G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.

Andria una strage di pendolari

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Riporto il comunicato emesso dal movimento No Tav dopo l’incidente della scorsa settimana. Faccio però due cappelli introduttivi.

Il primo affidato alle parole di Infoaut:
In Italia i km di linea ferroviaria sono circa 22000 di cui oltre 15000 sono a binario unico e la causa di questa strage è lo scontro su di un binario unico. Lo stato investirà, parola di Renzi-Del Rio tra il 2014 e il 2020 1,8 mld di euro al sud per le linee prioritarie (linee ad alta velocità o già a doppio binario). Le altre linee, come ad Andria sono abbandonate alle regioni, la Puglia investirà 0.25 mld nello stesso periodo sulle linee pendolari. Si parla in questi giorni di aziende private che gestivano la tratta, non è vero.Queste aziende sono il frutto della privatizzazione delle ferrovie statali e vengono mantenute con i soldi dei contribuenti, in particolare con fondi regionali. Va da sè ciò che segue.

Il secondo mio personale:
Come al solito, stato e privati si autoassolvono con la favoletta dell’errore umano. Cascare in questa scappatoia fatalista però evidenzia una scandalosa mancanza dei fondamentali della cultura operaia, che è nostro compito combattere. L’errore umano può esserci, ma matura in condizioni di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro avverse. Nella fattispecie le condizioni avverse sono la pericolosità della linea a binario unico e la mancanza del più elementare sistema di blocco automatico. Questa è una posizione seria e anche una posizione coerente alla razionalità che ha ispirato le leggi in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, non certo prodotte da parlamenti bolscevichi. E se la condizione avversa sono la pericolosità del binario unico e la mancanza del sistema di blocco, e se è vera come è vera la premessa di Infoaut sopra riportata (che indica nel binario unico il tipo di tratta più diffuso nel nostro paese), allora ritorniamo alla responsabilità politica della strage: uno stato che ha scelto (una scelta politica e di classe ben precisa) di investire nel trasporto per ricchi mentre poveri, lavoratori pendolari e studenti vengono tenuti in condizioni di sicurezza precarie e di qualità del servizio pessime. A dover essere messo in discussione è quel modello di sviluppo nei trasporti, che comprende le scelte in fatto di Tav e di privatizzazione delle linee, di gestione dei fondi destinati alle loro sistemazione e di conseguenti carenze nella sicurezza.

Di seguito il comunicato No Tav:
Il tragico scontro di martedì 12 luglio tra due treni, costato la vita a decine di persone, avvenuto presso Andria in un tratto ancora a binario unico sulla linea pendolari Bari – Barletta, gestita dalla società Ferrotramviaria s.p.a., non può non far pensare al fatto che da decenni in Italia tutti i governi che si sono succeduti, compreso il governo Renzi, hanno speso e spendono miliardi per le linee ad alta velocità, costose e poco utilizzate ma assai redditizie per la lobby dei grandi costruttori, mentre hanno tagliato e tagliano fondi e personale su quelle dei treni regionali e interregionali, di cui usufruiscono centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, famiglie che vedono questi servizi diminuire e peggiorare.
Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie colpite dalla strage, e rilanciamo la lotta per fermare l’Alta Velocità (Torino – Lione, Terzo Valico etc.), destinando i fondi risparmiati al miglioramento del trasporto pubblico locale, affinchè tragedie come questa non abbiano più a ripetersi.
Movimento NOTAV
13 luglio 2016

Giovani contro. Un tuffo nel movimento francese.

Rilancio una straordinaria testimonianza prodotta da Infoaut in merito al movimento francese contro la Loi Travail (il Jobs Act francese….notate qualche differenza, a fronte dello stesso contenuto delle due leggi, rispetto all’Italia?).

Li incontriamo in una delle ultime occupazioni sopravvissute a Parigi. Youseph (18 anni), Vincent (17) e Lucie (16), fanno tutti parte del MILI, il Mouvement Inter-Luttes Indépendant. Balzato agli onori della cronaca in queste settimane di mobilitazione contro la riforma del codice del lavoro, il MILI si è fatto notare per la determinazione con cui si è messo alla testa dei cortei riuscendo a mobilitare migliaia di giovani studenti che sono stati il vero e proprio traino di questo movimento a fronte delle timidissime reazioni sindacali contro questa nuova “flessibilizzazione” del mercato del lavoro che arriva ancora una volta “da sinistra”.
Una soggettività politica giovanissima, proveniente essenzialmente dai licei del quadrante Nord-Est della capitale, è emersa in qualche settimana attraverso lo scontro con la polizia e il più generale rifiuto delle ingiunzioni al sacrificio provenienti dal mondo degli adulti. La Loi Travail ne è diventata il simbolo che non annuncia nient’altro che l’approfondimento della vita misera e meschina che i nostri governanti ci assicurano essere inevitabile.
Dal vissuto e dall’analisi dei nostri interlocutori ci sembrano emergere dei primi elementi minoritari ma massificati di disaffezione e di rifiuto verso un modello di sviluppo opprimente, povero in affetti e incapace di mantenere promesse percepite come sempre meno allettanti. Assistiamo, insomma, anche in Francia a un elemento che ci sembra peculiare della fase che attraversiamo, ossia la ricomposizione di segmenti di classe a dei livelli molto alti della contraddizione capitalistica, speculari alla profondità della disaffezione verso la politica dei palazzi e al disincanto quanto a una possibile uscita dalla crisi nel quadro sistemico esistente. Ovunque, la rivoluzione non è mai sembrata una necessità così evidente. Oltralpe però questa ricomposizione ci sembra darsi in maniera meno subalterna rispetto alla politica “classica”, per riprendere una delle espressioni dei nostri interlocutori, e rispetto alla disgustosa etica della fatica profondamente interiorizzata dalle giovani generazioni del nostro paese.
Nell’intervista oscilliamo tra voglia di diserzione e consapevolezza della necessità di non abbandonare la distruzione del vecchio mondo ma con una risoluzione che sembra chiara in un segmento significativo delle giovani generazioni della capitale francese, in questo tanto diverse da noi: non è più tempo di aspettare che le cose cambino.
Emerge nell’intervista cosa potrebbe voler dire un soggetto giovanile veramente contemporaneo, tanto nelle sue forme organizzative che nel modo di riprendere la piazza e nei suoi contenuti. Suggestioni interessanti, da guardare con occhio attento a coglierne le sfumature e, cum grano salis, le indicazioni per i tanti che come noi stanno apprezzando la sottile brezza di possibilità che ci arriva da Oltralpe…

Cos’è il MILI? Come e quando nasce?
Vincent. per prima cosa è un gruppo di giovani: liceali, studenti, giovani lavoratori…ma soprattutto studenti medi. Poi siamo anche un gruppo di amici che ha iniziato a incontrarsi durante l’affaire Khatchik e Leonarda, il caso di due studentiche furono espulsi perché sans papiers1. Poco a poco si è messa in piedi una mobilitazione, un’assemblea permanente di studenti medi, il Mouvement Inter-Lycéen Indipendent, come ci chiamavamo allora che eravamo solo studenti medi.
Youseph: All’inizio il MILI era una cosa di 200 persone, tutta gente che partecipava alle assemblee generali. Poi la cosa si è un po’ destrutturata. Alcuni sono partiti, sono rimasti i più determinati. Ne è venuta fuori una nuova generazione. Di gente che si conosce, amici di amici, un passaparola continuo.
Vincent: Il fine è quello di trovarci tra amici per parlare e occuparci di diverse cose, che sia antifascismo, la lotta contro la violenza poliziesca, diciamo contro il capitalismo. Non vogliamo essere una grande istituzione ma un gruppo di amici. Permettere agli studenti di ritrovarsi. Per parte nostra non abbiamo mai voluto dirigere un movimento, piuttosto ci interessa creare le condizioni perché si crei un movimento e che questo ci oltrepassi. Credo sia questo che faccia più piacere a noi del MILI, vedere gente che non hai mai visto essere più motivata di te nel fare cose da pazzi. Insomma non vogliamo dirigere ma mobilitare i giovani.
Lucie: Soprattutto quelli che non sono interessati a finire nei sindacati in fondo d’accordo con il Partito Socialista e il quadro istituzionale, nonostante i mascheramenti con cui si presentano. Veramente, quello che ci interessa è uscire dal quadro dei partiti politici, da come loro gestiscono le cose.
Vincent: Non siamo come i classici tipi da assemblea, che hanno già tutta una vita impostata in direzione di una carriera politica, cosa che in generale è mal vista dagli altri studenti. Siamo liceali come gli altri, che fanno serate, usciamo… si tratta in fondo più che altro di riportare la politica nella vita quotidiana.

Come si diventa del MILI?
V: Ci interessa essere raggiungibili anche se non cerchiamo di reclutare. Di solito ci contattano tramite la nostra pagina facebook: ci fanno un giro, vedono che gli interessa, chiedono come possono entrare in contatto, gli diciamo di venire alle riunioni, di uscire con noi. E così via, usciamo, si diventa amici, le cose vanno poi avanti da sole… arrivano amici che portano altri amici.

Come vi siete rapportati alla mobilitazione contro la Loi El Khomri? Potete descriverci i passaggi fondamentali?
Y: Da subito abbiamo notato che la cosa diversa di questo movimento è che non sono stati i sindacati che hanno cominciato la mobilitazione ma è cominciata su internet. C’erano stati dei video su youtube e già giravano grafiche per criticare la legge. E abbiamo notato che non erano solo le reti militanti che facevano circolare queste cose ma dei liceali che già cominciavano a mobilitarsi con l’hashtag #OnVautMieuxQueCa. Non che fosse una cosa pazzesca ma c’era già questo più una petizione su una piattaforma dedicata con più di un milione di firmatari.
V: Il 9 marzo è stato il primo giorno di mobilitazione che abbiamo convocato. Ci siamo detti che se volevamo creare un vero “movimento sociale” bisognava uscire dal quadro sindacale e riuscire ad imporre una nostra data. I sindacati studenteschi avevano chiamato solo un corteo il pomeriggio Invece noi abbiamo fatto un appello per chiamare i blocchi nei licei. Abbiamo fatto circolare l’appello tra i nostri amici, abbiamo fatto delle catene di SMS. E abbiamo visto che la cosa prendeva. Quindi il 9 marzo abbiamo fatto il nostro primo corteo che partiva alle 11 da Nation. Era veramente la primissima manifestazione, il movimento non era ancora cominciato c’erano un bel pò di liceali, ma neanche una cosa enorme. Forse mille. Pioveva era una roba terribile [risa] ti alzi alle 6 per bloccare il tuo liceo poi sei stanco e hai voglia di tornare a casa ad asciugarti!
I poliziotti erano piuttosto discreti quasi non c’erano. Comincia il corteo e ci saranno state tre o quattro banche che vengono sfasciate qualche uovo riempito di vernice che parte sulle banche qualche tag ma niente di che.
La data successiva è quella del 17 marzo quando c’era un corteo chiamato il pomeriggio dai sindacati. Ci siamo accodati a questa data però abbiamo deciso di chiamare un corteo anche la mattina, sempre alle 11 a Nation. Nel frattempo il primo corteo sui social ha girato bene, le altre iniziative contro la Loi Travail come la petizione continuano a salire molto. C’è un video per chiamare a nuovi blocchi in cui si vedono le banche con le vetrine rotte e penso veramente che questo ha giocato un ruolo determinante. Per la prima manifestazione c’era ancora l’idea diffusa “le manifestazioni sono una roba da bianchi che si divertono ma non servono a nulla”. Invece vediamo che dal secondo corteo, e poi la cosa aumenta ancora in seguito, ci sono tante persone dai quartieri, gente che non ha l’abitudine di fare delle manifestazioni che viene perché vede che possono prendere una forma che non è diversa da quella dello scendere in strada, dire “non siamo contenti!” e dopo te ne torni a casa, che può essere anche qualcosa di più attivo. Il 17 marzo quindi c’era molta più gente passiamo da mille a almeno cinquemila persone, dati della polizia quindi credo molti di più.
Y: In sostanza – ed è la prima volta che vedevamo una cosa del genere – abbiamo visto i liceali che spontaneamente hanno iniziato a coprirsi il viso. Compagni di classe, di secondo liceo, che iniziano a tirare fuori dagli zaini materiale e attaccano delle banche.
V: Gente che vedevamo tutti i giorni a lezione! Chi se lo aspettava?! Immaginati centinaia di liceali che a cui già di base non piace la polizia, – i giovani in generale non amano la polizia – con in più l’eccitazione del momento: hanno visto cosa è successo al primo corteo e si dicono “ora il nostro turno, anche noi abbiamo voglia di fare così, anche noi non ci lasceremo fare”. Quindi la cosa è completamente spontanea. Io è la sola volta che ho vissuto una cosa del genere, la gente che spontaneamente vede i poliziotti, svuota un cantiere e lancia loro di tutto. I celerini hanno avuto paura, quasi correvano all’indietro. Ci sono state diverse cariche, lacrimogeni. Comunque eravamo tantissimi è stata sicuramente il corteo più grosso. In seguito i poliziotti della BAC2 sono entrati nel corteo per prendere gente, l’hanno tirata fuori, l’hanno pestata e l’hanno buttata nei furgoni.
Y: La data dopo è il 24. Non ci siamo potuti vedere a Nation perché il corteo del pomeriggio partiva da Montparnasse. Quindi il concentramento è a Place d’italie. Pioveva ma comunque c’era gente: Saranno stati almeno cinque anni che gli sbirri non si vivevano una situazione come quella del 17, con gente che il corteo manco era partito e spontaneamente inizia a caricarli. Quindi il 24 erano caldi. Io stesso sono stato a due dita dall’essere massacrato. I celerini erano super-violenti.
L: Per giovedì 24 è anche il mattino dove al liceo Bergson ci sono state altre violenze della polizia. I liceali non avevano fatto niente, non c’era stato nessun tipo di violenza credo il direttore si era preso un uovo in testa ma niente di più. I poliziotti erano lì dalle 6 di mattino a “controllare” cioè a insultare la gente. Perché questo non lo dice nessuno ma è ciò che fanno: insultano e provocano.
V: Devi capire che insulti venuti dai poliziotti come “negro di merda, arabo di merda” in manifestazione la gente della mia classe se li sono sentiti dire tutti senza eccezione. Bergson è considerato il peggior liceo di Parigi, è in sostanza il solo liceo “caldo” che c’è a Parigi dentro le mura. Dalle 6 di mattina i CRS vengono in tenuta anti-sommossa per quattro cassonetti messi davanti al liceo. Con i caschi, gli scudi, i fucili coi proiettili di gomma. Poco a poco ai licei non piace, l’atmosfera si tende…
L: A Bergson un certo punto si sono detti “carichiamo”, sceglievano qualcuno e lo massacravano. C’è un ragazzo che è stato filmato che si prendeva un pugno fortissimo mentre si stava rialzando. E questo non hanno potuto nasconderlo perché è stato filmato ma c’è tanta gente che è stato picchiata per strada e non lo sa nessuno
V: Quindi direttamente c’è stato un appello per il giorno dopo che circolava, per bloccare i licei e trovarsi davanti a Bergson. Alle 10 siamo già duemila davanti alla scuola.
Y: Alle 8 c’era una riunione dentro l’istituto con il sotto-prefetto, dei rappresentanti dei licei, della direzione. Per calmare le cose, dire “ci occuperemo del ragazzo”. Come se si trattasse di un episodio eccezionale!
Alle 10 i sindacati studenteschi hanno proposto di restare in sit-in davanti al liceo per parlare coi media dell’episodio oppure di entrare nel liceo per discutere col sotto-prefetto perché ci spieghi come fare un buon blocco, come fare in modo che le prossime mobilitazioni vadano meglio. In quel momento non c’era lezione, le avevano sospese, e i liceali non avevano né voglia di parlare coi media né di discutere col sotto-prefetto quindi è partito un corteo spontaneo.
Nessuno sapeva troppo dove andare, qualcuno ha detto “Toh! C’è un commissariato poco lontano”…
V: Che è il commissariato del X arrondissement dove tra l’altro c’è un ragazzo che è morto mentre in stato di fermo l’anno scorso, strangolato. Siamo arrivati a questo commissariato che in una stradina quindi immaginati a duemila in questa stradina eravamo tanti. Direttamente si è visto che non se lo aspettavano, ci sono cinque o sei poliziotti che sono usciti con di piccoli scudi con gli spray giusto per provocare. Si sono presi qualche lancio di oggetti, dei liceali hanno bloccato con delle griglie l’entrata della strada.
Dopo diversi giri siamo ripassati davanti a Bergson e lì vicino c’è un altro commissariato che era proprio quello da cui vengono i poliziotti che ci avevano menato il giorno prima e dove c’erano ancora i nostri amici in stato di fermo. Arrivati lì non c’è stato nessun poliziotto che è uscito durante un quarto d’ora, c’è stata gente che ha preso delle sbarre di ferro giganti da un cantiere e ha inizazo a spaccare i vetri del commissariato. Ci saranno state cinquecento persone che hanno attaccato il commissariato e gli altri millecinquecento che restavano e dicevano “che figata!”. I media hanno annunciato poi che il commissariato sarebbe rimasto chiuso per tre giorni interi talmente è stato scassato che manco poteva funzionare. Tutti i vetri rotti.
A un certo punto qualcuno ha gridato “Franprix!” [supermercato] e cinquecento persone si sono messe a correre. Vedevi che da dentro provano a chiudere la saracinesca e vedevi i liceali che la tenevano su urlando “È gratis!”
Y: Pure quella è stata una cosa spontanea. La maggior parte delle cose che sono state prese sono state regalate ai migranti accampati a Stalingrad…
V: In modalità redistribuzione, gli è stato dato loro tutto quanto, le bibite, i dolci erano super-contenti.
L: Un ennesimo episodio che non è stata raccontato nei media…
C: Sì è vero tutti hanno detto che non era vero. Libération3 ha sottinteso che eravamo dei mitomani che l’avevamo detto per giustificarci. Invece questo gesto i liceali lo hanno fatto e non è che fossero obbligati a farlo!
V: In seguito arriviamo allo sciopero generale del 31 marzo. In sostanza quel giorno i sindacati studenteschi non c’erano proprio, e quindi non c’era nessuno a dire ai liceali “state indietro fate attenzione, davanti ci sono i black-bloc”. La polizia provato a spezzare il nostro corteo in due ma siamo riusciti ad avanzare bene, era un solo bello spezzone organizzato. A Gare de Lyon esce l’idea di andare ad occuparla, la metà del corteo corre dentro ma già c’erano i CRS dentro la stazione quindi siamo usciti
L: Sul ponte tra gare de Lyon e gare d’Austerlitz i poliziotti bloccavano e hanno cominciato a tirare granate di disaccerchiamento, proiettili di gomma, lacrimogeni ci sono stati parecchi feriti… . Comunque siamo rimasti uniti, determinati e siamo riusciti a farli ritirare. È stato un momento incredibile perché anche se ne abbiamo prese tante lì sul momento alla fine i CRS sono dovuti indietreggiare
V: C’è questo video che è girato molto in cui si vedono i manifestanti che si caricano “ahou, ahou!” e vanno al contatto. Per me è stata forse la più grande vittoria che abbiamo avuto fin’ora. E calcola che erano tutti liceali, gente che potrebbe essere in classe mia, che incrocio per strada con cui gioco a calcetto che ha deciso da sola di fare tutto questo. 13012646 478668868990634 8211892655886585459 n
L: Poi c’è stato il 5 aprile che è stato un corteo iper-violento in cui i poliziotti hanno veramente fatto di tutto… Non è che sono lì per mantenere l’ordine, hanno proprio i manifestanti come bersagli. Spaccar loro la faccia.
V: La loro strategia ormai è di far paura ai liceali che sai non è che sono come degli adulti, sono comunque sotto la responsabilità dei propri genitori che sono meno liberi dei propri gesti. Far loro paura perché non manifestino più. Già il 31 si sono detti “mandiamo 15 minorenni al pronto soccorso, spacchiamo teste, rompiamo le dita, spostiamo vertebre non ce ne frega nulla basta che non rivengano più”.

Tutta questa repressione ha un effetto sulla disponibilità alla lotta degli studenti?
Y: Questa cosa in effetti ci preoccupava e anche i sindacati hanno provato a mettere in primo piano questa questione dire “a causa dei black-bloc non funziona più, la gente non viene”. E invece ci siamo resi conto che no…
V: C’è forse una piccola parte che effettivamente si lascia scoraggiare ma per la maggior parte assistiamo a un odio che si alimenta ogni giorno di più. Penso che i liceali se la siano vissuta più che altro come una necessità il fatto di coprirsi il volto. Non è che la questione era di fare un corteo “violento” ma più che altro si partiva dal dato che tanto i poliziotti sono dei violenti e che quindi bisogna attrezzarsi.
L: Io mi rendo conto che la prima manifestazione non ero a viso coperto né niente era diciamo “calma”. E ogni manifestazione dopo, coi miei amici, eravamo sempre più preparati. All’inizio solo con un fazzoletto, dopo gli occhialetti, etc. Ci siamo resi conto che i poliziotti erano talmente violenti che bisognava proteggerci da soli.
L: I media fanno uscire continuamente questa cosa che quelli che sono a volto coperto o violenti non sono dei liceali è tipo il mito del “black-bloc” che arriva da non si sa dove e vuole spaccare tutto. Intanto non è che la gente spacca tutto ma ci sono degli obiettivi chiari e in più si tratta di liceali, gente che ha sedici o diciassette anni che semplicemente si è rotta le palle.
Y: L’altra cosa è dire che non si tratta di gesti politici perché sarebbe gente che spacca roba giusto per spaccarla. E invece manco per niente! Non è non c’è un motivo dietro l’agire di gente che prende dei rischi per fare queste cose.

E questa volontà di assumere un certo uso della forza è emersa solo in queste settimane di mobilitazione o è antecedente secondo voi?
Y: A me sembra veramente una cosa di questo movimento, una cosa che non abbiamo mai visto. Anche chi fa i paragoni col CPE4 non hanno visto cose del genere tra gli studenti, questo livello di organizzazione, degli spezzoni così.
V: È la prima volta che vediamo liceali del centro, militanti, gente di quartiere che siamo tutti dalla stessa parte.

Che influenza pensate che ha avuto lo Stato di emergenza sulla mobilitazione?
V: Cercano di parlarci degli attentati come qualcosa che ha pesato sulle nostre vite, che ci ha traumatizzato, che ci ha fatto paura
L: Ci dicono che dovremmo fare dei sacrifici…
V: Quello che vedo per quanto riguarda me e i miei amici – dico solo quello che vedo – è che il peso degli attentati è stato minimo rispetto allo Stato di emergenza. Lo stato di emergenza cambia tutto. Ti dici “il poliziotto se vuole mi può menare e se mi ammazza troverà magari il pretesto per dire che ero un terrorista”.

La questione della violenza è dibattuta tra i liceali?
L: Nel mio liceo – io sono a un liceo del centro piuttosto di ricchi – se ne parla parecchio nelle assemblee. La gente è più animata da questa idea di essere benpensanti, essere “puliti”, essere dentro il sistema. Protestare ma restando completamente integrati nel sistema, fare manifestazioni legali. C’è questo discorso che ci sono i black-bloc cattivi e poi ci sono gli altri, che bisogna manifestare pacificamente. Spesso semplicemente non capiscono cosa sta succedendo. Sono contro la violenza ma non ne capiscono l’impatto, non capiscono che senza la violenza allo Stato non fregherebbe nulla delle nostre manifestazioni. Invece ora sì che se ne parlano, male ma almeno gli interessa…
V: Poi ci sono i licei come il mio a cui queste cose non interessano, in cui non c’è assemblea: usciamo da lezione il pomeriggio “domani blocchiamo? Si!”. Il giorno dopo veniamo in cinquanta e blocchiamo il liceo. Le AG a quel punto non hanno nessun peso anche perché non c’è neanche bisogno di spiegare agli studenti cose del tipo “i sindacati vogliono recuperare il movimento, fare della pacificazione” la gente ti dice : “chi sono i sindacati? Io non li ho mai visti. Non sono mai venuti a fare i blocchi con me quindi non me ne frega nulla”. La cosa va da sé.

Leggevamo una vostra intervista in cui dicevate che per voi era importante agire nelle scuole perché è uno degli ultimi spazi di mescolanza sociale… Che intendete?
V: Ciò che è bene e non bene di Parigi è che i licei sono divisi in funzione dei risultati scolastici, dei voti che hai avuto alle medie. Quindi magari tu vivi in un quartiere borghese, misto o popolare e alla fine ci possiamo ritrovare tutti nello stesso liceo. Soprattutto i licei di Parigi Est sono veramente l’ultimo spazio di mescolanza sociale l’ultimo spazio dove sei quasi libero di parlare, dire quello che pensi, di vivere.
L: Di incontrare tanti tipi di persone diverse…
V: Di discutere, di vivere con gente che non avresti mai visto, che anche con tutta la volontà del mondo non avresti mai potuto conoscere. All’università è già diverso perché è più selettiva, per non parlare di quando lavori che sei sempre con la gente del tuo gruppo sociale, la gente con cui sei destinato a essere. Una cosa bella di quando sei al liceo è che sei portato a incontrare gente da ovunque.
Io penso anche che sia l’ultimo luogo in cui non si ha ancora la pretesa che tu sia entrato nella vita lavorativa, non hai ancora tutte le sue… penso sia più facile non entrarvi proprio piuttosto che uscirne. È per questo che gli studenti medi sono più facilmente motivabili, più toccati dalla lotta: perché non sono ancora imbrigliati nella vita adulta.
L: Non sono ancora condizionati dal discorso “è così, non hai scelta”. E anche a coloro che dicono di non essere toccati dalle mobilitazioni, puoi comunque dir loro “in ogni caso la tua vita è una merda, è decisa da chi sta in alto, dai padroni, dai ricchi.. da poche persone che – loro – hanno il potere e i mezzi… voi invece dovrete lavorare e guadagnare poco” e nessun liceale può essere d’accordo con una cosa così… Non è come con gli adulti che hanno già la testa piena di queste cose.
Y: Gli studenti non sono rassegnati. A parte la pressione dei genitori, non hai troppi impedimenti, puoi fare quello che vuoi. Fare un blocco al liceo non è come fare lo sciopero a lavoro, non ci perdi il salario, non hai gente da sfamare. Vivi ancora dai genitori, hai meno pressioni, più tempo libero.
L: Certo, ci sono dei licei dove fanno grosse pressioni, come quello in cui vado io, non lavori ma ti trovi i genitori dei tuoi compagni di classe che li accompagnano mentre facciamo i blocchi e ti dicono “non potete mica impedire ai nostri figli di entrare in classe, non è democratico, non è questo il modo di fare, etc.”

Che cosa rappresenta per voi questo movimento contro la riforma del codice del lavoro?
Y: Si tratta un movimento particolare. Intanto i sindacati sono veramente superati dalla mobilitazione non ci sono mai, non c’è più la questione de politicizzare la protesta. La maggior parte dei liceali sa cos’è grosso modo la Loi travail ma non interessa loro più di tanto. La protesta non è solo contro la Loi travail. Ovviamente si tratta di un elemento ha mobilizzato tanto ma la protesta va ben oltre. Non è neanche una questione di governo, non siamo delusi da questo governo perché non ci aspettiamo nulla da lui come dal prossimo.
In generale, nessuno crede alla politica abbiamo capito che c’è solo la gestione del disastro. C’è disoccupazione e precarietà e si dicono “Ok cerchiamo di gestirle al meglio”. Non cercano di trovare delle soluzioni ma soltanto di gestire i giovani che arrivano.
Ma anche se la gente non crede più alla politica ha voglia di muoversi di fare cose.
V: C’era uno striscione il 5 aprile e c’era scritto “BURN-OUT GENERALE” in sostanza è così. Chi viene da quartieri popolari, ma ormai anche gli altri, sanno che tutta la loro vita sarà cosi: dovranno sgobbare, lavorare. Da quando hanno dieci anni gli dicono “dovrete farvi il culo, risparmiare, fare sacrifici è così e basta qualsiasi cosa succeda”. E i liceali sono demoralizzati e si dicono “No non è questa la nostra maniera di vivere”. E il solo fatto di andare in manifestazione e dimostrare che non ne possiamo più… tirare un sasso su un poliziotto, spaccare una banca, non c’è niente di più politico vuol dire “tutto il sistema lo rifiutiamo”. La politica per noi non è mediazione, è rifiuto. La banca non la vogliamo quindi la spacchiamo, la polizia non la vogliamo quindi la facciamo indietreggiare. Rifiutiamo in blocco quello che provano ad imporci. Credo che non ci sia niente di più politico di tutto questo.

Dicevate questa cosa interessante: la gente “non crede più alla politica”… Cos’è per voi la politica? Vi definite “militanti”?
Y: Ci sono alcuni di noi che si definiscono militanti. A me non piace tanto questo termine, perché dà l’idea che tu fai politica in certi momenti della giornata mentre per me è una cosa quotidiana. Noi pensiamo che la gioventù oggi non faccia politica ma faccia del politico. La politica è basata su dei canoni tradizionali, organizzativi, mentre noi viviamo la cosa nel quotidiano, magari facciamo cose che non sono immediatamente percepite come politiche: fare festa, vivere, discutere, momenti di vita fuori dalle istituzioni. Se vuoi organizzare un banchetto, una festa e devi usare un’amplificazione, devi fare richiesta alla prefettura che ti dirà a che ora devi smettere. Ci scontriamo con queste cose, che non sono immediatamente politiche ma hanno dietro tutta una storia.
V: Sotto lo stato d’emergenza è diventato politico trovarsi con la gente per strada e fare una festa. Ciò di cui non ci si rende conto è che spesso le istituzioni, i dirigenti fanno in modo di mostrare la politica come una cosa che fa cagare affinché la gente non vi si interessi, perché resti una cosa loro. Quello che invece bisogna dire e spiegare è che tutto, ogni atto, la vita stessa è politica. Anche scegliere di non andare a scuola o al lavoro, fare festa per strada, anche quello è politica. Andare a trovare i miei amici, non c’è niente di più politico di questo. Sta a noi avere il potere sulle nostre vite e fare ciò che vogliamo.
La cosa più importante è che il MILI non è fatto per fare politica dalle 6 alle 18 e poi torni a casa e sei contento. C’interessano le cose che si fanno in uno squat come questo: vivere insieme, differentemente, in comunità, condividendo il massimo di una vita che non si vuole adattata al lavoro e a queste cose qua.
Y: Alle volte ci piacerebbe avere un luogo come questo, occupato, dove poter fare attività e intervenire nel quartiere, farci girare la gente…
V: …però c’è anche il fatto che per gestire un posto così bisogna essere super-organizzati, prende un sacco di energie. Magari tra due o tre anni. Penso che abbiamo bisogno di acquisire ancora un po’ di maturità.

Una cosa che ci ha colpito è il vostro motto su una bandiera “giovani e rivoltosE – il mondo è nostro”, al femminile. Perché questa scelta? Vi sentite toccati dal discorso femminista?
V: Penso che la lotta femminista sia una lotta contro una parte importante del capitalismo, perché tutto il machismo, tutti i momenti in cui gli uomini cercano di posizionarsi sopra le donne sono una cosa dettataci dai media, dalla pubblicità. Non credo che ti puoi dire contro questo sistema, se non sei un minimo femminista.
L: Il sistema di dominazione non può smettere di funzionare altrimenti. Le donne sono la metà dell’umanità. Per esempio alla Nuit debout c’è stata la proposta di alcune ragazze di ritagliare momenti di discussione solo tra donne e ci sono stati uomini che le hanno insultate, che hanno detto “siamo fieri delle nostre minchie” e altre cazzate simili. Non si rendono conto di tutte le discriminazioni. Se ci fossero dei neri che vogliono discutere tra loro, andresti mica lì a dirgli “sono fiero di essere bianco”!?! Se le donne hanno bisogno di discutere tra loro a partire dal loro vissuto, state zitti e ascoltate!
Gli uomini sono maggioritari in tutti gli spazi che contano. Anche nella testa delle donne, sono gli uomini a dettare il pensiero, con tutti i criteri di bellezza imposti dalla pubblicità. Tutta quella misoginia che le donne stesse arrivano a ripetere “se quella va a letto con tanti uomini, è una puttana”. Gli uomini sono presenti dappertutto, in tutti gli ambiti della vita delle donne e questo è un problema.

A proposito di Nuit Debout cosa ne pensate di questa esperienza? La sentite come una cosa vostra, che vi riguarda?
V: penso che l’idea, di per sé, sia buona: riappropriarsi dello spazio pubblico. Il problema è che Place de la République è proprio diventata un posto dove esci dal metro, passi, dai un’occhiata, te ne vai, torni a casa. C’è chi dice “è una buona cosa, c’è uno spazio enorme, andiamo a discutere, ci si riappropria della politica” e questo è bello effettivamente, però ci sono anche cose che non mi piacciono perché si resta, checché se ne dica, in un quadro sostanzialmente para-istituzionale, sempre con assemblee e questi pre-requisiti democratici: si vota, ci sono dei rappresentanti del Front de Gauche6 che intervengono, tutte cose che bloccano le iniziative personali. Si resta, insomma, in un quadro molto repubblicano, come in uno degli ultimi poster della Nuit debout “Liberté, Egalité, Fraternite: riprendiamoci la Repubblica”. Penso che non si può contestare un qualcosa utilizzandone gli stessi valori. Liberté, Egalité, Fraternité in sé possono anche andare, sono parole che fanno sognare, anche se, mi chiedo, “libertà di cosa?”.
Credo insomma che nella Nuit debout ci sia una deriva iper-democratica, da politica classica che non a noi non piace un granché. Quello che osserviamo, tra gli organizzatori della Nuit debout, è che ogni volta che parte in corteo spontaneo, ogni volta che ci sono piccole eccedenze, cercano di trattenerle, mentre sono questi straripamenti che rendono la cosa viva, interessante, che fanno paura allo stato. Se resti chiuso in una piazza a discutere, non serve a niente.
Y: per noi quello che rende questa piazza interessante è la possibilità di un suo trasbordare, restare in piazza, restare a parlare tra di noi, non serve a niente. Quello che serve è uscire fuori, fare manifestazioni… occupare tutta Parigi!
V: Soprattutto i cortei spontanei: fare barricate, bloccare i flussi, rallentare il funzionamento di una città, non c’è niente di meglio. Mentre invece gli organizzatori della Nuit debout fanno i servizi d’ordine, come i sindacati. Io credo invece che l’unico modo per destabilizzare una vita normale sia il disordine.
Y: Voti, proposte, assemblee… si vota su qualunque cosa. Si ha l’impressione di fare chissà cosa ma in fondo si ripetono i cliché sindacali: sempre a dire “ci vuole una massificazione, c’è bisogno di più gente…” peccato che la gente sia già là, adesso, quindi è ora che bisogna agire!
Anche se sarà un fallimento, se ci bloccano dopo pochi metri, sarà comunque un tentativo che lascia qualcosa. Bisogna saper rischiare, altrimenti noi, cosa avremmo dovuto fare: non muoverci nelle scuole per aspettare che la gente arrivi?
V: Parlando con le persone, ti rendi subito conto della differenza tra coloro che intendono realmente riprendersi la propria vita in mano rispetto a quelli più interessati a forme classiche della politica. La gente come noi pensa che il movimento è già cominciato, mentre gli altri stanno sempre lì ad aspettare che inizi. Dicono “aspettate prima dobbiamo avere una buona immagine sui media, dobbiamo guadagnare in credibilità, essere più numerosi…”. Noi, invece, preferiamo costruire momenti in cui il capitalismo, la polizia, non hanno posto. Se inizi ad agire ora, la gente verrà.
Y: Non crediamo alla rivoluzione come qualcosa che deve arrivare, la rivoluzione la fai ogni giorno, nel quotidiano. Non bisogna mica aspettare che la gente esca per strada, così, spontaneamente.
V: In ogni caso il “gran giorno” non esiste! Si tratta di aprire spazi, creare relazioni in cui il denaro e i valori della società capitalista non hanno banco, come alla Zad7.
L: Poi ovviamente è impossibile aprire spazi in cui il capitalismo non abbia spazio in assoluto: come ti vesti, quello che mangi, siamo noi stessi impregnati di tutto questo, le scarpe che compriamo basta che ci guardiamo i piedi… Sarà difficile cambiare.

Come vi state organizzando, ora, pensando anche a questo movimento, al fatto che ci sono le vacanze scolastiche che chiuderanno le scuole per due settimane?
V: Riguardo alle scuole superiori, stiamo osservando che rispetto alla Loi Travail la situazione inizia un po’ a essere di smobilitazione. Allo stesso tempo però vediamo che sempre più studenti sono toccati dal politico, si sta diffondendo un certo spirito di rivolta, una voglia di andare a fondo delle questioni: “ne abbiamo abbastanza, non è normale”. È un sentimento iper-diffuso. Credo quindi che la cosa principale che lascerà dietro di sé questo movimento è soprattutto una motivazione generale tra gli studenti, uno slancio contro questa società in generale. Non credo che, finita la mobilitazione contro la “Loi Travail” la gente se ne tronerà a casa come se niente fosse. Dopo il ‘68 e in parte (molto meno) anche dopo il movimento contro il Cpe, quello che è rimasto è stata una generazione politicizzata. Crediamo che sarà il caso anche questa volta, magari meno, però anche qui vediamo che tutto questo partecipare alle manifestazioni, il fatto di volersi scontrare con la polizia, tutto questo è tornato al centro della vita degli studenti. Se riusciremo a continuare tutto questo, ne saremo felici.
L: Rispetto al Maggio 68, il problema è che tutti i leader sono finiti nel Partito Socialista o sono comunque tutti integrati nel sistema come politici. Noi non abbiamo leader, e questo è un bene, avessimo dei leader avrei paura che fossero reintegrati nel sistema.
Y: Cerchiamo, in ogni caso, di non avere dei leader. Quello che cercheremo di fare durante le vacanze è mantenere comunque un livello di mobilitazione, chiamando qualche data e organizzando momenti di incontro per tenere i contatti con tutti gli studenti venuti alle manifestazioni. Perché le manifestazioni sono belle, si condividono cose ma poi la gente non la si conosce, ci si incrocia ma poi ci si perde, senza discutere, senza parlare. Abbiamo bisogno di organizzarci meglio.
V: Dobbiamo mettere in piedi momenti di vita condivisa, fare una cena popolare, un barbecue, dei tornei di calcetto, delle cose in cui gli studenti possano incontrarsi. Se il movimento Nuit debout continuerà chissà potremmo occupare una parte della piazza e organizzare cose nostre, come studenti delle scuole superiori. Anche se la critichiamo per alcuni suoi aspetti, resta comunque uno spazio aperto, al centro di Parigi, dove si incontrano tante persone.
Y: Ho visto ragazzi di un liceo vicino a me che cominciano a vedersi per organizzare un gruppo, un po’ tipo il MILI, per organizzarsi e andare alle manifestazioni insieme. Sono cose che nascono così: gente che si conosce, che si vede tutti i giorni a scuola, ci si becca alla mattina per andare in manifestazione, poi si continua il pomeriggio, poi Place de la République… è così che ci siamo formati anche noi a partire dal caso Leonarda. Una cosa cui cerchiamo di fare attenzione è che ci sia un “dopo la manifestazione”, “dopo il movimento”, dopo che la Loi Travail sarà ritirata o passerà come legge.
________

Note

1 Nell’autunno del 2013 migliaia di liceali si sono mobilitati contro l’espulsione dei due studenti, arrestati all’uscita da scuola e cacciati dalla Francia per mancanza di permesso di soggiorno
2 Agenti in borghese particolarmente violenti che operano anche spesso nei quartieri
3 Principale quotidiano di sinistra
4 2006, vittorioso movimento contro contratto primo impiego.
5 Le occupazione notturne di Place de la république cominciate all’indomani dello sciopero generale del 31 marzo
6 Principale partito alla sinistra del Partito socialista
7 Zone a defendre, acronimo utilizzato dagli oppositori all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes che hanno occupato da diversi anni le terre destinate al mega-progetto dando vita a ricche esperienze di vita in comune.

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

2015-10 volantino seminari

Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

Gettare il cuore oltre la rassegnazione – bilancio di un anno di lotte del NAP

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Rilancio la nota di fine anno del NAP.

Pochi capoversi per chi è interessato a conoscere pillole del nostro punto di vista e del nostro operato annuale. Come ogni anno, partiamo dall’inquadrare il contesto, la Piacenza foriera di contraddizioni macro e micro inserita nel contesto dell’Italia del 2014.
E le contraddizioni le conosciamo fin troppo bene: una città storicamente segnata dalla pace sociale e dal ruolo pervasivo della chiesa che ha ristrutturato il suo tessuto economico a partire dagli anni ’90 devastando il territorio per investire sul comparto della logistica. Una ristrutturazione che deve essere letta nel quadro più generale del riassetto logistico di area. Tema assai complesso che connette molte delle nostre lotte nel piacentino a quella che andiamo a sostenere in Val Susa contro il TAV. Non possiamo approfondire qui il tema, ma per chi è interessato suggeriamo “Crisi, tendenza alla guerra e classe” di Zoja e Galloni, Pigreco edizioni). Questa trasformazione ha generato la trasformazione sociale di Piacenza, attirando lavoratori immigrati e inserendoli nel sistema cooperativistico, spurio o gestito dalle leghe. Oggi un abitante su 3 in età da lavoro di Piacenza è immigrato, e la sua collocazione è nel 99% dei casi all’interno di lavori dequalificati a prescindere dall’effettiva preparazione specifica individuale (abbondano per esempio i laureati).

L’esplosione di questa contraddizione, nel 2011, ha generato un meccanismo virtuoso di presa di coscienza, lotta e miglioramento delle condizioni di vita a cui abbiamo preso parte dal primo minuto. Quel ciclo di lotte ha fatto scuola, attirando spesso le telecamere nazionali in città e riproducendosi in tutta l’Emilia Romagna, in particolare a Bologna. Ma ha anche stravolto la nostra natura di militanti, sino a quel punto focalizzati sull’intervento studentesco o agganciati ai movimenti nazionali ma senza riuscire a incidere realmente sui rapporti di forza in città. A questi tradizionali settori si è affiancata una militanza più concreta ma anche più brutale e più difficile da sostenere: i tempi di vita del giovane precario italiano non coincidono con i turni di fabbrica e sul lungo periodo la fatica e il logorio si fanno sentire. Ciò a maggior ragione se il grosso del collettivo, per questioni anagrafiche e di rispondenza all’offerta formativa e lavorativa del territorio, si ritrova ad emigrare egli stesso o a ricorrere a soluzioni di pendolarismo. In condizioni di difficilissima sostenibilità, abbiamo quindi provato a “gettare il cuore oltre la rassegnazione”(figura utilizzata dai 4 NoTav in tribunale davanti all’accusa di terrorismo per quel sabotaggio di cui ci sentiamo tutti complici), a rendere cioè viva e operante una realtà antagonista in città facendo i salti mortali per tenerla in piedi nonostante molti di noi siano distanti per gran parte del tempo. Cosa siamo riusciti a ottenere in questa situazione?

-Dal punto di vista delle attività sociali abbiamo avviato la Palestra Popolare Teofilo Stevenson, che ha operato da febbraio a ottobre. Ora siamo in attesa di trovare un nuovo spazio, ma la volontà di continuare c’è tutta visti gli ottimi risultati per il corso e i frutti in termini di aggregazione. Nel caso fosse necessario lo ripetiamo: anche lo sport e la salute sono un diritto…”se tutto aumenta tu non pagare…e fatti un corso home made di Muay thai”.

-Abbiamo avviato, pur con mille limiti e procedendo per tentativi, un percorso di lotta agli sfratti che prima mancava in città. Quest’anno abbiamo già rimandato alcuni sfratti, e solo in un caso non siamo ancora riusciti a trovare una soluzione. In questo percorso ci siamo agganciati a quello che succedeva nella vicina (e ovviamente diversissima) Milano, dove a nostro avviso si è manifestato uno dei movimenti più interessanti di quest’autunno, con la lotta per la casa che ha conosciuto un’accelerazione inaspettata nei quartieri periferici. Traendo spunto da uno dei siti dei compagni milanesi, ricordiamo come l’emergenza immobiliare, e a maggior ragione la crisi dell’abitare, non sono tuttavia mere conseguenze della cattiva gestione del problema da parte degli attori locali – ALER, Regione, Comune a Milano e per noi ACER e medesimi enti – o della politica del governo. Le difficoltà che tanti milanesi e piacentini devono affrontare per abitare la propria città e le lotte che ne derivano vanno inseriti all’interno di una sequenza storica mondiale. Il capitalismo produce strutturalmente l’inabitabile, distrugge i mondi trasformando tutto in prodotto, merce, proprietà, devastando non solo la terra ma anche la possibilità di abitarci pienamente. Una società di proprietari, ecco il sogno della democrazia. “La società” moderna, dai trattati dei filosofi dell’Illuminismo ai discorsi di Reagan, Thatcher e Berlusconi, si riduce ad una somma di individui, ognuno con le sue proprietà, nel suo recinto, con la sua piccola libertà che finisce dove inizia quella degli altri. Piccoli proprietari, piccoli imprenditori di sé stessi, soggetti perfetti di un potere che si propone di riconnettere tutte questi atomi con le astrazioni della nazione, della società civile o del bene comune (anche laddove declinato in modo “sinistro”…gli esempi in città non mancano…). Se a Milano è più evidente l’operazione di ristrutturazione che si cela dietro le campagne di demonizzazione dei quartieri e degli spazi occupati, a Piacenza la caratteristica fondante dell’emergenza sfratti è ancora la dinamica individuale della rendita contrapposta alla necessità. L’unica area realmente oggetto di una sorta di operazione mediatica-strumentale (dalla direzione ancora incerta), è quella di via Roma: dilaniata dall’avidità dei proprietari piacentini che lucrano sull’ammasso di operai nelle loro proprietà, le campagne autoreferenziali della destra sulla paura e la battaglia, quella sì determinante, che si svolge fra gli abitanti di quella zona e il sistema istituzionale per conquistare lo spazio di legittimità di una presenza migrante. Esatto: lì la vera guerra è sul piano del simbolico per la legittimità ad esistere di quella che costituisce la massa dell’esercito industriale di riserva. Ma il nostro intervento antisfratto sinora si è orientato su situazioni singole e in altre zone. Lì il ciclo sarà più lungo, e non è detto che sarà proprio quella la zona da cui partirà un’eventuale insorgenza di quartiere…

La lotta operaia: negli ultimi anni è stata il nostro forte, e abbiamo cercato di dare seguito, pur se col limite già citato dei ritmi logoranti che essa impone. Nel piccolo abbiamo ottenuto contratti, pagamento di mesi arretrati e riassunzioni in un totale di 8 aziende e toccando all’incirca un centinaio di lavoratori oltre le nostre basi consolidate. Rimane aperta solo la battaglia più famosa e “spettacolare”, quella ad IKEA dove si è evidenziata la chiusura a riccio del sistema-logistica. Tanto abbiamo scritto sul tema e non staremo a ripeterci qua, ma diciamo che per ora la battaglia rimane aperta. Come per la casa, c’è però un quadro più generale in cui si iscrivono queste lotte: Da diversi mesi SiCobas e ADL Cobas stanno conducendo una vertenza con i maggiori gruppi della logistica, contro un accordo da essi firmato con CGIL, CISL e UIL che comporterebbe pesanti perdite salariali e normative in cambio dell’eliminazione dell’intermediazione delle cooperative. Per questo è stato fatto lo sciopero nazionale del 16 ottobre, e poi del 14 novembre (in cui il nostro ruolo è stato quello di convincere lo spezzone nazionale SiCobas a farsi attraversare da quello NoTav-NoSfratti nel corteo di Milano) e 12 dicembre (in cui a Piacenza abbiamo registrato la triste mossa di portare un lavoratore cgiellino di IKEA sul palco della CGIL a “condannare gli estremisti”…mossa che si commenta da sé e che la dice lunga sulla reale consistenza di quella manifestazione). Venerdì 19 dicembre, di fronte a una posizione del gruppo della logistica GLS che pur con delle aperture su altri punti rifiutava la garanzia di riassunzione dei lavoratori in caso di cambio di appalto, i lavoratori di 5 grandi magazzini GLS hanno scioperato compatti, e nel giro di poche ore GLS ha fatto retromarcia accogliendo gran parte delle richieste dei due sindacati di base, con le quali i lavoratori della logistica escono dalla condizione di paria. Se gli altri grandi gruppi del settore (TNT, SDA, DHL, Bartolini) non faranno analoghe concessioni, i lavoratori dei due sindacati apriranno lo sciopero anche nei loro magazzini. Vorremmo sottolineare l’importanza di questo passaggio: in un clima generale in cui le lotte sono quasi solo per la difesa del posto di lavoro e contro il peggioramento delle condizioni operaie, le lotte dei facchini mostrano che là dove i lavoratori scioperano compatti non c’è monopolio confederal-padronale, né accordo sulle rappresentanze che tenga. Capite l’importanza della solidarietà e dell’organizzazione delle lotta? In un giorno uno dei maggiori colossi mondiali ha ceduto su tutta la linea, e questo è possibile grazie ad anni di paziente costruzione di un movimento. Fra le difficoltà, quindi, il bilancio dell’annata è positivo, e ci fornisce un elemento su cui riflettere per quanto concerne l’analisi del blocco sociale a cui riferirsi: l’indifferenza o il malcelato sfottò della quasi totalità del mondo radical-chic vagamente “sinistrense” piacentino segna la cifra della sua inutilità e ci da indicazioni, appunto, sul blocco sociale a cui guardare. Ma riprenderemo dopo questo spunto.

Il mondo della formazione: terreno quanto mai scivoloso, e non solo a Piacenza. Nel 2013 eravamo riusciti a ottenere grandi risultati con le due mobilitazioni contro la situazione del trasporto per gli studenti. Il rimando del rialzo dei prezzi da parte di SETA ha sicuramente smorzato la disponibilità alla partecipazione in questa annata scolastica, ma crediamo ci sia di più. Crediamo ci sia un complessivo ripiegamento del mondo della formazione “stordito” dagli effetti applicativi della riforma Gelmini. Questo stordimento parte dalle università (con piazze che tranne che a Napoli e Torino vanno quasi sistematicamente deserte) e si riverbera sui territori e nelle scuole. In questa fase, una formula che (come invece fanno le lotte sulla casa e della logistica) non incida sulla produzione, circolazione e espropriazione di capitale risulta aleatoria, astratta e inefficace. La prova provata (che ci aspettavamo e che è in linea con le altre città) la abbiamo avuta in occasione dello sciopero dell’8 ottobre. Quel proletariato giovanile meticcio che si era mosso con i nostri cortei del 2013 non c’è stato, perché non toccato immediatamente nelle sue condizioni materiali. Di fronte a una piazza che radunava 40 ragazzi abbiamo preferito scioglierci perchè ci sarebbe tato impossibile mettere in campo quel conflitto che invece aveva prodotto dei risultati lo scorso anno, pena ricadere nella sfilata studentista che da sempre contestiamo. Altri gruppi (con i quali siamo peraltro felici di aver finalmente avviato un rapporto di dialogo e di interscambio, come in occasione della giornata contro le sentinelle in piedi o nei nostri seminari), con un centinaio di ragazzi radunati in piazza, hanno fatto scelte diverse coerentemente al meccanismo di riproduzione che li caratterizza. Non entriamo ora nel merito di una differenza di impostazione che conosciamo fin troppo bene, ma ci limitiamo a constatare come al momento il movimento italiano e piacentino sconti la mancanza di un movimento studentesco (che è altro dall’ “esistenza di gruppi e gruppetti”). Quello della formazione è quindi un campo in cui si deve ricalibrare completamente un tipo di intervento, almeno per quel che ci riguarda e che parla di generalizzazione della lotta e sua connessione agli altri campi affrontati sinora.

Formazione e autoformazione: qua abbiamo lavorato bene. Coerentemente alla nostra impostazione “non blindata in strutture” abbiamo cercato di promuovere incontro, scontro, dialogo e confronto fra aree e intellettuali di portata nazionale. I seminari 2013/2014 e il nuovo ciclo che ha già visto i primi 3 incontri hanno prodotto discussioni di qualità. Solo nei 3 incontri del ciclo 2014/2015 abbiamo già superato le 100 presenze. Domenica 25 gennaio riprenderemo e sarà con noi Sergio Bologna, nome di spicco e autore dell’appello allo sciopero dei “lavoratori-volontari” di expo 2015. Proprio quell’expo che sarà uno dei terreni in cui maggiormente dovremo mettere le nostre energie: devastazione territoriale, sgombero dei quartieri, adozione di contratti di lavoro schiavisti che fanno da apripista alla legislazione nazionale. Insomma una summa delle contraddizioni contro cui ci battiamo.

Tanti campi d’intervento, tanta fatica e sacrificio, in condizioni spesso disperate. Per questo diciamo gettare il cuore oltre la rassegnazione, per questo ci troverete ancora in pista con più determinazione che mai, nella convinzione che la Storia la scrivano gli oppressi laddove hanno il coraggio di ribellarsi e rompere i lacci che li tengono incatenati al loro quieto vivere e al loro padrone. Qualche piacentino si sente chiamato in causa?
Una considerazione anche per quel che riguarda il piano nazionale. Alcuni movimenti hanno subito negli ultimi due anni gravi attacchi repressivi (movimento per la casa, NoTav -le famose accuse di terrorismo per i sabotaggi in Valle- e logistica su tutti). E’ un fattore con cui dobbiamo fare i conti. Speriamo che il 2015 possa essere l’anno in cui si inizi a organizzare collettivamente una risposta su questo piano. Questione EXPO. Su EXPO convergono una serie di contraddizioni: devastazione del territorio, capitalismo transnazionale, operazioni pulizia che sgomberano interi quartieri, adozione di forme di lavoro, con il beneplacito e la firma di CGIL-CISL-UIL, che poi si cercherà di estendere all’intero “mercato del lavoro”. Bene: attrezziamoci per combattere EXPO quindi, facendo convergere gli sforzi in un movimento d’opinione e di lotta ampio e non ristretto territorialmente ne a livello di aree politiche, che non si limiti a un corteo di protesta in occasione del primo maggio.
Alla lotta, buon anno.

Primi fuochi autunnali

Gli ultimi dieci giorni sono stati segnati dai primi tentativi, dai primi fuochi di questo autunno di lotta. Parliamo di tentativi non per caso. Sotto i colpi di una repressione ormai fuori controllo (stiamo rasentando dei livelli da stato autoritario) e di una crisi che colpisce anche le possibilità mobilitative, il movimento non attraversa certo un periodo facile.

A supplire le difficoltà sono la generosità, il coraggio. Vediamo quindi cosa si è mosso:

2 ottobre, Napoli, corteo contro il vertice BCE:

8 ottobre, Milano, corteo contro vertice capi di stato UE:

10 ottobre, in tante città, sciopero studentesco:

(riportiamo a proposito un video di Torino, unica città ad aver evidenziato numeri realmente significativi. La data è stata complessivamente ambigua, e a differenza di altri anni si è evidenziato un limite nella mobilitazione studentesca. Piacenza non è stata meglio del trend nazionale, con il corteo dei sindacati studenteschi molto modesto e quello degli autonomi sciolto ancor prima di partire perchè i numeri non permettevano di praticare gli obiettivi che si era prefisso)

11 ottobre, Milano, corteo NoExpo contro il lavoro non pagato:

Tutti tentativi, dicevamo, che possono avere dei passaggi significativi nelle prossime date del 16 ottobre (sciopero della logistica, Piacenza sarà una delle piazze principali) e del 14 novembre, dove si cercherà di far convergere tutte queste resistenze in un’unica data di conflittualità.

Un anno di lotte davanti, abbiamo bisogno di tutti!

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Rilancio nota NAP:

Il corteo di sabato scorso, con il quale abbiamo portato nelle strade piacentine oltre mille fra operai, studenti e precari, ha dato ufficialmente il via all’annata 2013/2014 di lotte nel piacentino.

Ricalcare i tempi del lavoro e della scuola è inevitabile, visto il concentrarsi in città delle tante contraddizioni sulle quali abbiamo squarciato un velo in questi anni.

Senza stare a fare chilometriche note, vogliamo ribadire, rivolgendoci a tutte le soggettività consapevoli della città, i punti fissi sui quali ripartiamo:

Istruzione e lavoro sono due campi strettamente connessi: la riforma scolastica Gelmini-Renzi non deve passare perchè mette al centro il profitto delle imprese formando schiavi non retribuiti. Ciò si lega alla concezione di lavoro oggi imperante in Italia e a Piacenza: spremere i lavoratori senza diritti e poi buttarli via. In questo senso, la riforma è coerente al “job act” che renzi vuole varare a breve.
Se questo è vero, due lotte diventano fondamentali: quella che stiamo conducendo all’IKEA (no ai licenziamenti poltici, si ai diritti sindacali e di autodeterminazione degli operai) e quella sul piano studentesco (no allo studente-schiavo, sì allo studente critico, anche nei professionali).
Per questo, rilanciamo con forza quanto espresso sabato scroso: altri blocchi e cortei per IKEA arriveranno, così come gli studenti torneranno in piazza: VENERDI’ 10 OTTOBRE SAREMO ALLE 9 DEL MATTINO SOTTO AL RESPIGHI PER DIRE NO A RENZI. Tra l’altro, sarà l’occasione di dire no anche a SETA e allo scandaloso servizio di trasporto pubblico piacentino.
Anche il benessere quotidiano, a partire dallo sport, è un diritto. Per questo abbiamo ripreso, tutti i lunedì alle 21 in via bagarotti, gli allenamenti della Palestra Popolare Teofilo Stevenson.
Anche la casa è un diritto. La casa è reddito, e l’affitto (soprattutto laddove parliamo di famiglie sotto la soglia di povertà o magari colpite dai licenziamenti padronali) è una rapina. Per questo abbiamo avviato uno sportello antisfratto, ogni martedì dalle 19 alle 21 in via San Francesco 8.
Questi semplici 5 punti per dire che le contraddizioni sono davvero tante. Il nostro ruolo politico, come NAP, sarà quello di cercare di cucire questi fronti in un’ unica lotta contro il capitale, tenendo ben presente che non si deve confondere la contraddizione principale con gli obiettivi intermedi (battere IKEA, ma per battere le multinazionali schiaviste; battere SETA, ma per battere l’idea che tutto debba essere pagato e la mobilità non sia un diritto…in definitiva per battere il sistema in cui ogni diritto ha un prezzo!)

Ci appelliamo a voi che leggete per prendere parte alle singole battaglie intermedie. La vostra presenza è fondamentale per farle avanzare e avanzare tutti verso l’attacco alla contraddizione principale. Costruendo dal basso spazi di autonomia in cui siamo noi a dettare il come, il quando, il perchè e il con che ritmo. Rivolgendoci quindi ai nostri blocchi sociali di riferimento, declinazioni meticce e contemporanee del proletariato, e non ricadendo nella stantia e improduttiva logica dei “gruppi”, che per noi ha fatto il suo tempo da almeno 5-6 anni.

La nostra crescita dimostra che un impegno coerente e CHE DA DEI RISULTATI è possibile, anche a Piacenza. Vuoi fare la tua parte? Contattaci!

Renzi e lo stato non se la sentono: annullato il vertice di Torino sulla disoccupazione!

E’andata. Renzi e lo stato non hanno retto psicologicamente alla minaccia di sfigurare in Europa per l’immane protesta che avrebbero dovuto sostenere nel caso si fosse tenuto (vedi articoli precedenti) il vertice dell’11 luglio sulla disoccupazione a Torino.
Non è il caso di esagerare le dimensioni della minaccia rappresentata dal movimento: è chiaro che hanno insistito una serie di fattori di convenienza che in parte esulano dall’ordine pubblico, ma sono le stesse dichiarazioni del ministro Alfano e gli scoop giornalistici della stampa di regime a rivelare come questo fattore non sia stato per nulla secondario: spostare migliaia di soldatini a Torino avrebbe significato lasciare sguarniti i cancelli della logistica (il mercato ortofrutticolo di Torino, ma anche IKEA di Piacenza, Granarolo di Bologna…), il cantiere della Val Susa, di Niscemi (MUOS), esponendoli alla rabbia del popolo affamato da “JobAct” e “Piano Casa”.
Il dato politico significativo, a mio avviso, rimane comunque quello dato dall’inconsistenza della proposta politica renziana ed europea sul tema del vertice: la disoccupazione giovanile. Una soluzione non c’è e non vuole esserci. La disoccupazione (così come l’immigrazione regolata dai flussi stabiliti a Bruxelles) serve a creare un esercito industriale di riserva disponibile ad accettare bassi salari. E’funzionale al sistema, non una sua malattia. Ma in tempi di cinghie strette andare a raccontare l’ennesima favoletta avrebbe ottenuto molta ira come ricevuta di ritorno, e quindi meglio rimandare e forse spostare nella lontana e impenetrabile Bruxelles questo atto del siparietto cui si sono ormai ridotte le istituzioni. Di seguito il comunicato di Infoaut, nel quale mi riconosco pur consapevole che rappresenta solo una delle molteplici sfaccettature che sulla giornata dell’11 stavano cnvergendo (segno che il percorso era stato ben impostato).

Dopo alcune incertezze, timori e voci abbiamo conferma dell’intenzione di cambiare la data del vertice sulla disoccupazione giovanile (si parla di novembre) e forse anche la città in cui si terrà. La decisione sembra essere stata caldeggiata da parte italiana nell’incontro tra Renzi e il presidente del consiglio europeo Van Rompuy. Nelle dichiarazioni di politici e giornalisti si intravedono diversi fattori che hanno pesato sulla decisione e che mostrano quanto anche il quadro istituzionale non sia una macchina monolitica e perfettamente sincronizzata.

La seconda parte del semestre e la “legacy”. A pensar male traspare la voglia di rimandare il problema di un tema scottante come quello della disoccupazione giovanile. I tornanti della crisi sono tutt’altro che finiti e nel quadro istituzionale non ci sono idee per il futuro dei giovani che non siano estremamente impopolari. In questa fase non hanno né le capacità, né, tantomeno, la voglia di affrontare il problema della massa di giovani disoccupati o che accedono solo saltuariamente a forme di reddito. Quindi Renzi pensa bene di aprire il capitolo “giovani” alla fine del suo semestre: nel frattempo spera di intravedere qualche schiarita, ma in ogni caso potrà lasciare in eredità (la famosa “legacy”) eventuali patate bollenti ai suoi successori alla presidenza dell’UE.

Non esistono problemi di ordine pubblico? Non è nostro costume farci illusioni o pensare che i movimenti abbiano più forza di quanto sia realmente. Tuttatavia i giornali ossessivamente nominano le questioni legate alla sicurezza durante il vertice e la questura torinese altrettanto ossessivamente nega questa possibilità, talvolta con impaccio. Ci viene incontro il solito senatore del PD Esposito che, nel suo consueto livore verso le lotte sociali, spiattella invece che esisteva grande preoccupazione per le contestazioni e per il malcontento diffuso e profondo che cova nella metropoli torinese. Chissà se Renzi sarebbe contento di queste dichiarazioni? Il fiorentino è allergico alle contestazioni e deve ancora coltivare la sua immagine di salvatore della patria: per ora è basata solo su promesse, paura e speranze, ma che ancora deve incassare un voto concreto (più di quello per le europee) per assicurarsi la stabilità nel parlamento italiano. Iniziare il semestre europeo con un vertice sulla disoccupazione giovanile fatto a Torino (città più povera del nord Italia, segnata dal movimento NoTav e da mobilitazioni come quella del 9 dicembre) non sarebbe stato certo il miglior viatico per la sua immagine in Italia come in Europa. A maggior ragione per un vertice che sarebbe durato ventiquattro ore, in un clima di assedio, che sarebbe stato una pura passerella politica in cui nessuna reale soluzione sarebbe potuta emergere, neanche da spendere sul piano puramente mediatico. Ultima nota: il sindaco Fassino, già castigato per il vertice Italia-Israele, deve di nuovo chinare la testa, cercando di mostrarsi d’accordo, alle decisioni prese da chi conta più di lui, probabilmente senza essere neanche stato consultato… non continuiamo per non sparare sulla croce rossa.

(A conferma della liceità di certi dubbi, basta confrontare l’articolo di Numa nella cronaca locale de La Stampa e quello di Alessandro Barbera su quelle nazionali per leggervi due divere esigenze “politiche”di gestione della notizia. Laddove il velinaro degli sbirri sente la necessità di confermare la forza della questura torinese e della catena di comando del Ministero degli Interni (“escluso l’allarme sicurezza!”), il collega che scrive sul nazionale ha uno sguardo più distaccato e ammette che qualche problema politico e di gestione le mobilitazioni l’avrebbero causato).

A questo punto il nostro lavoro politico quotidiano nei territori continua, per accumulare forza e far crescere la contrapposizione alle politiche di impoverimento che ci vengono imposte. In autunno potrebbero ripresentarsi a Torino e saremo, ancora di più, pronti a far sentire la voce di chi non ha rappresentanza in queste istituzioni, oppure potrebbero decidere di trincerarsi a Bruxelles, un luogo relativamente sicuro per loro, però solo al prezzo di mostrare lo scollamento sempre maggiore tra le istituzioni e grandi pezzi della società.

Sabato 12 aprile tutti a Roma col NAP!

Sabato 12 aprile il NAP sarà a Roma. Le giornate del 18 e del 19 Ottobre 2013 hanno rappresentato un importante punto di partenza di un percorso che ha notevolmente rafforzato le lotte nei territori. La volontà di rilanciare, proprio a partire dalla grande ricchezza dei conflitti prodotti, un’agenda indipendente e viva, ha trovato nell’assemblea di oggi il consenso di tutti e tutte. In particolare, le differenti esperienze sociali e lotte che hanno prodotto la sollevazione autunnale vogliono misurarsi, assumendosi fino in fondo tutte le responsabilità del caso, con la costruzione di uno spazio comune di conflitto in grado di andare nuovamente allo scontro con le politiche di austerity dettate dall’Unione Europea ed alla Troika ed eseguite dai governi nazionali.

La piazza meticcia di Porta Pia ha espresso un metodo e delle pratiche dalle quali non si può e non si deve più arretrare. Partendo anche da questa considerazione, prende corpo la proposta di una manifestazione nazionale a Roma per il 12 Aprile prossimo. Un corteo che torni ad assediare i palazzi del potere, ponendo sempre con maggiore forza ed incisività il tema dell’uso delle risorse, accanto a quello, centrale, del reddito.

La gestione del denaro e del reddito (che approfondiremo come discorso politico comune e proposta di pratiche già nel convegno di Bologna del 15 Febbraio), saranno al centro delle mobilitazioni e delle lotte che , sin dalle prossime settimane, costruiranno la manifestazione del 12 Aprile e la successiva contestazione al vertice europeo sulla disoccupazione giovanile previsto nei prossimi mesi, forse nel mese di Luglio. I movimenti di lotta per la casa, student*, precar*, migrant*, lotte territoriali, resistenze operaie, sindacati conflittuali*, centri sociali dentro questo percorso multiforme e comune, intendono realizzare l’accumulo di forze necessario a rovesciare un modello di sviluppo basato sempre più sul lavoro precario, sulle privatizzazioni, sullo sfruttamento, la devastazione dei territori, il saccheggio dei beni comuni. Questo modello trova nell’ Expò di Milano una rappresentazione plastica di come attraverso il governo della crisi si voglia imporre a tutti e tutte, in maniera sempre più pesante e totalizzante, le leggi del mercato e del profitto. Dentro questo ragionamento la proposta di Job Act avanzata da Matteo Renzi e dal PD, rappresenta una dura riproposizione della precarietà e dello sfruttamento come unico orizzonte possibile. Come pure l’accordo sulla rappresentanza sindacale raggiunto tra Confindustria e CGIL , CISL e UIL, testimonia l’instaurazione di un vero e proprio regime autoritario sui posti di lavoro, con la negazione di qualsiasi spazio di agibilità e la soppressione stessa della voce dei lavoratori e delle lavoratrici. In generale, appare necessario soprattutto determinare una rottura netta con il ricatto posto in essere attorno alla questione della produttività e della presunta possibilità di generare nuovi posti di lavoro. Ricatto che spinge le nostre vite a piegarsi, in una spirale senza fine, agli interessi dell’impresa e del capitale e dal quale dobbiamo sottrarci attraverso nuovi sentieri e pratiche di riappropriazione. In questo quadro, risulta inoltre necessario andare oltre la guerra tra poveri tra lavoro dipendente e piccolo lavoro autonomo, rovesciando il discorso imposto dall’alto, per una tassazione dei grandi patrimoni e della rendita finanziaria e immobiliare.