G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

Sciopero del 16 giugno: una vittoria per il movimento operaio e per l’antagonismo piacentino!

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Il gruppo di una ventina di studenti piacentini unitosi agli altri due pullman di ragazze e ragazzi operai. Da Piacenza ci siamo mossi in 150, tutti giovanissimi, per la giornata del 16 giugno: due pullman hanno portato solidarietà a Modena e uno a Stradella. Ogni fronte di lotta riesce ormai ad essere supportato dall’organizzazione sprigionata da questo movimento giovanile.

Lo sciopero di venerdì 16 giugno è stato un passaggio significativo per il consolidamento e il potenziamento di una prospettiva conflittuale di classe in questo paese.
Convocata dalle sigle più combattive del sindacalismo di base, la giornata di lotta ha praticato una prima possibile saldatura di rilievo strategico per l’ipotesi antagonista, quella tra i settori cruciali della circolazione.
Si sono intrecciati nello sciopero i comparti logistici, quelli dei trasporti pubblici e finanche l’adesione significativa di lavoratori Alitalia, a nemmeno due mesi dalla fragorosa affermazione del No nel referendum interno alla compagnia. Questi sono scioperi che fanno male perché incidono direttamente sulla ritmica complessiva della produzione e della riproduzione e agiscono immediatamente sul piano dei rapporti di forza. Non a caso i Confederali se ne tengono da tempo alla larga, così come non è casuale che a dare visibilità pubblica allo sciopero (per lo più silenziato dai media) siano le dichiarazioni stizzite di Renzi e Delrio. Il primo prova ad attizzare la retorica dei fannulloni, enfatizzando il fatto che lo sciopero sia avvenuto di venerdì. Non sa, evidentemente, il buon Renzi, che i trasporti e i magazzini logistici lavorano anche il sabato e spesso la domenica… Mentre Delrio si scaglia contro le minoranze in grado di bloccare le città e invoca una forte limitazione alla possibilità di scioperare (in modi incisivi, per scioperare in maniera innocua ovviamente non c’è problema), ricordando che alle Camere sono ferme da tempo proposte di legge in merito che portano le firme di Sacconi, Damiano e Ichino (brividi).

La “solitudine” dello sciopero di ieri rispetto a sponde istituzionali (il che è evidentemente un bene) e a un contesto generale che continua a essere arido di istanze conflittuali, ha dunque prodotto notevoli interruzioni nella circolazione urbana sopratutto a Roma e Milano, e si è definito attraverso una fitta punteggiatura di blocchi dal porto di Napoli a tutto il nord. Anche questa volta non si è fatta attendere l’arroganza poliziesca (sempre più rinvigorita dal nuovo corso Minnniti), con interventi ai picchetti a Genova e Brescia e con una plateale e violenta aggressione a Modena. L’uso indiscriminato di lacrimogeni su un picchetto operaio qui avvenuto merita una considerazione. Nella città amministrata ininterrottamente dal 1945 dal medesimo ceto politico che si forgia degli stemmi del Lavoro, una tale brutalità (nell’assordante silenzio dei media locali) è possibile perché la forza lavoro in lotta è razzializzata e il razzismo istituzionale è una dimensione sempre più pressante. In secondo luogo, la questura locale ha evidentemente voluto rispondere alla liberazione avvenuta il giorno prima dello sciopero di Aldo Milani, provando inoltre a pareggiare i conti con il corteo per la sua liberazione che a febbraio aveva rotto tutti i divieti a manifestare ridicolizzando il dispositivo repressivo. La risposta della piazza scioperante è però stata importante e vittoriosa, anche grazie alla solidarietà operaia da altre città, che rimane uno degli elementi di lotta di maggior rilievo per questo ormai decennale processo conflittuale.

Per concludere, il 16 mette sul piatto alcuni nodi sui quali sarà necessario tenere aperta una riflessione. La tenuta organizzativa della saldatura tra sindacalismo conflittuale, collettivi autonomi e una composizione operaia consapevole della propria collocazione strategica nella catena produttiva è l’elemento che ha consentito la durata dei processi in atto. L’uso operaio del sindacato e le dinamiche soggettivo-organizzative di quest’ultimo continuano a definirsi come campo di tensione all’interno del quale si determineranno le direzioni future di questa storia. Se il passaggio del 16, la connessione tra logistica e trasporti, evidentemente è in grado di esprimere livelli anche molto più alti e incisivi, si tratterà verso l’autunno di comprendere come la molteplicità del lavoro contemporaneo possa comporsi attorno e con questi settori di classe. La produzione di concatenazioni e risonanze, il dispiegamento delle potenzialità dei territori attorno al conflitto capitale/lavoro, è l’altro aspetto decisivo, e questo spetta a noi.

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

Modena, migliaia di facchini violano a spinta i divieti a manifestare. Cariche in stazione

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Almeno un migliaio di persone tra operai e operaie del SI Cobas e solidali hanno violato le imposizioni della Questura di Modena, che in mattinata aveva disposto il divieto di raggiungere il centro cittadino per motivi di ordine pubblico, costruendo un corteo selvaggio e determinato capace di precludere ogni forma di controllo poliziesco nel suo muoversi per la città.

La manifestazione era stata convocata in risposta ai fatti della scorsa settimana, con l’arresto e la successiva liberazione di Aldo Milani in seguito alla montatura tutta ad uso mediatico e criminalizzante operata dalla famiglia Levoni e prontamente utilizzata dalla Procura modenese.

Dalle 15 piazza Sant’Agostino ha visto operai da tutta Italia rispondere alla chiamata, che si trovavano però di fronte l’inaccettabile provocazione questurina. Dopo circa un’ora il corteo ha deciso di aggirare lo spiegamento di forze dell’ordine che impediva l’accesso al centro, aggirandolo in corteo selvaggio attraverso via Berengario e via Monte Kosica, raggiungendo infine la stazione centrale dei treni.

Qui il corteo ha invaso i binari mandando in tilt la viabilità ferroviaria e rivendicando la propria determinazione a non sottostare a divieti che limitano la libertà di movimento.

L’intervento della celere arriva circa mezz’ora dopo, le forze dell’ordine caricano nel provare a liberare i binari e il piazzale, ma vengono di fatto accerchiate davanti all’ingresso e costrette alla ritirata.

Il corteo a quel punto riparte ancora selvaggio e punta verso il centro cittadino, riuscendo a conquistarlo e terminando in piazza Grande, umiliando e smentendo nella pratica tutto il dispositivo costruitogli intorno. Si viene a sapere di due compagni fermati durante le cariche in stazione, ma poco dopo anch’essi vengono liberati.

La giornata modenese è riuscita quindi a raggiungere il duplice obiettivo che si proponeva: da un lato ribadire la legittimità delle lotte sociali contro la macchina del fango mediatica, dall’altra violare il divieto sciocco e inaccettabile della Questura.

Quanto avvenuto oggi non può che potenziare la determinazione e la gioia di tanti facchini e facchine nel costruire percorsi di lotta contro lo sfruttamento nel mondo della logistica!

Qui il video riassuntivo della giornata, per gustarlo suggerisco di mettere a tutto schermo da casa:

Fallisce il teorema di polizia e padroni contro il S.I.Cobas: cosa ci insegna questa vicenda?

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Rilancio comunicato diffuso dai collettivi piacentini dopo la scandalosa vicenda che in settimana ha visto il (misero e fallimentare) tentativo da parte di polizia, padroni e magistratura di infangare il movimento operaio.

I fatti:
Giovedì 26 gennaio il segretario nazionale del S.I.Cobas Aldo Milani viene tratto in arresto durante una trattativa con i signori Levoni, titolari dello stabilimento Alcar uno -filiera Levoni- di Modena, dove si erano avuti 52 licenziamenti politici. Ad “incastrarlo” sarebbe un video (consultabile qui: Aldo Milani è quello seduto a destra, si evidenzia come a prendere la busta sia un’altra persona, consulente aziendale e totalmente estranea ai S.I.Cobas, è quella che fa il segno delle manette evidenziando la combutta con la polizia e la natura di messinscena della vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=m7Eh9iNQ5TE ).

Nella notte fra giovedì e venerdì scattano blocchi e picchetti in oltre 200 aziende. Si denuncia la montatura ordita per screditare il sindacato che ha fatto proprio della sua incorruttibilità lo strumento della sua travolgente espansione. Nella giornata di venerdì sono 2.500 persone sotto il carcere di Modena (https://www.youtube.com/watch?v=3XCkCcYB2pY ) e poi sotto alla Alcar uno, azienda corresponsabile nella creazione della montatura. Nella giornata di sabato, ancora oltre 500 operai sono sotto il carcere. La tensione si alza e si arriva a spingere e dondolare le grate del cancello del carcere (https://www.facebook.com/monzoor.alam.3/videos/1355907474461297/ ).

Nel frattempo, altri presidi con svariate centinaia di persone sorgono a Roma, Napoli, Brescia, Pavia/Stradella e Piacenza ( https://www.youtube.com/watch?v=V-sOQyJHqL4 ).

Verso le 16:30 della giornata di sabato, arriva la notizia: il gip riconosce Aldo Milani “estraneo a qualsiasi fatto riconducibile alle motivazioni dell’arresto” e ne dispone la liberazione immediata, con obbligo di dimora nel comune di residenza (tradotto: non può lasciare il comune in cui risiede, si tratta di prassi in casi come questo: la persona, in quanto potenziale informata sui fatti, deve restare a disposizione degli investigatori, potendo rientrare in qualsiasi momento nel procedimento in svariate posizioni). Sotto il carcere è il delirio: (qui potete vedere la scena dell’uscita e le prime dichiarazioni di Milani: http://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/si-cobas-aldo-milani-era-un-tranello-mi-hanno-incastrato/70870/71415 blob:http://video.gelocal.it/5cbc270c-fee6-4ed1-b1dc-edd7eaa8a48a).

Il succo delle contraddizioni sotto cui è crollato il tentato teorema è verte sulla losca figura di tal Piccinini, offertosi di accompagnare Milani in quanto “facilitatore della trattativa”. Costui (lo ripetiamo: mai stato parte del sindacato e anzi impegnato in prima persona nella gestione del personale per conto di svariate aziende e cooperative in anni passati!) avrebbe riferito di aver preso la busta per poi destinarla alla “cassa di resistenza dei lavoratori licenziati del S.I.Cobas”. Fattore che a noi non scandalizzerebbe assolutamente, se non fosse che il S.I.Cobas si è sempre rifiutato di accettare donazioni per detta cassa da parte padronale, fondandosi esclusivamente sulle offerte degli aderenti. Inoltre, appunto, Milani non sapeva di questa sua dichiarata “volontà” di donazione. La versione del Piccinini sarebbe entrata in contraddizione con quanto dichiarato dai Levoni, che hanno invece parlato di un prestito (si tratterebbe di una seconda tranche) a favore dello stesso Piccinini. Ciò, se da un lato scagiona Milani, dall’altro evidenzia come vi fosse una montatura e una volontà pretestuosa, a maggior ragione se si guarda al linguaggio dei segni con cui Piccinini comunica con la polizia. Il rimpallo di accuse fra azienda e collaboratore della polizia (il Piccinini, ora agli arresti domiciliari e messo immediatamente sotto scorta per paura che qualcuno vada a chiedergli conto delle sue balle) sarà lo show comico dei prossimi mesi, dato che crollata la montatura (e fatti salvi da conseguenze polizia e PM, che nel nostro paese non pagano mai anche di fronte a un uso smaccatamente politico della repressione) dovranno pur accordarsi sul come pararsi dalle controaccuse e eventualmente chi dei due sarà “sacrificato” per questo fine.

Le considerazioni:

1. Il teorema è crollato perché era fatto male, era eccessivo, ridondante, pieno di punti deboli.

2. Il teorema è crollato anche per la grande mobilitazione, che ha coinvolto migliaia di operai e espresso un livello di scontro con i fondamentali dello stato (nella fattispecie il monopolio della violenza e della reclusione) senza precedenti: operai che dondolano e premono sul cancello di un carcere è una scena che non si vedeva nemmeno negli anni ’70!

3. Il teorema ha rafforzato e rinsaldato il movimento della logistica: se mai ci fosse stato un evento per mettere a prova lo spirito di tenuta, questo era proprio il colpire Milani, amatissimo dagli operai per il lavoro svolto in questi anni (a volte quasi fin troppo amato, addirittura venerato, ma questa vicenda insegna che il S.I.Cobas riesce a lavorare ed esprimere alti livelli di conflittualità anche in sua assenza…e in ogni caso tale amore possiamo confermare che affonda le radici in anni e anni di lotta senza quartiere nella quale Aldo si è impegnato in rima persona!).

4. Il teorema è grave di per sé. Perché il fatto che polizia e padroni lo abbiano provato così esplicitamente falso, così estremo, così senza paura di ripercussioni è veramente un fatto preoccupante. Stavolta emerge perché il S.I.Cobas ha costruito una base di consenso davvero grande e solida, ma ogni anno svariati “teoremini” vengono costruiti contro aree politiche a vario titolo antagoniste (in particolare quella libertaria). Che questi teoremini abbiano, a differenza del caso Milani, qualcosa o nulla di concreto da cui partire è un fatto che non ci interessa ne comprometterebbe la nostra solidarietà totale, piuttosto è importante sottolineare come dal nulla o dal qualcosa si cerchino di estrapolare delle figure sociali da colpire e colpevolizzare come archetipi del nemico pubblico che esulano dalle motivazioni alla base degli arresti. Per questo, perché chi si informa sa che la repressione è continua strisciante e ovunque, che le strutture dello stato non sono neutre ma al lavoro continuo per colpire chi promuove il cambiamento sociale, abbiamo continuato a ripetere che Aldo Milani nella reclusione non era solo sé stesso, non era solo il S.I.Cobas e non era solo il movimento della classe operaia migrante: era un comunista, un rivoluzionario, un anarchico e tutte le figure di prigioniero politico del nostro paese, a cui va la nostra solidarietà come a qualsiasi altro carcerato.

5. Nella giornata di venerdì abbiamo registrato una serie di dichiarazioni infami da parte di tristi personaggi: alcuni riconducibili ad USB (questi comunicati sono poi spariti da internet…pavidità di fronte alle mobilitazioni o si sono ricreduti?), Bernocchi dei Cobas che ha “invitato tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas”. Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai diktat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori. Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, chiamata “Il Sindacato è un’altra cosa”, l’Adl-Cobas, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa). Bene, di tutti queste sigle e persone si può fare un bel sacco (di merda) non per ritorsioni in stile anni ’70 (ci mancherebbe, non ne sarebbero neanche degni!), ma per sapere con precisione di quali facce ci si può fidare e di quali no nel condurre una lotta. Per sapere con chi non si può parlare perché non sta lottando per una classe o per degli ideali, ma per dei piccoli interessi di bottega.

6. Questa storia non è finita: altre svolte costruite ad hoc potrebbero essere impresse con la fabbricazione di elementi probanti falsi (siamo pur sempre nello stato delle trame, delle forze di polizia più attivamente coinvolte nel contrasto ideologico dei movimenti di emancipazione, delle “molotov” trovate alla scuola Diaz e fabbricate dalla polizia stessa…), altre vicende simili potrebbero essere tentate per screditare la lotta…bene: troveranno sempre solidarietà ed orgoglio contro cui impattare.