermate a Ventimiglia…) o che vi vivono ma restando nel cono d’ombra dello sfruttamento più brutale, nelle piantagioni del sud o da operai nel sistema delle cooperative al nord. Sarà un caso che i movimenti più radicali di protesta in ambito lavorativo nascano proprio da questi “non aventi diritto”? Questa fetta di proletariato deve essere prioritaria per noi, perché è proletaria e perché esclusa dal patto sociale e disponibile al conflitto. Il non-diminuire di intensità, dopo anni, del movimento dei facchini ne è la riprova, al netto dei mille limiti che esso esprime ancora.

Veniamo alle città più significative.

Torino: a Torino vince un M5S con forti tratti di sinistra. Vince soprattutto in contrapposizione al disprezzo per il tema povertà evidenziato dal PD di Fassino. Un portato antisistema he si esprime anche nel supporto mai venuto meno (fatta la tara sulle solite fisse in tema di legalità dei grillini) al movimento NoTav. Anche la sinistra radicale appoggiava i NoTav durante la seconda repubblica, ma giunti al governo tentennavano (un po’ come a livello locale di Piacenza fecero con il movimento dei facchini). Autoeliminatasi come referente credibile da queste ambiguità, anche quello spazio di referente politico istituzionale viene coperto dal M5S. La sinistra insomma, per motivi legati alle condizioni sociali o a movimenti territoriali radicati, vota M5S, quando vota. Una particolarità locale che invalida gli argomenti di critica superficiale al M5S del tipo “apre a casapound!” “sono fascisti!”. Quelli sono argomenti proprio per bimbi della politica. Non che non sia vero, non che il M5S non sia pericoloso per le sue aperture e le sue posizioni schifosamente cittadiniste (si diceva poco fa di quelli esclusi dai relativi “diritti”…), ma semplicemente…è molto più acuto nel suo destreggiarsi in questa contraddizione! Credo sia una complessità di lettura che richiede di entrare nelle contraddizioni del territorio torinese, la stessa che era necessaria per comprendere il fenomeno del 9 dicembre 2013, l’esplosione del “movimento dei forconi”: altrove assolutamente ridicolo e beceramente fascistoide, a Torino connettore della rabbia della piccola borghesia e di parte del proletariato emarginato dal sistema di governo PD. Veniamo a un altro aspetto: oggi la procura interviene con 23 arresti di NoTav. Tempismo perfetto per testare come si schiereranno i nuovi governanti locali, a riprova che non possiamo fottercene del piano elettorale: esso interviene nelle nostre vite. I 23 arrestati sono sacrifici umani sull’altare degli equilibri di potere! (per chi se lo fosse perso… http://www.notav.info/post/arresti-restrizioni-e-obblighi-di-firma-ancora-un-attacco-contro-il-movimento-notav/ ). Ultima cosa: quello di Torino è un PD che conta negli equilibri nazionali, attenzione a che succede… a livello di capitalismo municipale, quelle multiutilities che sono uno dei pilastri del potere economico del PD, Torino guida la Iren che si estende a Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Vedere cosa farà ora il M5S per la sua gestione è molto interessante: quanto sono davvero antisistema i grillini? Ci stanno a fare dei passi indietro sulla strada della finanziarizzazione dei servizi? A dare meno peso ai fondi di investimento internazionali in favore di un controllo popolare? Vedremo…

Roma: secondo me Roma è di difficile inquadramento. Credo che in realtà le coalizioni della seconda repubblica potrebbero riprendersene il controllo grazie a quanto sono radicate come sistema di clientelismo. Certo che dopo il rimpallo fra la peggio fascisteria di Alemanno e il PD un giro di “novità” era facile immaginarselo. Tra l’altro, siamo in presenza di un M5S che qua si da tratti di destra, cavalcando il malcontento sociale per la questione delle periferie e dei conflitti fra marginalità sociali. In realtà, queste marginalità sono sistemiche e risalgono alle colpe storiche dei Savoia e soprattutto di Mussolini, che hanno compromesso uno sviluppo razionale della città per secoli (un bellissimo articolo sul tema qui: http://www.militant-blog.org/?p=13313). Senza uno sforzo a livello governativo, Roma non ripartirà. Non saprei davvero fare previsioni: certo che i movimenti hanno fatto un paio di sforzi enormi quest’anno per “fare quadrato” contro le derive razziste-leghiste o dei figlioletti paraculati di Alemanno (casapound), ma se quegli sforzi non vengono indirizzati sulla costruzione di reti di resistenza di più lunga durata temo siano sforzi destinati a stare sempre sulla difensiva. Oltretutto in presenza di istituzioni che sulla contraddizione principale, la casa, non sembrano intenzionate a retrocedere e aumentano il livello di repressione. Mi sa che servirebbe studiare il “modello Atene” del lustro 2008-2013, forse si può trarre qualche indicazione…

Milano: l’unica “metropoli europea” dello stivale. Disgregata, squassata da ventanni di malgoverno leghista-ciellino, ammazzata definitivamente dall’avvallo dato dalla “sinistra” di Pisapia ai poteri finanziari e al modello Expo. Mai nulla fu più paradigmatico che la candidatura di Sala. La favola della resistenza nei quartieri popolari nell’annata pre-expo è l’unico esempio di “resistenza umana” ai processi di gentrificazione e rottura dei legami sociali (per i più piccini che se la fossero persa: https://www.youtube.com/watch?v=vELqdO91RDU ), ma rischia di rimanere appunto una favola vista la violenza e l’aggressività della repressione, che costringe i compagni su un piano principalmente resistenziale. Ciò dovrebbe rimandarci a un ragionamento sulla repressione, perché se Milano è avanguardia lo è anche in quello. Se ne è parlato pure a un bel convegno sul tema la settimana scorsa a Bologna: cristo santo, non è possibile che si lasci passare questo livello repressivo! Vale per gli sgomberi dei picchetti operai, per gli sgomberi delle case, ma anche per l’utilizzo di devastazione e saccheggio. Denunciamo giustamente l’utilizzo di questo articolo infame e fascista (letteralmente) ad ogni tornata di arresti, ma poi ci dimentichiamo dei nostri fratelli. La tragedia che stanno vivendo in questo senso le vittime del G8 di Genova ci riguarda tutti, ma cosa facciamo concretamente? E per quelli del 15 ottobre? E poi ci dimenticheremo anche degli arrestati per Cremona o per il 1 maggio 2015? Dobbiamo fare di più. E riflettere: in Grecia è stata vietata l’estradizione dei 5 compagni vista la sproporzione di devastazione e saccheggio e la sua insistenza nel codice penale greco, anzi i ragazzi sono stati quasi “celebrati” come partecipi di una giusta resistenza all’imbarbarimento. Finiamola di stare sulla difensiva! Chi combatte è uno di noi e non deve stare a pagarne il prezzo individualmente! Sono andato un po’ fuori tema, ma solo in parte: Milano ci parla del conflitto urbano più radicale. Come gestirlo, organizzarlo, fargli avere una base di consenso popolare e come parare i colpi della repressione sono fattori primari nella nostra agenda.

Napoli: un caso più unico che raro. Ve lo dico, se fossi stato napoletano avrei votato De Magistris. Senza delegargli un cazzo ovviamente, ma sfruttando il fatto che ha bisogno dei movimenti sociali per governare. Lui li ha tenuti attaccati al suo destino e loro hanno ricavato grandi spazi di agibilità. Ciò mi risulta ancora più importante che i pur significativi posizionamenti contro Renzi su Bagnoli e contro il patto di stabilità (istituzionalmente parlando delle scelte forti). Il fatto che si dia delle tinte da caudillo populista di sinistra non mi tange minimamente, è un classico argomento della sinistra neoliberista che tanto odiamo. De Magistris mi ricorda tanto i caudilli sudamericani. Non vanno bene al 100%, lo sappiamo, e prima o poi arrivano a rompere con la loro base sociale, ma sono taaaaanto meglio dell’alternativa. Quello che però credo sia importante dire è che l’esperimento non è al momento replicabile fuori da Napoli. Napoli vive delle condizioni sociali del tutto particolari, assimilabili al massimo ad altre realtà del sud Italia. Non è minimamente pensabile assumere la logica del meno peggio a Milano, a Bologna, in realtà dove con la favoletta del meno peggio si chiede di votare gente campione di sgomberi e di repressione verso i movimenti sociali. Chi ha votato Sala o Merola in quest’ottica secondo me è un coglione fatto e finito, sceglie proprio di non vedere (o forse sta talmente bene che gli da fastidio vedere il disagio sociale…). Insomma credo sia positiva la conferma di De Magistris, anche perché ha fatto la scelta di rompere con quella che è la “sinistra” tradizionale venuta fuori dalla morte de facto di quella che fu Rifondazione anni fa: SEL è esclusa e così le altre microformazioni. Un po’ di pulizia da quel pattume fa solo bene. Però occhio ragazzi: da un lato a non legarvi mani e piedi a un percorso che non sapete dove potrà portare (magari arrivando a non vederne i limiti), dall’altro a credere, appunto, che sbaglino i compagni che altrove scelgono di astenersi per manifesta incompatibilità alle opzioni sul campo. Il baricentro deve rimanere la lotta, la storia ci insegna che quando si cede alle lusinghe delle istituzioni, per i movimenti è l’inizio della fine. “Vogliono costringerci a governare, ammetto qualche eccezione ma occhio a giocare col fuoco”.

Finita la rassegna, rimane sul piano nazionale la batosta per un PD che si è autorottamato inficiando anche quel minimo di radicamento sociale fra le classi medie garantite che portavano in dote i DS. Il partito del potere economico-finanziario va bene per scrivere le nuove regole del mercato del lavoro a favore dei padroni (Jobs Act), per fare favori su favori alla peggio imprenditoria italiota (Sblocca Italia), per far approvare nel silenzio l’adesione a trattati come il TTIP, che di fatto uniformerà le condizioni del lavoro fra Italia e Stati Uniti (movimenti? Mettere in campo qualcosa, almeno di discussione, sul tema?), ma non per farsi amare. Finito il suo compito, questo partito della nazione già esistente nei fatti sarà messo da parte come formula politica dal grande capitale nazionale e transnazionale. Si cambierà l’attore, ma il partito della nazione resterà lo stesso. Per questo serve presidiare contro la deriva razzista di massa (sia essa nella sua forma maggioritaria che vota M5S o Salvini o nelle sue avanguardie violente in camicia nera) e contro i movimenti di aggregazione fra poteri forti che si innesterebbero su eventuali nuove opzioni di governo una volta tramontato il renzismo. Dobbiamo insistere sul radicamento delle pratiche antagoniste. Un momento di debolezza delle forze di governo potrebbe prestarsi a un autunno vagamente più caldo degli ultimi, e ciò sarebbe un buon terreno di messa a prova della generalizzabilità di pratiche come il blocco e la rivolta, che ben conosciamo nei movimenti ma che, se oltralpe hanno bucato il cuore delle masse, qua rimangono confinati al nostro mondo.

Rapporto annuale sugli sfratti. Dall’emergenza alla normalità

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Un documento ufficiale del ministero dell’Interno ha ieri reso noto ciò che chi lotta per il diritto all’abitare conosce ogni giorno: migliaia di famiglie vengono sfrattate in Italia dalla forza pubblica, vittime della disoccupazione caratterizzante il mercato del lavoro nostrano, e non solo.

Nel dettaglio, ieri è stato pubblicato il rapporto annuale sugli sfratti del 2015 in cui fin da subito emerge quanto, la così detta “emergenza abitativa”, sia un problema sociale centrale in tutte le città Italiane.

Utilizzando uno sguardo storico, si rende palese che questa situazione non ha nulla di emergenziale, poiché ormai è fisiologica. Infatti, si legge nel rapporto che già nel 2005 gli sfratti colpivano una famiglia su 515, ora una su 399. Questo dato è ancora più eclatante se teniamo in considerazione che si riferisce alla cifra lorda di inquilini (famiglie proprietarie, usufruttuarie o assegnatarie di alloggi pubblici), quindi sarebbe nettamente più elevato se considerasse solo le famiglie in locazione da privati.

Le carenze delle politiche pubbliche e del welfare sono confermate dallo stesso rapporto, dove si legge che il 90% degli sfratti avvenuti nel 2015 riguardano “morosità incolpevole”, ovvero famiglie i cui componenti hanno perso il lavoro e che tuttora non riescono ad accedere al reddito, impossibilitati dalla disoccupazione che affligge il nostro paese. Queste 300 mila famiglie si vedono sempre più costrette ad arrangiarsi, visto che il governo Renzi con la legge di Stabilità del 2016 ha azzerato il fondo per il contributo all’affitto, pensato per contrastare queste situazioni di difficoltà. Quindi, viene spontaneo pensare che il rapporto del 2016 sarà macchiato da un’aggravarsi dell’emergenza abitativa, costringendo sempre più famiglie a ricorrere alla rete di sostegno familiare o alla solidarietà dei molti e delle molte che ogni giorno si battono per il diritto all’abitare.

Inoltre, nel restante 10% ci stanno tutte quelle famiglie che dallo Stato vengono per contrapposizione colpevolizzate (“morosità colpevole”), famiglie che non piegano la testa e tentano di vivere dignitosamente, sacrificando il pagamento dell’affitto per necessità. Sono molti, infatti, i diritti negati necessari per una vita dignitosa, non solo l’avere un tetto sopra la testa. Tuttavia, le istituzioni tentano di insegnarci che prima di tutto bisogna pagare i debiti e poi, se si ha ancora qualche soldo in tasca, permettersi ciò che dovrebbe essere garantito ad ognuno: sanità, istruzione, cultura, socialità ecc…

Difronte ad una simile situazione, è doveroso opporsi in modo collettivo. Partendo da questo assunto, è stata lanciata dalla rete Abitare nella Crisi una manifestazione nazionale dislocata nelle città in cui a breve si svolgeranno le elezioni comunali: il 28 Maggio si scenderà in piazza per chiedere casa, reddito e dignità per tutti e tutte!

1 maggio ore 16 ai giardini Margherita

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Dopo il break dello scorso anno (causa trasferta milanese al no expo), torna a grande richiesta il 1 maggio di lotta piacentino!
Nessuna parata, nessuna festa: non c’è un cazzo da festeggiare.
Il jobs act sta distruggendo il mondo del lavoro, i padroni massimizzano i profitti con le leggi del governo Renzi e approfittandosi della ricattabilità dei migranti.
Per questo serve denunciare chiaramente lo sporco legame tra guerra, politiche migratorie (a partire dalla condanna dell’accordo UE-Turchia) e sfruttamento dei lavoratori, sia esso in forma legale o di caporalato.
Non vuote ricorrenze ma manifestazioni politiche, così intendiamo le nostre feste laiche!

Bologna – Polizia all’ExTelecom per lo sgombero, si resiste sul tetto e fuori!

Di seguito la cronaca di Infoaut della giornata del 20 ottobre in cui la città di Bologna è stata investita dalla repressione contrapposta alla resistenza di Social Log. Di mio posso solo diplomaticamente augurare di morire male a chi ha dato l’ordine così come a chi lo ha eseguito. Fanculo.

Verso le 7 di questa mattina ingenti forze di polizia hanno bloccato entrambi i lati dell’Ex Telecom di via Fioravanti per procedere alle operazioni di sgombero della struttura occupata il 4 dicembre 2014 e che dà casa a centinaia e centinaia di persone che una casa non possono permettersela a causa della crisi.

Immediatamente è scattata la resistenza degli occupanti, che in circa 150 sono saliti sul tetto e dall’alto incitano il presidio solidale formatasi immediatamente per sostenere lo sforzo contro un atto repressivo che rende bene conto della miseria di una gestione dell’emergenza abitativa improntata non a risolvere i problemi ma a continuare a riprodurli.

Dopo qualche decina di minuti il presidio è stato caricato dalle forze dell’ordine che vogliono impedire alcun tipo di solidarietà attiva a chi sta portando la resistenza sul tetto.

Durante le cariche un solidale è stato ferito ad una mano, probabilmente rotta a seguito della brutalità dell’intervento poliziesco. Invitiamo tutti e tutte a raggiungere il presidio di via Fioravanti immediatamente a ridosso dell’Ex Telecom e a sostenere in ogni modo possibile lo sforzo di chi resiste sui tetti!

Aggiornamento ore 9:

seconda carica nei confronti del presidio solidale in via Fioravanti, che provoca almeno due feriti lasciando sangue sul pavimento ma non spostando dalla strada il presidio, che continuiamo ad invitare a raggiungere. E’ la polizia che attacca nervosamente, per cercare di eliminare ogni segno pubblico tangibile di solidarietà verso gli occupanti che resistono sul tetto mentre la polizia all’interno ha raggiunto le madri e i bambini piccoli e inizia a intimidirli. Sul tetto avanza la resistenza, per aggiornamenti più puntuali seguire la pagina Fb di Social Log.

Aggiornamento ore 10:

Continua la resistenza sul tetto, mentre un assordante cacerolazo è in corso sia da dentro l’ExTelecom che fuori, nel presidio solidale che si ingrossa sempre più. Una compagna è in ospedale, portata dall’ambulanza che ha potuto raggiungere il presidio solo dopo diverso tempo, dato che il blocco del traffico conseguente alle operazioni di sgombero sta paralizzando la zona. Due compagni hanno riportato ferite alle mani e alla testa durante le cariche, mentre gli assistenti sociali all’interno dell’ExTelecom – coadiuvati da un’aggressiva polizia – dopo aver terminato le prime finte manfrine cercano di intimidire la resistenza, minacciando conseguenze dure per gli occupanti se questi non si piegheranno ad accettare le (non)soluzioni che stanno venendo proposte. Alcuni poliziotti hanno detto a donne e bambini di staccarsi dai “delinquenti” che resistono sul tetto, ottenendo in cambio un forte rifiuto e un’ulteriore intensificazione della resistenza ad uno sgombero inaccettabile!

Aggiornamento ore 11:

Da tante città d’Italia inizia ad arrivare solidarietà. Appuntamento solidale a Brescia stasera ore 18 di fronte alla Prefettura di Piazza Paolo VI. A Roma lanciato un presidio per le 17,30 a Porta Pia con tutte le occupazioni capitoline che espongono striscioni di incitamento alla resistenza, mentre messaggi di complicità giungono da tutto il movimento di lotta per la casa nazionale, all’interno di un quadro che ha assume sempre più valenza nazionale. La situazione al momento è in stallo, continua la resistenza sul tetto mentre il presidio, sempre più largo quanto a numeri, comunica a cori con chi è dentro la volontà di non mollare. Cacerolazo dei bambini occupanti all’interno della struttura vengono ripresi dai tanti bambini delle altre occupazioni che arrivano a sostenere il presidio, fra poco un audio dal tetto dove continua la battaglia per continuare a dare futuro ad una pagina meravigliosa di lotta!

Aggiornamento ore 13.30

Si mangia sia sul tetto che al presidio, dove i tanti e tante solidali che aggiunto via Fioravanti stanno di fatto inscenando una vera e propriagara di solidarietà, facendo nascere banchetti dove distribuiscono te è biscotti piuttosto che primi piatti di pasta. La situazione rimane in stallo, con gli occupanti e le occupanti che resistono in assenza finora di alcuna risoluzione credibile della questione avanzata dalle istituzioni; ovviamente nessuno ci sta a lasciare una casa così sudata e vissuta poi negli ultimi due anni in mancanzadi soluzioni reali! Anche il mondo della formazione bolognese a partire dai Partigiani della Scuola Pubblica si mobilita contro quanto sta accadendo rilanciando anche la lotta contro l’art.5 che vieta ai bambini occupanti di poter andare a scuola; dall’università in lotta contro il nuovo ISEE arriva un corteo solidale che raggiunge via Fioravanti; alcuni studenti dell’IC7 hanno raggiunto il presidio in solidarietà al loro compagno di classe Mohamed, che in questo momento è dentro all’Ex Telecom. Intanto presidi solidali sono stati chiamato anche a Brescia, Alessandria e Roma. L’invito è sempre quello: raggiungere il presidio, esprimere in ogni modo la solidarietà!

Aggiornamento ore 14:15

La celere indossa i caschi dentro l’ ExTelecom e porta via i bambini dai genitori facendosi spazio con i manganelli! Un bambino con problemi respiratori è stato portato via in ambulanza, mentre intanto si continua a dividere gli altri figli dalle loro madri.

Aggiornamento ore 16:15

Mentre si susseguono le operazioni di sgombero e si ha notizia di un occupante con la mandibola spaccata a causa dei calci dati dalla celere, la resistenza continua dentro e fuori dallo stabile. La rete Eat The Rich ha indetto una cena solidale direttamente davanti al presidio stasera alle 20:30. Questa lunga giornata sta vedendo anche il gran protagonismo degli occupanti e delle occupanti di Via Mario De Maria e Mura di Porta Galliera,presenti dal primo mattino, e che hanno rilanciato con forza la marcia cittadina di Social Log di Sabato prossimo.

Aggiornamento ore 18:05

Dopo una assemblea sul tetto, gli occupanti hanno ritenuto accettabile la proposta fatta dagli assistenti sociali che promettono un alloggio per tutti. Si sono promessi di riconfrontarsi non appena tutti scenderanno dal tetto per stabilire se la proposta si possa ritenere realmente soddisfacente.

Nel frattempo a Roma è stato caricato il presidio solidale chiamato di fronte al Ministero delle Infrastrutture, a Porta Pia

Qui l’ingente schieramento di forze del disordine pagate con soldi pubblici (in regime di straordinario!) presentatesi sotto l’ingresso dell’immobile occupato a Bologna.
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