G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

Da Piacenza a Firenze per dire NO alla Leopolda

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la risposta di Renzi al dissenso: sempre e comunque manganelli.

In più di 5’000 persone oggi a Firenze abbiamo messo in pratica quanto abbiamo ripetuto nelle scorse giornate: la legittimità a esprimere dissenso e le ragioni del NO al referendum nonostante divieti, vergognose imposizioni, attacchi e intimidazioni indegne.
In tutti i modi si è cercato di impedire che si potessero rappresentare le ragioni di chi si oppone a questo governo e alle conseguenze di una riforma costituzionale che sa di autoritarismo e di ulteriore accentramento del potere nelle mani di pochi.
Avevamo detto che non avremmo accettato lo scandaloso divieto di manifestare imposto dalla questura, che non saremmo stati confinati in piazza San Marco, ma che saremmo andati a portare le ragioni del NO fin sotto la Leopolda, dove Renzi e suoi figuranti del Partito Democratico come al solito si rintanavano lontani dalla società reale.
Ci siamo presi sin da subito piazza San Marco in migliaia rendendo immediatamente chiaro che il tentativo di impedirci spazi di espressione e partecipazione avrebbe provocato una giusta e legittima risposta. La polizia si è comportata come la guardia privata di Renzi, assumendosi la responsabilità politica di mettere a tacere il dissenso per conto del premier.
Tanti fiorentini sono scesi oggi in piazza accanto a delegazioni dei tanti NO che costellano l’Italia resistenze territoriali contro le nocività e le devastazioni, comitati contro le grandi opere inutili, studenti, precari, vittime del Jobs Act hanno costruito oggi una grande giornata: la giornata in cui la Leopolda del Sì non ha potuto impedire che le ragioni del NO venissero comunicate a tutto il paese da un fiume in piena di dissenso e dignità!
La reazione della polizia alla richiesta di cominciare una manifestazione verso la Leopolda dimostra gli spazi di democrazia che concede il sedicente Partito “democratico”.
Cariche, lacrimogeni, fermi si sono riversati sulle migliaia di partecipanti ma nulla è riuscito a fermare la nostra capacità di comunicare a tutto il paese che il governo Renzi è il governo dell’austerità, dell’attacco ai diritti, dell’impoverimento generale. E che per questo va sfiduciato in ogni modo, nelle piazze e nelle urne, il 4 dicembre.
Quello che è successo oggi è inaccettabile: una gestione dell’ordine pubblico tesa a impedire quegli stessi diritti civili e sociali che Renzi finge di difendere nei suoi teatrini a reti unificate. Durante le cariche è stato fermato Francesco, un ragazzo che si trova tutt’ora in stato di fermo. Ci sono stati anche diversi feriti dal momento in cui la polizia non ha smesso di inscenare provocazioni a margine del corteo.
C’è una parte del paese che sta alzando la testa, che non si beve più le baggianate di Renzi e che sa che bisogna riconquistarsi diritti e dignità tutti insieme, come successo oggi.
Torneremo in piazza il 27 Novembre a Roma, per una nuova grande giornata di mobilitazione popolare di massa ad una settimana dal voto sul referendum!

L’estate della rabbia sociale, nel sonno della politica

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Rilancio una nota diffusa dal NAP riguardo alla congiuntura politica estiva…

1)Come NAP abbiamo sostenuto (e fatto sostenere dai nostri progetti o gruppi amici) principalmente tre battaglie di questa estate, trascorsa a cavallo fra il sonno della politica e la rabbia del sociale:
-la resistenza all’occupazione militare che lo stato attua in Val Susa;
-la battaglia per la libertà di movimento a Ventimiglia;
-la lotta di classe davanti ai magazzini toccati dal S.I.Cobas, con particolare riguardo alla situazione di H&M Stradella, davvero straordinaria e poi estesasi ai magazzini XPO (suo partner logistico) in tutta Italia (anche Piacenza).

2)La Val Susa è una resistenza di lunga data, ma che ai più giovani continua a trasmettere il senso della dignità contro i soprusi dello stato e l’importanza dell’organizzazione coniugata al conflitto e alla dimensione popolare;
la seconda -Ventimiglia- è paradigma del mondo contemporaneo e frutto delle sue contraddizioni: prisma da cui mettere a fuoco degli elementi distinti ma connessi:
-le contraddizioni del capitale nella politica internazionale (guerre e migrazioni) e nello squilibrio economico (migrazioni economiche),
-le relazioni di potere alla base della governamentalità interna (cooperazione, buisness dell’accoglienza e repressione)
-le sue falle e risposte scomposte (i migranti passano e lo stato reagisce con la brutalità o le falsità giornalistiche, dagli “artigli di Freddy Krueger da usare contro la polizia” ai “reduci delle YPG pronti a combattere sugli scogli”).

3)la terza battaglia, quella della lotta economica sui luoghi di lavoro, la ben conosciamo da anni a Piacenza e vogliamo ribadire che non di sola lotta economica trattasi: prima di tutto perchè il blocco dei flussi delle merci e del capitale è per noi azione direttamente politica, in secondo luogo perchè è la falsificazione materiale di tutte le teorie razziste sul “non ci stiamo tutti”/”ci rubano il lavoro”/”prima gli italiani” (lottando insieme si migliorano le condizioni di tutti, dalla TNT con il suo 95% di immigrati ad H&M col suo 90% di italiani) e il terreno in cui un blocco sociale ormai non più neonato si sta formando le ossa e sta acquisendo coscienza di classe.

Per questo, da settembre, saremo più determinati che mai nel favorire la prosecuzione e la generalizzazione delle lezioni apprese in queste tre battaglie. Gli equilibri politici, ed anche quelli sociali, non sono MAI eterni e qualcosa cambierà. Possiamo dire con serietà di stare accompagnando la nascita della forza (per ora solo sociale e non ancora politica, per ora chiamata teppa, negri, teppisti, estremisti, per ora insonne davanti a un cancello o sporca a dormire su uno scoglio) che ucciderà questo mondo di ingiustizia e sopraffazione.
Ai nostri posti ci troverete.

In Val Susa nuovo attacco al cantiere Tav e assemblea di discussione verso l’autunno.

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Si è tenuta la due giorni di riflessione in Val Susa. Dall’assemblea è uscita la volontà politica di investire sull’autunno come momento di attacco al governo Renzi quale attore del peggior massacro sociale della storia del nostro paese. In questo senso, anche il contrasto alla riforma costituzionale è un possibile spazio di agibilità politica. Tutte le componenti hanno però concordato sul fatto che sarebbe stupido oltre che sbagliato appiattire su quel piano la discussione nei movimenti, che hanno anche altri e immediati terreni di conflittualità attraversabili: lotta per la casa, movimento dei facchini, contrasto alla repressione, lotta per la libertà di movimento a partire dal campeggio di Ventimiglia (5-10 agosto). Quelli sono i terreni da cui discende un nostro NO alla riforma costituzionale, un no irrimediabilmente diverso e anzi avverso a quello che possono portare i rottami della sinistra istituzionale (sì, anche quelli che votarono il pareggio di bilancio in Costituzione): per loro è la difesa di una carta la cui efficacia è venuta meno da anni, per noi la possibilità di colpire un nemico politico e le sue politiche classiste, non certo la lotta per un “patto sociale su carta” che non ci ha mai tutelati ed anzi ci ha esclusi. Italiani e migranti (che manco hanno il diritto di voto, figuriamoci se gli interessa la riforma costituzionale!) insieme costruiamo il mondo da basso, il resto è noia e politicismo.

Qui un riassunto della nottata No Tav:

Seconda giornata di lotta del campeggio No Tav cominciato giovedì 14 luglio.

Il movimento si è dato appuntamento questo saabto sera per una passeggiata notturna al cantiere della devastazione, è di nuovo il tempo di indossare gli scarponi!

In circa 300 persone ci si è mossi in direzione cantiere, con il corteo principale che si è mosso lungo il sentiero che da Giaglione porta al cantiere, tratto bloccato e chiuso dai jersey, mentre un secondo gruppo di No Tav ha preso i sentieri più alti, per porsi al di sopra del presidio delle forze dell’ordine e metterli quindi in difficoltà.

Verso mezzanotte sono incominciati gli attacchi al cantiere, con fuochi d’artificio ad illuminare il cielo della Clarea e ad indicare la strada ai tanti presenti verso il luogo dove viene perpetuata la devastazione di questa valle.

Oltre due ore di fronteggiamento con lanci di lacrimogeni da parte della polizia hanno impegnato tutti i No Tav in una notte di Resistenza nei luoghi del cantiere, con la polizia che grazie all’offensiva del gruppo che ha preso la via dei sentieri più alti ha dovuto ad un certo punto indietreggiare nei pressi delle recinzioni, rinunciando così a presidiare le posizioni più avanzate.

Sempre la polizia ad un certo punto ha chiuso l’A32, deviando così il traffico autostradale sulle statali per alcune ore.

Verso le 2 di notte la manifestazione si è conclusa e tra cori e soddisfazione si è fatto ritorno al campeggio di Venaus.

Il video della serata:

Cosa ci dice la tornata elettorale?

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Proviamo a scrivere due cose sulla tornata elettorale. Non perché sia un piano determinante per i movimenti, lo sappiamo, ma perché a volte può essere utile guardare dentro un indicatore che è (una) parte della realtà per trarne delle indicazioni.

Partiamo dall’affluenza: vota mediamente (al primo turno, al secondo meno) il 62,14%. In Italia, il 40% degli aventi diritto non va a votare. Potremmo trarne un’ indicazione entusiasmante: siamo rivoluzionari, se il 40% non si riconosce nelle istituzioni la situazione è eccellente per una rottura radicale dell’ordine costituito. Credo però che sia una lettura superficiale. Va bene per fare una battuta la sera delle elezioni, ma non credo esprima la vera tendenza nel paese. C’è sicuramente una fetta crescente di astensione “militante”, di compagni o semplici individui che si sentono esclusi dal patto sociale e lo esprimono boicottando il momento in cui si decide chi amministrerà questo patto sociale. Una fetta che dice “non mi va bene nessuno di questi pagliacci”. Ma c’è anche una fetta, a mio avviso maggioritaria, che non vota dicendo “mi vanno bene tutti”. Un non-voto impolitico, che prende come un dato di fatto gli equilibri sociali che invece il non-voto politico contesta. E questo è un problema, perché questa massa non è disponibile a mobilitarsi per creare delle rotture o anche banalmente per farsi coinvolgere in reti sociali che mettano in campo una qualche forma di resistenza sociale. Non arrivare a queste persone è un preciso limite dei movimenti tutti, e anche una zavorra: sono quelli che si lamentano della situazione ma poi sono pronti al linciaggio dei rivoltosi in piazza, che dicono “facciamo come in Francia!” ma poi pretendono lo sgombero dei picchetti operai e il ritorno alla normalità durante gli scioperi. Insomma non sono tutte rose quando vediamo alte percentuali astensioniste. Un’ultima cosa: quando parliamo di “aventi diritti al voto” diamo per scontato che ci sono i “non aventi”, quella fascia sempre più ampia di persone che attraversano il nostro paese (magari venendo fermate a Ventimiglia…) o che vi vivono ma restando nel cono d’ombra dello sfruttamento più brutale, nelle piantagioni del sud o da operai nel sistema delle cooperative al nord. Sarà un caso che i movimenti più radicali di protesta in ambito lavorativo nascano proprio da questi “non aventi diritto”? Questa fetta di proletariato deve essere prioritaria per noi, perché è proletaria e perché esclusa dal patto sociale e disponibile al conflitto. Il non-diminuire di intensità, dopo anni, del movimento dei facchini ne è la riprova, al netto dei mille limiti che esso esprime ancora.

Veniamo alle città più significative.

Torino: a Torino vince un M5S con forti tratti di sinistra. Vince soprattutto in contrapposizione al disprezzo per il tema povertà evidenziato dal PD di Fassino. Un portato antisistema he si esprime anche nel supporto mai venuto meno (fatta la tara sulle solite fisse in tema di legalità dei grillini) al movimento NoTav. Anche la sinistra radicale appoggiava i NoTav durante la seconda repubblica, ma giunti al governo tentennavano (un po’ come a livello locale di Piacenza fecero con il movimento dei facchini). Autoeliminatasi come referente credibile da queste ambiguità, anche quello spazio di referente politico istituzionale viene coperto dal M5S. La sinistra insomma, per motivi legati alle condizioni sociali o a movimenti territoriali radicati, vota M5S, quando vota. Una particolarità locale che invalida gli argomenti di critica superficiale al M5S del tipo “apre a casapound!” “sono fascisti!”. Quelli sono argomenti proprio per bimbi della politica. Non che non sia vero, non che il M5S non sia pericoloso per le sue aperture e le sue posizioni schifosamente cittadiniste (si diceva poco fa di quelli esclusi dai relativi “diritti”…), ma semplicemente…è molto più acuto nel suo destreggiarsi in questa contraddizione! Credo sia una complessità di lettura che richiede di entrare nelle contraddizioni del territorio torinese, la stessa che era necessaria per comprendere il fenomeno del 9 dicembre 2013, l’esplosione del “movimento dei forconi”: altrove assolutamente ridicolo e beceramente fascistoide, a Torino connettore della rabbia della piccola borghesia e di parte del proletariato emarginato dal sistema di governo PD. Veniamo a un altro aspetto: oggi la procura interviene con 23 arresti di NoTav. Tempismo perfetto per testare come si schiereranno i nuovi governanti locali, a riprova che non possiamo fottercene del piano elettorale: esso interviene nelle nostre vite. I 23 arrestati sono sacrifici umani sull’altare degli equilibri di potere! (per chi se lo fosse perso… http://www.notav.info/post/arresti-restrizioni-e-obblighi-di-firma-ancora-un-attacco-contro-il-movimento-notav/ ). Ultima cosa: quello di Torino è un PD che conta negli equilibri nazionali, attenzione a che succede… a livello di capitalismo municipale, quelle multiutilities che sono uno dei pilastri del potere economico del PD, Torino guida la Iren che si estende a Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Vedere cosa farà ora il M5S per la sua gestione è molto interessante: quanto sono davvero antisistema i grillini? Ci stanno a fare dei passi indietro sulla strada della finanziarizzazione dei servizi? A dare meno peso ai fondi di investimento internazionali in favore di un controllo popolare? Vedremo…

Roma: secondo me Roma è di difficile inquadramento. Credo che in realtà le coalizioni della seconda repubblica potrebbero riprendersene il controllo grazie a quanto sono radicate come sistema di clientelismo. Certo che dopo il rimpallo fra la peggio fascisteria di Alemanno e il PD un giro di “novità” era facile immaginarselo. Tra l’altro, siamo in presenza di un M5S che qua si da tratti di destra, cavalcando il malcontento sociale per la questione delle periferie e dei conflitti fra marginalità sociali. In realtà, queste marginalità sono sistemiche e risalgono alle colpe storiche dei Savoia e soprattutto di Mussolini, che hanno compromesso uno sviluppo razionale della città per secoli (un bellissimo articolo sul tema qui: http://www.militant-blog.org/?p=13313). Senza uno sforzo a livello governativo, Roma non ripartirà. Non saprei davvero fare previsioni: certo che i movimenti hanno fatto un paio di sforzi enormi quest’anno per “fare quadrato” contro le derive razziste-leghiste o dei figlioletti paraculati di Alemanno (casapound), ma se quegli sforzi non vengono indirizzati sulla costruzione di reti di resistenza di più lunga durata temo siano sforzi destinati a stare sempre sulla difensiva. Oltretutto in presenza di istituzioni che sulla contraddizione principale, la casa, non sembrano intenzionate a retrocedere e aumentano il livello di repressione. Mi sa che servirebbe studiare il “modello Atene” del lustro 2008-2013, forse si può trarre qualche indicazione…

Milano: l’unica “metropoli europea” dello stivale. Disgregata, squassata da ventanni di malgoverno leghista-ciellino, ammazzata definitivamente dall’avvallo dato dalla “sinistra” di Pisapia ai poteri finanziari e al modello Expo. Mai nulla fu più paradigmatico che la candidatura di Sala. La favola della resistenza nei quartieri popolari nell’annata pre-expo è l’unico esempio di “resistenza umana” ai processi di gentrificazione e rottura dei legami sociali (per i più piccini che se la fossero persa: https://www.youtube.com/watch?v=vELqdO91RDU ), ma rischia di rimanere appunto una favola vista la violenza e l’aggressività della repressione, che costringe i compagni su un piano principalmente resistenziale. Ciò dovrebbe rimandarci a un ragionamento sulla repressione, perché se Milano è avanguardia lo è anche in quello. Se ne è parlato pure a un bel convegno sul tema la settimana scorsa a Bologna: cristo santo, non è possibile che si lasci passare questo livello repressivo! Vale per gli sgomberi dei picchetti operai, per gli sgomberi delle case, ma anche per l’utilizzo di devastazione e saccheggio. Denunciamo giustamente l’utilizzo di questo articolo infame e fascista (letteralmente) ad ogni tornata di arresti, ma poi ci dimentichiamo dei nostri fratelli. La tragedia che stanno vivendo in questo senso le vittime del G8 di Genova ci riguarda tutti, ma cosa facciamo concretamente? E per quelli del 15 ottobre? E poi ci dimenticheremo anche degli arrestati per Cremona o per il 1 maggio 2015? Dobbiamo fare di più. E riflettere: in Grecia è stata vietata l’estradizione dei 5 compagni vista la sproporzione di devastazione e saccheggio e la sua insistenza nel codice penale greco, anzi i ragazzi sono stati quasi “celebrati” come partecipi di una giusta resistenza all’imbarbarimento. Finiamola di stare sulla difensiva! Chi combatte è uno di noi e non deve stare a pagarne il prezzo individualmente! Sono andato un po’ fuori tema, ma solo in parte: Milano ci parla del conflitto urbano più radicale. Come gestirlo, organizzarlo, fargli avere una base di consenso popolare e come parare i colpi della repressione sono fattori primari nella nostra agenda.

Napoli: un caso più unico che raro. Ve lo dico, se fossi stato napoletano avrei votato De Magistris. Senza delegargli un cazzo ovviamente, ma sfruttando il fatto che ha bisogno dei movimenti sociali per governare. Lui li ha tenuti attaccati al suo destino e loro hanno ricavato grandi spazi di agibilità. Ciò mi risulta ancora più importante che i pur significativi posizionamenti contro Renzi su Bagnoli e contro il patto di stabilità (istituzionalmente parlando delle scelte forti). Il fatto che si dia delle tinte da caudillo populista di sinistra non mi tange minimamente, è un classico argomento della sinistra neoliberista che tanto odiamo. De Magistris mi ricorda tanto i caudilli sudamericani. Non vanno bene al 100%, lo sappiamo, e prima o poi arrivano a rompere con la loro base sociale, ma sono taaaaanto meglio dell’alternativa. Quello che però credo sia importante dire è che l’esperimento non è al momento replicabile fuori da Napoli. Napoli vive delle condizioni sociali del tutto particolari, assimilabili al massimo ad altre realtà del sud Italia. Non è minimamente pensabile assumere la logica del meno peggio a Milano, a Bologna, in realtà dove con la favoletta del meno peggio si chiede di votare gente campione di sgomberi e di repressione verso i movimenti sociali. Chi ha votato Sala o Merola in quest’ottica secondo me è un coglione fatto e finito, sceglie proprio di non vedere (o forse sta talmente bene che gli da fastidio vedere il disagio sociale…). Insomma credo sia positiva la conferma di De Magistris, anche perché ha fatto la scelta di rompere con quella che è la “sinistra” tradizionale venuta fuori dalla morte de facto di quella che fu Rifondazione anni fa: SEL è esclusa e così le altre microformazioni. Un po’ di pulizia da quel pattume fa solo bene. Però occhio ragazzi: da un lato a non legarvi mani e piedi a un percorso che non sapete dove potrà portare (magari arrivando a non vederne i limiti), dall’altro a credere, appunto, che sbaglino i compagni che altrove scelgono di astenersi per manifesta incompatibilità alle opzioni sul campo. Il baricentro deve rimanere la lotta, la storia ci insegna che quando si cede alle lusinghe delle istituzioni, per i movimenti è l’inizio della fine. “Vogliono costringerci a governare, ammetto qualche eccezione ma occhio a giocare col fuoco”.

Finita la rassegna, rimane sul piano nazionale la batosta per un PD che si è autorottamato inficiando anche quel minimo di radicamento sociale fra le classi medie garantite che portavano in dote i DS. Il partito del potere economico-finanziario va bene per scrivere le nuove regole del mercato del lavoro a favore dei padroni (Jobs Act), per fare favori su favori alla peggio imprenditoria italiota (Sblocca Italia), per far approvare nel silenzio l’adesione a trattati come il TTIP, che di fatto uniformerà le condizioni del lavoro fra Italia e Stati Uniti (movimenti? Mettere in campo qualcosa, almeno di discussione, sul tema?), ma non per farsi amare. Finito il suo compito, questo partito della nazione già esistente nei fatti sarà messo da parte come formula politica dal grande capitale nazionale e transnazionale. Si cambierà l’attore, ma il partito della nazione resterà lo stesso. Per questo serve presidiare contro la deriva razzista di massa (sia essa nella sua forma maggioritaria che vota M5S o Salvini o nelle sue avanguardie violente in camicia nera) e contro i movimenti di aggregazione fra poteri forti che si innesterebbero su eventuali nuove opzioni di governo una volta tramontato il renzismo. Dobbiamo insistere sul radicamento delle pratiche antagoniste. Un momento di debolezza delle forze di governo potrebbe prestarsi a un autunno vagamente più caldo degli ultimi, e ciò sarebbe un buon terreno di messa a prova della generalizzabilità di pratiche come il blocco e la rivolta, che ben conosciamo nei movimenti ma che, se oltralpe hanno bucato il cuore delle masse, qua rimangono confinati al nostro mondo.

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

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Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

Un’altra giornata di orgoglio notav

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Rilancio editoriale di Notav.info

La giornata appena conclusa è stata una giornata decisamente positiva. Abbiamo pensato e organizzato la manifestazione per rimetterci in marcia verso il cantiere, tutti insieme, con la determinazione che appartiene al nostro dna notav. Ci siamo trovati a Exilles con l’ottusità della prefettura e della questura che ancora una volta ha deciso di cancellare il diritto alla libera circolazione in Valsusa, piegato ai voleri e agli affari del sistema tav e alla cricca delle grandi opere. Prescrizioni e divieti che ci dovevano impedire di percorrere le strade della nostra terra oggi e magari chiedere “permesso?” per spostarci domani.

Fin dal mattino presto abbiamo capito che oggi il popolo no tav non avrebbe accettato divieti e con le propie forze avrebbe tentato l’impossibile per andare fino al cantiere. Così tra colori, sorrisi e bandiere non abbiamo osservato, uno dopo l’altro, i divieti che ci erano stati imposti e in migliaia siamo partiti dal Forte di Exilles per arrivare fino al punto più vicino al cantiere: i cancelli della centrale di Chiomonte.

Tutti insieme siamo andati fino a dove ci è stato possibile e come ci eravamo prefissati, abbiamo tentato di superare gli sbarramenti con un mix di partecipazione che ci caratterizza: giovani e meno giovani, come sempre. Qui un gruppo di noi ha provato il passo in più e ha tentato di agganciare i betadefence con i rampini per tentare di farli cadere. Non è stato possibile, una pioggia di lacrimogeni ha tempestato le prime file e le retroguardie del corteo, facendoci indietreggiare.

“Ci copriamo il volto per farci vedere” ha affermato una volta il popolo zapatista, e anche noi abbiamo dovuto fare lo stesso. Troppo alto il prezzo pagato in questi due anni per difendere la nostra terra per andare a volto scoperto incontro al momento in cui era necessario tentare di spostare le barriere poste in serata. Troppi i sacrifici chiesti ai notav in questi anni per essere riconosciuti facilmente dagli inquirenti per non usare kway e maschere antigas. Ed è qui che la cronaca poliziesca e giornalistica ha visto i “black bloc” con cui hanno composto titoli e articoli di queste ore. Lo dicemmo nel 2011, qui non ci sono nè black nè bloc, ci sono giovani e meno giovani che si attrezzano con abiti a basso costo per praticare la resistenza. Il nero è il colore che va per la maggiore tra questi capi, vorrà dire che la prossima volta cambieremo colore se potrà servire.

Una volta ritirati, il corteo è rimasto unito e in marcia, si è diretto a Chiomonte per riposarsi dopo la mattinata di fatica sotto il solo, e doopo un’ora di ristoro ha ripreso la marcia verso il cantiere passando dal paese di Chiomonte, scendendo per i tornanti che dal paese portano verso la centrale idroelettrica. Qui dopo una lunga battitura, con dei rampini e delle corde sono caduti come in un soffio di vento i betadefence posti sul ponte, e per una manciata di minuti le truppe di occupazione, che poco prima ci osservavano con disprezzo dalle reti , si sono trovate in difficoltà.

Uniti e compatti abbiamo tenuto il tempo necessario e nel frattempo un gruppo di notav riusciva ad entrare nel cantiere passando da un sentiero secondario, piombando nella zona definitiva inviolabile. Con orgoglio, come ci eravamo prefissati, siamo rientrati in paese, soddisfatti e contenti per aver dimostrato ancora una volta che ci siamo e che, una battaglia alla volta, fermeremo questo scempio.

Non potevamo non pensare a come, mentre a Ventimiglia per uomini e donne in cerca di futuro le frontiere siano chiuse e come invece qui nella nostra valle, le frontiere per le merci (che non ci sono) vengano spalancate da tunnel e difese da eserciti di polizia.

Non potevamo non pensare a come ogni euro speso per quest’oscenità sia un euro rubato a qualcosa di utile per tutti.

Non potevamo e non lo abbiamo fatto. Ci abbiamo messo coraggio, cuore e tenacia, e ci abbiamo provato portando a casa una buona giornata di lotta.

Nel tardo pomeriggio arriva poi la ripicca della questura, che evidentemente in imbarazzo per le reti cadute in un soffio, si vendica fermando il furgone dell’amplificazione mettendo in stato di fermo (nel momento in cui scriviamo) due notav, Brandua e Gianluca, che vogliamo liberi qui tra di noi (aggiornamento: sono stati rilasciati intorno alle 3 di notte con una denuncia) .

Avanti notav, la resistenza si fa un passo alla volta!

Siamo stati al corteo “no carbonext” di Luagagnano Val d’Arda…

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Domenica scorsa siamo stati al corteo contro il “carbonext” a Lugagnano Val d’Arda, in provincia di Piacenza.

Come NAP abbiamo deciso di prendere parte, insieme a una delegazione del S.I.Cobas, a una mobilitazione che si è andata alimentando negli ultimi due mesi fra tam tam virtuale e incontri preparatori nella meravigliosa vallata piacentina dove insistono altri comuni importanti come Fiorenzuola, Castellarquato e Vernasca.

Abbiamo quindi deciso di prendere parte a questo percorso collettivo specchio delle contraddizioni dell’Italia Renziana. Una bellissima vallata rischia di venire violentata dalla sete di profitto privata, il tutto grazie al “decreto sblocca Italia” che autorizzerebbe l’incenerimento di svariati materiali inquinanti all’interno dell’altoforno di un cementificio già esistente.

La mobilitazione ha preso il via dall’attenzione di alcuni medici piacentini, ed ha avuto un doppio architrave organizzativo, almeno nelle sue fasi iniziali: da un lato Legambiente e dall’altro Coldiretti, toccata direttamente nelle tasche dai rischi per le coltivazioni.

Un duopolio quindi foriero di potenziali contraddizioni, che siamo tuttavia determinati ad agire considerata l’importanza della posta in gioco e la dimensione realmente popolare che abbiamo potuto osservare.

Oltre 1.500 persone sono infatti sfilate in corteo, con bambini in testa, a rivendicare un futuro libero dai danni alla salute che la nuova “mission” dell’impresa Buzzi-Unicem, di cui non dimentichiamo è stata in ruoli apicali l’ex ministro Fornero, produrrebbe.

Il nostro spezzone era aperto dalle bandiere No Tav, a testimoniare quella rete di Resistenze che sta attraversando il nostro paese e nello scorso week end ha visto, oltre al corteo piacentino, anche la sfilata pavese contro l’inceneritore e i 60.000 in marcia per dire “no Ombrina”.

Dalla Val Susa alla Val d’Arda il coro contro la mercificazione dei territori è uno solo: a sarà dura! (o se preferite, alla piacentina, la serà dura!)

Solidarietà ai compagni fiorentini! Vergogna per Libera-UDU-Sinistra Universitaria.

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La scritta apparsa sui muri dell’università

Rilancio il comunicato del collettivo di Scienze Politiche in merito alla “mancata” visita di Caselli della settimana scorsa. Di mio mi limito ad aggiungere un breve commento sui tre soggetti che hanno solidarizzato con Caselli. Per fortuna, che è da anni che sono espulsi da qualsiasi ambiente di movimento. Ma vorrei ricordare 3 episodi per capire di che gente stiamo parlando.
1) LIBERA: siamo nell’estate 2013 a Piacenza, c’è una vertenza molto delicata in atto con 26 profughi. Trovano il coraggio di accamparsi sotto il comune perchè erano stati scippati da privati di alcuni diritti previsti dallo stato per loro. Cosa fanno i referenti del prete-imprenditore? Si presentano sotto il comune e dicono “offriamo noi la cena ai ragazzi”. Poi tornano e dicono “a patto che tolgano le tende e facciano tutto quello che gli dice il comune”. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
2) UDU: siamo al 15 dicembre 2010. Il giorno prima la migliore e più importante manifestazione studentesca degli ultimi 30 anni ha invaso roma e si è scontrata per ore nel tentativo di raggiungere il senato dove stava venendo votata una riforma classista e intollerabile. Senza divisioni, una piazza compatta di 100.000 persone ha provato ad avanzare. Cosa fa l’UDU (in compagnia di altre organizzazioni, ma sorvoliamo..)? Va a incontrare Napolitano, proprio mister “reprimete i movimenti”, mister “grosse Koaltition”, e gli dice “siamo noi gli studenti, ci dissociamo da quella marea di pazzi”. Cioè una volta che c’è un avanzamento e non si sente quella retorica da anni ’90 della divisione fra buoni e cattivi questi qua si prestano a fare le veline del potere, con tanto di foto ricordo. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
3) SINISTRA UNIVERSITARIA: potrei citare tutti gli anni che ho passato in università e raccontarvi il teatrino che loro e affini imbastiscono ogni volta narrando di “alzare la testa”, di “ripartire dagli studenti” quando si avvicinano le elezioni universitarie. Elezioni a cui regolarmente vota il 2-3% degli studenti in quanto sono palesemente una presa per il culo e il solo parteciparvi basterebbe già per essere complici. Inoltre, la verità è che servono ESCLUSIVAMENTE a lanciare nella carriera universitaria-politica qualche galoppino-yesman, che regolarmente non farà una beata fava per gli studenti e sarà intento ad operare in consiglio accademico per assicurarsi un avvenire. E ricordiamoci di tutti quelli che nel post-laurea si sono sentiti dire “ci dispiace, ma i posti per la ricerca son già tutti impegnati per le quote di SU e CL” (e ce ne sarebbe pure una terza…) o ancora di quando loro e gruppi “affini” chiedono gli sgomberi delle aule occupate. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
IN SINTESI: che nominare questi gruppi e affini dia il voltastomaco a qualunque compagno è appurato da anni. Vadano pure con il loro amico Caselli. Noi saremo in Val di Susa a combatterli e a batterli, come in ogni lotta che vada contro il vostro amato stato-gendarme. E se non portate la cena la ruberemo e ce la cucineremo noi! Che poi se ci pensate vivete male: per barcamenarvi e puntare alle briciole del potere arrivate ad avere in odio i valori e gli ideali da cui, magari, eravate partiti da giovanissimi, a combatterli attivamente. In fondo, fate solo pena: siete i gendarmi di voi stessi.
Di seguito il comunicato dei compagni:

INTOLLERANTI A CHI?
Precisazioni sulla contestazione a Caselli e sulla libertà d’espressione (del dissenso).
documento dell’Assemblea contro la presenza di Caselli a Novoli.
«Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere»
Bertold Brecht
Riguardo alla contestazione, promossa dal Collettivo Politico di Scienze Politiche, all’iniziativa organizzata da Sinistra Universitaria e Libera, avente come ospite eccellente (e unico) Giancarlo Caselli, siamo stati accusati di intolleranza e di voler soffocare, con metodi intimidatori, il confronto democratico ed il libero scambio di idee all’interno delle aule universitarie, per di più su un tema importante come la lotta alla mafia. Nulla di più falso!
Semplicemente, ci siamo presi la libertà di esprimerci sulla faccenda, invitando le studentesse e gli studenti di Novoli a boicottare e contestare la presenza del magistrato responsabile della pesante criminalizzazione e repressione del movimento NO TAV (e non solo).
Crediamo che le pratiche del boicottaggio e della contestazione siano più che legittime all’interno di una dialettica politica che non si è mai limitata al “libero confronto tra opinioni” ma è fatta di violenza poliziesca e repressione giudiziaria ai danni dei movimenti sociali che, liberamente, esprimono legittime istanze politiche.
Non solo “innocue” idee, dunque, ma azioni concrete che comportano responsabilità politiche pesanti. Non ci stancheremo mai di denunciare le manganellate, l’uso massiccio dei lacrimogeni CS (proibiti nei conflitti bellici dalle convenzioni internazionali!), le percosse e le molestie sessuali ai danni dei compagni e delle compagne NO TAV fermati dalle forze dell’ordine e il regime di occupazione militare a cui è sottoposta la popolazione valsusina. Dopo queste violenze fisiche arrivano le denunce, gli arresti preventivi, le accuse infamanti di terrorismo e il carcere duro in regime di 41 bis da parte della procura di Torino, diretta proprio da Caselli.
Ma le responsabilità che, a vario titolo, contestiamo al procuratore non finiscono qui; e non ci stupiamo se la risposta dello stesso Caselli, pubblicata da alcuni quotidiani, evita di entrare nel merito delle nostre accuse. Comprendiamo il suo disagio a vestire i panni dell’accusato e non dell’accusatore, ma le sue responsabilità restano indelebili: non stiamo parlando solo di responsabilità personali o penali dirette (che non a caso non ci competono – essendo noi politici e non magistrati) ma di GRAVISSIME RESPONSABILITÀ POLITICHE. Riepiloghiamole:
1. La vulgata, sostenuta anche da Caselli, secondo cui “l’emergenza terroristica” è stata affrontata con gli strumenti della democrazia senza cedere all’autoritarismo ed al militarismo è una falsità storica. Il recente “caso Triaca” e le confessioni del poliziotto torturatore Nicola Ciocia, soprannominato dai colleghi “Dott. De Tormentis”, dimostrano come gli apparati repressivi statali, nei quali operava lo stesso Caselli in ruolo di spicco, abbiano adoperato sistematicamente lo strumento della TORTURA contro i militanti delle organizzazioni politiche della sinistra extraparlamentare (armate e non). È certamente scomodo ricostruire una verità storica che oggi viene chiamata in causa solo in maniera strumentale.
2. Premesso che l’attività di giudice antimafia non può costituire di per sè un certificato di purezza morale, anche in questo ambito ci sono zone d’ombra, nonostante l’impressionante quantità di arresti di mafiosi ed ergastoli vantati nel suo curriculum. Ad esempio sulle sue spalle pesa la responsabilità di aver sempre difeso la «professionalità» di Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia e agente segreto del Sisde, autore di depistaggi nelle indagini sull’attentato dell’Addaura e sulla strage di via D’Amelio, anche mediante le torture inflitte a Vincenzo Scarantino. Lo stesso Arnaldo La Barbera che ritroveremo alla scuola Diaz a Genova e alla caserma di Bolzaneto nel luglio 2001. Inoltre, Caselli non ha mai chiarito del tutto la vicenda della mancata perquisizione nella villa del boss Totò Riina. Un’inchiesta giudiziaria in merito a questa vicenda verrà aperta solo qualche anno dopo e porterà alla luce inquietanti collegamenti tra Stato e mafia («pericolosi per la democrazia» direbbe qualcuno…), con il coinvolgimento di alcuni ufficiali dei Carabinieri: il capitano De Caprio, il colonnello Mori e il generale Subranni (già autore del depistaggio delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel 1978). Ciò nonostante, Caselli non ha mai smesso di rinnovare la sua stima nei confronti di questi ufficiali suoi stretti collaboratori…
3. Infine, il principale inquisitore del movimento NO TAV ha utilizzato il concetto di legalità come un’arma politica per intimidire e criminalizzare una legittima protesta politica e sociale. Il processo ai NO TAV è un PROCESSO POLITICO! L’accusa di terrorismo è ridicola (e infatti è decaduta in appello) ma è comunque servita ad incarcerare preventivamente numerosi attivisti NO TAV in regime di carcere duro (41 bis.). Non è forse questa una intimidazione che ricorda pericolosamente i metodi mafiosi? Non è forse terrorista lo Stato che criminalizza la popolazione di un’intera valle? Ci chiediamo dov’era la succitata libertà di espressione quando la procura di Torino inquisiva per reati d’opinione lo scrittore Erri De Luca, accusandolo di “istigazione a delinquere” per aver solidarizzato attivamente con il movimento NO TAV (che, tra l’altro, da sempre denuncia le infiltrazioni mafiose nel consorzio di aziende che gestisce la realizzazione dell’opera).
Non ci stupisce che una lista universitaria di “sinistra” tenti di sdoganare un inquisitore come Caselli nell’ambito di una iniziativa puramente elettorale. La stessa “sinistra” che ha rinunciato, ormai da tempo, ad «abolire lo stato di cose presente» per schierarsi dalla parte del potere costituito ed assumere un ruolo di mera amministrazione dell’esistente. Insensibili alle istanze di chi il cambiamento sociale lo sente come una necessità impellente, si sono assunti la responsabilità di far entrare la polizia in università… Questo proprio il giorno dopo le cariche in piazza agli occupanti del Movimento di Lotta per la Casa, che rivendicavano il proprio diritto alla casa e alla dignità in opposizione alla Legge Saccardi. Altro che confronto democratico!
Purtroppo, questa ideologia del “confronto democratico” e del feticcio della legalità (accompagnata dalla gogna mediatica per chi non vi si conforma) serve solo a legittimare l’operato di chi reprime e criminalizza la manifestazione del dissenso politico. Come possiamo “confrontarci democraticamente” con chi non agisce sul piano del libero scambio di opinioni ma su quello della violenza di stato, delle denunce, dei manganelli e del carcere? Caselli agisce come un MAGISTRATO POLITICO che usa la “giustizia” e la legalità per difendere gli interessi del potere economico e politico, legale e illegale (che quasi sempre si intrecciano senza soluzione di continuità in nome del profitto). Come possiamo rispondere a chi calpesta legalmente la lotta di chi ha il coraggio di alzare la testa e dire NO! agli interessi dei potenti?
Che Caselli non si sia presentato non ci sorprende affatto. Evidentemente è abituato a platee generose di applausi acritici ed a giornali che lo glorificano come “eroe della democrazia”. Non ha voluto affrontare i “terribili contestatori” ma ha affidato le sue accuse ai giornalisti compiacenti. Non siamo un gruppuscolo di “cattivi antagonisti”, come siamo stati dipinti dai media, ma una forza politica composta da vari collettivi e realtà politiche universitarie e cittadine. Prova ne sono le centinaia di studenti e lavoratori che partecipano alle nostre numerose iniziative politiche.
Ribadiamo che non facciamo della legalità la nostra bandiera quando la legalità calpesta la giustizia sociale e difende a mano armata profitti e sfruttamento. Ribadiamo la legittimità della pratica del boicottaggio e della contestazione, cosi come la legittimità delle pratiche messe in campo dal movimento NO TAV, contro cui Caselli si accanisce violentemente. Non ci stupisce la richiesta, in nome della libertà di espressione, del direttore della scuola di Giurisprudenza Prof. Paolo Cappellini di far rimuovere dalla polizia con la forza il nostro striscione! Né ci sconvolge la mozione di solidarietà a Caselli da parte del Senato Accademico, come se fosse lui la vittima di una violenza intollerabile…
Piuttosto, invitiamo tutte le forze che si sentono progressiste, antimafia e democratiche a condividere il nostro sdegno e a prendere una posizione netta contro chi reprime e criminalizza il dissenso! Con la nostra contestazione speriamo almeno di aver sollevato qualche dubbio…
TERRORISTA E VIOLENTO È CHI REPRIME!