Sciopero generale: da Piacenza in 200 in manifestazione e adesione nei magazzini all’80%

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Da Piacenza una risposta straordinaria alla chiamata di sciopero generale di Venerdì 27. Adesione all’80% in parecchi magazzini (in particolare quelli delle maggiori multinazionali del trasporto merci). Grande anche la prova di mobilitazione: 4 pullman per un totale di 200 persone diretti verso la manifestazione di Milano.
Tutti ragazzi e ragazze giovanissime, che hanno ribadito (a maggior ragione dopo l’onta dell’iniziativa organizzata dalla Lega Nord con “defende europe”) come Piacenza sia la patria dell’antirazzismo e della dignità operaia.
Bianchi e neri che lottano uniti per i diritti di tutti, la migliore e più concreta risposta al razzismo di pancia sparso ad arte per tenere buoni gli fruttati di questo paese ed indirizzarli su falsi nemici.

Nonostante la sordina mediatica posta dai mass media di regime, nonostante l’atteggiamento terroristico che i lavoratori hanno dovuto subire su molti posti di lavoro, nonostante la parziale precettazione che il Governo ha lanciato sui lavoratori del trasporto lo sciopero generale del 27 Ottobre indetto dal S. I Cobas, Cub, Usi, Slai Cobas e Sgb é stato un successo con migliaia di lavoratori del pubblico e del privato in sciopero e partecipatissimi cortei e manifestazioni da Milano a Bologna, da Napoli a Roma. Un’intensissima giornata di lotta che fin dall’alba ha visto picchetti e presidi davanti a fabbriche e magazzini di tutto il paese, dando forza e forma unitaria a quelle centinaia di vertenze e lotte operaie sparse per tutto il territorio nazionale. La forte partecipazione operaia – ma anche degli occupanti casa, disoccupati, studenti, ecc – ai cortei e manifestazioni che si sono sviluppate nelle principali città e realtà produttive danno il segno della forza di una giornata di lotta che non può rappresentare un momento a sé, ma il primo rilancio di una lotta più complessiva contro lo sfruttamento, le politiche anti -operaie e razziste di questo governo, attacco al diritto di sciopero!

Lotta SDA: enorme prova di forza del S.I.Cobas

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Crumiri armati all’attacco del picchetto S.I.Cobas a Carpiano

Rilancio comunicato S.I.Cobas sulla lotta SDA, che sta interessando anche 70 lavoratori piacentini.

La lotta in corso alla SDA non è una normale vertenza sindacale, perché lo scontro non è solo tra gli interessi contrapposti di lavoratori salariati contro capitalisti, ma contro varie cricche di dirigenti aziendali che perseguono politiche aziendali confuse e alcune atte a favorire l’interesse personale di qualche dirigente.
La SDA è una controllata di Poste Italiane, società controllata dallo Stato. Eppure i vertici SDA, che mantengono la società in costante perdita da anni – tanto paga “pantalone”– stanno demolendola e attaccando i lavoratori anche per i loro sporchi interessi privati. Le loro mosse, senza senso neanche dal punto di vista della gestione aziendale, hanno un senso in funzione dell’interesse di Amazon Italia – diretta dall’ex amministratore di SDA – ad acquistare SDA al prezzo più basso possibile, e ripulita dal SI Cobas, ilsindacato che ha organizzato i lavoratori dando loro la forza di sollevarsi da condizioni umilianti di semi-schiavitù e ottenere non solo il rispetto della dignità e del contratto nazionale, ma anche la continuità del posto di lavoro in caso di cambio appalto, un’assicurazione contro l’invalidità per infortunio e due giorni di riduzione d’orario retribuita (accordo Fedit).

Per la loro sporca operazione alcuni vertici di SDA vogliono che la società sia ancor più disastrata, e vogliono far ricadere la responsabilità del disastro sui lavoratori e il SI Cobas. Per questo a inizio settembre SDA ha disdetto l’appalto per la gestione del magazzino-hub di Carpiano (a sud di Milano) con la cooperativa CPLcon il pretesto della irregolarità della posizione contributiva, poi rivelatosi falso; lo scopo era attaccare i lavoratori con il cambio appalto (licenziamento e riassunzione in una nuova cooperativa, con un nuovo contratto) e provocarne la reazione di lotta con il rifiuto della non applicazione del jobs act in materia di licenziamenti – una clausola ottenuta dal SI Cobas in tutti i cambi appalto per proteggere i lavoratori da licenziamenti ingiustificati. Lavorando nel magazzino da prima dell’approvazione del jobs act, con la vecchia cooperativa alla gran maggioranza dei lavoratori non si applicava questa legge anti-operaia.

Mentre il SOL Cobas firmava un accordo con la nuova cooperativa UCSA che prevedeva la riassunzione dei lavoratori senza esenzione dal jobs act,, il 18 settembre il SI Cobas entrava in sciopero chiedendo il mantenimento delle condizioni precedenti, incluso l’accordo Fedit e la non applicazione del jobs act. Ed organizzavano un presidio permanente davanti ai cancelli, che non ha impedito a chi voleva (una parte dei lavoratori iscritti al SOL Cobas) di recarsi al lavoro ( solo 120 operai su 400 si sono recati a sottoscrivere il contratto per l’assunzione). Lo sciopero è proseguito tutta la settimana, con forte partecipazione di lavoratori SDA e di molti solidali da altri luoghi di lavoro, senza che SDA si smuovesse. Domenica 24 doveva tenersi un incontro tra SI Cobas e UCSA che telefonicamente si era disponibile e pronta a recepire le nostre proposte per trovare un accordo, ma UCSA disdiceva l’incontro perché la committente SDA l’aveva diffidata dal trattare (in violazione delle norme sulla intermediazione di manodopera). Anche una trattativa che si sarebbe dovuta tenere lunedì con Solaro, rappresentante dell’associazione di categoria Fedit, veniva fatta saltare da SDA.

Solo nel pomeriggio del lunedì UCSA fu poi autorizzata a sedersi al tavolo con il SI Cobas la mattina seguente. Il motivo di questi giochi sul tempo risultò chiaro nella notte di lunedì, quando circa 200 persone, fatte venire da diverse province del Sud e Centro Italia e abbigliate con maglietta SDA, piombarono con auto e furgoni sul presidio di Carpiano, ridotto di numero per la notte, cercando di investire i presenti e aggredendo i lavoratori in presidio con coltelli e mazze. Una chiara operazione di marca squadrista, annunciata sul gruppo facebook di SDA Courier Express cui partecipano dirigenti SDA, pieno di livore razzista e anti-sindacale. Pensavano che il numero soverchiante bastasse a malmenare e sgomberare il presidio operaio. Non a caso i loro capi si sono scagliati contro Papis, un organizzatore africano del SI Cobas. Non avevano fatto i conti con la coesione e la determinazione dei lavoratori che viene dalla convinzione di lottare per una causa giusta, il coraggio di uomini che nei loro paesi hanno avuto esperienze in cui hanno dovuto difendere la loro vita e quella delle loro famiglie. Davanti alla pronta reazione dei facchini, i boriosi aggressori prezzolati sono stati messi in fuga con danni. Papis ha subito una ferita da coltello a una mano nell’impedire che gli giungesse all’addome, e una forte contusione al capo, ma è già di nuovo presente al presidio.

Nei piani di SDA l’aggressione squadrista, che gran parte dei media prezzolati ha presentato come scontro tra lavoratori che scioperano e lavoratori che vogliono lavorare, avrebbe dovuto dare il colpo decisivo per l’estromissione del SI Cobas dal magazzino di Carpiano. Gli è andata male, ma alla trattativa di martedì SDA ha ribadito a UCSA il veto alla non applicazione del jobs act, impedendo un accordo.

Il vero obiettivo dei dirigenti di SDA, estromettere il SI Cobas dai loro magazzini come richiesto da Amazon, emerge dai loro atti: da lunedì 25 hanno chiuso i cancelli degli hub di Carpiano, Bologna e Roma (dando alle aziende concorrenti il compito di spedire i loro pacchi ) una vera e propria serrata che è continuata per tutta la settimana e a Carpiano continua mentre scriviamo (30/9). A Bologna e Roma avevano fatto delle liste coi nomi dei pochi ammessi, tra l’altro iscritti a SGB, per tener fuori i 350 lavoratori iscritti al SI Cobas. Nella trattativa apertasi in sede di Prefettura a Bologna è apparsa chiara la volontà di rottura di SDA, non disponibile a firmare il verbale della prefettura perché non voleva che trapelasse che il SI Cobas era disponibile a firmare l’accordo proposto al SI Cobas da parte della stessa Sda con la sola aggiunta di una frase esplicita sulla non applicazione del job acts. Nell’accordo si prevede, in caso di mancanza di lavoro (le provocazioni aziendali sono costate la perdita di molti clienti) che a Bologna e Roma sarà garantita la rotazione di tutti i lavoratori e richiesta di una integrazione del salario per le ore non lavorate attingendo i soldi da una cassa istituita a livello nazionale in base al CCNL o dalle casse della Sda o della Metra ( il fornitore in quel magazzino). Lunedì, su sollecitazione della stessa Prefettura bolognese e su richiesta del SI Cobas il 2 ottobre è prevista una trattativa per Carpiano presso la Prefettura di Milano.

Mentre chiudeva i suoi principali hub, un comunicato stampa di SDA cercava di addossare sui Cobas la responsabilità dei 70 mila pacchi fermi e chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. La maggior parte dei media avallano questa versione menzognera dei fatti, che va smascherata e denunciata. È la SDA che ha messo in moto la macchinazione del cambio di appalto per provocare e estromettere il Si cobas. È la SDA che con una settimana di serrata impedisce di lavorare per rendere più drammatica la situazione e chiedere l’intervento della forza di polizia e lo fa per il solo motivo di scorporare Sda dal controllo di Poste per dare questo comparto della logistica in proprietà ad Amazon.

La situazione attuale è il risultato di azioni pianificate da una parte della dirigenza SDA, che ha trovato sponda nella divisione dei lavoratori tramite il sindacato SOL Cobas, il cui leader Zerbini interveniva nella lista dei promotori dell’aggressione mafiosa (salvo poi esprimere solidarietà con il presidio aggredito dopo il misero fallimento dell’operazione) e ora si ripromette di rompere lo sciopero a Carpiano con l’espediente di imporre ad Sda l’impiego di tutti i 400 lavoratori che prima dello scontro erano in forza nel magazzino.

Il SI Cobas è stato costretto a lottare per impedire un arretramento nei diritti dei lavoratori e respingere l’applicazione del Jobs Act, una battaglia che i sindacati confederali non hanno voluto combattere tre anni fa. Soprattutto in una situazione di ristrutturazione aziendale come si prospetta in SDA, la libertà di licenziamento garantita dal jobs act costituirebbe una potente arma di ricatto e repressione in mano alla direzione aziendale. A meno di un mese dallo sciopero generale indetto per il 27 ottobre facciamo appello a sostenere la lotta dei lavoratori SDA contro la protervia aziendale e le politiche governative, partecipando al presidio di Carpiano.

Impressioni dal G7 sul lavoro di Torino

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Riporto il bilancio finale di Infoaut della tre giorni di contestazione al “G7 del lavoro” svoltasi a Torino la settimana scorsa. Senza girarci intorno: al G7 si sono discussi nuovi dispositivi (dopo Il mortifero Jobs Act e la corrispondente Loi Travail francese) per assoggettare il mondo del lavoro al dominio del grande capitale transnazionale. Per capirci, sul tavolo era la proposta di un ennesimo innalzamento dell’età pensionabile (ci pensate? Già ora spesso muoriamo senza arrivare alla pensione, passando una vita a lavorare per pochi soldi!).
Per questo come rete antagonista piacentina, ivi compreso il sindacato che ha animato le lotte nella logistica in questi anni, abbiamo preso parte alle mobilitazioni con ben due pullman di piacentini giovani e incazzati.
Di seguito il comunicato.

E niente. Vuoto pneumatico. Avevano annunciato un G7 umanitario che avrebbe discusso dei problemi della disoccupazione tecnologica, della povertà, dei salari, ma alle roboanti dichiarazioni che avevano lanciato in queste settimane ha fatto seguito il nulla. Più che un incontro tra i rappresentanti dei sette paesi più potenti del mondo sembra di aver assistito ad un convegno di odontoiatri, solo con cravatte di lusso, banchetti dionisiaci e migliaia di poliziotti a difenderli. Il tutto ovviamente pagato con i soldi di tutti.

La difficoltà nel difendere il proprio operato si coglie già dalle dichiarazioni che Poletti ha rilasciato nella giornata di sabato mentre la manifestazione contro il G7 era ancora in corso. Il freddo e burbero ministro del lavoro, tra i più odiati di questo governo e solito a uscite per lo meno inappropriate, si lascia andare in un non sense psichedelico ammettendo in sostanza che i giovani ne hanno ben donde di essere incazzati, anche se non proprio tutti tutti partecipano alle manifestazioni.

Il meglio però lo dà uno spompato Matteo Renzi che dopo qualche settimana da palombaro in silenzio sotto il pelo dell’acqua approfitta di questa occasione per rimettere il naso fuori. Dice che con questo G7 hanno fatto una figuraccia. E in effetti loro l’hanno fatta di sicuro, costretti a mettere a nudo le proprie grazie, inseguiti da una mobilitazione determinata che in ogni contesto è riuscita a mettere in crisi l’apparato disposto per difenderli e a far emergere un pezzo di città, di paese reale che speravano di tenere ben lontano dalla Reggia in cui si erano rifugiati.
L’ ormai ex “ragazzo d’oro” del PD se la prende con quei consiglieri comunali 5 stelle che con uno scatto di dignità hanno deciso di non sottostare alla narrazione dominante e di venire a misurarsi con le voci dei molti lavoratori, disoccupati, abitanti dei quartieri popolari e giovani che hanno deciso di mobilitarsi in questa occasione. Peccato però che ai piani alti dell’amministrazione comunale il timore sia tanto e che inserito il pilota automatico del profilo istituzionale la sindaca Appendino si lanci negli inviti ai ministri a visitare la città, nelle strette di mano agli aguzzini dei lavoratori, nella solita attestazione di stima e solidarietà a delle forze dell’ordine che ben volentieri le farebbero lo sgambetto per ridersela di gusto con le incrostazioni di potere del PD. Quello che probabilmente da Piazza Palazzo di Città non si riesce a capire è che solo una rottura di quel profilo istituzionale, solo una politica coraggiosa all’attacco dei potentati cittadini, una politica di ridistribuzione delle risorse tra chi ha meno e non riesce ad arrivare a fine mese, può essere efficace. Pena l’adattarsi, il compromettersi e subire gli attacchi in difesa con il cerino in mano ad aspettare che magari, ma proprio magari, un altro profilo istituzionale conquisti il governo nazionale e faccia arrivare qualche soldo da queste parti.

Il vuoto pneumatico si registra anche dalle parti delle redazioni dei giornali che aspettavano da giorni di titolare di città devastate, di torme di selvaggi e un po’ con l’amaro in bocca e il gusto della sproporzione si sono dovuti adattare a parlare di guerriglia urbana per continuare a tralasciare il fatto che quel corteo ha incontrato il sostegno degli abitanti di Torino e Venaria affacciati alle finestre delle loro case o di fronte ai negozi, che in quel corteo dai lavoratori agli studenti tutti volevano arrivare alla Reggia, tutti sono rimasti a sostenere chi ci provava, tutti avevano deciso di esserci. Perché in Italia le vittime della loro crisi si possono solo compatire: guai a parlare di quelle che hanno deciso di alzare la testa. Qualcosa non quadra se solo sabato tutte le testate nazionali tentavano di criminalizzare la mobilitazione di migliaia di persone contro il G7 mentre ieri non esitavano a denunciare le violenze dello Stato Spagnolo contro i catalani durante il referendum. I conflitti sociali altrui sono sempre più comodi dei nostri.


L’assedio all’albergo dei G7


Il corteo del sabato

G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

Sciopero del 16 giugno: una vittoria per il movimento operaio e per l’antagonismo piacentino!

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Il gruppo di una ventina di studenti piacentini unitosi agli altri due pullman di ragazze e ragazzi operai. Da Piacenza ci siamo mossi in 150, tutti giovanissimi, per la giornata del 16 giugno: due pullman hanno portato solidarietà a Modena e uno a Stradella. Ogni fronte di lotta riesce ormai ad essere supportato dall’organizzazione sprigionata da questo movimento giovanile.

Lo sciopero di venerdì 16 giugno è stato un passaggio significativo per il consolidamento e il potenziamento di una prospettiva conflittuale di classe in questo paese.
Convocata dalle sigle più combattive del sindacalismo di base, la giornata di lotta ha praticato una prima possibile saldatura di rilievo strategico per l’ipotesi antagonista, quella tra i settori cruciali della circolazione.
Si sono intrecciati nello sciopero i comparti logistici, quelli dei trasporti pubblici e finanche l’adesione significativa di lavoratori Alitalia, a nemmeno due mesi dalla fragorosa affermazione del No nel referendum interno alla compagnia. Questi sono scioperi che fanno male perché incidono direttamente sulla ritmica complessiva della produzione e della riproduzione e agiscono immediatamente sul piano dei rapporti di forza. Non a caso i Confederali se ne tengono da tempo alla larga, così come non è casuale che a dare visibilità pubblica allo sciopero (per lo più silenziato dai media) siano le dichiarazioni stizzite di Renzi e Delrio. Il primo prova ad attizzare la retorica dei fannulloni, enfatizzando il fatto che lo sciopero sia avvenuto di venerdì. Non sa, evidentemente, il buon Renzi, che i trasporti e i magazzini logistici lavorano anche il sabato e spesso la domenica… Mentre Delrio si scaglia contro le minoranze in grado di bloccare le città e invoca una forte limitazione alla possibilità di scioperare (in modi incisivi, per scioperare in maniera innocua ovviamente non c’è problema), ricordando che alle Camere sono ferme da tempo proposte di legge in merito che portano le firme di Sacconi, Damiano e Ichino (brividi).

La “solitudine” dello sciopero di ieri rispetto a sponde istituzionali (il che è evidentemente un bene) e a un contesto generale che continua a essere arido di istanze conflittuali, ha dunque prodotto notevoli interruzioni nella circolazione urbana sopratutto a Roma e Milano, e si è definito attraverso una fitta punteggiatura di blocchi dal porto di Napoli a tutto il nord. Anche questa volta non si è fatta attendere l’arroganza poliziesca (sempre più rinvigorita dal nuovo corso Minnniti), con interventi ai picchetti a Genova e Brescia e con una plateale e violenta aggressione a Modena. L’uso indiscriminato di lacrimogeni su un picchetto operaio qui avvenuto merita una considerazione. Nella città amministrata ininterrottamente dal 1945 dal medesimo ceto politico che si forgia degli stemmi del Lavoro, una tale brutalità (nell’assordante silenzio dei media locali) è possibile perché la forza lavoro in lotta è razzializzata e il razzismo istituzionale è una dimensione sempre più pressante. In secondo luogo, la questura locale ha evidentemente voluto rispondere alla liberazione avvenuta il giorno prima dello sciopero di Aldo Milani, provando inoltre a pareggiare i conti con il corteo per la sua liberazione che a febbraio aveva rotto tutti i divieti a manifestare ridicolizzando il dispositivo repressivo. La risposta della piazza scioperante è però stata importante e vittoriosa, anche grazie alla solidarietà operaia da altre città, che rimane uno degli elementi di lotta di maggior rilievo per questo ormai decennale processo conflittuale.

Per concludere, il 16 mette sul piatto alcuni nodi sui quali sarà necessario tenere aperta una riflessione. La tenuta organizzativa della saldatura tra sindacalismo conflittuale, collettivi autonomi e una composizione operaia consapevole della propria collocazione strategica nella catena produttiva è l’elemento che ha consentito la durata dei processi in atto. L’uso operaio del sindacato e le dinamiche soggettivo-organizzative di quest’ultimo continuano a definirsi come campo di tensione all’interno del quale si determineranno le direzioni future di questa storia. Se il passaggio del 16, la connessione tra logistica e trasporti, evidentemente è in grado di esprimere livelli anche molto più alti e incisivi, si tratterà verso l’autunno di comprendere come la molteplicità del lavoro contemporaneo possa comporsi attorno e con questi settori di classe. La produzione di concatenazioni e risonanze, il dispiegamento delle potenzialità dei territori attorno al conflitto capitale/lavoro, è l’altro aspetto decisivo, e questo spetta a noi.

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.