Libera tortura in libero stato

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Rilancio editoriale di Infoaut.org . Ho inserito qualche corsivo di mia mano per spiegare meglio qualche passaggio (indicati con ndr). Io ho iniziato a fare politica per il G8 del 2001, e per la mia generazione l’odio e il ricordo sarà sempre vivo.

A quasi 14 anni di distanza dai fatti, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per tortura per la mattanza messa in atto dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, durante il G8 di Genova.

Non ci interessa in questa sede entrare nel merito o dare giudizi su una sentenza e su un linguaggio che poco ci appartengono, pur rispettando l’impegno e le scelte di chi, dopo aver subìto le violenze di quella notte, ha deciso di spendersi in questa direzione e oggi trova forse finalmente un punto di approdo e un riconoscimento per anni di battaglie legali. Ci limitiamo piuttosto a constatare che il verdetto di Strasburgo non fa che mettere nero su bianco (e in maniera piuttosto tardiva…) l’evidenza che per tutti questi anni è stata sotto gli occhi di tutti, oltre che oggetto di denunce e contro-inchieste.

Non così per il coro di “sinistri” (istituzionali, ndr) cui la sentenza di ieri sembra improvvisamente aver aperto gli occhi sulla quotidianità di violenze, abusi e torture che le forze dell’ordine (nostrane e non) commettono, quasi sempre impunemente. Ecco allora che il PD con una mano si batte ipocritamente il petto per l’accaduto e con l’altra tira fuori dal cappello la promessa tempestiva di una legge sul reato di tortura, così da rassicurare la corte di Strasburgo che il nostro paese è pronto ad allineare il proprio ordinamento con quelli del resto della “civile Europa”. (ah…gli esotismi che vedono sempre qualche modello lontano a cui ispirarsi e da glorificare…la polizia spagnola tortura egualmente, quella greca aderisce al 60% a un partito neonazista…non sarà forse caso di interrogarsi sulla natura di “corpo separato dello stato” delle forze dell’ordine? Sulla loro connaturata violenza ad ogni latitudine? ndr)

Dal canto nostro preferiamo guardare alle cose con maggiore disincanto e realismo e ci permettiamo di dubitare del fatto che possa essere la semplice introduzione di un reato nel codice penale a misurare il maggiore o minore grado di “civiltà” o “democraticità” di un corpo di polizia in cui abusi e violenze non sono l’eccezione o pagine buie da voltare, ma sono piuttosto connaturate a un’istituzione marcia e reazionaria fin nel profondo.

E ne dubitiamo soprattutto alla luce degli eventi e dei fatti che i 14 anni che ci separano da Genova 2001 ci consegnano: mentre ci sono compagni e compagne che stanno scontando anni di carcere per la propria partecipazione alle mobilitazioni di quelle giornate (condannati per reati figli del codice Rocco…), per tutto questo tempo i picchiatori della Diaz e i responsabili dell’ordine pubblico di piazza non solo hanno continuato a svolgere il proprio lavoro, ma sono stati addirittura promossi, passati da un impiego di prestigio all’altro, mentre le evidenze delle responsabilità che portavano per quelle violenze gli scivolavano addosso come se niente fosse. È il caso del “superpoliziotto” Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva per i pestaggi della Diaz e recentemente chiamato a fare da consulente a Finmeccanica, dove è approdato – guardacaso – grazie al presidente Gianni De Gennaro, capo della polizia all’epoca di Genova. Oppure di Giacomo Toccafondi, soprannominato il “dottor mimetica” della caserma di Bolzaneto, prima promosso e poi recentemente salvato grazie alla prescrizione, così che tra qualche mese potrà tornare tranquillamente ad esercitare.

…dobbiamo proseguire?

E d’altronde è bastato il timido annuncio del PD sulla nuova legge sulla tortura a scatenare il coro di reazioni dei vari sindacati di polizia, da sempre assecondati e ascoltati in maniera bipartisan (e recentemente anche invitati a parlare dal palco di Salvini a Roma…) (e da quello di Libera a Bologna…ma tanto per l’associazione del prete amico del persecutore dei notav Caselli l’ideale è la legalità in se, no? Quindi che problema c’è a legittimare una categoria che è nata per essere al servizio dei padroni? L’importante è fare qualche arresto-spot ogni tanto, mentre la vera mafia agisce nei magazzini facendosi forte dei rinforzi in divisa…ndr); lasciati liberi di difendere assassini e addirittura di applaudirli. La polizia uccide e tortura perché da sempre può farlo con la garanzia di impunità.

Per quanto ci riguarda non abbiamo bisogno di una sentenza per scoprire che la polizia picchia e abusa: i pestaggi e le violenze di Genova li abbiamo condannati 14 anni fa e la rabbia e le ferite lasciate da quei giorni non saranno lavate via dalle ipocrite promesse di chi oggi scopre l’acqua calda. (ma dal proseguire la nostra lotta verso un mondo più giusto, in cui, semplicemente, le forze dell’ordine non saranno più necessarie! Ndr)

manganello
La ricostruzione, cruda ma realistica, della tortura esercitata durante i giorni del G8 verso una giovane indebitamente trattenuta in stato di fermo. La minacciarono di stupro, la umiliarono come tanti altri. Non esiste perdono.

ASSEMBLEA PUBBLICA VERSO L’11 LUGLIO! venerdì 13 ore 17 in CoopInfra

L’undici luglio i capi dell’Europa vogliono incontrarsi a Torino per decidere del nostro futuro. Saremo presenti anche noi, perché quel giorno sotto i riflettori dell’Europa si imponga la voce di quanti non trovano rappresentanza; di quanti, anzi, abitualmente ne pagano i costi, col proprio impoverimento, con la propria precarizzazione, con la perdita di autonomia e di controllo sulle proprie vite.
Di fronte a processi di impoverimento drastici di fasce crescenti della popolazione, la governance europea risponde con vertici come questo, col ricatto che lega il reddito e l’inclusione sociale alla disciplina del lavoro e di una produttività sempre maggiore. Noi riteniamo, invece, che la ricchezza non sia sottoprodotta, ma mal distribuita; che ci siano troppi miliardari e troppi poveri; che il problema non sia lavorare di più, ma sganciare le nostre vite e il nostro diritto a vivere degnamente dalle strategie con cui governanti ed imprenditori ristrutturano il mercato del lavoro creando ad arte disoccupazione, precarietà e bassi salari. A chi ci vuole imporre dall’alto un discorso sulla nostra “occupazione”, contrapponiamo un discorso allargato, che ponga la questione del reddito, della precarietà, dei beni comuni, di una battaglia radicale contro lo status cui sono costretti i migranti.

Questo vertice coinciderà anche con l’apertura di un semestre europeo governato da quel Renzi che ha messo d’accordo in Italia tutte le frazioni del padronato, il media mainstream nella sua totalità, presentandosi come il miglior allievo e collaboratore della dottrina di austerity imposta dalla Trojka. Diventa ancora più urgente, dunque, allargare ad un orizzonte europeo il fronte dell’opposizione alle politiche del nostro impoverimento. Costruendo una mobilitazione vasta e che vorremmo transnazionale. Immaginando un’opposizione alla Trojka che si sottragga all’alternativa impotente Europa sì/Europa no. Che guardi ad un continente della conflittualità in divenire da produrre con le pratiche dei movimenti sociali perché l’unica progettualità davvero comunitaria è quella che passa per l’abbattimento delle gerarchie che ci opprimono e la redistribuzione delle ricchezze che ci sono sottratte. Siamo in questo senso già soddisfatti per la convocazione dello sciopero generale da parte del sindacalismo di base per la giornata dell’11 luglio.

Per tutte queste ragioni, lanciamo in forma pubblica un’ assemblea di discussione sul percorso verso il corteo torinese dell’11 luglio aperta a tutte quelle realtà piacentine che si riconoscono nelle forme di resistenza che il nostro territorio ha espresso in questi anni: dalla logistica agli studenti, dallo sport popolare ai comitati per i beni comuni e la difesa del territorio. L’appuntamento è per venerdì prossimo 13 giugno alle ore 17 presso la Cooperativa Infrangibile di Via Alessandria 16.

20-7-2001: NON SPEGNI IL SOLE SE GLI SPARI ADDOSSO!

A 11 anni dalla battaglia di Genova, con cui il neoliberismo mondiale delegò alle forze dell’ordine italiane la repressione del Movimento per i diritti globali, le aule dei tribunali hanno emesso le loro nefaste sentenze. Cinque persone condannate con pene che variano dai sei anni ai quattordici anni. Altre cinque attendono, a breve, la propria condanna. Ma c’è una bella notizia: due dei condannati sono permanentemente irreperibili. A loro il mio più sentito augurio di non farsi trovare, lunga vita ai fuggiaschi!
osì dovrebbe finire una storia iniziata con tre giorni di manifestazioni internazionali contro i piani globali di Bush e Berlusconi, Putin e Blair, e trecentomila a gridare rabbia contro l’ordine globale delle guerre, delle speculazioni finanziarie, della devastazione ambientale, dello sfruttamento generalizzato dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna. Ore e ore di scontri con la polizia per tutta la città, azioni dirette, difesa della libertà di attraversare Genova, attacchi per la riappropriazione effettiva di Genova e delle sue strade, tentando di sottrarle metro per metro ai carabinieri, alla polizia, al ministero degli Interni, alle caserme, alla perimetrazione di classe, all’ostentazione dello spreco e del lusso, alle istituzioni finanziarie.
Tre giorni indimenticabili. Tre giorni di soprusi, conclusi nel sangue, con l’assassinio di un compagno, da allora nostro maestro di vita ed esempio ad imperatura memoria; il terrore della Diaz e le torture di Bolzaneto.

Tre elementi qualificano la sentenza sul piano politico. Il primo è il carattere discrezionale di essa, attraverso l’uso spietato di espressioni giuridiche che lasciano volontariamente uno spazio illimitato all’interpretazione, quindi all’arbitrio brutale del giudice sull’imputato. È il caso dell’uso di categorie quali “concorso morale” (presente anche nel processo appena aperto contro il movimento No Tav) e “compartecipazione psichica”; categorie che annullano consapevolmente la presunta garanzia giuridica del carattere personale della responsabilità penale.

Il secondo elemento politico della condanna è il suo carattere tronfiamente “democratico”: secondo l’arringa del procuratore, la “devastazione” operata dai manifestanti avrebbe annullato la possibilità di ogni altra e diversa manifestazione del dissenso. Mai più una Genova: questo è l’ammonimento dei giudici alle giovani generazioni. Restate nei ranghi della testimonianza e del rito, delle manifestazioni sfilata che, sebbene utili in determinate circostanze testimoniali come spesso accade a Piacenza, sono in altri contesti palesemente autocastranti e avverse alla dialettica storica, insomma non servono a un cazzo per la causa ed anzi la affossano. Quale conquista avremmo ottenuto per le centinaia di ragazzi sfruttati al polo logistico se non avessimo avuto il coraggio di resistere alle intimidazioni delle forze dell’ordine? Quale progresso avrebbero ottenuto i poveri parigini se non avessero distrutto la Bastiglia? Quale regime avrebbero abbattuto i partigiani senza le azioni dei GAP e delle squadre partigiane in montagna?
E’ la stessa retorica da “democrazia di classe” (la loro) con cui ad ogni esondazione della rabbia (sia essa in Grecia, nei quartieri operai di Parigi e Londra, o in Piazza del Popolo a Roma quando noi generazione “totalmente precaria” abbiamo assaltato il parlamento il 14 dicembre 2010…) i soldatini in cerca di patetiche carriere nelle pieghe del riformismo si allineano ai telegiornali di regime per condannare le gesta di chi non si rassegna e combatte il sistema.

Il terzo elemento delle condanne è quello della loro stupidità pura e semplice, una stupidità programmata e di inestimabile importanza per i nostri avversari: incapacità congenita al potere di comprendere ciò che gli si contrappone, ma al tempo stesso messa in scena ipocrita di questa incapacità. Lo stato vede la necessità di qualificare, oltre che come sbagliato, come umanamente incomprensibile il gesto del rifiuto radicale delle sue regole, alludendo a una medicalizzazione del dissenso che ancora una volta estende a potenziale dismisura i criteri della criminalizzazione. Eppure, il magma ribelle che la stampa ha etichettato come “black bloc” ha avuto, a Genova, uno scopo. Il secolo che si apriva doveva avere non uno, ma due attori – il diritto dell’ingiustizia da un lato, la giustizia che non ha ancora maturai i suoi diritti, dall’altro – e tutto il mondo, dalle province cinesi alle favelas brasiliane, doveva saperlo. Questo scopo politico non ha avuto e non ha bisogno, né chiede, giustificazioni al potere costituito e ai suoi funzionari, e la sua giustificazione non è nella storia scritta dai tribunali, e nemmeno al cospetto di un sospetto “tribunale della storia”; poiché questi compagni “ingiustificabili” cercano talvolta la propria giustificazione contro la storia; e anche questa è la loro grandezza.

La vicenda di Genova, è vero, ha poche certezze da consegnare, molte di più ne ha distrutte; ma una “prova”, nelle sentenze degli ultimi giorni, la possiamo e dobbiamo ancora una volta trovare: che lo scontro politico con le istituzioni capitaliste si gioca, volenti o nolenti, sempre sul terreno dall’incompatibilità totale. E’così nel merito quando tale incompatibilità non si traduce in scontro, è così quando invece questo avviene.
Quel passamontagna lo indossavamo tutti, Carlo vive.

Diaz: un film criticabile ma da vedere

Ho visto “Diaz” al cinema.
Il film ripercorre i tragici fatti che segnarono il contro G8 del 2001 a Genova, in particolare il massacro che le forze dell’ordine operarono sui giornalisti del Genoa Social Forum che dormivano alla scuola Diaz e le torture che attuarono nel carcere di Bolzaneto.
Nei giorni scorsi Vitoorio Agnoletto, esponente di Rifondazione e ai tempi “portavoce” del GSF, ha criticato il film secondo il ragionamento “dato che esistono ormai delle verità processuali, perchè non fare nomi e cognomi dei responsabili non solo della Polizia ma delle istituzioni?”.
E’una critica che condivido, a maggior ragione alla luce del fatto che, sentenze alla mano, nessuno è stato rimosso dal suo incarico.
Tuttavia, l’accuratezza documentaristica e la potenza visiva del film mi rendono obbligatorio consigliarne la visione, in particolare ai più giovani.
Per capire come non farci più fregare, per imparare e conoscere come un movimento di massa, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, venne scientificamente distrutto con la violenza dello stato.
La memoria è importante, soprattutto se di fatti recenti e supportati da racconti di testimoni poi confermati in sede giudiziaria.
La nostra unica possibilità, a fornte di tanta brutalità, è non mollare e continuare a batterci per un mondo migliore.