Del PD, ovvero del principale partito di destra del paese

la-nuova-polizia_copy

Rilancio da Infoaut

L’operazione di polizia di ieri a Milano, condotta da un numero imprecisato di esponenti delle forze dell’ordine che hanno proceduto a identificazioni di massa sulla sola discriminante del colore della pelle, si inscrive in un contesto dove l’intensificarsi della stretta securitaria all’interno degli spazi urbani è un processo riconducibile alla china presa dal Partito Democratico negli ultimi mesi, china che segna un riposizionamento ulteriore del partito nello scenario politico.

In un atteggiamento che presumibilmente continuerà fino alle prossime elezioni, il Partito di Renzi si ristruttura sempre più come partito d’ordine, con l’obiettivo politico del mantenimento a tutti i costi della stabilità sociale e con una ideologia incastonata sul binomio legalità-sicurezza . Attraverso uno smarcamento da ogni azione in ambito sociale, trattato unicamente nella cornice dell’ordine pubblico, missione del Partito Democratico è unicamente l’attacco preventivo contro ogni focolaio di tensione.

Prima di questo maxi-blitz, che sancisce la determinazione dell’agenda pubblica nazionale da parte del protagonismo del Ministero dell’Interno (con Minniti ormai figura cardine dell’esecutivo ben oltre l’etereo Gentiloni), operazioni securitarie e rastrellamenti continui si sono infatti dispiegati a Roma, città forse esemplare del modello di gestione “desiderabile” dal sistema del “Mondo di Sopra” cosi come da espressione del nero Carminati.

Nella Capitale, approfittando del calo di fiducia verso le proposte partitiche e sfruttando l’interminabile sequela di questioni giudiziarie emerse , si è dato il via libera ad un agire politico slegato da ogni co-decisionalità con i vari municipi da parte della Questura. Tradotto: decine di sgomberi di case e alloggi di fortuna, stretta sugli ambulanti e totale assenza di politiche in grado di produrre alternativa all’opzione repressiva.

La stessa Milano turbo-liberale a guida Sala ha di fatto proseguito e accelerato la difesa dei processi di rendita e speculazione, diametralmente offensivi rispetto soprattutto a migranti e precari, soggetti da espellere dai quartieri della prima periferia dove le possibilità di guadagno per i privati offerte dai processi di gentrification vanno tutelate. Allo stesso modo, l’atteggiamento dimostrato a Torino contro lo spezzone sociale del corteo del primo maggio è esemplificativo della volontà di zittire ogni tipo di esposizione di un discorso differente rispetto alla crisi sociale dispiegata nel paese.

E non si può non dimenticare come la città-simbolo del Partito Democratico, Bologna, sia stata investita da un protagonismo dell’operato delle forze dell’ ordine quantomeno inedito, con sgomberi di case guidati dall’operato degli Interni sotto Alfano, militarizzazione della città per le scorribande di Salvini, sfratti sempre più cruenti e una presenza visiva di celerini e militari sempre più ossessiva.

Allargando lo sguardo oltre le grandi dimensioni metropolitane, anche le frontiere sono state sempre più terre di protagonismo di blitz polizieschi, come a Ventimiglia. Qui il paradosso, ma nemmeno troppo, è il fatto che il sindaco abbia scavalcato l’operatività dei reparti antisommossa, con ordinanze degne da periodi di apartheid. Indovinate di che partito é? Un tempo avreste pensato immediatamente alla Lega: oggi invece è il PD che si rende attuatore di quanto proviene dalla peggiore fogna xenofoba e razzista, che ha ormai cancellato ogni tipo di residuo ideologico del vecchio PCI e accettato la superiorità leghista in termini di egemonia culturale e di narrazione del presente.

Non bastano i continui plausi di Salvini alle azioni di primi cittadini democratici come Merola e Sala: i dati delle primarie, dove l’opzione più lontana da uno spostamento a destra, quella di Emiliano, non è praticamente esistita in termini di consenso raccolto, la dicono lunga su chi ormai compone l’elettorato del PD. La rincorsa ad un posizionamento di centro-destra è ormai conclusa, e l’idolatrare Macron e la sua opzione politica come modello da seguire mettono la parola fine ad ogni tentazione riformista nel partito, preparando il terreno per una alleanza con Berlusconi in seguito al voto per un futuro da partito trainante di una “grosse koalition” contro i populismi, categoria nella quale – si badi bene – non figurano soltanto i Cinque Stelle ma tutto ciò che vada contro la retorica del There Is No Alternative a questo tipo di esistente.

Abbiamo di fronte ormai un partito ultra-conservatore, che un po’ sul modello del PASOK greco di qualche anno fa sta utilizzando ciò che rimane del suo patrimonio ideologico di “sinistra” per sdoganare le peggiori politiche neo-liberiste e di war on poors. Il PASOK nelle ultime elezioni greche è però sparito di fatto dallo scenario politico…speriamo che sia un buon precedente!

Fallisce il teorema di polizia e padroni contro il S.I.Cobas: cosa ci insegna questa vicenda?

image

Rilancio comunicato diffuso dai collettivi piacentini dopo la scandalosa vicenda che in settimana ha visto il (misero e fallimentare) tentativo da parte di polizia, padroni e magistratura di infangare il movimento operaio.

I fatti:
Giovedì 26 gennaio il segretario nazionale del S.I.Cobas Aldo Milani viene tratto in arresto durante una trattativa con i signori Levoni, titolari dello stabilimento Alcar uno -filiera Levoni- di Modena, dove si erano avuti 52 licenziamenti politici. Ad “incastrarlo” sarebbe un video (consultabile qui: Aldo Milani è quello seduto a destra, si evidenzia come a prendere la busta sia un’altra persona, consulente aziendale e totalmente estranea ai S.I.Cobas, è quella che fa il segno delle manette evidenziando la combutta con la polizia e la natura di messinscena della vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=m7Eh9iNQ5TE ).

Nella notte fra giovedì e venerdì scattano blocchi e picchetti in oltre 200 aziende. Si denuncia la montatura ordita per screditare il sindacato che ha fatto proprio della sua incorruttibilità lo strumento della sua travolgente espansione. Nella giornata di venerdì sono 2.500 persone sotto il carcere di Modena (https://www.youtube.com/watch?v=3XCkCcYB2pY ) e poi sotto alla Alcar uno, azienda corresponsabile nella creazione della montatura. Nella giornata di sabato, ancora oltre 500 operai sono sotto il carcere. La tensione si alza e si arriva a spingere e dondolare le grate del cancello del carcere (https://www.facebook.com/monzoor.alam.3/videos/1355907474461297/ ).

Nel frattempo, altri presidi con svariate centinaia di persone sorgono a Roma, Napoli, Brescia, Pavia/Stradella e Piacenza ( https://www.youtube.com/watch?v=V-sOQyJHqL4 ).

Verso le 16:30 della giornata di sabato, arriva la notizia: il gip riconosce Aldo Milani “estraneo a qualsiasi fatto riconducibile alle motivazioni dell’arresto” e ne dispone la liberazione immediata, con obbligo di dimora nel comune di residenza (tradotto: non può lasciare il comune in cui risiede, si tratta di prassi in casi come questo: la persona, in quanto potenziale informata sui fatti, deve restare a disposizione degli investigatori, potendo rientrare in qualsiasi momento nel procedimento in svariate posizioni). Sotto il carcere è il delirio: (qui potete vedere la scena dell’uscita e le prime dichiarazioni di Milani: http://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/si-cobas-aldo-milani-era-un-tranello-mi-hanno-incastrato/70870/71415 blob:http://video.gelocal.it/5cbc270c-fee6-4ed1-b1dc-edd7eaa8a48a).

Il succo delle contraddizioni sotto cui è crollato il tentato teorema è verte sulla losca figura di tal Piccinini, offertosi di accompagnare Milani in quanto “facilitatore della trattativa”. Costui (lo ripetiamo: mai stato parte del sindacato e anzi impegnato in prima persona nella gestione del personale per conto di svariate aziende e cooperative in anni passati!) avrebbe riferito di aver preso la busta per poi destinarla alla “cassa di resistenza dei lavoratori licenziati del S.I.Cobas”. Fattore che a noi non scandalizzerebbe assolutamente, se non fosse che il S.I.Cobas si è sempre rifiutato di accettare donazioni per detta cassa da parte padronale, fondandosi esclusivamente sulle offerte degli aderenti. Inoltre, appunto, Milani non sapeva di questa sua dichiarata “volontà” di donazione. La versione del Piccinini sarebbe entrata in contraddizione con quanto dichiarato dai Levoni, che hanno invece parlato di un prestito (si tratterebbe di una seconda tranche) a favore dello stesso Piccinini. Ciò, se da un lato scagiona Milani, dall’altro evidenzia come vi fosse una montatura e una volontà pretestuosa, a maggior ragione se si guarda al linguaggio dei segni con cui Piccinini comunica con la polizia. Il rimpallo di accuse fra azienda e collaboratore della polizia (il Piccinini, ora agli arresti domiciliari e messo immediatamente sotto scorta per paura che qualcuno vada a chiedergli conto delle sue balle) sarà lo show comico dei prossimi mesi, dato che crollata la montatura (e fatti salvi da conseguenze polizia e PM, che nel nostro paese non pagano mai anche di fronte a un uso smaccatamente politico della repressione) dovranno pur accordarsi sul come pararsi dalle controaccuse e eventualmente chi dei due sarà “sacrificato” per questo fine.

Le considerazioni:

1. Il teorema è crollato perché era fatto male, era eccessivo, ridondante, pieno di punti deboli.

2. Il teorema è crollato anche per la grande mobilitazione, che ha coinvolto migliaia di operai e espresso un livello di scontro con i fondamentali dello stato (nella fattispecie il monopolio della violenza e della reclusione) senza precedenti: operai che dondolano e premono sul cancello di un carcere è una scena che non si vedeva nemmeno negli anni ’70!

3. Il teorema ha rafforzato e rinsaldato il movimento della logistica: se mai ci fosse stato un evento per mettere a prova lo spirito di tenuta, questo era proprio il colpire Milani, amatissimo dagli operai per il lavoro svolto in questi anni (a volte quasi fin troppo amato, addirittura venerato, ma questa vicenda insegna che il S.I.Cobas riesce a lavorare ed esprimere alti livelli di conflittualità anche in sua assenza…e in ogni caso tale amore possiamo confermare che affonda le radici in anni e anni di lotta senza quartiere nella quale Aldo si è impegnato in rima persona!).

4. Il teorema è grave di per sé. Perché il fatto che polizia e padroni lo abbiano provato così esplicitamente falso, così estremo, così senza paura di ripercussioni è veramente un fatto preoccupante. Stavolta emerge perché il S.I.Cobas ha costruito una base di consenso davvero grande e solida, ma ogni anno svariati “teoremini” vengono costruiti contro aree politiche a vario titolo antagoniste (in particolare quella libertaria). Che questi teoremini abbiano, a differenza del caso Milani, qualcosa o nulla di concreto da cui partire è un fatto che non ci interessa ne comprometterebbe la nostra solidarietà totale, piuttosto è importante sottolineare come dal nulla o dal qualcosa si cerchino di estrapolare delle figure sociali da colpire e colpevolizzare come archetipi del nemico pubblico che esulano dalle motivazioni alla base degli arresti. Per questo, perché chi si informa sa che la repressione è continua strisciante e ovunque, che le strutture dello stato non sono neutre ma al lavoro continuo per colpire chi promuove il cambiamento sociale, abbiamo continuato a ripetere che Aldo Milani nella reclusione non era solo sé stesso, non era solo il S.I.Cobas e non era solo il movimento della classe operaia migrante: era un comunista, un rivoluzionario, un anarchico e tutte le figure di prigioniero politico del nostro paese, a cui va la nostra solidarietà come a qualsiasi altro carcerato.

5. Nella giornata di venerdì abbiamo registrato una serie di dichiarazioni infami da parte di tristi personaggi: alcuni riconducibili ad USB (questi comunicati sono poi spariti da internet…pavidità di fronte alle mobilitazioni o si sono ricreduti?), Bernocchi dei Cobas che ha “invitato tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas”. Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai diktat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori. Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, chiamata “Il Sindacato è un’altra cosa”, l’Adl-Cobas, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa). Bene, di tutti queste sigle e persone si può fare un bel sacco (di merda) non per ritorsioni in stile anni ’70 (ci mancherebbe, non ne sarebbero neanche degni!), ma per sapere con precisione di quali facce ci si può fidare e di quali no nel condurre una lotta. Per sapere con chi non si può parlare perché non sta lottando per una classe o per degli ideali, ma per dei piccoli interessi di bottega.

6. Questa storia non è finita: altre svolte costruite ad hoc potrebbero essere impresse con la fabbricazione di elementi probanti falsi (siamo pur sempre nello stato delle trame, delle forze di polizia più attivamente coinvolte nel contrasto ideologico dei movimenti di emancipazione, delle “molotov” trovate alla scuola Diaz e fabbricate dalla polizia stessa…), altre vicende simili potrebbero essere tentate per screditare la lotta…bene: troveranno sempre solidarietà ed orgoglio contro cui impattare.

Ennesimo omicidio fascista

13592732_10154061055428429_2565620147960786751_n

Riporto editoriale di Infoaut sull’omicidio fascista avvenuto ieri a Fermo. Di mio aggiungo che l’immagine con cui accompagno l’articolo è esplicativa, e mi fa saltare alla mente quando poche settimane fa venni criticato per (presunte) offese a un europarlamentare leghista deceduto. Ebbene, ecco solo una delle innumerevoli riprove del fatto che a seminare odio poi qualcuno raccoglie…

Lo scorso 5 luglio intorno alle 14.30 di pomeriggio, Emmanuel Chidi Namdi – richiedente asilo giunto nella provincia italiana dalla Nigeria in cerca di scampo dalle atrocità di Boko Haram – è in pieno centro a Fermo con la sua compagna Chimiary. Reagendo agli insulti rivolti contro di lei da due individui, la coppia viene da questi aggredita; lei malmenata e lui ridotto in fin di vita. Già finito in coma durante il pestaggio, morirà poche ore più tardi. Come riportato da compagni locali, la notizia viene diffusa il giorno successivo da prefettura, questura e strutture ospitanti Emmanuel per diluire l’impatto emotivo della vicenda e tentare di difendere il fino ad allora quieto vivere del capoluogo marchigiano.

Dei due aggressori stanno emergendo le generalità: uno è Amedeo Mancini, un allevatore del posto. Chi, suo malgrado, lo conosce lo ricorda sempre in prima fila ai comizi di Salvini nella vicina Porto San Giorgio, pronto a difendere come improvvisato ma gradito servizio d’ordine quelle parole grondanti odio e xenofobia.

Ben altre sono le etichette con cui i media mainstream lo inquadrano: “ultrà”, abito buono per tutte le stagioni per criminalizzare gratuitamente e ben oltre questo specifico episodio un’intera categoria sociale. E “simpatizzante” di una generica “estrema destra” a cui, tra le righe dei giornali, idealmente contrapporre una “tifoseria opposta”. Assist peraltro già offerto alle narrazioni preconfezionate da Don Vinicio della comunità di Capodarco, la struttura di accoglienza del giovane.

Eppure dovrebbe essere impossibile definire una persona che ne apostrofa un’altra come “scimmia africana” diversamente da ciò che è: una schifosa canaglia razzista. E magari nostalgica di quei tempi in cui il fascismo mussoliniano non solo invadeva terre e depredava risorse altrui – ma lo faceva sentendosi titolato ad “aiutare a casa loro” quanti, dall’alto di una presunta superiorità etnica e cognitiva, non considerava altro che subumani.

La formula dell’omicidio preterintenzionale in altri tempi ha accelerato il carcere e la gogna sessista e razzista per il colpo d’ombrello inferto da Doina Matei. Ma chissà se reggerà per un “imprenditore” tricolore doc alto un metro e novanta e per il suo camerata, che hanno infierito assieme sul corpo già esanime di Emmanuel dopo averlo colpito con un palo di ferro divelto dal terreno – secondo la testimonianza di Chimiary.

A fiancheggiare la decisione dei giudici non è mancata un’ulteriore, tempestiva scarica di normalizzazione istituzionale. Dalla visita di Alfano, lieto di sfuggire all’ennesimo episodio di nepotismo e corruzione a cui ci ha ormai abituato il suo dicastero, alla questura locale (per promettere cosa?); alle sterili invettive della Boldrini, buone solo per mascherarne l’effettivo abbandono dei valori antifascisti da parte della Repubblica o essere strumentalizzate sui social in una fittizia contrapposizione italiani-migranti.

Dove erano questi signori negli scorsi giorni, quando nella vicina San Benedetto del Tronto due giovani bengalesi sono stati aggrediti da mano razzista e costretti a recitare versetti del Vangelo? Dove erano durante gli agguati di Casa Pound a Fermo ed in riviera contro giovani e studenti (ricordiamo a tal proposito le “imprese” del testimonial di Pivert Ruffini)? Dove erano durante i raid contro le sex worker a Porto Sant’Elpidio? Dove erano quando Mustafa ed Avdyl venivano uccisi da un altro imprenditore del fermano solo per aver reclamato la loro paga?

Nell’unirci al cordoglio della compagna di Emmanuel e dei suoi cari, pensiamo che questo debba comunque essere il momento in cui territori di provincia sempre più spremuti ed abbandonati a sé stessi (innumerevoli gli episodi di delocalizzazioni, chiusura di attività ed impoverimento generalizzato del territorio marchigiano negli ultimi anni; ma oltreconfine abbiamo anche gli esempi di Austria e Regno Unito, e le loro implicazioni globali) si ricompattino. E non solo nella denuncia e nello smantellamento dei piani di agibilità di discorsi e pratiche fasciste e razziste con percorsi militanti ed inclusivi – ma anche nella costruzione di un nuovo rapporto e radicamento territoriale che ne propizi la definitiva estromissione.

Brexit e noi…

brexit

La vicenda Brexit è ovviamente al centro del dibattito politico. E’ una questione complessa, che si può analizzare sotto tante lenti.

Partiamo dal PUNTO DI VISTA ECONOMICO.

Riprendo Emiliano Brancaccio, a mio avviso un faro in quanto a lucidità di analisi economica nel continente, per fare un paio di considerazioni…

“tra le cause di fondo della Brexit ci sarebbero gli squilibri economici tra i paesi dell’Unione. Gli opinionisti che in queste ore riducono la questione a una querelle interna ai Tories, tra Cameron e Johnson, dovrebbero dedicarsi al gossip, non alla politica. Chi vuol capire davvero cosa sia successo dovrebbe interrogarsi sui motivi per cui pezzi rilevanti della società britannica, rappresentativi dell’industria del Nord e non solo, hanno scelto di andare contro la City di Londra aderendo alla campagna per l’uscita dall’Ue. Una delle ragioni è che in Gran Bretagna si sta diffondendo una crescente preoccupazione verso la tendenza del Paese ad importare molti più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare. Finora questo deficit è stato coperto con ingenti prestiti di capitale dall’estero, ma una tendenza del genere non può durare all’infinito e prima o poi sfocerà in una crisi commerciale. Molti considerano il deficit britannico come uno specchio dell’enorme surplus commerciale tedesco ma ritengono che la mera svalutazione della sterlina sarebbe insufficiente a rimettere in equilibrio gli scambi: per questo vedono la Brexit come un’occasione per intervenire, al limite anche rivedendo gli accordi commerciali con la Germania e il resto della Ue.
Non sappiamo se aspettarci che la Gran Bretagna possa virare verso la via del protezionismo contro la Ue , è presto per dirlo. Di certo, negli ultimi tempi nel Regno Unito circolano idee che non sarebbero piaciute a David Ricardo, il grande teorico del libero commercio. Ma non è solo un problema britannico: la Commissione europea ha calcolato che dal 2008 ad oggi sono state introdotte più di ottocento nuove misure protezionistiche a livello mondiale. È un effetto degli squilibri causati dal liberismo sfrenato degli anni passati e della grande recessione che ne è seguita. Che ci piaccia o meno, la crisi della globalizzazione fa parte di questa fase storica, e il travaglio del processo di unificazione europea costituisce un esempio emblematico.
Il leader dei Labour, Jeremy Corbyn, aveva sostenuto la campagna per il “No” all’uscita. A quanto pare molti lavoratori, elettori storici del partito laburista, gli sono andati contro. Temo che gli eredi della tradizione del movimento operaio non ci stiano capendo molto di questa fase dello sviluppo capitalistico. Corbyn ha conquistato il Labour proprio chiedendo di archiviare le politiche liberiste figlie della “Terza via” blairiana, che in Italia sono invece ancora un modello, rinnovato, per il Pd di Matteo Renzi. Ciò è stata una novità positiva nella visione laburista della politica economica. Ma bisognerebbe rendersi conto che le svolte interne che non siano accompagnate da una visione dei rapporti internazionali realistica e adatta ai tempi, rischiano rapidamente di entrare in contraddizione e di esaurire la loro forza. Il punto da comprendere è che il regime di accumulazione del capitale sta cambiando, c’è una lotta in corso tra le tendenze liberoscambiste del grande capitale e le pulsioni protezioniste dei proprietari più piccoli e maggiormente in affanno. Invece di incunearsi in questo scontro con un punto di vista autonomo e delle proposte originali, gli esponenti della sinistra si gettano ogni volta tra le braccia dell’una o dell’altra parte in causa come dei pugili suonati. Per il lavoro e per le sue residue rappresentanze è un’epoca durissima, ma proprio per questo forse sarebbe ora di avviare un lavoro collettivo per rimettere in moto il pensiero critico e allacciarsi alla realtà del tempo presente”
.

Un’analisi che, sempre per restare nella prospettiva economica, arriva a convergere con quella di Yanis Varoufakis, forse il miglior storico economico per quel che riguarda gli ultimi sessantanni dell’Europa: Varoufakis, attivamente schierato contro la Brexit (ovviamente su posizioni di alternative al capitale finanziario europeo e proprio per questo ancor più rilevante nella sua analisi contro certa tendenza “no-brexit”) dice chiaramente che

“Il voto è una reazione contro l’establishment britannico più che europeo. Il ceto medio e la classe lavoratrice sono andati a votare contro l’ormai ex premier Cameron perché sono i più danneggiati dal progressivo taglio dello stato sociale e dall’aumento delle tasse, in linea con i diktat di Bruxelles. Non hanno rigettato l’Europa ma le modalità dell’eurocrazia. Se le cose non cambiano, vedremo il trionfo dei nazionalismi. Per questo un populista come Donald Trump festeggia. La sinistra inglese ha commesso errori madornali, ma Corbyn ha cercato di far capire ai più disagiati che i loro problemi non sono causati dall’appartenere all’Unione bensì dalla politica non democratica di Bruxelles. Non è un caso che i banchieri e la City tifassero per il Remain”.

Parola sagge che ci rimandano direttamente alla seconda prospettiva, QUELLA SOCIOLOGICA, che sebbene di minor impatto merita due parole di approfondimento.

La cosa più opprimente del Brexit forse non sono infatti i mercati che crollano (salvo fenomeni di isteria collettiva, non c’è nessuna condizione oggettiva per una crisi stile 2008), ma le analisi di sociologia spiccia e patetismo spinto sugli sventurati giovani-colti-e-ricchi battuti dai malvagi vecchi-ignoranti-e-poveri (fatevi un giro sul vostro social network preferito per averne abbondanti esempi). E’ (probabilmente) vero che i minori di 25 anni avrebbero preferito in maggioranza il Remain, ma davvero il giovane neolaureato dovrebbe godere di una maggiore dignità rispetto agli altri cittadini? Innanzi tutto, i minori di 25 anni si sono astenuti molto più degli ultra 65enni. Se ti fai battere in spirito militante da un pensionato coi reumatismi, quando dovresti essere pieno di forze e col sangue che brucia nelle vene, hai poco da rivendicare e il discorso si potrebbe chiudere già qui. Ma va bene: sorvoliamo pure su questo punto e andiamo oltre. Ancora nessuno ha spiegato perché un ragazzino di vent’anni che studia, puzza ancora di latte e non compilerà una dichiarazione dei redditi prima di due o tre lustri (non che tutto questo sia una colpa beninteso, anzi la lotta per un’istruzione più egualitaria dovrebbe essere ai primi posti, si tratta solo di descrivere una condizione oggettiva), dovrebbe essere più titolato, responsabile e consapevole dell’operaio o del piccolo imprenditore di mezza età che campano la propria famiglia e il proprio Paese con le loro fatiche (e in genere sono gli stessi che pagano la retta universitaria allo studente di cui sopra). Un voto espresso perché così si pensa (a torto o a ragione) di poter fare l’Erasmus in Spagna è più dignitoso che votare perché così si pensa (a torto o a ragione) di non perdere il lavoro? Evidentemente no, ma qui scatta il tradizionale disprezzo dell’alta borghesia per i ceti inferiori. Una classe di privilegiati per nascita (l’immobilità sociale non è mai stata così alta come nella nostra epoca) che possono tollerare il suffragio universale finché lo vincono, ma quando lo perdono hanno rigurgiti reazionari e anti-democratici al pensiero che loro, pur avendo il papà dirigente di banca, i vestiti di marca e alla moda, un sacco di vacanze in posti esotici alle spalle, e nessuna esperienza di cosa significhi una ristrettezza economica – loro, persino loro, in democrazia sono giuridicamente alla pari con quel modesto e volgare operaio che incrociano la sera sulla metro, malvestito e sudato dopo essersi spezzato la schiena in qualche cantiere. Un atteggiamento che anche nella provincia italiana, dove centinaia di lotte e scioperi operai si muovono nel più assoluto disinteresse della tipologia bimbominkiesca descritta, produce i suoi danni e rafforza le derive razziste e xenofobe, che vedendo detti personaggi su posizioni pro-UE e la relativa inconsistenza argomentativa hanno buon gioco a coalizzare intorno alle loro false ricette il malessere.

Vi sarebbe un’altra prospettiva ancora dalla quale guardare all’argomento in discussione, quella che accademicamente potremmo definire della TEORIA DELLO SVILUPPO POLITICO.

Qui, mi sono permesso di ripescare un classico della materia, “La lotta di classe in Francia fra il 1848 e il 1850″ di Marx. Il contrasto fra la borghesia industriale e quella finanziaria inglesi ricalca infatti un movimento classico della dialettica fra le classi sociali che Marx affronta in quello storico saggio. In quelle condizioni storicamente determinate, determinante fu la direzione che si diede il proletariato, che dopo aver combattuto la borghesia finanziaria insieme alla borghesia industriale divenne motore di un successivo contrasto fra se stesso e la borghesia industriale. Mi sembra evidente che oggi quella direzione, mutatis mutandis e cambiata la composizione di quello che è divenuto un iper-proletariato, è IL terreno di contesa. Terreno che vede uno scandaloso distacco da parte di chiavi di lettura e ipotesi politiche razziste e piccolo-borghesi. Arroccarsi su prese di posizioni ideali pro o contro la brexit, dall’insopportabile vacuità dei liberal/laburisti all’altrettanto gretto gentismo dei nazionalisti, non produce alcun avanzamento ed è soprattutto una lotta contro la realtà: una realtà che ha già messo in pratica la sua dialettica indipendentemente dai desiderata delle persone indignate o entusiaste. L’unica cosa utile, se uno si sente parte della metà campo degli oppressi, è solo lavorare a testa bassa per radicarsi nelle fasce povere a tutti i livelli (lavorativo, territoriale..) e dimostrare con il lavoro quotidiano che la direzione che esse stesse devono darsi è quello della rottura con la borghesia industriale e della solidarietà antirazzista al proprio interno.

Veniamo infine al piano della PROPOSTA POLITICA, cui è bene però far precedere un adeguato riassunto dei fatti:

Il dibattito scaturito nei mesi di avvicinamento al referendum è stato acceso, spinto dalla crescita negli ultimi mesi dell’Ukip, la forza politica euroscettica guidata da Nigel Farage che ha di fatto imposto a Cameron la convocazione del quesito; ma è stato reso infuocato dai recenti fatti di cronaca, con l’assassinio di stampo neonazista della deputata Labour Jo Cox, aperta sostenitrice del “Remain”, il quale sembra aver rimesso in discussione l’esito del voto, con i sondaggi che fino a prima dell’omicidio erano orientati fortemente verso il “Leave”.
L’Unione Europea rischia di subire uno dei colpi più pesanti alla sua architettura, dall’impatto ben più potente rispetto allo stop che francesi e olandesi diedero nel 2005 ai progetti di riforma costituzionale poi approvati in forma modificata dopo revisione. Ma questo è l’esito di una direzione politica comunitaria incapace di assicurare in alcun modo il rispetto delle sue promesse e retoriche fondative, ovunque come come in Gran Bretagna.
Nel Regno Unito infatti la disoccupazione è a livelli record, l’economia reale ristagna e sempre più persone sono di fatto consapevoli della pressochè totale impossibilità che la situazione si modifichi nel breve periodo, visto il forte sbilanciamento dei decisori politici UE verso i poteri che contano del mondo finanziario, reso lapalissiano dalle politiche di austerità adottate successivamente alla crisi dei subprime.
Lo stesso sostegno di istituzioni finanziarie come Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley al Remain sottolinea come Londra nell’UE sia necessario per acconsentire al ruolo deputato a livello del capitale transnazionale alla Gran Bretagna: assicurare un luogo di riciclaggio legalizzato di capitali, un paradiso fiscale costruito su una tassazione inesistente dei guadagni delle grandi società che hanno tutto l’interesse a non vedere modificata questa situazione.
L’ascesa di realtà e partiti neo-nazionalisti in Inghilterra ha giocato proprio su queste retoriche, sulla scia di quanto avviene di fatto in tutta Europa, dall’Ungheria di Orban ai CinqueStelle nostrani, dalla LePen ai tedeschi di Pegida; e sembra preannunciare la disintegrazione politica del progetto europeista dato che l’etichetta dell’euroscetticismo, nata come dispregiativa e riferita inizialmente ai partiti della nuova destra xenofoba, sembra essere sempre più da un lato un elemento catalizzatore di consenso rivendicato anche da realtà politiche di diversa ispirazione ideologica.
Il voto per la Brexit sembrerebbe così emergere come una forma di rifiuto, per quanto purtroppo non direzionata da una teoria e una prassi antagonistiche, ad uno status quo fatto da processi di globalizzazione sempre più insostenibili. La percezione di un’UE finalizzata solamente all’ingrandimento delle ricchezze e dei privilegi del mondo della finanza è ormai (questa sì) moneta comune, mentre anche da parte dell’establishment il fatto che le prospettive di rilevanza politico-economica che spinsero nel 1973 la Gran Bretagna a entrarne a fare parte non sono più adeguate all’attuale mondo multipolare iniziano a fare capolino.
Aldilà dell’esito del voto, è chiaro che l’Unione Europea è stata eletta, come prevedibile e comprensibile, capro espiatorio della difficile situazione economica che vive il Regno Unito, ormai lontano parente del dominatore della politica internazionale fino alle Due Guerre Mondiali. Le stesse contraddizioni tra il voto per il Remain del premier Cameron e quello per il Leave del suo ministro della Giustizia Gove fanno capire come anche lo stesso governo britannico sia indeciso tra il mantenimento dei flussi economici e politici con Bruxelles (ma bisognerebbe dire con Berlino) e l’obiettivo di evitare un posizionamento troppo netto contro una prospettiva decisa verso il Leave che è appannaggio di una parte rilevantissima di popolazione.
A sostenere l’ipotesi della Brexit sono soprattutto le politiche relative alle migrazioni adottate dall’UE: elementi come Farage del Partito Ukip non solo non vogliono in alcun modo attenersi ad alcun tipo di quota di ripartizione dei migranti provenienti dai teatri di guerra, ma vogliono imporre anche uno stop all’afflusso di cittadini dal continente, soprattutto di quei cittadini del Sud Europa che hanno pagato sulla loro pelle la desertificazione economica della sponda nord del Mediterraneo attuata dalla Germania e dalle cancellerie nord-europee. Per quanto espressione di rifiuto, la Brexit si andrebbe a configurare come un duro colpo alla libertà di movimento verso il Gran Bretagna, aggiungendosi ai muri fisici e burocratici che sorgono come funghi intorno e dentro all’Unione.
Questo è solo uno dei dati non confortanti che sottolineano l’assoluta mancanza di alcuna motivazione non ascrivibile al campo nazionalista a fare campagna politica per la Brexit; a fare presa sulle fasce inferiori della società britannica, travolta dai processi di deindustrializzazione e da una precarietà derivante dall’enorme competizione al ribasso sui salari, è solamente l’opzione dei vari Farage, Johnson e Gove. Il che la dice lunga sulla distanza in campo tra la realtà vissuta dai soggetti sociali e le posizioni di un Partito come il Labour, che nonostante uno spostamento a sinistra con l’elezione a segretario di Corbyn (sebbene anch’egli euroscettico), si è esposto per il “Remain” e rimane agganciato ad un’idea di sviluppo del paese ostile e invisa a gran parte della popolazione poiché già verificata nei fatti a livello di conseguenze economiche.
Un qualcosa che parla anche a noi, rispetto alla capacità di dare direzione politica alle istanze di rifiuto che vengono dal basso soprattutto dopo la recente scadenza elettorali. Istanze che impattano sulla questione delle nuove figure della povertà e delle condizioni di vita nelle periferie, dove il margine di manovra sembra poterci essere per radicare prospettive di rottura differenti dello status quo. Il radicamento sociale in certi ambiti, la giusta costruzione della nemicità e dei soggetti in campo, l’ostilità sia verso la globalizzazione del capitale sia verso il ritorno ai muri e alle frontiere sono elementi mancati nel dibattito sulla Brexit e che spesso mancano anche alle nostre latitudini. Ed è una lacuna su cui agire prima possibile.

Termino con una citazione dello scrittore Carlo Formenti che credo possa dare alcune utili indicazioni:

“Il rifiuto del mostro antidemocratico della Ue avviene oggi in Uk grazie a un movimento egemonizzato dalle destre, a causa dell’ottusità di una sinistra (inglese ed europea, riformista e radicale, con pochissime eccezioni) che si ostina a vedere nell’Europa una garanzia di pace. E la guerra in Ucraina? e l’accordo con la Turchia fascista per deportare i migranti? e i muri eretti dai membri fascistoidi della Ue? e il TTIP? e le feroci politiche antioperaie e antisindacali? e lo smantellamento del welfare? Bisogna essere idioti per vedere in tutto ciò degli “errori di rotta” correggibili dall’interno con adeguate riforme. E bisogna essere irresponsabili per consegnare alle destre il monopolio della rivolta contro la tecnocrazia europea. Agitare lo spettro della catastrofe novecentesca che portò alla vittoria del nazifascismo non è un argomento: é un ulteriore sintomo di imbecillità e di difetto di analisi storica: allora fu proprio l’incapacità delle sinistre di egemonizzare la rabbia popolare per gli effetti della grande crisi a spianare la strada alle destre, e pensare che oggi possa tornare il fascismo nelle sue forme classiche è un altro sintomo dell’incapacità di cogliere l’essenza del nostro tempo: il vero rischio non è il ritorno del fascismo ma che un eventuale trionfo delle destre populiste non servirebbe in alcun modo a contrastare il dominio del finanzcapitalismo. Questo dovrebbe essere compito nostro, se e quando ci sbarezzeremo del ciarpame ideologico di una sinistra mummificata”.

Per finire, ecco gli scontri di Dover a gennaio fra antifascisti e nazionalisti contrari all’ “immigrazione”. Finché certa “sinistra” non cambia (o muore dai), chi dal basso costruisce solidarietà e redistribuzione di ricchezza fra i subalterni dovrà sempre confrontarsi con queste situazioni, e il malcontento avrà sempre il marchio culturale dei nazi in questione…

Orlando. Ce la faremo, per una volta, a parlare di omofobia?

CiHGv6FWwAAvSyv

Rilancio articolo di Infoaut

Come posso esprimere ciò. Come posso convincerti, fratello, sorella che la tua vita È in pericolo. Che ogni giorno tu ti svegli, viva, abbastanza felice, come un essere umano fatto e finito, e per questo stai commettendo un atto di ribellione. Tu, come frocia viva e presente sei rivoluzionaria. Non c’è nulla in questo pianeta che convalidi, protegga o incoraggi la tua esistenza. È già un miracolo che tu sia qui a leggere queste parole. Tu, senza ombra di dubbio, dovresti essere morta.
Queer Nation Manifesto

L’America da stanotte (ieri sera, ora italiana) lavora per coprire le vere ragioni della sparatoria di massa, forse la peggiore della storia degli States. Omar Seddique Mateen, cittadino americano figlio di rifugiati afghani, ha aperto il fuoco al Pulse, locale gay di Orlando, dove ha ucciso 50 persone, ferendone 53. Dopo alcune ore, barricato dentro il locale, la polizia lo ha ferito e poi ucciso.

“Matrice jihadista” urlano i giornali di tutto l’occidente, lo stragista era iscritto al Partito democratico ed anche nella lista nera dei simpatizzanti dell’Isis del Fbi, che indagò su di lui due volte tra il 2013 e il 2014 per possibili legami con il terrorismo. Una rivendicazione dell’Isis: “uno dei nostri”, hanno fatto sapere attraverso Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato. Non esiste prova, ma poco importa ai giornalisti, di un contributo in termini di pianificazione e organizzazione da parte di Daesh, in un attacco compiuto con armi da fuoco acquistate legalmente negli ultimi giorni: una pistola e un fucile. Per il padre all’origine della tragedia ci sarebbe stato un bacio tra due omosessuali: “Mateen ha visto due gay che si baciavano a Miami un paio di mesi fa ed era molto arrabbiato”.

L’America lavora per coprire, per non raccontare la violenza della propria omo-trasfobia. Una strage mossa dall’odio, ora definita dai media statunitensi “atto di terrorismo”, perché appunto l’uomo armato era musulmano. In quell’angolo di mondo, chiunque compie semplicemente degli atti (siano essi crimini d’odio, autodifesa, rivoluzioni, servizio militare, qualsiasi cosa) mentre ogni atto violento compiuto da un musulmano si riflette in maniera uniforme su un’intera, enorme ed eterogenea collettività: i musulmani compiono solamente “terrorismo”. Questa strage è ora a disposizione della politica iper-violenta statunitense (interna ed estera), campagne contro il boicotaggio di Israele (perché, ovviamente, essendo “l’unica democrazia del medioriente, baluardo della difesa GLBT in terra di barbari, madre del turismo gay friendly di Tel Aviv, etc.” Israele non può essere indicato come matrice della massiccia violazione dei diritti e delle vite di migliaia di Palestinesi ogni giorno). A cavalcare la tragedia si lancia Donald Trump, insospettabile paladino della comunità gay dopo anni di dichiarazioni contro l’equiparazione del matrimonio tra persone eterosessuali e quello tra persone omosessuali, che chiede le dimissioni di Obama, colpevole di essere troppo politically correct poiché non ha usato le parole Islam radicale nella dichiarazione di cordoglio. Non solo Trump, ma anche i nostrani cavalcatori di odio si stanno muovendo per dare il peggio di se (Mario Adinolfi e Matteo Salvini in testa).

L’America forse si ricorderà, e poi cercherà di dimenticare molto in fretta, che a poco o nulla serve la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso lanciato come grande evento di consenso di fine mandato dal presidente Obama esattamente un anno fa, in un paese dove in questo momento i servizi sanitari di emergenza di Orlando chiedono con urgenza che la gente doni sangue per aiutare i soccorsi ai feriti sopravvissuti, ma dove, ad un uomo che abbia fatto sesso con un’altro uomo nell’ultimo anno, è legalmente vietato di donare sangue per una legge federale iper-omofoba, approvata nel 1985 sull’onda della paranoia che legava HIV e “stile di vita omosessuale”. Qualcuno invocherà, molto probabilmente, qualche restrizione nell’accesso alle armi, per lo meno per i cittadini non-bianchi, senza neanche interrogarsi sulla cultura trasversale che fai dei gay un bersaglio ovunque nel mondo. Gli Stati Uniti non si ricorderanno oggi della violenza omo-transfobica che si consuma nelle proprie famiglie tradizionali, e che costringe migliaia di adolescenti a diventare senza fissa dimora (le statistiche dicono che circa il 40% dei senzatetto USA sono giovani LGBT scappati dalle famiglie)

Repubblica.it stamattina titola “Due piste, terrorismo o atto omofobo”. Ci sono pochi dubbi su quale sarà la scelta da parte della narrazione mainstream, giornali ed investigatori insieme.

Gravissima aggressione a militanti S.I.Cobas nel magazzino GLS di Piacenza!

foto5

Riporto di seguito il comunicato rilasciato dal sindacato S.I.Cobas in merito alla gravissima aggressione avvenuta ieri nel magazzino GLS di Piacenza. Mi astengo dal dare ulteriori giudizi ritenendo quanto scritto dall’organizzazione sindacale esaustivo.

Comunicato stampa

Nella notte fra martedì 22 e mercoledì 23 dicembre si è verificato un fatto gravissimo presso il magazzino GLS sito a Montale (Piacenza). Quattro lavoratori iscritti al S.I.Cobas sono stati aggrediti con armi improprie (spranghe, sedie..) da 8-10 colleghi iscritti al sindacato CGIL per motivi ancora da accertare ma che dalle dichiarazioni degli aggrediti risultano essere riconducibili alla frustrazione degli iscritti al sindacato confederale in seguito agli abbandoni subiti in favore del S.I.Cobas nelle ultime settimane. Gli aggressori iscritti ai confederali sono stati dipinti dai colleghi di lavoro come individui dai tratti fortemente opportunistici al servizio della committenza.

Tutti e quattro gli aderenti al S.I.Cobas, dopo essere stati aggrediti, sono stati trasportati al pronto soccorso e uno di loro risulta versare in gravi condizioni di coma, in lotta fra la vita e la morte.

Si tratta di un fatto senza precedenti, che segnala il livello di isteria raggiunto dalle organizzazioni confederali a fronte della travolgente cavalcata nel settore logistica-trasporti del sindacato di base S.I.Cobas, che ha restituito dignità e diritti alla classe operaia piacentina.

In attesa che le autorità di polizia e giudiziarie procedano agli accertamenti del caso, il sindacato S.I.Cobas si è mosso per tutelare i propri aderenti sin dalla notte della vile aggressione, interrompendo il lavoro per un’assemblea di discussione al termine della quale si è deciso di dimostrare senso di responsabilità rientrando tutti al lavoro, ma riproponendosi di battere tutte le strade possibili per evitare il ripetersi dell’accaduto.

Proprio la sera di lunedì 21 la CGIL aveva organizzato un’iniziativa sul tema della legalità insieme a varie associazioni poliziesche e sigle padronali del mondo della logistica. Pur essendo consapevoli che non si può attribuire questo episodio all’intera organizzazione della CGIL, vogliamo però sottolineare la stridente contraddizione fra un volto esibito e la misera realtà dei fatti, da cui si deriva una precisa responsabilità politica per eventi che rimandano alla più becera e cieca violenza di memoria fascista contro chi osa ribellarsi ai diktat padronali.

Ma la classe operaia, che a Piacenza si organizza nelle fila del S.I.Cobas, non si lascerà intimidire e porrà in essere tutte le iniziative legali, sindacali e di autodifesa operaia necessarie a tutelare il diritto al lavoro, alla sicurezza e a contrastare tali atteggiamenti di stampo para-mafioso. Se necessario, arriveremo a mobilitare l’intera struttura nazionale e i numerosi solidali al fine di mettere in sicurezza il magazzino GLS di Piacenza da tali individui, che speriamo in ogni caso di vedere scaricati quanto prima dal sindacato confederale per manifesta indegnità.

Il coordinamento Nazionale S.I.Cobas
Il coordinamento provinciale di Piacenza S.I.Cobas.

Lo stato difende Casa Pound e compie nuovi arresti per il corteo di Cremona!

cremona-2

Rilancio comunicato del CSA Dordoni:

Ancora una volta Questura e Procura cercano con i mezzi più subdoli di arrestare la lotta antifascista e criminalizzare coloro che nella giornata del 24 gennaio hanno tentato di raggiungere e chiudere materialmente il covo nero di via geromini 30, così da porre fine alla spirale di violenze provocata dai fascisti sin dal loro insediamento in città, non ultima l’aggressione subita dal C.S.A. Dordoni la sera del 18 gennaio nella quale un compagno ha rischiato di perdere la vita.

Infatti all’alba di questa mattina sono state arrestate 4 persone residenti nella provincia di Cremona (uno militante del CSA Dordoni), uno da Brescia (al momento latitante), uno di Palermo e uno di Milano, con pesantissimi capi d’accusa, tra i quali devastazione e saccheggio e concorso esterno, collegabili direttamente a quel giorno in cui migliaia di persone hanno segnato una profonda incompatibilità con la presenza di una sede fascista all’interno del territorio cittadino.

Informiamo, quindi gli organi inquirenti e la stampa locale di chi in reltà opera una sistematica devastazione e rapina del territorio riprendendo l’ultima farsa dei rimborsi stanziati dalla regione per la sopra citata manifestazione.

Entrando nello specifico della questione cittadina, già subito dopo il corteo antifascista i politici locali hanno tentato in qualche modo di recuperare denaro per risarcire quella che, a detta loro, era una città devastata al pari di Genova 2001, relegando in secondo piano le dichiarate motivazioni della mobilitazione, cioè l’immediata chiusura del covo fascista di via Geromini.

Proprio il 19 settembre 2015, alle 12:30 sono scaduti i termini per la partecipazione al bando regionale per il risarcimento.

Da qui emerge un dato del quale chiunque abbia attraversato quel corteo era già a conoscenza: “La città messa a ferro e fuoco dagli antagonisti”, “Le azioni criminali dei Centri Sociali” e tutte le altre formule ripetute come un mantra dai quotidiani locali sono, a guardarle bene, una macchina del fango.

Dalle iscrizioni al bando, rese pubbliche, si evince infatti che sono solo 10 le richieste presentate: da banche, sale slot, agenzie interinali e immobiliari. Nessun privato cittadino. Vanno quindi a farsi benedire le “tensioni solidaristiche” di Bordonali, Malvezzi & co. verso i “commercianti colpiti”, proprio perché ad essere risarcite saranno quelle attività che già avevano incassato rimborsi dalle rispettive assicurazioni.

La realtà dei fatti é che questi politicanti da quattro soldi hanno accampato una mera speculazione politica su danni relativamente contenuti, tutta volta a demonizzare chi in quella giornata ha tentato di chiudere la sede di Casapound, responsabile di un’aggressione vigliacca che ha ridotto in fin di vita un compagno del CSA Dordoni, anche arrivando a pesanti frizioni con le forze dell’ordine schierate, come da copione a difesa di una sede che non ha diritto di esistere.

La colpevolezza delle istituzioni, quelle che concretamente e quotidianamente devastano e saccheggiano vite e territori, oltre a risiedere nella truffa palese di questi risarcimenti, sta soprattutto nel non aver voluto comprendere né l’importanza della chiusura di quello spazio fascista.

Ancora una volta urliamo a gran voce che la repressione non ci fermerà e non ci troverà mai impreparati.

LA LOTTA NON SI ARRESTA!

PIPPO, SAMUELE, GIOVANNI MARCO, KULJIT, HASAN, CHRISTIAN E GIACOMO LIBERI!!

Vergogna a Cremona: agli arresti i ragazzi aggrediti da 60 neofascisti!

11128747_10152729909877190_6256205710147970938_n

Rilancio editoriale di Infoaut sulla vergognosa situazione nel Cremonese, dove gli aggrediti nel famoso agguato che ridusse in coma Emilio si trovano agli arresti domiciliari o addirittura in carcere per…essersi difesi! E’ stata la stessa questura a dichiarare come tali misure siano in realtà motivate dal voler tenere i ragazzi lontano dalle mobilitazioni di 25 aprile e 1 maggio…uno dei punti più bassi che io ricordi nella storia della repressione politica.

A tre mesi dall’aggressione fascista al csa Dordoni del 18 gennaio entra in campo la magistratura, mettendo anche la sua firma su questa vicenda. Sette antifascisti, colpevoli di aver difeso il centro sociale da un assalto premeditato dei militanti di Casapound, sono stati arrestati per “rissa aggravata” e chiusi nelle loro case o nel carcere Ca’ de fero (due di loro). Tra i compagni sottoposti a misura (arresti domiciliari) c’è anche Emilio, punito prima dai fascisti per la sua determinazione con un vigliacco pestaggio di massa che lo ha condotto a un passo dalla morte e a diverse settimane di coma farmacologico, poi dai giudici per essersi ribellato all’impudenza della teppaglia che ha assalito lui e i suoi compagni. Affronta oggi gli arresti nel pieno di un lungo e complesso percorso di riabilitazione medica, in condizioni di salute ancora molto precarie.

Accanto agli arresti dei compagni, arresti di fascisti: nove in tutto, sette ai domiciliari e due in carcere (questi ultimi per tentato omicidio). La magistratura cremonese, dopo aver portato in carcere alcuni giorni fa due ragazzi dello spazio occupato Kavarna, sempre di Cremona, per il successivo tentato assalto alla sede di Casapound del 24 gennaio e gli scontri che ne sono seguiti, intende così dimostrare che le istituzioni sono in grado di restituire “giustizia” dando un colpo al cerchio e uno alla botte, punendo le “intemperanze” degli uni e degli altri con ponderatezza ed equilibrio. Fascisti o antifascisti, aggressori o aggrediti, picchiatori neonazisti o militanti autonomi, non fa differenza: la legge “è uguale per tutti”. Così come è vietato uscire dallo stadio e assaltare un luogo “di opposta matrice politica”, così lo è difendersi autonomamente, senza fare appello alla forza/autorità pubblica.

Autorità pubblica che ha sempre ben chiaro da che parte stare. Gli antifascisti cremonesi avevano denunciato pubblicamente la circostanza per cui la polizia, subito dopo l’aggressione e lo scontro di fronte al Dordoni, quando Emilio era stato a stento riportato dentro alla struttura, aveva caricato gli antifascisti. Un comportamento che non stupì i compagni: la loro denuncia pubblica, lo dissero, non nascondeva la malriposta velleità di suggerire alle istituzioni (tanto meno poliziesche) comportamenti diversi, “migliori” – quasi la solidarietà sempre riaffermata nei fatti tra fascisti e poliziotti potesse essere considerata accidentale, frutto di una deviazione impropria dalle corrette regole del governo democratico – ma portare un’ulteriore evidenza empirica a un’ipotesi che la storia ci conduce a far nostra: non la legge, ma la forza giuridica (che fa della legge qualcosa di più che un documento inerte), è ciò che segnala la differenza nell’azione delle istituzioni.

Ne otteniamo oggi nuova evidenza. L’iniziativa della magistratura non è frutto dell’idea folle e isolata di un giudice, ma della logica che è propria della giurisdizione contemporanea. Tenta di riaffermare grottescamente il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge come perno ideologico della concreta falsificazione liberale della realtà in cui viviamo: rimosse le condizioni sociali che contribuiscono ad originare i comportamenti, annichilita l’osservazione critica di ciò che si muove nella società, delle sue connessioni e della sua storia, si arriva senza colpo ferire a mettere sullo stesso piano chi vorrebbe una società che ravvivi il ricordo di Mussolini e Hitler, ed è disposto a uccidere per questo (un fascista di Casapound dice nelle intercettazioni: “Era meglio se Emilio moriva, così non dovevamo mantenerlo tutta la vita”) e chi intende mantenere solida la barriera contro questa barbarie – quella che eressero i partigiani.

Il patetico formalismo della giustizia capitalista poggia d’altra parte, nella realtà, sul più fatale pregiudizio e sul più triviale luogo comune. Il presunto distacco con cui il giudice incasella fatti scrupolosamente accertati nelle diverse categorie dell’universo giuridico (autoritratto tanto caro ai magistrati di destra e di sinistra) è intriso, nel concreto dell’argomentazione che ogni volta troviamo agli atti, di beceri assunti sottoculturali e delle più viete enormità/mortificazioni linguistiche, dovute all’ignoranza fondamentale di cui l’intera magistratura è vittima. Privilegiati economicamente e socialmente, educati secondo una disciplina professionale che nega alla radice non soltanto ogni riflessione critica sul mondo e sulla vita (o sul significato reale del loro ruolo), ma qualsiasi reale contatto con una realtà non filtrata dai rinfreschi in doppiopetto o dei verbali di polizia, giudici e pubblici ministeri possiedono la visione antidiluviana di una realtà sociale divisa in buoni e cattivi, dove il cattivo è per lo più tale se poco istruito, menomato o cerebralmente stupido.

Per questi coglioni, noi siamo dei bruti; da cui la conclusione che non v’è illegalità o devianza (dicono, ipocritamente: “violenza”) che possieda dignità politica. Anzi, là dove il reato è commesso a seguito di un ragionamento politico, è la politica come tale ad essere vituperata e degradata, giacché si oppone l’aggravante del carattere “intollerante” e “antidemocratico”, e quindi “socialmente pericoloso” di questo o quel comportamento. È soltanto a seguito di una mancata comprensione della bontà e giustezza del pensiero unico, del liberalismo e del conseguente positivismo giuridico, che il soggetto può cognitivamente “sbagliarsi” e passare all’azione (pardon, procedere alla commissione di un reato; che appare allora più facilmente reiterabile rispetto alla semplice “scappatella” dovuta a presunta debolezza morale). È così che fascisti e antifascisti non sono che “estremisti” da reprimere come fossero, storicamente e moralmente, la stessa cosa.

Questo melange di astrattezza e trivialità produce, in assenza di contrappesi sociali e conflittuali, un sempre maggior inasprimento del carattere arbitrario della sanzione. Quest’ultima è oggi, lo sappiamo, sempre più amministrata preventivamente, quindi commisurata alla valutazione di una condotta futura – delle intenzioni, quindi delle idee e delle rappresentazioni della realtà. Le misure di prevenzione del ministro Scelba (anni Cinquanta) rivelano proprio in questi anni Duemila la loro intima modernità, nel momento in cui le misure cautelari riformate ai tempi della lotta armata (anni Ottanta) vengono piegate a un utilizzo più “preventivo” (basato sulla pericolosità sociale generica e quindi, di fatto, sull’inclinazione politica) che “cautelare” (basato sul pronostico puntuale di una successiva condotta). È su questo punto, fondamentale per comprendere l’evoluzione attuale del diritto penale, che l’ideologia costituzionale democratica mostra l’intima contraddizione con l’ordinamento di cui è scudo, là dove il gip giustifica gli arresti dei compagni cremonesi sostenendo che la reiterazione del reato è resa pronosticabile “dall’approssimarsi delle scadenze del 25 aprile e del 1 maggio”.

Sarebbe miope attribuire arretratezza politica a chi applica strumentalmente una simile ideologia (le ideologie sono sempre strumenti) per imporre una sottomissione imbelle alle regole della pace sociale, e non a chi, invece, pensa di farla propria (più o meno consapevolmente, o surrettiziamente) per stimolare una critica all’ordine esistente. La polizia che carica i compagni di Emilio di fronte al Dordoni, o che difende la sede di Casapound a costo di trasformare Cremona in un campo di battaglia, è come la polizia che fa irruzione alla Diaz e punisce chi ha partecipato alle giornate di Genova: fa il suo lavoro di polizia. Questo lavoro non è adempimento deontologico immaginario, ma sostanza di un ruolo sociale, espressione di forza giuridica anche contro la legge vigente o una sentenza internazionale, o a prescindere da esse.

Analogamente, la magistratura che ha arrestato i compagni a Cremona non è altra da quella che ha condannato dieci compagni a cento anni di carcere per i fatti che fornirono giustificazione al massacro della Diaz, e lascia impuniti o quasi i funzionari che lo misero in atto: fa il suo lavoro di magistratura; che non è un lavoro neutrale, né mai lo sarà; e non è in alcun modo, nella sostanza delle cose, un lavoro diverso da quello della polizia. Per la stessa ragione le istituzioni che promuovono i vertici di quella polizia a incarichi di prestigio non fanno che premiare burocrati (indubbiamente, e logicamente, violenti) che hanno saputo obbedire agli ordini e svolgere egregiamente il loro mestiere; e quelle che celebreranno a Milano, il 28 aprile, la figura dell’aguzzino repubblichino Mori, non fanno che mostrare fino a che punto l’equiparazione di antifascisti e antifascisti nell’oggi si radica – oggi – nell’equiparazione dei fascismi e degli antifascismi di ieri. Invece che immaginare un universo astratto cui la realtà istituzionale esistente dovrebbe conformarsi, iniziamo a pensare un’alternativa alla forza brutale effettiva che attraverso quella realtà istituzionale si esprime.

Domenica 19 aprile (ore 16 in coop infra) si parla di nuovi fascismi: presentazione di “Ucraina – golpe guerra e resistenza”

2015-04 volantino libro ucraina

Si avvicina il settantesimo della Liberazione. Da sempre, come NAP ci riproponiamo di valorizzare la ricorrenza del 25 aprile.

Cresciuti in una città bonificata dal conflitto sociale sino all’insorgere del movimento della logistica, abbiamo da sempre rifiutato di ricadere nella liturgia e nella vuota retorica istituzionale, che punta a spoliticizzare la ricorrenza equiparando in un unico calderone storie e esperienze molto diverse.

Nel 2010 scegliemmo di fischiare l’allora presidente della provincia Massimo Trespidi, alleato della Lega che incitava al razzismo ed ex-alleato di formazioni neofasciste.

Nel 2011 decidemmo di agire la nostra protesta semplicemente voltando le spalle agli oratori, ma il nostro arrivo in piazza venne fermato dalla digos che dovette arretrare solo di fronte alla compattezza e alla solidarietà ricevuta da altri manifestanti e da ex-partigiani.

Dopo quella (triste) dimostrazione di quanto siano false e ipocrite le istituzioni decidemmo semplicemente di fregarcene della parata a cui molti partigiani rifiutano di prendere parte per coerenza.

Nel rispetto di chi ancora decide di parteciparvi (è un tema delicato e non è nostra intenzione sindacare sull’argomento), abbiamo vissuto gli anni successivi con molta più leggerezza: nel 2012, nel 2013 e nel 2014 sciamo stati a fianco di quei nuovi resistenti che con tanto coraggio avevano alzato la testa nella nostra città, nella totale indifferenza (paura) dei ben pensanti benestanti. Abbiamo passato splendide giornate in compagnia della nuova classe operaia oppressa manu militari anche da tanti figuri che si incoccardavano sul palco del 25 aprile.

Abbiamo ascoltato le loro storie, i racconti della loro sofferenza di emigranti, abbiamo cospirato insieme per un futuro in cui lo spirito dei partigiani potesse vivere realmente.

Quest’anno SAREMO IN CORTEO A CREMONA. Per stare vicino ai fratelli del CSA Dordoni che, dopo aver subito una vile aggressione da 60 neofascisti, si trovano ora in galera o agli arresti domiciliari con l’accusa ridicola che, ribaltando la realtà, li vorrebbe protagonisti dell’aggressione (certo, in sei contro sessanta…).

Il silenzio istituzionale, il tentativo di ridurre il tutto a una rissa fra “opposti estremismi” sono qualcosa di aberrante e che richiede una nostra presenza, oltre alla presa di parola (che ci auguriamo avvenga anche dal palco di Piacenza) da parte di tutte le persone oneste.

Oltre al corteo di Cremona, ci troveremo nella sala biblioteca della coop Infrangibile DOMENICA 19 APRILE, ALLE ORE 16, per la presentazione di un libro recentemente pubblicato dai compagni che hanno seguito lo sviluppo degli eventi in Ucraina. Eh sì, perché per quanto si tratti di uno scenario dalla lettura non lineare e pregno di contraddizioni, è indubbio che l’Ucraina sia stata teatro di una riemersione del nazifascismo in forma organizzata e con accesso a posizioni di potere.

Una situazione che si presta appunto a letture non univoche, ma è nello spirito di una volontà di approfondimento che vi invitiamo all’incontro con gli autori.

VIVA IL 25 APRILE, VIVA LE NUOVE RESISTENZE CHE OGNI GIORNO CON FATICA PORTIAMO AVANTI NELL’IPOCRISIA GENERALE, LIBERTA’ PER TUTTI GLI ARRESTATI POLITICI CREMONESI!

https://www.facebook.com/events/854736757934887/
Qui sopra il link all’evento facebook

Libera tortura in libero stato

g8-genova-violenze-diaz-polizia-condanne

Rilancio editoriale di Infoaut.org . Ho inserito qualche corsivo di mia mano per spiegare meglio qualche passaggio (indicati con ndr). Io ho iniziato a fare politica per il G8 del 2001, e per la mia generazione l’odio e il ricordo sarà sempre vivo.

A quasi 14 anni di distanza dai fatti, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per tortura per la mattanza messa in atto dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, durante il G8 di Genova.

Non ci interessa in questa sede entrare nel merito o dare giudizi su una sentenza e su un linguaggio che poco ci appartengono, pur rispettando l’impegno e le scelte di chi, dopo aver subìto le violenze di quella notte, ha deciso di spendersi in questa direzione e oggi trova forse finalmente un punto di approdo e un riconoscimento per anni di battaglie legali. Ci limitiamo piuttosto a constatare che il verdetto di Strasburgo non fa che mettere nero su bianco (e in maniera piuttosto tardiva…) l’evidenza che per tutti questi anni è stata sotto gli occhi di tutti, oltre che oggetto di denunce e contro-inchieste.

Non così per il coro di “sinistri” (istituzionali, ndr) cui la sentenza di ieri sembra improvvisamente aver aperto gli occhi sulla quotidianità di violenze, abusi e torture che le forze dell’ordine (nostrane e non) commettono, quasi sempre impunemente. Ecco allora che il PD con una mano si batte ipocritamente il petto per l’accaduto e con l’altra tira fuori dal cappello la promessa tempestiva di una legge sul reato di tortura, così da rassicurare la corte di Strasburgo che il nostro paese è pronto ad allineare il proprio ordinamento con quelli del resto della “civile Europa”. (ah…gli esotismi che vedono sempre qualche modello lontano a cui ispirarsi e da glorificare…la polizia spagnola tortura egualmente, quella greca aderisce al 60% a un partito neonazista…non sarà forse caso di interrogarsi sulla natura di “corpo separato dello stato” delle forze dell’ordine? Sulla loro connaturata violenza ad ogni latitudine? ndr)

Dal canto nostro preferiamo guardare alle cose con maggiore disincanto e realismo e ci permettiamo di dubitare del fatto che possa essere la semplice introduzione di un reato nel codice penale a misurare il maggiore o minore grado di “civiltà” o “democraticità” di un corpo di polizia in cui abusi e violenze non sono l’eccezione o pagine buie da voltare, ma sono piuttosto connaturate a un’istituzione marcia e reazionaria fin nel profondo.

E ne dubitiamo soprattutto alla luce degli eventi e dei fatti che i 14 anni che ci separano da Genova 2001 ci consegnano: mentre ci sono compagni e compagne che stanno scontando anni di carcere per la propria partecipazione alle mobilitazioni di quelle giornate (condannati per reati figli del codice Rocco…), per tutto questo tempo i picchiatori della Diaz e i responsabili dell’ordine pubblico di piazza non solo hanno continuato a svolgere il proprio lavoro, ma sono stati addirittura promossi, passati da un impiego di prestigio all’altro, mentre le evidenze delle responsabilità che portavano per quelle violenze gli scivolavano addosso come se niente fosse. È il caso del “superpoliziotto” Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva per i pestaggi della Diaz e recentemente chiamato a fare da consulente a Finmeccanica, dove è approdato – guardacaso – grazie al presidente Gianni De Gennaro, capo della polizia all’epoca di Genova. Oppure di Giacomo Toccafondi, soprannominato il “dottor mimetica” della caserma di Bolzaneto, prima promosso e poi recentemente salvato grazie alla prescrizione, così che tra qualche mese potrà tornare tranquillamente ad esercitare.

…dobbiamo proseguire?

E d’altronde è bastato il timido annuncio del PD sulla nuova legge sulla tortura a scatenare il coro di reazioni dei vari sindacati di polizia, da sempre assecondati e ascoltati in maniera bipartisan (e recentemente anche invitati a parlare dal palco di Salvini a Roma…) (e da quello di Libera a Bologna…ma tanto per l’associazione del prete amico del persecutore dei notav Caselli l’ideale è la legalità in se, no? Quindi che problema c’è a legittimare una categoria che è nata per essere al servizio dei padroni? L’importante è fare qualche arresto-spot ogni tanto, mentre la vera mafia agisce nei magazzini facendosi forte dei rinforzi in divisa…ndr); lasciati liberi di difendere assassini e addirittura di applaudirli. La polizia uccide e tortura perché da sempre può farlo con la garanzia di impunità.

Per quanto ci riguarda non abbiamo bisogno di una sentenza per scoprire che la polizia picchia e abusa: i pestaggi e le violenze di Genova li abbiamo condannati 14 anni fa e la rabbia e le ferite lasciate da quei giorni non saranno lavate via dalle ipocrite promesse di chi oggi scopre l’acqua calda. (ma dal proseguire la nostra lotta verso un mondo più giusto, in cui, semplicemente, le forze dell’ordine non saranno più necessarie! Ndr)

manganello
La ricostruzione, cruda ma realistica, della tortura esercitata durante i giorni del G8 verso una giovane indebitamente trattenuta in stato di fermo. La minacciarono di stupro, la umiliarono come tanti altri. Non esiste perdono.