Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

2015-10 volantino seminari

Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

Renzi e lo stato non se la sentono: annullato il vertice di Torino sulla disoccupazione!

E’andata. Renzi e lo stato non hanno retto psicologicamente alla minaccia di sfigurare in Europa per l’immane protesta che avrebbero dovuto sostenere nel caso si fosse tenuto (vedi articoli precedenti) il vertice dell’11 luglio sulla disoccupazione a Torino.
Non è il caso di esagerare le dimensioni della minaccia rappresentata dal movimento: è chiaro che hanno insistito una serie di fattori di convenienza che in parte esulano dall’ordine pubblico, ma sono le stesse dichiarazioni del ministro Alfano e gli scoop giornalistici della stampa di regime a rivelare come questo fattore non sia stato per nulla secondario: spostare migliaia di soldatini a Torino avrebbe significato lasciare sguarniti i cancelli della logistica (il mercato ortofrutticolo di Torino, ma anche IKEA di Piacenza, Granarolo di Bologna…), il cantiere della Val Susa, di Niscemi (MUOS), esponendoli alla rabbia del popolo affamato da “JobAct” e “Piano Casa”.
Il dato politico significativo, a mio avviso, rimane comunque quello dato dall’inconsistenza della proposta politica renziana ed europea sul tema del vertice: la disoccupazione giovanile. Una soluzione non c’è e non vuole esserci. La disoccupazione (così come l’immigrazione regolata dai flussi stabiliti a Bruxelles) serve a creare un esercito industriale di riserva disponibile ad accettare bassi salari. E’funzionale al sistema, non una sua malattia. Ma in tempi di cinghie strette andare a raccontare l’ennesima favoletta avrebbe ottenuto molta ira come ricevuta di ritorno, e quindi meglio rimandare e forse spostare nella lontana e impenetrabile Bruxelles questo atto del siparietto cui si sono ormai ridotte le istituzioni. Di seguito il comunicato di Infoaut, nel quale mi riconosco pur consapevole che rappresenta solo una delle molteplici sfaccettature che sulla giornata dell’11 stavano cnvergendo (segno che il percorso era stato ben impostato).

Dopo alcune incertezze, timori e voci abbiamo conferma dell’intenzione di cambiare la data del vertice sulla disoccupazione giovanile (si parla di novembre) e forse anche la città in cui si terrà. La decisione sembra essere stata caldeggiata da parte italiana nell’incontro tra Renzi e il presidente del consiglio europeo Van Rompuy. Nelle dichiarazioni di politici e giornalisti si intravedono diversi fattori che hanno pesato sulla decisione e che mostrano quanto anche il quadro istituzionale non sia una macchina monolitica e perfettamente sincronizzata.

La seconda parte del semestre e la “legacy”. A pensar male traspare la voglia di rimandare il problema di un tema scottante come quello della disoccupazione giovanile. I tornanti della crisi sono tutt’altro che finiti e nel quadro istituzionale non ci sono idee per il futuro dei giovani che non siano estremamente impopolari. In questa fase non hanno né le capacità, né, tantomeno, la voglia di affrontare il problema della massa di giovani disoccupati o che accedono solo saltuariamente a forme di reddito. Quindi Renzi pensa bene di aprire il capitolo “giovani” alla fine del suo semestre: nel frattempo spera di intravedere qualche schiarita, ma in ogni caso potrà lasciare in eredità (la famosa “legacy”) eventuali patate bollenti ai suoi successori alla presidenza dell’UE.

Non esistono problemi di ordine pubblico? Non è nostro costume farci illusioni o pensare che i movimenti abbiano più forza di quanto sia realmente. Tuttatavia i giornali ossessivamente nominano le questioni legate alla sicurezza durante il vertice e la questura torinese altrettanto ossessivamente nega questa possibilità, talvolta con impaccio. Ci viene incontro il solito senatore del PD Esposito che, nel suo consueto livore verso le lotte sociali, spiattella invece che esisteva grande preoccupazione per le contestazioni e per il malcontento diffuso e profondo che cova nella metropoli torinese. Chissà se Renzi sarebbe contento di queste dichiarazioni? Il fiorentino è allergico alle contestazioni e deve ancora coltivare la sua immagine di salvatore della patria: per ora è basata solo su promesse, paura e speranze, ma che ancora deve incassare un voto concreto (più di quello per le europee) per assicurarsi la stabilità nel parlamento italiano. Iniziare il semestre europeo con un vertice sulla disoccupazione giovanile fatto a Torino (città più povera del nord Italia, segnata dal movimento NoTav e da mobilitazioni come quella del 9 dicembre) non sarebbe stato certo il miglior viatico per la sua immagine in Italia come in Europa. A maggior ragione per un vertice che sarebbe durato ventiquattro ore, in un clima di assedio, che sarebbe stato una pura passerella politica in cui nessuna reale soluzione sarebbe potuta emergere, neanche da spendere sul piano puramente mediatico. Ultima nota: il sindaco Fassino, già castigato per il vertice Italia-Israele, deve di nuovo chinare la testa, cercando di mostrarsi d’accordo, alle decisioni prese da chi conta più di lui, probabilmente senza essere neanche stato consultato… non continuiamo per non sparare sulla croce rossa.

(A conferma della liceità di certi dubbi, basta confrontare l’articolo di Numa nella cronaca locale de La Stampa e quello di Alessandro Barbera su quelle nazionali per leggervi due divere esigenze “politiche”di gestione della notizia. Laddove il velinaro degli sbirri sente la necessità di confermare la forza della questura torinese e della catena di comando del Ministero degli Interni (“escluso l’allarme sicurezza!”), il collega che scrive sul nazionale ha uno sguardo più distaccato e ammette che qualche problema politico e di gestione le mobilitazioni l’avrebbero causato).

A questo punto il nostro lavoro politico quotidiano nei territori continua, per accumulare forza e far crescere la contrapposizione alle politiche di impoverimento che ci vengono imposte. In autunno potrebbero ripresentarsi a Torino e saremo, ancora di più, pronti a far sentire la voce di chi non ha rappresentanza in queste istituzioni, oppure potrebbero decidere di trincerarsi a Bruxelles, un luogo relativamente sicuro per loro, però solo al prezzo di mostrare lo scollamento sempre maggiore tra le istituzioni e grandi pezzi della società.

Sabato 12 aprile tutti a Roma col NAP!

Sabato 12 aprile il NAP sarà a Roma. Le giornate del 18 e del 19 Ottobre 2013 hanno rappresentato un importante punto di partenza di un percorso che ha notevolmente rafforzato le lotte nei territori. La volontà di rilanciare, proprio a partire dalla grande ricchezza dei conflitti prodotti, un’agenda indipendente e viva, ha trovato nell’assemblea di oggi il consenso di tutti e tutte. In particolare, le differenti esperienze sociali e lotte che hanno prodotto la sollevazione autunnale vogliono misurarsi, assumendosi fino in fondo tutte le responsabilità del caso, con la costruzione di uno spazio comune di conflitto in grado di andare nuovamente allo scontro con le politiche di austerity dettate dall’Unione Europea ed alla Troika ed eseguite dai governi nazionali.

La piazza meticcia di Porta Pia ha espresso un metodo e delle pratiche dalle quali non si può e non si deve più arretrare. Partendo anche da questa considerazione, prende corpo la proposta di una manifestazione nazionale a Roma per il 12 Aprile prossimo. Un corteo che torni ad assediare i palazzi del potere, ponendo sempre con maggiore forza ed incisività il tema dell’uso delle risorse, accanto a quello, centrale, del reddito.

La gestione del denaro e del reddito (che approfondiremo come discorso politico comune e proposta di pratiche già nel convegno di Bologna del 15 Febbraio), saranno al centro delle mobilitazioni e delle lotte che , sin dalle prossime settimane, costruiranno la manifestazione del 12 Aprile e la successiva contestazione al vertice europeo sulla disoccupazione giovanile previsto nei prossimi mesi, forse nel mese di Luglio. I movimenti di lotta per la casa, student*, precar*, migrant*, lotte territoriali, resistenze operaie, sindacati conflittuali*, centri sociali dentro questo percorso multiforme e comune, intendono realizzare l’accumulo di forze necessario a rovesciare un modello di sviluppo basato sempre più sul lavoro precario, sulle privatizzazioni, sullo sfruttamento, la devastazione dei territori, il saccheggio dei beni comuni. Questo modello trova nell’ Expò di Milano una rappresentazione plastica di come attraverso il governo della crisi si voglia imporre a tutti e tutte, in maniera sempre più pesante e totalizzante, le leggi del mercato e del profitto. Dentro questo ragionamento la proposta di Job Act avanzata da Matteo Renzi e dal PD, rappresenta una dura riproposizione della precarietà e dello sfruttamento come unico orizzonte possibile. Come pure l’accordo sulla rappresentanza sindacale raggiunto tra Confindustria e CGIL , CISL e UIL, testimonia l’instaurazione di un vero e proprio regime autoritario sui posti di lavoro, con la negazione di qualsiasi spazio di agibilità e la soppressione stessa della voce dei lavoratori e delle lavoratrici. In generale, appare necessario soprattutto determinare una rottura netta con il ricatto posto in essere attorno alla questione della produttività e della presunta possibilità di generare nuovi posti di lavoro. Ricatto che spinge le nostre vite a piegarsi, in una spirale senza fine, agli interessi dell’impresa e del capitale e dal quale dobbiamo sottrarci attraverso nuovi sentieri e pratiche di riappropriazione. In questo quadro, risulta inoltre necessario andare oltre la guerra tra poveri tra lavoro dipendente e piccolo lavoro autonomo, rovesciando il discorso imposto dall’alto, per una tassazione dei grandi patrimoni e della rendita finanziaria e immobiliare.

The Times They Are A-Changin’. Prime valutazioni su una giornata straordinaria.

Prima di partire lo avevamo detto: per noi la giornata dell’assedio del 19 ottobre a Roma non era né un punto di partenza né un punto di arrivo. Era un punto di passaggio di percorsi lunghi faticosamente costruiti nel tempo sui territori. Siamo ripartiti da Piazza San Giovanni. Una piazza che il 15 ottobre 2011 fu una tomba per il ceto politico, quello istituzionale e di movimento, travolto da un’ espressione di antagonismo sociale irriducibile alle forme della rappresentanza. I due anni successivi hanno confermato che non era una fiammata episodica, ma un punto di non ritorno. Allora doveva finire solo con un comizio, il 19 ottobre di quest’anno i comizi finalmente non sono stati nemmeno messi in programma. I tempi stanno cambiando.

E allora facciamo qualche breve considerazione. Ognuno legga ciò che gli interessa, anche se è ovvio che su passaggi così importanti è conveniente avere una visione d’insieme.

Terrorismo mediatico e repressione, i primi sconfitti dalla piazza. Mai una manifestazione nazionale era stata preventivamente criminalizzata come quella di ieri. I media volevano sangue a fiumi per spettacolarizzare. L’establishment egualmente per poter reprimere e autoincensarsi. La finta sinistra ancor di più per poter vantare la propria alterità ed esibire la piazza del 12 ottobre come contraltare “civile e responsabile” (nonché totalmente svuotato di contenuti sociali) al temuto “antagonismo”. Bene, possiamo dire che questo dispositivo è saltato completamente di fronte a due fattori: i numeri enormi (oltre 100.000 persone, giusto per avere un’idea più del doppio dei presenti al comizio di Rodotà di sabato 12) e una ricchezza di contenuti che ha portato tutte le componenti e le espressioni dell’antagonismo ad avere la loro voce in capitolo nella piazza di ieri. Diciamo questo non per la quantità o meno di scontri che ci sono stati a Roma, ma perchè il cammino del 19 ottobre è quanto di meglio ci si poteva aspettare di questi tempi. Mentre scriviamo, migliaia di occupanti di case, migranti e giovani sono ancora accampati a Porta Pia in assemblea rilanciando le lotte sui territori per il diritto all’abitare, per costruire un futuro per tutti e tutte. I tempi stanno cambiando.

Quali contenuti e quali militanti, una prima analisi. In questi due anni la crisi ha trasformato il quadro generale, cambiando in profondità la condizione sociale. Sui territori sono evidenti i processi di scomposizione determinati dal rafforzamento delle politiche di austerity e di impoverimento, che se non si riesce a contrastare adeguatamente (cosa che ad esempio a Piacenza abbiamo fatto egregiamente con il percorso di lotte studentesche contro SETA espresso nei cortei del 4 e dell’11 ottobre) rischiano di determinare rapporti di forza non favorevoli alle lotte. I movimenti che riescono a muoversi nella giusta direzione, pur tra varie difficoltà, sono tra loro diversi, uniti – come il No Tav, il No Muos, la lotta per la casa, ecc. – dalla capacità di costruire segmenti di autorganizzazione e dal tentativo di ricomporre segmenti differenti. E’ dunque ricomposizione non di ceti politici ma di lotte e segmenti sociali, di quei soggetti che subiscono la crisi e sono stufi di pagarne i costi. Il 19 ottobre è stato il primo tentativo di dare visibilità a questi processi, senza delegarli a calendari fissati in modo separato ma dando vita a una nuova temporalità, autonomamente scelta dai conflitti. La giornata ha richiesto una preparazione e uno sforzo molto grossi proprio per le diversità che al suo interno si sono espresse, eravamo però tutti consci che non partivamo da zero e non dovevamo finire nell’acampada tuttora in corso a Porta Pia. Uno sguardo attento alla manifestazione può leggere queste diversità. Vi erano con grandi numeri gli occupanti di case. Non si è trattato solo della ricorrenza delle ciclicità delle occupazioni abitative a Roma, ma di un qualcosa di più e di differente. Ne sono una traccia visibile l’enorme presenza di migranti (da Piacenza presente una delegazione dei “profughi del Ferrhotel” coi quali abbiamo intrapreso la vertenza di luglio-agosto), come protagonisti diretti del corteo, e la diffusione che il tema della casa ha assunto in territori su cui non era mai stato presente. L’occupazione diventa così risposta concreta e perfino necessaria a un bisogno materiale sempre più messo in discussione o apertamente negato dalla crisi. Vi era poi, consistente, la presenza del precariato giovanile e di quegli stati sociali privati di reddito e di possibilità, che hanno pagato i costi della crisi in termini forti. Vi erano, ovviamente, i soggetti delle lotte territoriali, ormai un’affermata costante degli ultimi anni. Vi era il movimento della logistica, di cui Piacenza è stata capofila e che sin dal venerdì era sceso in piazza al nostro fianco (anche a Piacenza abbiamo fatto blocchi e un corteo, che hanno evidenziato la conferma di un forte movimento operaio in città ma anche alcuni limiti su cui dovremo intervenire, dato che in aziende che davamo per assodate come nostro territorio di “contropotere” si sono verificati passi indietro in termini di diritti e di agibilità delle lotte e partecipazione alle stesse). I tempi stanno cambiando.

Sul corteo, gli incidenti, le chiacchiere da bar. Della grandiosità e della ricchezza della piazza abbiamo già detto. E’ da registrare un tentativo di provocazione del corteo ad opera di una settantina di militanti di Casa Pound armati di spranghe. Respinti e malmenati da padri di famiglia e militanti antagonisti, i Casa-Clown si sono asserragliati come loro solito dietro i reparti celere perdendo l’ennesima occasione per non uscire di casa. Che dire, capiamo che vedere i poveri e gli sfruttati organizzarsi terrorizzi gli esecutori del lavoro sporco padronale, ma data l’assoluta irrilevanza politica e numerica riteniamo superfluo spendere altre parole sull’argomento. Parlando di cose più significative, possiamo invece dire che questa manifestazione ha espresso due lati. Uno è costituito dalla contrapposizione alle istituzioni e allo Stato, blindato (non solo in piazza ma anche nella preparazione mediatica dell’evento e nell’immane dispositivo di controllo e repressione preventiva dispiegato su tute le strade e le ferrovie che conducevano a Roma) di fronte a quello che effettivamente è per loro un vero pericolo: non di ordine pubblico, ma di ordine sociale. Perché sono segmenti sociali che non vogliono più pagare la crisi e si uniscono per farlo. Qui il reddito non è agitato come una bandiera ideologica, ma è agito nelle pratiche materiali di riappropriazione. L’altro lato è la costruzione di una legittimità dell’illegalità, che richiederà ancora molti passaggi. Le forme di lotta non sono mai uguali a loro stesse, pena diventare inefficaci: vanno valutate e sperimentate a seconda degli obiettivi e dei passaggi politici concerti. Per questo è positivo che la piazza abbia espresso tante facce e forme di lotta: dalla madre occupante coi bambini in passeggino alla legittima esplosione di rabbia delle componenti giovanili che hanno assalito i ministeri. E se è vero che i vari servizi d’ordine hanno reso gli spezzoni anagraficamente più deboli impermeabili alla penetrazione degli scontri (gesto di obiettiva responsabilità) è anche vero che non si sono registrati i casi di “caccia al black bloc” tipici dell’isteria post-Genova 2001. Insomma la retorica della distinzione fra buoni e cattivi (che pure oggi i giornali stanno cercando senza successo di riportare in auge) è completamente saltata, e non si è andati al di là, nei casi più eclatanti, di qualche ordine sbraitato sbracciando e spintonando. Roba da pochi secondi, irresponsabilmente aizzata da una carica inopportuna della celere poco oltre il ministero dell’economia. Potremmo riassumerla con l’immagine del disabile (tra l’altro quello dell’assistenza eliminata ai disabili era uno dei contenuti della manifestazione) che imbratta a bomboletta una camionetta della celere. Meglio farci una risata, chi ha interesse a fomentare certe divisioni non solo è fuori dalla storia ma anche fuori dal movimento, e ragiona esattamente come chi vorrebbe, appunto, parlare di emergenza ordine pubblico invece che di emergenza sociale. Ci permettiamo solo una piccola critica costruttiva, ma siamo sul piano dei tecnicismi da corteo, rispetto all’individuazione di uno dei punti di assedio in una via molto stretta: qualsiasi piega avesse preso la piazza, dalla più spensierata alla più aggressiva, è evidente che tal dislocamento avrebbe esposto i manifestanti a momenti di concitazione dettati dalla mancanza di spazio fra i muri e le eventuali cariche della celere. Tutto il corteo è stato gestito molto bene da questo punto di vista, ma quel passaggio poteva generare problemi maggiori per tutti, dalla mamma al giovane antagonista carico di rabbia (te la ricordi la rabbia?, gli dicevano i manifesti di lancio..). Per fortuna, così non è stato. Ieri l’informazione mainstram ha perso un’occasione: l’occasione d’imparare qualcosa dai movimenti reali, di provare a raccontare le lotte per quello che sono, provare a dire la verità ogni tanto, dimenticandosi di chi gli versa lo stipendio. Speranze inutili lo sappiamo, Repubblica (indegna) oggi è il “partito della stabilità” per eccellenza. Ma la risposta migliore Repubblica la avrà dai manifestanti (tutti: famiglie, studenti, migranti, operai) che dall’acampada di stamattina hanno lanciato per domani un presidio sotto il tribunale dove saranno processati per direttissima gli arrestati nelle cariche. Unità, complicità, coraggio. I tempi stanno cambiando.

Sui prossimi passaggi. Questo inizio autunno per noi del NAP è stato talmente impegnativo che quasi è mancato il tempo per ragionare e calendarizzare: ci siamo arrivati freschi della vertenza profughi e siamo stati impegnati ad organizzare le lotte degli studenti, degli operai, le trasferte per il tema abitativo. La coerenza rispetto alla giornata di ieri ci impone di continuare a impegnarci sul territorio, a patire dalla sistemazione di alcune situazioni critiche nel campo della logistica, cui accennavamo poc’anzi, e dal continuare la mobilitazione contro SETA (a proposito: la stessa SETA ha annunciato il 4 novembre come termine per l’introduzione delle nuove corse che abbiamo ottenuto coi nostri scioperi, per quella data è fissato anche il limite della nostra pazienza, poi saranno affari loro). Ma vogliamo parlare del fatto che, a fronte dell’emergenza sociale riversatasi nelle strade di Roma, ancora non sia avviato il percorso di ripubblicizzazione dell’acqua, bene essenziale e che oggi grava con costi spropositati sulla testa delle famiglie? Vogliamo parlare della crescente emergenza abitativa anche per cittadini italiani in città? Dei 180 licenziamenti che si attendono ad Unieuro, dei fogli di via e della repressione ancora vigenti in seguito alla vicenda IKEA, delle comprovate (dalle loro stesse leggi e istituzioni) situazioni di sfruttamento nel lavoro piacentino, da noi denunciate e combattute ma allora ripagate solo con botte e denunce? Di lavoro da fare ce n’è, in marcia verso e oltre l’8 e il 9 novembre, date di mobilitazione già annunciate ieri nella giornata romana. Rimbocchiamoci le maniche, perché la crisi morde ma, come cantava ieri Bob Dylan dalla gracchiante radiolina di un anziano militante per il diritto alla casa arrampicato a Porta Pia, The Times They Are A-Changin’.
(ok, abbiamo concluso con una nota da fricchettoni, ma venite a dircelo in faccia..).

Verso il #19OTTOBRE: appello ufficiale!

Ecco il riassunto dell’assemblea tenutasi sabato scorso alla Sapienza di Roma…il 19 ottobre si profila sempre di più come la data in cui il Movimento italiano si compatterà dal basso contro le politiche di austerità. Una data, è questa la cosa importante, non fine a se stessa.

Sabato 28 settembre a La Sapienza si è svolta la prima assemblea nazionale in avvicinamento alla sollevazione generale del 19 Ottobre. L’aula 1 della facoltà di lettere ha ospitato più di trecento persone che hanno ascoltato e sono intervenute nel merito non solo della giornata di mobilitazione chiamata dall’Assemblea “Dalla valle alla metropoli” ma di tutto l’autunno e oltre.

Gli interventi iniziali sono stati quelli delle lotte sociali che hanno animato questo paese in questi ultimi anni a partire da Abitare nella crisi che ha lanciato per la prima volta la data di mobilitazione del 19 Ottobre. I movimenti per il diritto all’abitare hanno ribadito la necessità di una sollevazione generale in questo paese di fronte a una crisi economica e politica che viene utilizzata come alibi per proseguire con la cancellazione di ogni intervento pubblico, con la privatizzazione del patrimonio e di interi pezzi di città a vantaggio della rendita. L’unica risposta credibile alle migliaia di sfratti per morosità è la riappropriazione collettiva dell’enorme numero di case sfitte. L’assedio permanente dei movimenti al ministero dell’economia e delle infrastrutture, quindi, porta con se anche la rivendicazione – irrinunciabile – del blocco generalizzato degli sfratti e degli sgomberi, di un piano straordinario di edilizia residenziale pubblica, della requisizione del patrimonio inutilizzato e sfitto.Anche la questione delle risorse è centrale: miliardi di euro vengono destinati a grandi opere e grandi eventi, alle banche e ai signori del cemento, mentre poche briciole vengono riservate a strumenti di tutela sempre più inutili e comunque sempre premiali verso le grandi proprietà immobiliari o le consorterie delle cooperative di costruzione.
Anche i No Muos hanno partecipato all’assemblea di ieri ricordando che contemporaneamente si stava svolgendo a Palermo la prima manifestazione nazionale contro il Muos. Infatti in Sicilia è già partito l’assedio ai palazzi, migliaia di persone hanno partecipato alla sollevazione generale contro la regione Sicilia, Crocetta e tutti i responsabili delle speculazioni sul territorio e sulla vita delle persone che lo abitano.
A seguire, il movimento No Tav, ha espresso l’importanza di scendere in piazza il 19 perchè le mobilitazioni contro il Tav tanto quelle contro l’austerity coincidono e se la valle ha avuto la capacità di far sentire la propria protesta come una causa di tutti, durante questo autunno è necessario che la piazza del 19 sia considerata la piazza dei no Tav, come degli studenti, come dei precari, dei no muos dei facchini della logistica e di tutti coloro che rifiutano questa austerity.
Il movimento no Tav rappresenta una delle più importanti espressioni di resistenza nel nostro paese agli attacchi di una classe politica impunita che ogni giorno affama e devasta i nostri territori. In questi giorni sta subendo dei duri attacchi mediatici nel tentativo di impaurire il movimento e di depotenziare le giornate autunnali.
L’unico terrorista è esclusivamente chi per i propri interessi impone la costruzione di grandi opere nocive per il territorio togliendo alle scuole, agli ospedali, alle case popolari quei soldi che andranno direttamente a finire nelle tasche delle ditte edili e di tutti coloro che trarranno profitto da un’opera inutile come il Tav. D’altronde la manifestazione indetta per il prossimo 19 ottobre ribadisce che l’unica grande opera che ci interessa e casa è reddito per tutt*!
Quello stesso reddito che viene sottratto ai precari, agli studenti e a tutto il soggetto giovanile che forse sconta più di tutti le conseguenze di questi anni di ristrutturazione di un modello economico, quello capitalista, e di un regime politico, quello democratico liberale. Quegli stessi giovani che ieri sono stati particolarmente presenti all’interno dell’assemblea: gli studenti de La Sapienza, di Napoli, di Bologna e tutti gli studenti che in questi ultimi anni hanno dato vita all’occupazione in tutta Italia di decine di studentati parteciperanno alla giornata del 19 cominciando già dalle prossime settimane la mobilitazione all’interno degli Atenei, ed assumendo la giornata del 15 Ottobre come data di avvicinamento da praticare in vari modi all’interno e ai margini dell’università. Difatti nonostante i tagli già imposti nel passato quest’anno ulteriori tagli alla ricerca sono stati prodotti per destinarli a nuovi armamenti a causa di possibili scenari di guerra. Allo stesso modo la tassa sugli affitti, la Service Tax, va a ricadere ancora sugli studenti che per motivi economici non si iscrivono più all’università provocando un calo delle iscrizioni vertiginoso. Anche gli studenti delle scuole superiori hanno ribadito la loro partecipazione al 19 ricordando che il loro assedio all’austerità inizierà già dal 4 Ottobre, giornata in cui tutte le scuole nelle varie città del paese scenderanno in piazza per riappropriarsi delle strade e per prendere parola contro la corrotta casta di politici e banchieri.
Interessante anche il contributo della lotta dei lavoratori della logistica che hanno dimostrato la capacità di restituire alla lotta nei posti di lavoro una dignità nuova che racconta non solo di rivendicazioni e vertenze ottenute grazie all’unità dei facchini ma ad una solidarietà reale che oltrepassa i confini del singolo magazzino e della città ma parla a tutti i lavoratori e a tutti i settori in in mobilitazione. Il 27 infatti gli stessi facchini hanno appoggiato i picchetti alla fiat di Pomigliano e hanno partecipato alla manifestazione che si è svolta sempre nella giornata di ieri a Napoli.
Non per ultimi i rifugiati che parteciperanno alla costruzione del 19, attraverso il loro intervento, hanno sottolineato l’importanza della mobilitazione del 19 per tutti i migranti che a causa dei conflitti armati sono costretti ad andare via dalla loro terra e a cui anche nei territori di arrivo non vengono garantiti quei diritti che troppo spesso gli sono stati negati nei paesi dai quali provengono. Stanchi di essere invisibili hanno deciso anche loro di scendere in piazza ed alzare la testa.
I sindacati di base, invece saranno presenti già dal giorno prima in piazza con l’indizione di uno sciopero generale e di una manifestazione che terminerà proprio a piazza San Giovanni da dove partirà la manifestazione del 19 alle ore 14.30. I sindacati hanno invitato i lavoratori ad assediare la piazza fino al giorno dopo partecipando ad entrambe le giornate di mobilitazione e di lotta comune.

L’assemblea ha visto la partecipazione di tante realtà nazionali e soprattutto di tante lotte sociali che porteranno nella piazza del 19 una molteplicità di specificità, consapevoli del fatto che c’è un’unica origine ai problemi che viviamo e risiede nei palazzi che il 19 andremo ad assediare. Siamo consapevoli che il 19 Ottobre non sarà la fine, ma certamente neppure l’inizio di questo lungo autunno di lotte. Attraverseremo infatti la giornata del 4 Ottobre, al fianco degli studenti medi di tutta Italia che in questa giornata scenderanno in piazza. Passeremo poi per le mobilitazioni diffuse del 12 Ottobre in difesa dei territori e dei beni comuni. Daremo poi vita con gli studenti universitari ed ai giovani della maggior parte delle città italiane ad un 15 Ottobre di lotta in connessione con le realtà transnazionali. Insieme poi ci ritroveremo in piazza, quella del 19 sarà una piazza che non accetterà mediazioni sulle proprie vite che non accetterà altre bugie e nuovi governi pronti a gestire la perenne emergenza. Vogliamo praticare una rottura manifesta con questo sistema economico, con questa classe politica, con questo governo. Vogliamo assediare i palazzi del potere per esprimere questo rifiuto e tornare nei nostri territori per dargli continuità. L’assemblea del 28 non ha voluto mettere d’accordo tutti, ha individuato i responsabili di questo stato di cose, ha individuato ciò che deve essere allontanato per permetterci la costruzione di un presente ed un futuro radicalmente diversi e migliori.

E allora buona costruzione di un autunno di lotta verso il 19 e oltre a tutti, ci vediamo nelle strade!

19 ottobre: tutti a Roma, ribaltiamo il tavolo!

Rilancio un appello di Paolo di Vetta, di “abitare nella crisi”. Di mio aggiungo che forse siamo finalmente davanti a una data SERIA, che non si costruisce in quanto data ma in quanto spazio di confluenza dei vari torrenti di resistenza nel nostro paese: ci sarà il 14 dicembre degli studenti, il 15 ottobre del precariato generazionale, il 3 luglio delle resistenze territoriali, il 2 novembre della nuova classe operaia sfruttata, i 365 giorni l’anno di sfratti (chi fa militanza nel nostro paese sa bene a cosa si riferiscono queste giornate…).

Ci saranno tutte queste cose e i percorsi che prima e dopo queste date simbolo si sono costruiti: IL 19 OTTOBRE L’ITALIA CHE RESISTE E CHE NON CREDE ALLE FAVOLE DELLA COMPATIBILITA’ SCENDE A ROMA E ASSEDIA I MINISTERI. CHI HA QUALCOSA DA PERDERE STIA PURE A CASA!!! Di seguito l’appello.

L’idea di costruire una mobilitazione nazionale per il 19 ottobre prossimo nasce dentro le lotte per il diritto all’abitare, contro il consumo di suolo e le devastazioni ambientali. È un’esigenza che si manifesta soprattutto dentro il conflitto contro la rendita e contro la precarietà. Rappresenta le centinaia di effervescenze territoriali che si battono contro gli sfratti, il caro affitti e l’invasività dei signori del mattone, noncuranti di un’emergenza abitativa in continua crescita e solo interessati a fare ancora profitto con i processi di valorizzazione della terra.

I signori del cemento e le banche sono stati premiati da leggi e provvedimenti che continuano ad immaginare l’uscita dalla crisi dentro una logica sviluppista e devastante per i territori. Le grandi opere come i grandi eventi, il Tav, l’Expo, le Olimpiadi 2024, insieme con politiche abitative che cancellano l’edilizia residenziale pubblica e investono sulla truffa dell’housing sociale sono il trionfo osceno di chi non sa nemmeno concepire che uno spazio possa rimanere vuoto, libero, attraversabile e respirabile.

L’idea che un’area ha valore solo se sopra di essa si consuma un profitto è ciò che si sta affermando, a danno dell’esercizio di sovranità che ogni singolo abitante intende far prevalere.

In Val di Susa come a Niscemi, nella gestione dell’acqua come nella definizione dei “piani casa”, nella vendita del patrimonio pubblico come nella cancellazione di nuovi e vecchi diritti di cittadinanza, il valore di scambio diventa l’unico faro di riferimento e il valore d’uso sparisce e viene cancellato.
La precarizzazione della società sta tutta dentro questo paradigma. Il conflitto reddito contro rendita diventa insanabile e non offre nessuno spazio di mediazione.

O si cambia rotta, senza concepire nessuna riduzione del danno come via di fuga, o si accetta la catastrofe. L’assoluta consegna dei territori nelle mani di coloro che li concepiscono solo come strumenti utili a far cassa, siano essi amministratori, banchieri, costruttori, imprenditori.

Affermare il nostro diritto ad un “ius soli generalizzato”, che sviluppi quel contropotere necessario per sostenere le pratiche di riappropriazione di reddito e di spazi che sempre più con forza si stanno incrementando nei territori da nord a sud, è il senso della manifestazione di Roma del 19 ottobre prossimo venturo.

La sollevazione e l’assedio sono le armi non convenzionali che i movimenti e il sindacalismo conflittuale intendono usare, consapevoli che la simulazione del conflitto è lo strumento più inutile che oggi si possa mettere in campo.

Qualunque trattativa alla quale si intende alludere per il blocco generalizzato degli sfratti, contro l’uso dei soldi pubblici per un’opera devastante come il Tav invece che per scuole, case, presidi medici e per un reddito di base incondizionato, contro lo sfruttamento lavorativo, avversa alla militarizzazione del territorio come a Niscemi, per l’uso pubblico dell’acqua partirà dalla strada, dalle piazze che ci riprenderemo, dai presidi di lotta, dal sabotaggio e dall’occupazione di spazi e case. Non più un centimetro può essere lasciato a chi precarizza le nostre vite e devasta i nostri territori e le nostre città.

Per questo il 19 ottobre il tavolo è rovesciato. Questa mobilitazione avrà senso se sarà la messa in movimento dei territori che intendono accorciare le distanze con chi, chiuso dentro i palazzi di Roma, decide come usare i soldi pubblici, cosa costruire e a quale lobby dare ascolto.

Insieme migranti e No Tav, occupanti di case e inquilinato resistente, lavoratori e lavoratrici, precari e studenti, assedieremo i ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture e la Cassa depositi e prestiti, decisi a non tornare a casa senza passaggi tangibili, materiali, concreti.

Non sarà una passeggiata ma nemmeno un parco giochi, la sollevazione è una cosa seria e così si rappresenterà. Andremo dove vogliamo andare, faremo ciò che abbiamo deciso di fare.

Ci vediamo in città!

Un pensierino sulla possibile guerra in Siria

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

B. Brecht

Cerco di essere sintetico nella mia valutazione, anche se il tema è così vasto che richiederebbe interi tomi:
1) non sto ne con Assad ne coi “ribelli”, perché nessuno di loro sta col popolo siriano;
2) sono contro l’intervento armato, perché a morire sarebbe il popolo, come in ogni guerra;
3) sono contro anche perché l’intervento sarebbe funzionale all’imperialismo, che non è una parolona demodé ma è la necessità che ha un sistema economico di utilizzare le armi per permettersi di autosostentarsi. In questo senso, ogni lotta operaia, del precariato diffuso e finanche nei luoghi della formazione nei paesi occidentali è un colpo contro la guerra: fate la vostra parte, a partire dalla vostra città;
4) va be, pure il papa adesso invoca lo sciopero della fame…ma vogliamo ricordarci di chi da anni si batte contro il MUOS in Sicilia (subendo, quest’estate, pesanti minacce e una dura repressione, vedi articolo più sotto in bacheca)? Di chi, magari in modo un po’ inefficace, si è battuto contro il Dal Molin? La crisi ci ha reso tutti un po’ più gretti e individualisti, meno disponibili a grandi mobilitazioni “ideali” che infatti (anche se spero di sbagliarmi) non credo si vedranno: ma le resistenze che ho citato, così come appunto ogni singola vertenza di classe (e quindi naturalmente antimperialista) sono degli strumenti che possiamo ancora utilizzare con efficacia. Anzi, sono strumenti di cui negli ultimi anni abbiamo riscoperto l’efficacia. Il MUOS si può fermare, una vertenza di classe si può vincere (Piacenza è capofila): questo fa male all’imperialismo più che una bomba sul quartier generale della NATO.
P.S. quasi dimenticavo: essere per la pace significa anche dover esercitare la forza, e quindi ben vengano “devastazioni e saccheggi” se servono a fermare i progetti di cui sopra.

A chi ha avuto l’interesse di leggere sino a qui lascio due documenti video. Uno è un cartone di propaganda Sovietico. Era stato realizzato contro la guerra in Vietnam, ma l’iconografia fascista ben si adatta ad ogni contesto in cui il germe della violenza mette a repentaglio la vita delle persone. Il secondo è una videoinchiesta realizzata anni fa da Rainews24 sull’invasione di Fallujah in Iraq. Scenari collegati ma soprattutto, al di la del merito geopolitico, un’ottima testimonianza su chi è davvero a pagare in ogni guerra. Per stomaci forti, ve lo dico prima.

NoTav e NoMuos battono i teoremi di Letta e Alfano!

Negli ultimi giorni due scenari in Movimento hanno tenuto viva l’agenda politica dal basso nel nostro paese.

In Val Susa, come avviene da anni, il movimento NoTav ha tenuto in scacco governo, speculatori e cooperative edilizie con blocchi stradali e addirittura un corteo di “over 50″ che ha assalito a martellate il cantiere. Scopo era sbugiardare la retorica, riproposta a intervalli regolari, della divisione del movimento fra buoni e pochi “giovani e cattivi”.

A Niscemi, in Sicilia, è stata invece assaltata e violata la base americana dentro la quale sta venendo costruito il MUOS, il pericolosissimo e cancerogenissimo sistema radar al servizio dell’aparato bellico imperialista. Da anni osteggiato dalla popolazione locale e dalla comunità medico-scientifica, questa corvee dello stato italiano verso la NATO incontra ormai da un paio d’anni un movimento di resistenza strutturato e in costante crescita.

Ma questi due episodi assumono una valenza particolare perchè arrivano a pochi giorni dall’ennesima furbata istituzionale con cui Letta e Alfano -in (dis)onorata rappresentanza di PD, PDL e relativi gruppi di potere economico- si sono serviti del DL sul femminicidio per varare norme anti-Movimento.

Seppur meticolosamente fatto passare come decreto contro il femminicidio, il testo in questione è a tutti gli effetti un nuovo pacchetto sicurezza che sconfina in altre faccende che preoccupano da un po’ di tempo a questa parte il governo. Attendendo il testo completo, all’interno del decreto si trovano nuove proposte su provvedimenti riguardo non solo al femminicidio ma anche furti di rame, manifestazioni sportive, rapine, utilizzo delle forze armate sul territorio italiano, e sui notav, trasformando di fatto il tanto propagandato “decreto sul femminicidio” in un “decreto sulla sicurezza” più simile ad un minestrone.

Senza soffermarci nei particolari del decreto, quello che risulta curioso è l’introduzione dell’articolo 8 che prende di mira le manifestazioni contro l’alta velocità. All’interno del pacchetto, la volontà di inasprire le pene per chi si introduce nel cantiere di Chiomonte o violerà le zone di interesse strategico per l’opera. A ben guardare risulta essere l’estensione di una norma varata dal governo Monti e limitata al cantiere per il tunnel geognostico Susa/Bussoleno. Il divieto di accesso vale ora per «tutte le aree e i siti individuati per la realizzazione della sezione transfrontaliera, compreso il raccordo con la linea storica». Potenzialmente quindi, qualsiasi persona che si trova in prossimità delle stazione di Susa, potrà essere perseguito penalmente. Oltre a questo, è previsto il rafforzamento del contingente militare in Valsusa peraltro già completamente militarizzata.

Alla corsa contro i notav, si aggiunge anche il segretario nazionale dell’associazione funzionari di polizia che auspica la reintroduzione del reato di blocco stradale, dopo gli ultimi avvenimenti. Certamente questi provvedimenti sono in completa sintonia con la strategia della paura attuata nei confronti di chi manifesta l’opposizione al tav. Non riuscendo a provocare l’effetto voluto cercano quindi di rispolverare vecchie leggi ridicole o dare vita a delle nuove.

Ma a catturare l’attenzione, è anche un altro articolo all’interno del decreto, riguardante la flessibilità del controllo del territorio. Tradotto in altre parole, il contingente composto da 1250 appartenenti alle Forze Armate potrà essere impiegato per molteplici aspetti che non si limitino solo alla perlustrazione e al pattugliamento: potrà difatti essere utilizzato anche per il mantenimento dell’ordine pubblico e in situazioni “delicate”, esattamente come successe a Napoli per gestire “l’emergenza rifiuti” nel 2011, dove venne impiegato l’esercito con un provvedimento autorizzato anch’esso mediante un decreto legge dall’allora governo Berlusconi. Ma sull’utilizzo dell’esercito nelle strade italiane, si diede il passo decisivo nel 2008 con compiti di sorveglianza e vigilanza del territorio alle forze armate. Un decreto peraltro fortemente criticato dal PD, lo stesso partito che ora, in combutta con il PDL, costruisce e approva decreti ancor più sporchi e indecenti.

Le azioni dei giorni scorsi, come dicevamo, sono state la migliore risposta a questa strategia. Un po’ come lo è stata la vigorosa iniziativa del Movimento NoMuos in Sicilia.

Negli articoli di stampa e media all’indomani dell’assalto alla base, ben poca rilevanza è stata data ai black block o ai giovani dei centri sociali (che pure c’erano e anche in tanti), perché va be’ che i servi son servi, ma la realtà è la realtà. Vedere migliaia e migliaia di donne, bambini, uomini, giovani, adulti, anziani, cercare di forzare direttamente o indirettamente per una buona mezz’ora, i cordoni della polizia che proteggevano le recinzioni, e vederli tutti in giubilo pur avendo invaso una zona militare (le cui sanzioni penali sono gravissime), deve aver turbato non poco gli animi di chi quando l’esercizio della volontà popolare si esprime conflittualmente, sta a cercare in giro i “facinorosi”. Si scherza, sappiamo bene come anche gli ordini del discorso dominanti siano sottoposti solo ai rapporti di forza che la lotta ha raggiunto.

Come sottolineano le voci ufficiali del movimento siciliano, la battaglia inizia adesso. Ma al momento la cosa più importante è che l’idea e la percezione che quel “fermarlo si può e fermarlo tocca a noi”, sia stato finalmente toccato con mano da tutto il movimento, grazie alla lucidità e capacità di esprimere una legittimità di difendere la propria terra dalla devastazione che la legge autorizza e i manganelli difendono. E quando quest’idea comincia a diventare consapevolezza tutto può succedere, Val Susa docet. Inutile fare ardui paragoni, anche perché nel caso siciliano i lavori dell’impianto sono a uno stato molto avanzato; ma ancora una volta si rivela come centrale l’elemento della produzione di conflittualità dal basso e la sua capacità di cambiare copioni che qualcuno vorrebbe già scritti.