Cosa ci dice la tornata elettorale?

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Proviamo a scrivere due cose sulla tornata elettorale. Non perché sia un piano determinante per i movimenti, lo sappiamo, ma perché a volte può essere utile guardare dentro un indicatore che è (una) parte della realtà per trarne delle indicazioni.

Partiamo dall’affluenza: vota mediamente (al primo turno, al secondo meno) il 62,14%. In Italia, il 40% degli aventi diritto non va a votare. Potremmo trarne un’ indicazione entusiasmante: siamo rivoluzionari, se il 40% non si riconosce nelle istituzioni la situazione è eccellente per una rottura radicale dell’ordine costituito. Credo però che sia una lettura superficiale. Va bene per fare una battuta la sera delle elezioni, ma non credo esprima la vera tendenza nel paese. C’è sicuramente una fetta crescente di astensione “militante”, di compagni o semplici individui che si sentono esclusi dal patto sociale e lo esprimono boicottando il momento in cui si decide chi amministrerà questo patto sociale. Una fetta che dice “non mi va bene nessuno di questi pagliacci”. Ma c’è anche una fetta, a mio avviso maggioritaria, che non vota dicendo “mi vanno bene tutti”. Un non-voto impolitico, che prende come un dato di fatto gli equilibri sociali che invece il non-voto politico contesta. E questo è un problema, perché questa massa non è disponibile a mobilitarsi per creare delle rotture o anche banalmente per farsi coinvolgere in reti sociali che mettano in campo una qualche forma di resistenza sociale. Non arrivare a queste persone è un preciso limite dei movimenti tutti, e anche una zavorra: sono quelli che si lamentano della situazione ma poi sono pronti al linciaggio dei rivoltosi in piazza, che dicono “facciamo come in Francia!” ma poi pretendono lo sgombero dei picchetti operai e il ritorno alla normalità durante gli scioperi. Insomma non sono tutte rose quando vediamo alte percentuali astensioniste. Un’ultima cosa: quando parliamo di “aventi diritti al voto” diamo per scontato che ci sono i “non aventi”, quella fascia sempre più ampia di persone che attraversano il nostro paese (magari venendo fermate a Ventimiglia…) o che vi vivono ma restando nel cono d’ombra dello sfruttamento più brutale, nelle piantagioni del sud o da operai nel sistema delle cooperative al nord. Sarà un caso che i movimenti più radicali di protesta in ambito lavorativo nascano proprio da questi “non aventi diritto”? Questa fetta di proletariato deve essere prioritaria per noi, perché è proletaria e perché esclusa dal patto sociale e disponibile al conflitto. Il non-diminuire di intensità, dopo anni, del movimento dei facchini ne è la riprova, al netto dei mille limiti che esso esprime ancora.

Veniamo alle città più significative.

Torino: a Torino vince un M5S con forti tratti di sinistra. Vince soprattutto in contrapposizione al disprezzo per il tema povertà evidenziato dal PD di Fassino. Un portato antisistema he si esprime anche nel supporto mai venuto meno (fatta la tara sulle solite fisse in tema di legalità dei grillini) al movimento NoTav. Anche la sinistra radicale appoggiava i NoTav durante la seconda repubblica, ma giunti al governo tentennavano (un po’ come a livello locale di Piacenza fecero con il movimento dei facchini). Autoeliminatasi come referente credibile da queste ambiguità, anche quello spazio di referente politico istituzionale viene coperto dal M5S. La sinistra insomma, per motivi legati alle condizioni sociali o a movimenti territoriali radicati, vota M5S, quando vota. Una particolarità locale che invalida gli argomenti di critica superficiale al M5S del tipo “apre a casapound!” “sono fascisti!”. Quelli sono argomenti proprio per bimbi della politica. Non che non sia vero, non che il M5S non sia pericoloso per le sue aperture e le sue posizioni schifosamente cittadiniste (si diceva poco fa di quelli esclusi dai relativi “diritti”…), ma semplicemente…è molto più acuto nel suo destreggiarsi in questa contraddizione! Credo sia una complessità di lettura che richiede di entrare nelle contraddizioni del territorio torinese, la stessa che era necessaria per comprendere il fenomeno del 9 dicembre 2013, l’esplosione del “movimento dei forconi”: altrove assolutamente ridicolo e beceramente fascistoide, a Torino connettore della rabbia della piccola borghesia e di parte del proletariato emarginato dal sistema di governo PD. Veniamo a un altro aspetto: oggi la procura interviene con 23 arresti di NoTav. Tempismo perfetto per testare come si schiereranno i nuovi governanti locali, a riprova che non possiamo fottercene del piano elettorale: esso interviene nelle nostre vite. I 23 arrestati sono sacrifici umani sull’altare degli equilibri di potere! (per chi se lo fosse perso… http://www.notav.info/post/arresti-restrizioni-e-obblighi-di-firma-ancora-un-attacco-contro-il-movimento-notav/ ). Ultima cosa: quello di Torino è un PD che conta negli equilibri nazionali, attenzione a che succede… a livello di capitalismo municipale, quelle multiutilities che sono uno dei pilastri del potere economico del PD, Torino guida la Iren che si estende a Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Vedere cosa farà ora il M5S per la sua gestione è molto interessante: quanto sono davvero antisistema i grillini? Ci stanno a fare dei passi indietro sulla strada della finanziarizzazione dei servizi? A dare meno peso ai fondi di investimento internazionali in favore di un controllo popolare? Vedremo…

Roma: secondo me Roma è di difficile inquadramento. Credo che in realtà le coalizioni della seconda repubblica potrebbero riprendersene il controllo grazie a quanto sono radicate come sistema di clientelismo. Certo che dopo il rimpallo fra la peggio fascisteria di Alemanno e il PD un giro di “novità” era facile immaginarselo. Tra l’altro, siamo in presenza di un M5S che qua si da tratti di destra, cavalcando il malcontento sociale per la questione delle periferie e dei conflitti fra marginalità sociali. In realtà, queste marginalità sono sistemiche e risalgono alle colpe storiche dei Savoia e soprattutto di Mussolini, che hanno compromesso uno sviluppo razionale della città per secoli (un bellissimo articolo sul tema qui: http://www.militant-blog.org/?p=13313). Senza uno sforzo a livello governativo, Roma non ripartirà. Non saprei davvero fare previsioni: certo che i movimenti hanno fatto un paio di sforzi enormi quest’anno per “fare quadrato” contro le derive razziste-leghiste o dei figlioletti paraculati di Alemanno (casapound), ma se quegli sforzi non vengono indirizzati sulla costruzione di reti di resistenza di più lunga durata temo siano sforzi destinati a stare sempre sulla difensiva. Oltretutto in presenza di istituzioni che sulla contraddizione principale, la casa, non sembrano intenzionate a retrocedere e aumentano il livello di repressione. Mi sa che servirebbe studiare il “modello Atene” del lustro 2008-2013, forse si può trarre qualche indicazione…

Milano: l’unica “metropoli europea” dello stivale. Disgregata, squassata da ventanni di malgoverno leghista-ciellino, ammazzata definitivamente dall’avvallo dato dalla “sinistra” di Pisapia ai poteri finanziari e al modello Expo. Mai nulla fu più paradigmatico che la candidatura di Sala. La favola della resistenza nei quartieri popolari nell’annata pre-expo è l’unico esempio di “resistenza umana” ai processi di gentrificazione e rottura dei legami sociali (per i più piccini che se la fossero persa: https://www.youtube.com/watch?v=vELqdO91RDU ), ma rischia di rimanere appunto una favola vista la violenza e l’aggressività della repressione, che costringe i compagni su un piano principalmente resistenziale. Ciò dovrebbe rimandarci a un ragionamento sulla repressione, perché se Milano è avanguardia lo è anche in quello. Se ne è parlato pure a un bel convegno sul tema la settimana scorsa a Bologna: cristo santo, non è possibile che si lasci passare questo livello repressivo! Vale per gli sgomberi dei picchetti operai, per gli sgomberi delle case, ma anche per l’utilizzo di devastazione e saccheggio. Denunciamo giustamente l’utilizzo di questo articolo infame e fascista (letteralmente) ad ogni tornata di arresti, ma poi ci dimentichiamo dei nostri fratelli. La tragedia che stanno vivendo in questo senso le vittime del G8 di Genova ci riguarda tutti, ma cosa facciamo concretamente? E per quelli del 15 ottobre? E poi ci dimenticheremo anche degli arrestati per Cremona o per il 1 maggio 2015? Dobbiamo fare di più. E riflettere: in Grecia è stata vietata l’estradizione dei 5 compagni vista la sproporzione di devastazione e saccheggio e la sua insistenza nel codice penale greco, anzi i ragazzi sono stati quasi “celebrati” come partecipi di una giusta resistenza all’imbarbarimento. Finiamola di stare sulla difensiva! Chi combatte è uno di noi e non deve stare a pagarne il prezzo individualmente! Sono andato un po’ fuori tema, ma solo in parte: Milano ci parla del conflitto urbano più radicale. Come gestirlo, organizzarlo, fargli avere una base di consenso popolare e come parare i colpi della repressione sono fattori primari nella nostra agenda.

Napoli: un caso più unico che raro. Ve lo dico, se fossi stato napoletano avrei votato De Magistris. Senza delegargli un cazzo ovviamente, ma sfruttando il fatto che ha bisogno dei movimenti sociali per governare. Lui li ha tenuti attaccati al suo destino e loro hanno ricavato grandi spazi di agibilità. Ciò mi risulta ancora più importante che i pur significativi posizionamenti contro Renzi su Bagnoli e contro il patto di stabilità (istituzionalmente parlando delle scelte forti). Il fatto che si dia delle tinte da caudillo populista di sinistra non mi tange minimamente, è un classico argomento della sinistra neoliberista che tanto odiamo. De Magistris mi ricorda tanto i caudilli sudamericani. Non vanno bene al 100%, lo sappiamo, e prima o poi arrivano a rompere con la loro base sociale, ma sono taaaaanto meglio dell’alternativa. Quello che però credo sia importante dire è che l’esperimento non è al momento replicabile fuori da Napoli. Napoli vive delle condizioni sociali del tutto particolari, assimilabili al massimo ad altre realtà del sud Italia. Non è minimamente pensabile assumere la logica del meno peggio a Milano, a Bologna, in realtà dove con la favoletta del meno peggio si chiede di votare gente campione di sgomberi e di repressione verso i movimenti sociali. Chi ha votato Sala o Merola in quest’ottica secondo me è un coglione fatto e finito, sceglie proprio di non vedere (o forse sta talmente bene che gli da fastidio vedere il disagio sociale…). Insomma credo sia positiva la conferma di De Magistris, anche perché ha fatto la scelta di rompere con quella che è la “sinistra” tradizionale venuta fuori dalla morte de facto di quella che fu Rifondazione anni fa: SEL è esclusa e così le altre microformazioni. Un po’ di pulizia da quel pattume fa solo bene. Però occhio ragazzi: da un lato a non legarvi mani e piedi a un percorso che non sapete dove potrà portare (magari arrivando a non vederne i limiti), dall’altro a credere, appunto, che sbaglino i compagni che altrove scelgono di astenersi per manifesta incompatibilità alle opzioni sul campo. Il baricentro deve rimanere la lotta, la storia ci insegna che quando si cede alle lusinghe delle istituzioni, per i movimenti è l’inizio della fine. “Vogliono costringerci a governare, ammetto qualche eccezione ma occhio a giocare col fuoco”.

Finita la rassegna, rimane sul piano nazionale la batosta per un PD che si è autorottamato inficiando anche quel minimo di radicamento sociale fra le classi medie garantite che portavano in dote i DS. Il partito del potere economico-finanziario va bene per scrivere le nuove regole del mercato del lavoro a favore dei padroni (Jobs Act), per fare favori su favori alla peggio imprenditoria italiota (Sblocca Italia), per far approvare nel silenzio l’adesione a trattati come il TTIP, che di fatto uniformerà le condizioni del lavoro fra Italia e Stati Uniti (movimenti? Mettere in campo qualcosa, almeno di discussione, sul tema?), ma non per farsi amare. Finito il suo compito, questo partito della nazione già esistente nei fatti sarà messo da parte come formula politica dal grande capitale nazionale e transnazionale. Si cambierà l’attore, ma il partito della nazione resterà lo stesso. Per questo serve presidiare contro la deriva razzista di massa (sia essa nella sua forma maggioritaria che vota M5S o Salvini o nelle sue avanguardie violente in camicia nera) e contro i movimenti di aggregazione fra poteri forti che si innesterebbero su eventuali nuove opzioni di governo una volta tramontato il renzismo. Dobbiamo insistere sul radicamento delle pratiche antagoniste. Un momento di debolezza delle forze di governo potrebbe prestarsi a un autunno vagamente più caldo degli ultimi, e ciò sarebbe un buon terreno di messa a prova della generalizzabilità di pratiche come il blocco e la rivolta, che ben conosciamo nei movimenti ma che, se oltralpe hanno bucato il cuore delle masse, qua rimangono confinati al nostro mondo.

#free5: la Grecia rifiuta l’estradizione

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Rilancio articolo di Atene Calling in merito alla vicenda della richiesta di estradizione per i 5 ragazzi greci accusati di “devastazione e saccheggio” in seguito agli scontri del 1 maggio a Milano.

Il 12 novembre scorso il gip di Milano aveva firmato la richiesta d’arresto per cinque italiani (di cui uno è ancora ricercato) e cinque greci. Per questi ultimi era scattato conseguentemente un “mandato di estradizione europeo”. Oltre che di resistenza aggravata, incendio e travisamento, i ragazzi sono accusati di devastazione e saccheggio. Un reato che proviene dal codice fascista Rocco (tuttora in vigore come codice penale), prevede pene altissime e ha sollevato grosse polemiche in Grecia, dove risulta difficile credere che in un paese europeo si possano prendere tra i dieci e i quindici anni di carcere per aver partecipato a degli scontri di piazza.

Sin dall’inizio del caso, la campagna free5 ha dimostrato una grande solidarietà ai cinque studenti e ha espresso in più occasioni una larga opposizione all’estradizione. Dalla parte dei ragazzi si sono schierate figure istituzionali, personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, organizzazioni sindacali. Durante le udienze, infatti, oltre al sindaco di Agia Paraskevi, dove i cinque risiedono, hanno testimoniato a favore dei ragazzi due eurodeputati, un esponente della corte europea per i diritti umani, diversi membri del sindacato di base dei cuochi e dei camerieri di cui fa parte uno dei cinque, familiari e diverse persone attive nelle organizzazione del quartiere di provenienza dei ragazzi. Ieri, sia i professori che i lavoratori della municipalità di Aghia Paraskevia hanno scioperato. Inoltre, è stata occupata la facoltà di economia ASOEE dall’assemblea solidale contro l’estradizione. Davanti al tribunale, invece, si sono radunate diverse centinaia di persone che hanno manifestato durante entrambe le udienze e torneranno a presidiare l’aula anche lunedì prossimo.

Le motivazioni del rifiuto dell’estradizione non sono state ancora pubblicate e quindi non è possibile entrare nel merito del processo. Di sicuro, però, la decisione è molto significativa e avrà effetti politici non da poco. Era la prima volta che un mandato di arresto europeo veniva spiccato per le misure cautelari a seguito di episodi relativi a scontri di piazza. Questo rifiuto farà sicuramente giurisprudenza e renderà un po’ più difficile il tentativo di criminalizzare e perseguire i movimenti a livello transnazionale. A maggior ragione perché è molto raro che una richiesta di estradizione sulla base del mandato europeo venga negata.

Quello che è accaduto in Grecia è utile anche rispetto alle vicende italiane. Sia per rendere ancora più evidente l’assurdità di un reato, come quello di devastazione e saccheggio, che prevede pene altissime per episodi di danneggiamento, che in genere non vanno oltre la rottura di una vetrina o di un bancomat. Sia per ribaltare la figura ormai mitologica dell’anarchico greco. Mentre i giornali italiani si divertono a descrivere i “pericolosi anarchici” giunti da Atene “solo per devastare”, armati di bottiglie incendiarie e rancore, come parte di una “regia internazionale dietro gli scontri”, dall’altro lato dell’Adriatico questi ragazzi sono semplicemente studenti che godono della simpatia e dell’appoggio dei loro professori, dell’assemblea del loro quartiere, di tanti lavoratori e di moltissimi altri giovani. In aula si è più volte tornati sulla sommarietà della definizione delle accuse con cui le autorità italiane hanno chiesto ad uno Stato sovrano europeo di eseguire l’estradizione di cinque giovani che godono del rispetto di molti proprio per la forza con cui si impegnano per il cambiamento sociale in Grecia. Tra l’altro, sulla base di una traduzione contraddittoria dell’originale mandato di cattura in italiano. Inoltre, è stato evidenziato, e questo non solo dagli avvocati difensori, ma dagli stessi PM, che pure sono rimasti fino alla fine favorevoli all’estradizione, come fosse nei fatti la prima volta che un simile procedimento si svolgesse nei confronti non di pericolosi criminali (per i quali solitamente è usato: narcotrafficanti, sfruttatori di prostituzione e simili), ma di giovani politicamente determinati e impegnati a costruire un futuro migliore. Speriamo che tutto questo serva, in qualche modo, anche ai ragazzi italiani colpiti dallo stesso procedimento.

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

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Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

1 maggio di lotta in tutto il mondo, in Italia si urla No Expo!

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E’ stato un primo maggio di lotta in tutto il mondo. Faccio mie le parole del NAP:

“Come nostro solito, aspetteremo qualche giorno prima di farvi un’esauriente rassegna stampa su quanto scritto delle giornate alle spalle e prima di emanare un comunicato nostro, che soppesi i vari elementi della giornata di ieri.
Nel frattempo, possiamo dirvi quello che abbiamo visto nell’ultima settimana: una mobilitazione pluriennale che, in prossimità della sua data più grande, è stata continuamente colpita da perquisizioni, fermi e provocazioni di vario tipo.
Una rabbia che è montata dai quartieri popolari e che indubbiamente ha trovato una valvola di sfogo nella giornata di ieri. Sul per come e il perché avremo tempo di ragionare a bocce ferme, per ora ci limitiamo a prendere atto che questa rabbia ESISTE.
Non vi sottoporremo le immagini che hanno fatto il giro dei tg, quelle le conoscete. Chi ha la bava alla bocca alla ricerca dei black bloc-no tav-isis-curdi-noexpo dovrà cercare altrove pane per i suoi denti. No, il video che oggi vi proponiamo è quello, già diffuso da noi mesi addietro, che racconta una parte del perché è nata quella rabbia. Una parte.”

Raccogliendo l’indicazione, ripropongo il video relativo agli sgomberi nel milanese, seguito da quelli del primo maggio ribella avutosi in giro per il mondo:

Qua siamo invece a Istambul:

Seoul:

Berlino:

Baltimora:

Atene:

Bogotà:

Seattle:

Scioperiamo EXPO!

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Rilancio nota del comitato NoExpo piacentino, riassuntiva di quanto emerso nella nostra iniziativa pubblica di sabato 21 marzo, per diffondere e conoscere i motivi del NoEXPO.

Prima di tutto una constatazione: EXPO è il riassunto delle contraddizioni di un sistema, non solo una “lotta” o una “vertenza”. Per questo, alla mobilitazione contro EXPO si può arrivare da due strade diverse.

La prima è quella più specificamente legata al contrasto del grande evento e del suo tema portante. “Nutrire il pianeta” è uno slogan quanto mai odioso, messo in bocca a sponsor come McDonald e Coca Cola, fra i responsabili di un modello di alimentazione sbagliato che diffonde mala sanità in occidente e genera fame nel resto del mondo. Da temi specifici come questi si può derivare come non vi siano solo “multinazionali brutte e cattive”, ma sia l’intero modello di sviluppo capitalistico a generare naturalmente questi mostri e tutto quello che comportano. Questo primo approccio “settoriale” può quindi essere ricondotto in una lotta più generale. Temi come il contrasto del sovra-utilizzo di carne, dell’agricoltura estensiva e devastatrice (vero Monsanto?) e del rilancio dell’agricoltura locale sono in grado di arrivare a un pubblico vasto, a persone non abituate alla lotta di classe o anticapitalista ma semplicemente “indignati” dagli eccessi del sistema produttivo capitalista. E’ un fattore da non ignorare, ed anzi da utilizzare ma nell’ottica di portare questi compagni di strada a focalizzare quale sia la contraddizione principale (e non riformabile) da cui derivano questi eccessi.

La seconda strada con cui si può arrivare ad opporsi ad EXPO è quella di chi quotidianamente vive e contrasta le contraddizioni del sistema, e che quindi sa come questo “grande evento” possa essere uno strumento nelle mani del potere per accelerare dei processi. Quali? Vediamoli sinteticamente:

1. GENTRIFICAZIONE: con la valorizzazione di aree di città (metropolitane, vicinanza a servizi…) si droga il prezzo del mercato immobiliare gonfiando le tasche di chi vive di rendita ed espellendo dal tessuto urbano i poveri (che non potranno più sostenere i prezzi degli affitti). E’ in quest’ottica che ad ottobre scorso regione Lombardia e Comune di Milano lanciarono l’operazione “200 sgomberi-città vetrina”. Per rivalutare serve non avere occupazioni fra le palle, spingere i poveri fuori dalla città nei quartieri dormitorio senza servizi. Una fiera resistenza si sviluppò ad ottobre ed è tuttora in corso. Al processo di gentrificazione si inscrive anche l’interesse delle università per EXPO (oliato procacciando manodopera gratuita) : la ri-dislocazione dei giovani in formazione fuori dal centro cittadino è funzionale alla segmentazione del tessuto sociale e al suo controllo, e in particolare su un target potenzialmente disponibile al conflitto come gli studenti. Infine, a questo problema si inscrive anche la creazione dei nuovi quartieri non-luoghi di skyline che frantumano il tessuto urbano e cementificano ulteriormente.

2. ATTACCO ALLE GARANZIE NEL LAVORO: il sistema del lavoro volontario promosso in EXPO è ormai talmente famoso da non necessitare spiegazione. Ciò su cui invece occorre riflettere è che questo sistema potrebbe essere esteso al dopo-EXPO. La cosa preoccupante in questo senso è stata la sottoscrizione del protocollo da parte di CGIL-CISL-UIL, che oltre a fare proprio questo modello si impegnano ad evitare forme di sciopero durante il periodo dell’evento. E’ un modello potenzialmente distruttivo, e il governo ha già fatto sapere di essere interessato a riutilizzarlo. Lottare contro questo modello è un “investimento per il futuro” oltre che uno sgambetto a chi da sempre estorce il plusvalore dal nostro lavoro. Questo è un piano di importanza simbolica fondamentale per il governo ed è per questo che Renzi punta i piedi sulla provocazione dell’apertura il 1 maggio, con annesso spettacolo alla Scala: il messaggio vuole essere “la storia dei diritti e del 1 maggio è finita, col plauso dei sindacati confederali, quindi non rompete le scatole”. Ma l’ideologia neoliberista potrebbe incontrare qualche problema…

3. EFFETTO MOLTIPLICATORE DI UN SISTEMA CORROTTO: che la corruzione sia un fattore-standard nelle democrazie e in particolare in quella italiana non è una novità. Ma come sempre i grandi eventi e le grande opere annesse ne aumentano il peso. La corruzione sono soldi sottratti alla collettività e donati ai privati. Ma sono anche opere di cui pagheremo le conseguenze in termini di degrado per decenni. C’è anche la mafia, le pessime condizioni di lavoro degli esecutori…ma sono piani quasi microscopici di fronte alla fetta grossa della torta, che viene spartita a monte nei grandi gruppi di pressione e di potere economico. Come in Val Susa, ci imbattiamo in Legacoop e nel mondo bancario, ma qui (siamo in Lombardia!) troviamo anche la Compagnia delle opere (Comunione e Liberazione), Fiera di Milano, il gruppo Eataly (e il suo carico di ipocrita elitarismo). Tutti gruppi coinvolti in vario modo e in varia misura nella spartizione di appalti per la realizzazione di infrastrutture, strutture interne, padiglioni, ristorazione. I primi tre coinvolti direttamente negli scandali odierni e di qualche mese addietro. La guerra a questo sistema non è solo quindi un affare da “onesti cittadini democratici” (categoria che non ci interessa coltivare), ma l’attacco diretto a un modello che vuole imporre l’interesse privato su quello collettivo, a Milano come in Val Susa.

Vi sembra poco fin qui? E dire che ce ne sarebbero tante altre di cose da ricordare, dall’immagine patriarcale (e quindi implicitamente sessista) diffusa in tanti eventi legati ad EXPO al problema della gestione futura degli spazi…ma ci fermiamo, perché crediamo che le cose siano già abbastanza chiare. Quel che ne ricaviamo, per ora, è l’immagine di un grande sberleffo ai poveri, di una provocazione in cui lo scontro fra “baracche” e “grattacieli” non è solo questione di contrasto territoriale ma precisa volontà politica. Dopo anni di crisi e di austerità imposte dal rigorismo europeista assisteremo allo scontro fra i frutti di queste politiche sociali e il “nuovo” (si fa per dire…) vento neoliberista che gonfia le vele del potere economico-finanziario e gli ideologi del governo Renzi.

A noi, alla nostra intelligenza collettiva e diffusa, far sì che l’esito non sia scontato a favore di chi dispone
di un esercito e non fa mistero di volerlo utilizzare contro ogni voce di dissens

Sabato 21 marzo assemblea piacentina No Expo!

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Rilancio nota emessa dal NAP in merito all’iniziativa pubblica No Expo organizzata dal comitato piacentino per SABATO 21 MARZO, ORE 17 NELLA SALA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRANGIBILE.

No EXPO!

E’ il grido che si leva da sempre più voci contro il grande evento di cui il potere italiano si sta servendo per creare nuovi e sempre più forti dispositivi di controllo e assoggettamento.

E’ il grido che abbiamo sentito nello scorso autunno a Milano, dove la fiera resistenza dei quartieri Giambellino, Corvetto e San Siro si è opposta agli sgomberi di case e spazi sociali predisposta da Maroni, Pisapia e questura nell’ottica della “città vetrina”…insomma una scusa per cancellare le sacche di resistenza metropolitana.

Ma è anche il grido che si leva da una generazione ormai completamente precarizzata sul lavoro e nella vita: è infatti EXPO la scusa con cui il governo Renzi, complici le firme di CGIL, CISL e UIL, è riuscito a ottenere la prima sperimentazione in grande stile del “lavoro volontario” (leggi: non pagato) che ha già dichiarato di voler estendere a tutto il mondo del lavoro.

E’ il grido che si leva dai territori violentati in nome del profitto fatto di colate di cemento e appalti agli amici degli amici; è il grido di chi ha capito di come EXPO sia un sistema che produce corruzione sistemica, pagata da tutti noi; è il grido di chi comprende la presa in giro dello slogan “nutriamo il pianeta” di fronte alla sfilata delle multinazionali del cibo cancerogeno e della rapina del sud del mondo, dalla Monsanto a McDonald.

E’ il grido di chi ha capito che siamo di fronte alla summa delle contraddizioni di questo capitalismo sciacallo e selvaggio, e che serve opporvisi fieramente!

Verso e oltre il corteo del 1 maggio a Milano, costruiamo una discussione pubblica e aperta alla cittadinanza incontrando i compagni milanesi.

Ci vediamo SABATO 21 MARZO, ALLE 17 NELLA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRANGIBILE!

Link all’evento FB:
https://www.facebook.com/events/1624327467780442/

Lavorare per EXPO: storia di un colloquio a carte scoperte

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Rilancio questa intervista realizzata da Clash City Workers, che così la presentano sul loro sito: “Ripubblichiamo una testimonianza inviataci da una giovane neolaureata milanese che, come migliaia di altri giovani, è in cerca di lavoro… e ha trovato invece EXPO e le sue logiche di sfruttamento.
Un piccolo contributo per evitare a tante e tanti lo stesso sentimento di frustrazione, sperando che il lavoro gratuito che EXPO offre vada diserto, che tanti ragazzi e ragazze prendano consapevolezza che non dobbiamo per forza svenderci… Mandateci altre testimonianze, le vostre esperienze etc!”

Se ho deciso di dedicare qualche riga e un po’ di tempo a quest’esperienza è per suggerire a tutte le persone a cui si presenterà l’opportunità di lavorare per Expo di impiegare il loro tempo in altro modo, che si tratti anche solo di quel paio d’ore che solitamente se ne vanno per fare un colloquio, tra andata, strette di mano, chiacchierata, le faremo sapere, ritorno… Due ore perse nella vita non sono poi così poche!

Milano. In viaggio verso la sede del colloquio. Mi piacerebbe davvero tanto lavorare in un’agenzia di viaggi, penso, speriamo bene. Per arrivare preparata, ho dato uno sguardo al sito della società. Ha aderito all’Expo, ma magari, ipotizzo, non riguarda la parte che mi interessa. Ormai sono qui, vediamo di cosa si tratta.

Dopo presentazioni e strette di mano, la mia esaminatrice passa subito al dunque e mi spiega che l’Alessandro Rosso Group ingloba moltissime società a livello nazionale e internazionale che offrono un’ampia gamma di servizi, dai viaggi ai progetti di comunicazione, dalle convention agli eventi e così via. Dopo avermi chiesto in che settore fossi interessata a collaborare (la società per cui avevo fatto domanda era un Tour Operator), mi spiega velocemente che in realtà tutti i settori del Gruppo, durante il 2015, sono coinvolti nell’evento Expo.

Il Gruppo, continua, è il primo rivenditore autorizzato di Expo Milano 2015, motivo per cui è in cerca di “giovani volenterosi” che abbiano voglia di lavorare, tramite stage formativi retribuiti e non, per un evento di fama internazionale.

“Le interesserebbe dunque fare uno stage formativo per Expo con il nostro Gruppo? Mi motivi la sua risposta”.

No, non mi interessa, penso io, perché un’idea di ciò che ti aspetta se lavori per Expo già ce l’ho e l’ipotesi di lavorare gratis (come il 90% dei lavoratori di Expo) o sottopagata (come il restante 10%) proprio non mi alletta. Ciò che mi interessa, però, è vedere che tipo di proposta mi farà, capire per quali criteri rientrerò tra i volontari o tra i sottopagati e, soprattutto, vedere in che modo verrà affrontata la fatidica questione che si suole riservare agli ultimi secondi dell’ultimo minuto del tipico colloquio per uno stage: la possibilità di assunzione.

“Certamente, sono interessata. Sono sicura che nel fare un’esperienza del genere ci sia molto da crescere e da imparare”.

Mi sorride, forse per il buon esito della sua domanda retorica. Ma è l’ultimo sorriso che mi concede, prima di sottopormi a ciò che definisce come uno stress-test per valutare la mia capacità di problem-solving. Iniziano a piovermi addosso una serie di domande a raffica per osservare le mie reazioni in una situazione altamente stressante, facendomi ad esempio immaginare di trovarmi in un negozio a piegare vestiti e a dover soddisfare dieci clienti che sono arrivati alle mie spalle e di cui io non conosco l’ordine di arrivo, il tutto mentre il mio capo mi chiama, richiedendo urgentemente la mia presenza nel suo ufficio.

Expo, mi spiega, è un grande evento, e come ogni grande evento comporta un alto livello di stress e di tensione. E poi le ore di lavoro sono tante (fino a 10 al giorno) e bisogna disporre di molta flessibilità negli orari. Mi chiede se penso di poter sopportare tanto stress. Le concedo un’altra risposta affermativa ad un’altra domanda sfacciatamente retorica.

Questa volta non sorride ed è serissima nel dirmi che posso considerarmi fortunata. Essendomi laureata pochi mesi fa, infatti, rientrerei nella cerchia di coloro a cui spetta lo stage retribuito poiché, secondo la politica del Gruppo, chi si candida per la partecipazione allo stage per Expo entro undici mesi dalla data di laurea ha diritto ad una retribuzione di ben… 400 euro al mese!

Ecco che mi vengono chiariti i criteri in base a cui viene stabilito se, per il mio lavoro svolto, ho diritto o no alla retribuzione. In altre parole, penso, sono “fortunata” perché sono neolaureata. Ma per quale motivo una persona non laureata o laureata da più tempo non ha diritto al mio stesso (seppur inadeguato) stipendio?

Il punto è che, cerca di convincermi, lavorare per Expo è un’esperienza talmente unica da inserire nel proprio CV che la maggior parte delle “risorse” sono disposte a farlo come volontari (cioè gratis!), perché, è bene capirlo fin da subito, si dà ormai per scontato che sia necessaria un’esperienza da stagista (retribuita o non) prima di qualunque assunzione in qualsiasi azienda. E farlo per Expo è una grande opportunità.

Poi, aggiunge con una sincerità disarmante, è chiaro che adesso le aziende abbiano bisogno di tante nuove risorse che, terminato Expo, non potranno tutte essere assunte. Proprio per questo, incalza, è necessario dare il meglio di sé e spiccare sugli altri.

Poi si sofferma sulla motivazione che le ho dato riguardo il mio interesse per lo stage: con aria di rimprovero si definisce sorpresa per la mia aspettativa di crescere ed imparare in quanto, mi spiega, il tempo di imparare è ormai finito poiché tutto ciò che c’era da imparare andava imparato a scuola o all’università, non certo durante uno stage formativo (spiegami dunque il “formativo”, mi verrebbe da dirle…). Ma, aggiunge, se proprio sono brava ad imparare dalle occhiate che mi lancerà il mio capo (che, ovviamente, non è lì per spiegarmi le cose), allora sì che sarà migliore degli altri e che potrò mostrarmi superiore.

Devo ammettere che non mi sarei mai aspettata tanta sincerità da un colloquio per Expo, in cui, in pochi minuti, sono emersi alcuni elementi che sarebbero stati chiari perfino ad una persona che di Expo non ha mai sentito neanche parlare. Vale a dire:

a) il grande evento di fama internazionale non è, innanzitutto, un evento che “porta lavoro”, in quanto la maggior parte dei lavoratori al suo interno non viene retribuita per il lavoro svolto, mentre la rimanente parte non percepisce una remunerazione adeguata rispetto al numero di ore di lavoro svolte;

b) l’idoneità per la retribuzione viene stabilita in base a criteri variabili (in questo caso il requisito era la presentazione della domanda entro undici mesi dalla laurea… e negli altri casi?);

c) le possibilità di assunzione all’interno dell’azienda in seguito allo stage per Expo sono più che limitate, poiché le risorse di cui ora l’azienda ha bisogno per un evento che possiamo definire extra difficilmente troveranno poi una collocazione al suo interno, essendo in fin dei conti anch’esse risorse extra;

d) dal momento che si dà ormai per scontata la necessità di un’esperienza da stagista prima di qualsiasi assunzione, a tutti gli stagisti di Expo spetterà una comune esperienza successiva, ossia un altro stage da un’altra parte in cui forse ti danno almeno l’illusione di una futura assunzione (perché dunque perdere tempo in un’esperienza limitata nel tempo come Expo, in cui l’assunzione diventa un miraggio?);

e) l’aria che si respira è ancora una volta quella della più sfrenata competizione, nel tentativo di farci schierare l’uno contro l’altra, in una lotta in cui a vincere sarà il migliore.

Proprio per queste ragioni penso che dovremmo essere uniti nella lotta contro il lavoro non pagato e sottopagato, contro l’ovvietà di un percorso che, prima di farci giungere a condizioni forse dignitose, ci obbliga a passare per la negazione di qualsiasi diritto del lavoratore, contro un sistema che arriva a proporci di lavorare gratis perché dà per scontato che accetteremo, perché siamo quelli del “meglio poco che niente”.

Si scaldano i motori contro EXPO!

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E’ stata avviata la pagina facebook NO EXPO Piacenza, che nei prossimi mesi rendiconterà dell’attività e del contributo piacentino alla obilitazione contro la più grande opera di speculazione e devastazione degli ultimi 20 anni. Vi invito a seguirla! Qui sotto il link.

https://www.facebook.com/pages/NO-EXPO-Piacenza/828302987226761?ref=ts&fref=ts

AUTOFORMAZIONE – RIVOLUZIONE! Step 3.4: domenica 25 “LOGISTICA E TERRITORIO” con SERGIO BOLOGNA e NICCOLO’ CUPPINI

2014-10 volantino seminari

DOMENICA 25 GENNAIO giungiamo al quarto incontro dei seminari 2014/2015 del NAP. Dopo il confronto sui temi economici fra le principali scuole di pensiero della sinistra, l’approfondimento sul tema della repressione e la pregevole lezione sul fenomeno migratorio del Professor Mezzadra, abbiamo deciso di puntare in alto e portare a Piacenza uno dei maggiori intellettuali mondiali.

Sergio Bologna (Trieste, 1937) ha insegnato in varie Università, in Italia e in Germania. Si è occupato di storia del movimento operaio, ha partecipato alla fondazione di riviste quali «Classe operaia» e «Primo Maggio». Espulso dall’Università, ha scelto di fare il consulente e in questa veste è stato coordinatore del settore merci del Piano Generale dei Trasporti e della Logistica (1998-2000), membro del Comitato scientifico per il Piano Nazionale della Logistica (2010-2012) ed esperto del CNEL sui problemi marittimo-portuali. Recentemente, Bologna si è reso promotore di un appello allo sciopero dei lavoratori “volontari” di EXPO 2015. Sappiamo quanto il tema sia di scottante attualità: in un Italia segnata dai sempre maggiori attacchi alle garanzie nel lavoro (jobs act), il lavoro volontario in EXPO incoraggiato anche da sindacati come CGIL, CISL e UIL è già divenuto il modello di riferimento che nella volontà della classe politica padronale dovrebbe essere esteso a tutto il “mercato del lavoro”.

Sergio Bologna è un intellettuale di caratura mondiale che ha nel suo passato un legame con Piacenza: fu infatti pubblicato su “Quaderni Piacentini” il saggio “Maggio ’68 in Francia”, con cui l’autore immortala in tempo reale il fuoco delle barricate parigine. A suggellarlo come un «classico» di quell’anno è la sua lettura degli eventi del tutto in controtendenza con le categorie interpretative allora in voga nella sinistra sia istituzionale che rivoluzionaria. Infatti, gli autori, nell’analizzare e descrivere la rivolta studentesca e operaia in atto ignorarono del tutto gli schemi ideologici del marxismo-leninismo, del maoismo, dell’anarchismo ecc. Furono piuttosto le categorie «operaismo italiano», forgiate nel corso degli anni Sessanta nei laboratori delle riviste «quaderni rossi» e «classe operaia», ad essere utilizzate in questo saggio nel quale si sostiene, con grande lungimiranza, che quel che stava accadendo in Francia non era che l’inizio di una rivolta generalizzata.
Con Andrea Fumagalli ha curato “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (Feltrinelli, 1997), e ha pubblicato, tra gli altri, “Ceti medi senza futuro?” (Derive Approdi, 2007) e “Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro” (con Dario Banfi; Feltrinelli, 2011). Tra i suoi scritti ricordiamo anche “Banche e crisi – Dal petrolio al container”, in cui la raccolta di alcuni scritti di Sergio Bologna (dalla crisi petrolifera del 1973 alla crisi finanziaria del 2008) consente di leggere in una prospettiva più che quarantennale le trasformazioni del capitalismo contemporaneo. In questo testo Bologna affronta un tema assai connesso all’incontro che abbiamo organizzato (“logistica e territorio”), tema che ancora una volta pone Piacenza al centro degli sviluppi della lotta di classe in Italia.

Con Sergio Bologna avremo anche Niccolò Cuppini, della redazione di Infoaut e compagno di strada nel percorso che in questi anni ha visto il movimento delle lotte nel fachinaggio-logistica espandersi a macchia d’olio sino al territorio bolognese, dove una serie di lotte molto dure ha prodotto il consolidarsi di un blocco sociale conflittuale duraturo e organizzato, che è tracimato dai confini dell’ambito lavorativo arrivando a generare percorsi di lotta sul tema della casa.

Che dire: se siete compagni ovviamente non mancherete. Se sentite che il cuore batte dalla parte giusta, ma senza magari esservi mai messi in gioco in prima persona…anche in quel caso non potete mancare: l’occasione formativa è troppo ghiotta, di un livello assoluto e di gratuita accessibilità. Se infine non vi siete proprio mai interessati ma volete capire quella che è la maggiore contraddizione della nostra città (quella, appunto, fra logistica e territorio), quella che ci ha mandato all’onore dei TG nazionali per la fiera resistenza operaia, allora allo stesso modo non potete mancare con tanto di biro e taccuino per gli appunti.

CI VEDIAMO DOMENICA 25 GENNAIO ALLE 17:30 NELLA SALA BIBLIOTECA DELLA COOPERATIVA INFRANGIBILE!