E’ nato R-Esisto, collettivo femminista di Piacenza

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Non ci stanchiamo mai!
Al collettivo politico, all’organizzazione sindacale, alla palestra popolare, all’aula studio autogestita, all’organizzazione di momenti di socialità liberata…ora si aggiunge anche la formalizzazione di un collettivo femminista nell’alveo dell’antagonismo piacentino!

Contro una società sessista e misogina, per la liberazione di corpi e menti. Formazione femminista militante e antirazzista. Pratichiamo la decostruzione perpetua, politicizziamo l’esistenza tutta, non assolviamo nessuno.

Speriamo che possa essere lo strumento per dare solidità alla discussione su uno dei temi che è da sempre una colonna portante di ControTendenza. Un tema di cui rivendichiamo l’intersezionalità agli altri piani militanti che portiamo avanti. Non una graduatoria di priorità, ma una necessaria base su cui poggiare lo sviluppo di qualsiasi tipo di intervento politico. Necessaria anche a fronte del pesantissimo accumulo di ritardo sul tema sia in termini di implicazioni materiali che in termini di elaborazione critica, che spesso nella nostra città veniva fermata prima ancora di nascere da percorsi general generici in materia volti più a fare passerella politica che a decostruire le radici del patriarcato.

Ci vediamo VENERDI’ 24 ALLE 18:00 NELLA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRA PER UNA PRIMA CHIACCHIERATA!

Una settimana particolare – Riflessione critica su cosa sta succedendo a Piacenza

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“Democracy is so overrated”
La democrazia è sopravvalutata, da House of Cards

La scorsa settimana ha visto capitare una serie di eventi politici a Piacenza dai quali si possono trarre alcune considerazioni per l’oggi e per il domani.

Piacenza ha costituito nel passato recente un laboratorio incubatore di alcune tendenze politiche rilevanti. Non parliamo solamente di quel gigantesco processo di soggettivazione neo-operaia costituito dalla logistica, in cui le lotte operaie -appoggiate in città solo dall’antagonismo- hanno assunto un ruolo di rilievo e traino a livello nazionale. Ci riferiamo anche a una serie di dinamiche proprie dei contesti provinciali, delle città medio-piccole in cui si concentrano i due terzi della popolazione italiana. Un fattore peculiare dello stivale rispetto al resto dell’Europa occidentale e da sempre calmieratore in senso conservatore (quando non reazionario) degli umori politici nazionali.

Ebbene, la scorsa settimana ha registrato un picco di attivismo tanto per quanto riguarda l’arcipelago della destra radicale (o apertamente neofascista) quanto per l’area dell’ antagonismo.

Da un lato, l’evento-clou è stato rappresentato dalla presentazione di “Defend Europe”, tappa del tour-resoconto delle (poco fortunate) gesta della nave “anti-immigrati”. Iniziativa organizzata dai giovani leghisti ma fin dal principio rivelatasi catalizzatrice delle attenzioni della destra estrema, cui si ascrive il progetto Defend Europe.

Dall’altro una serie di appuntamenti promossi dall’antagonismo che si sono innestati su una data centrale rappresentata dallo sciopero nazionale dei sindacati di base (venerdì 27. Sì, sappiamo che non ne avete trovato traccia sulla poco qualitativa stampa locale, ma ha bloccato un’intera fetta di città. Alla TNT 100% dei 320 facchini iscritti al S.I.Cobas, anche se la CGIL il giorno dopo rivendicava medesima percentuale per i suoi 2. Una barzelletta che si commenta da sé…).

Due piani quindi qualitativamente (oltre che per segno politico) diversi. Da un lato la classica iniziativa propagandistica, tesa in seconda battuta a tessere relazioni nell’alveo dell’ultra destra. Dall’altra una serie di eventi collegati a una data che è espressione di un percorso, iniziato da anni e verosimilmente destinato a durare. Non ci interessa in questa sede fare un confronto numerico fra le due fazioni (anche perché sarebbe inutile: da un lato c’erano una quarantina di partecipanti mentre dall’altro un’adesione ai massimi storici nei magazzini, oltre duecento ragazzi spostati con ben 4 pullman, altre decine presenti all’aperitivo antirazzista del sabato pomeriggio o allo spezzone giovanile della parata commemorativa del sabato mattina). No, ci interessa rimarcare la differenza qualitativa, perché essa ci rimanda a considerazioni altrettanto qualitative sulla politica amministrativa di Piacenza, che teniamo però per le conclusioni della riflessione.

Torniamo invece all’infuocato (ideologicamente parlando) weekend. Esso maturava nella cornice più ampia contrassegnata dal dibattito (fumo negli occhi?) nazionale sulle provocazioni degli ultras della Lazio rispetto al tema antisemitismo (e quanta superficialità nell’accostarlo a un generale calderone anti-ultras…). Provocazioni con le quali fa il paio la prevedibile esposizione di uno striscione commemorativo della marcia su Roma nel pubblico passeggio ad opera di non meglio specificate sigle neofasciste. Ebbene, nonostante questi campanelli non siano da sottovalutare (se affrontati con serietà e non con facili semplificazioni), noi riteniamo che ben più indicativo del clima sia in questo senso quanto avvenuto sabato mattina, con l’autoconvocato comitato ripulitore dei giardini Margherita in azione, ancora una volta capitanato dall’assessore Zandonella (lo stesso di defend europe), che rifiuta lo “spontaneo” aiuto offerto dai profughi gestiti da una ben nota cooperativa.

Un quadro in cui contraddizione richiama contraddizione. Non riusciamo infatti a capire se strida di più la strampalata iniziativa leghista (dipendenti comunali confermano che i giardini non presentavano alcun “degrado” e prova ne è lo scarno repertorio di ritrovamenti operati dalla banda Zandonella) o l’odiosa riproposizione messa in atto dalla cooperativa dei profughi come “braccia utili” da attivare per opere di decoro pubblico. Un errore già visto in tempi di amministrazione di centro-sinistra e a nostro avviso nocivo e deletereo: pensare di combattere l’ignoranza populista che fomenta l’odio colpevolizzando chi incide all’infinitesimo sulle casse pubbliche, con una retorica che li vorrebbe invece pronti a “discolparsi” di non si sa bene quale colpa (essere fuggiti dalla devastazione economica a firma italiana? Usufruire di programmi coercitivi di accoglienza votati da destra e sinistra?) significa inseguire l’ignoranza sul suo terreno. Utilizzare vite e drammi per combattere una guerra di posizione cui queste vite sono aliene. Incentivare, anche, una cultura del lavoro gratuito. Insomma, un obrobrio a cui riesce facile (e funzionale a rafforzare il suo consenso) per il comitatino leghista rispondere picche.

E’ piuttosto sulla natura del comitatino che avrebbe dovuto incentrarsi una critica (e sperabilmente una contestazione!). Nell’anniversario della marcia su Roma, che avrebbe portato dell’istituzionalizzazione della violenza squadrista attraverso l’istituzione della MVSN – milizia al servizio della figura istituzionale di Mussolini, era difficile non notare una similitudine a quest’ultima nella disinvoltura con cui il prode assessore continua la sua opera di campagna elettorale a urne chiuse con milizie personali che svariano dal comitato, agli accoliti per un’iniziativa ecumenica (dell’ultra destra, si intende), fino alla polizia municipale impropriamente utilizzata per retate ai giardinetti. Una similitudine in sedicesimi e quasi farsesca sia chiaro, ma egualmente tesa a sottomettere l’attività istituzionale alle esigenze di rafforzamento del consenso personale/partitico di una compagine.

Ma, si sa, è più facile esercitare un ricordo senza impegno che attivarlo e farlo diventare memoria attiva. Comporterebbe, oltre a notare la riproposizione di determinati meccanismi, anche un dover prendere posizione sull’oggi, su misure come gli accordi di Minniti con i clan libici per la gestione dei lager di contenimento alla migrazione, o il DL Minniti-Orlando e le sue misure repressive come l’arresto in differita (sperimentato per anni dove? Negli stadi di quegli ultras contro cui è facile generalizzare a pacchetto per le uscite infelici di curve ampiamente compromesse con il neofascismo…). Da ciò la nostra partecipazione alla parata indetta sabato mattina dall’ANPI. Consapevoli che avremmo trovato quelle stesse facce che, sotto le insegne del PD, da anni pongono le basi per un funzionale (a loro e al manovratore padronale e sovranazionale) mantenimento di un contraltare destro-populista alle politiche di massacro sociale quali Jobs Act, Buona Scuola…abbiamo ciononostante preso parte alla parata. Per ricordare che l’origine del male è nella loro politica, economica e di disciplinamento sociale. Per non lasciare alla loro sterelizzazione politica un ricordo incapace di farsi memoria.

Cosa ci rimane dopo questa settimana? Sicuramente un dato di grande attivismo dell’arcipelago neofascista e un non sostenibile ruolo di sponda offerto loro dalla Lega Nord e dai suoi più alti rappresentanti istituzionali. Dal lato del frangente antirazzista questo iper-attivismo si dimostra però anche capace di mixare la capacità di mobilitarsi a un ruolo attivo in movimenti faticosamente costruiti sul territorio negli anni. Ma anche il dato oggettivo che le prime crepe, i primi distinguo in seno all’attuale maggioranza fascio-leghista di Palazzo Mercanti si sono avuti su un crinale squisitamente ideologico. Ci riferiamo alle lettere di dissociazione da parte di alcuni consiglieri comunali della maggioranza di destra rispetto alle fughe in avanti dell’assessore leghista.

La conoscenza del piano istituzionale (che è nemico dei movimenti sociali, ma ciò non li legittima a disinteressarsene a non conoscerlo!) e del suo rapporto totalmente messo-in-scena con la supposta “opinione pubblica” ci racconta di come il piano ideologico non sia sa che la superficie, mentre il grosso dei giochi lo si fa nell’assegnazione di cariche nelle partecipate comunali come Iren, nella Fondazione, nella macchina comunale in settori chiave come i lavori pubblici. Ma è comunque una prima frazione, maturata esclusivamente grazie allo sforzo della sinistra antagonista (forse effettivamente l’unica sinistra organizzata rimasta in città) di aprire un dibattito sul tema e costringere segmenti a lei non affini a prendere posizione.

Ciò non può che essere segno della pochezza amministrativa messa in campo finora dalla giunta di destra, che
nell’immobilismo e nell’assenza di un qualsivoglia progetto di sviluppo della città permette a un piano come quello ideologico e al dinamismo dell’assessore-sceriffo-cercavoti permanente di assurgere a una visibilità di primo piano. Una crepa che indica quindi una strada da perseguire per chiunque voglia ribaltare un rapporto di forza artificiosamente dipinto dall’inadeguatezza dei meccanismi rappresentativi (ricordiamo che la Barbieri ha vinto le elezioni con il 16% dei voti degli aventi diritto!). Per quanto ci riguarda, questo ribaltamento siamo determinati a costruirlo non con la formula elettoralistica (quanto suonavano residuali le prese di posizione dell’opposizione comunale rispetto all’immane lavoro di aggregazione e di partecipazione messo in campo da noi fra venerdì e sabato!) ma continuando ad allargare e consolidare quel blocco sociale che, lo diciamo con moderato ottimismo dopo i numeri visti in campo in settimana, si è ormai costituito in città.

Tre impressioni sull 1-O catalano

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Provo ad attingere ai contributi di Infoaut per fornire un punto di vista autonomo sull’ncredibile situazione venuta a formarsi in Catalogna. Le considerazioni sarebbero infinite e certo non esauribili in un articolo, ma qua si prova se non altro ad andare oltre alle recriminazioni di carattere legalitario che imputerebbero esclusivamente l’egoismo fiscale alla rivendicazione indipendentista. Non prendiamoci in giro: paragoni con il veneto e la lombardia sono semplicemente ridicoli per mille motivi (diverso se si parla di sardi…), mentre vi sono numerosi elementi progressivi nella composizione, pur spuria, che ha attraversato le piazza catalane. Non a caso i sindacati sono scesi in sciopero contro la violenza poliziesca e non a caso a contrapporsi sono (per quanto sembri incredibile nel 2017) un modello repubblicano e uno monarchico. Certo, fa un po’ ridere (e incazzare) vedere i finti democratici nostrani indignarsi per le botte ai seggi in Catalogna mentre fanno spallucce su quelle esercitate ogni giorno qua a Piacenza e in generale in pianura padana contro gli operai nel polo logistico…
Di seguito il contributo di Infoaut.

La Catalunya ha votato in favore della propria indipendenza, a dispetto delle condizioni avverse imposte dal governo spagnolo. Il 56,76% degli aventi diritto ha registrato presso i seggi il proprio documento d’identità, ma le schede conteggiate corrispondono al 42,2% degli aventi diritto perché 700 mila schede votate sono state sequestrate dalla polizia di Madrid. Sono 761 i feriti ai seggi nel tentativo di opporsi alle operazioni della policia nacional.
Abbiamo messo in forma di appunti a caldo tre impressioni sulla giornata di ieri e quello che ci comunica.

1. L’identità è nello scontro.
Per quanto i sondaggi indicassero come il campo pro o anti referendario fosse già ben delineato prima dell’acuirsi della crisi, sicuramente il colpo di mano di Rajoy del 20 settembre non ha potuto non risignificare la posta in palio: non solo la possibilità di una fuoriuscita da una sfera di sovranità per inaugurarne una indipendente, ma soprattutto la volontà di reagire a un sopruso.
Ogni storia è un’invenzione, ogni nazione è generata non creata. Comunque ogni identità è tradizione di altri, che viene a noi trasmessa e il cui potenziale propulsivo, come forza storica trasformatrice e non come feticcio storicizzato, risiede nel suo essere storia appropriata nel presente dalle forze trasformative dell’oggi. Quali sono le forze trasformative della sfida catalanista e quale partita giocano? Ciò che va detto dell’avventura indipendentista catalana è che prima di tutto interpreta e riaggiorna un conflitto intra-istituzionale (e non anti-istituzionale) che per imporsi si è ancorato a interessi, poteri, assetti sistemici territorialmente radicati. Non dimentichiamo questo: la ricca e forte Catalunya lotta per affrancarsi dal fardello dello stato centrale spagnolo, dalla sua parassitarietà, dal suo mancato sviluppo. È solo questo? Basta una lettura così ingenua e politicista? No, la trasversalità dell’istanza indipendentista attraversa la società catalana dall’alto in basso perché il riflesso dello scontro istituzionale segnala l’esistenza di regimi ideologici, di relazione sociale e politica impositivi per la Catalunya. L’identità catalana è oggi socialmente percepita come strumento di una risposta a questa esigenza contrappositiva all’ordine coercitivo, autoritario e irriformabile della democrazia spagnola e della sua storia. Questa esigenza è politicamente condivisa con gli interessi emancipativi di una porzione catalano-centrica di interessi sistemici e di sviluppo capitalistico. Davanti alla storia il giudizio è privilegio solo di chi ne è protagonista. Per esser ancor più chiari, non ci fa scandalo che dimensioni di classe larghe e in sè antagoniste si saldino in questo scontro dentro una rivendicazione di popolo. Ma ciò che ci preme cogliere è il fatto che la stessa dimensione dell’identità catalana sorge sulla contrapposizione all’arroganza poliziesca di Rajoy, sul valore storico dell’idea repubblicana contro l’autoritarismo di una Spagna mai emendata dal franchismo. In questi elementi c’è un nuovo potenziale campo di scontro e un’occasione di trasformazione ulteriore in seno a quel popolo ora sollevatosi. In ciò risiede per uno sguardo rivoluzionario l’occasione per poter formulare una nuova domanda: non tanto quale popolo essere – ogni identità è tradizione di altri, dicevamo – ma essere popolo per cosa e contro chi?

2. Lo Stato è il limite.
La transizione democratica post-franchista si servì dell’alternanza costituzionale PP/PSOE per servire una liberalizzazione complessiva di capitali e di spinte allo sviluppo in seno alla società iberica. Fu una finestra usata anche dalle autonomie come occasione di investimento e crescita di capitali. L’esaurirsi di quella tutela politica, con la crisi irreversibile di popolari e socialisti, ha richiesto nuove forme politiche per garantire e sviluppare un dato anche e soprattutto di continuità capitalistica rispetto al quale la vecchia partitocrazia spagnola non era più in grado di fornire un’appropriata stabilità. Non è dunque paradossale che l’orizzonte politico emancipativo di questa lotta di popolo catalana si dia nella ricerca di una forma di neo-Stato-nazione. È anche il suo limite e allo stesso tempo il suo possibile punto di rottura per un nuovo sviluppo antagonista dello scontro in atto. Dal canto loro gli altri agenti politici della crisi del sistema dell’alternanza costituzionale spagnola, i movimenti del 2011 prima e l’eredità di questi nello schema del partito-movimento di Podemos o il suo contraltare reazionario Ciudadanos, non sono stati all’altezza delle alternative prodotte dalla crisi innescata. Il balbettare ricette federaliste da parte di Iglesias davanti all’affermazione dell’indipendentismo catalano confermano l’inadeguatezza dell’ipotesi di una transizione di forze trasformative dentro il campo della statualità spagnola come ambito di sviluppo di nuovi equilibri democratici. È probabilmente la fine di un primo ciclo dei “populismi”, lo stesso che, al di là di ogni sacrosanto distinguo e nonostante l’ingeneroso paragone tra il dilettantismo pentastellato e l’esperienza di Podemos, sta comunque investendo il movimento 5 stelle siglandone la sua normalizzazione dentro nuovi assetti restaurativi.

3. L’Europa non è il destino.
Il totale imbarazzo delle segreterie di Stato europee davanti ai fatti catalani la dice lunga sulla crisi dell’Europa politica. Macron veste la maglia da titolare per l’”Unione Europea” sostituendo una Merkel ancora frastornata dalla tornata elettorale di una settimana fa e ci pensa lui a fare la sintesi: “confido in Rajoy, si tratta di affari interni”. Gentiloni fa eco: “non interferire”. Per quanto Puigdemont si affani a cercare sponda politica oltre i Pirenei per legittimare il risultato referendario questa Europa resta un’Europa di Stati-nazione e non di popoli. No, l’Europa non è un destino politico su basi democratiche ma uno strumento di governance ultra-statale che guarda con preoccupazione al rialzo di 8 punti base dello spread spagnolo dopo il voto di ieri. La stessa menzogna della democrazia non racconta più nessun mito su questa Europa. Innalzato a feticcio del rito istituzionale e poi ignorato quando lo minaccia il voto democratico è la foglia di fico che copre o legittima rapporti di potere violenti nella società che non tollerano di essere messi in discussione. Volontà popolare o no. Nessuno si è scandalizzato particolarmente nel vedere le urne sequestrate dai poliziotti: “non interferire”. Va bene, questo è il gioco e questi sono gli avverarsari per i catalani. Se si perdona il cinismo, verrebbe da prendere in prestito le parole dello stesso Rajoy: “il referendum è una messa in scena”. Perché in fondo si può dire con onestà, serve sempre un simbolo per sfidare l’arroganza delle forme di governo contemporanee, per rappresentare in forma tangibile una violenza, un torto, un’ingiustizia. Questo voto è stato un utile simbolo di una lotta politica contro l’autoritarismo di Rajoy e dello Stato spagnolo che ha bisogno però di altre energie ancora per essere vinta.


I pestaggi ai seggi del referendum catalano.

Venezuela: link ad approfondimenti oltre il livello imbarazzante della TV

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Parlare della crisi in atto in Venezuela non è facile: da un lato si tratta di uno scenario che mi ha sempre affascinato, sin da piccolo, per la dinamizzazione impressa su scala continentale e globale al contrasto dell’ordoliberismo. Dall’altro, cerco sempre di astenermi dal prendere posizioni su contesti che, sebbene studiati, non ho esperito in prima persona (a differenza del medio oriente ad esempio).

Provo quindi a fare un lavoro di sintesi che parta dal mio vissuto personale. Dato che esprimere “di che cosa sono a favore” mi risulta più complesso del suo contrario, parto quindi dicendo a cosa sono “sicuramente contro”:
Sono contro all’opposizione istituzionale e sbirresca a Maduro, alla loro schifosa voglia di reazione, ai loro privilegi purtroppo quasi illesi dopo 18 anni di chavismo (che stia tutto li il problema?), alle loro televisioni (perché fa ridere Tele Sur, ma è una contro sette…), alla loro violenza che arriva a bruciare decine di chavisti in piazza, alle loro provocazioni e ai loro assalti armati alle cooperative, agli alti prelati che li benedicono nelle loro ville, alle manovre yankee sempre presenti, alla “confindustria” locale che già guidò un golpe nel 2002, alla puzza di Pinochet che da sempre contraddistingue le destre dei paesi sudamericani e del Venezuela in particolare. E sono contro ai tg e ai governi italiani, che non si fanno vergogna degli affari con le peggiori dittature vicine a Isis in medio oriente ma affrontano in modo schifosamente schiacciato sulla Confindustria venezuelana il tema del paese laticonoamericano. Che esultano per ogni arresto di compagno impegnato in lotte e resistenze sociali ma si strappano capelli per i domiciliari ai capi dell’opposizione venezuelana golpista. Vomito proprio.

Allora sono un fan di Maduro? Ecco, credo che qua la risposta sia più complicata. Perché se la scelta fosse binaria fra questi due contendenti, allora lo sarei. Ma la realtà, ahinoi, è complessa.
Sono sicuramente a favore del colossale processo di emancipazione innescato nel 1999 dal Chavismo, questo sì. Ma credo che i suoi limiti e contraddizioni diano ben donde anche a componenti “compagne” di essere incazzati. Incazzati, magari con sacrosante ragioni, ma senza reale potere di costituire un’alternativa fuori dal percorso del Chavismo, temo.

Personalmente, ho compagni o riferimenti culturali che pendono da entrambe le parti (“continuità sì” – “continuità no”), e credo che la cosa migliore sia dunque dare spazio ai loro approfondimenti, davvero ben curati, in modo che ognuno possa elaborare una propria posizione.

Come cappello introduttivo metto però un altro pezzettino di esperienza personale, ovvero le opinioni scambiate direttamente con persone sudamericane o di origine sudamericana.

Da sempre ho una carissima amica mezzo venezuelana, di quelle proprio così intime che mai ne potrei dir male, e tempo fa scambiai due chiacchiere sul tema. Persona di cultura fine, di famiglia antichavista, le era assolutamente chiaro il portato positivo di alcuni aspetti del Chavismo. Tuttavia, mi sottolineava come le modalità di consolidamento del potere utilizzate da Chavez (anche prima del fallito golpe fascista del 2002) avessero involontariamente polarizzato a livello estremo la società venezuelana, il che obbligava la risicata classe media locale (cui appartiene la sua famiglia) a una scelta di campo in cui l’opzione anti-chavista costituiva la scelta dettata dalla paura dell’autoconservazione ma comunque più plausibile. Persone semplici, lavoratori, non i grandi latifondisti e cardinali che ho detto di odiare in apertura. Ciò sicuramente è un elemento su cui riflettere, anche alla luce delle (necessarie?) torsioni semi-autoritarie che legittimamente spaventano chi segue la politica per propri principi e non per un impellente necessità materiale di sopravvivenza. Settori con cui, anche qui in Italia, dobbiamo assolutamente relazionarci!

Questa la sua posizione “a spiegazione” dell’opposizione non ricca a Chavez. Di tutt’altro segno invece le chiacchiere scambiate con i facchini S.I.Cobas di emigrazione sudamericana. Tutti, e dico tutti, a sostegno del percorso bolivarista anche quando non venezuelani. Chi cita le misure sociali adottate dal proprio paese grazie ai prezzi sul petrolio che in alcuni periodi Chavez è riuscito a imporre, tutti a esaltare il ciclo virtuoso avviato insieme a Cuba da Chavez che ha permesso di portare vaccinazioni di massa e assistenza sanitaria a milioni di proletari che ne erano scoperti. Mediamente (ma non sempre) si tratta di persone meticce con un grado di istruzione inferiore alla mia amica bianca, ma decisamente infuse di coscienza operaia.
Un contrasto, questo, che non posso aggirare nel dare una valutazione, senza farne un totem.

Fatta questa indegna premessa a un tema così importante, lascio la parola ai contributi di cui parlavo, invitando a leggerli tutti con attenzione.

Solo un’ultima precisazione: come dice uno di questi articoli, sono convinto che ogni compagno debba pensare che “Noi che da comunisti a questa categoria del dominio occidentale, quella di democrazia, mai ci siamo sentiti affezionati una seconda cosa ci sentiamo di dirla: non è perché rappresenti un’eccezionale prova di democrazia che l’insediamento dell’assemblea costituente risulta un passaggio politico legittimo nello scontro politico-istituzionale. Il discorso sulla democrazia, che per le establishment occidentali serve a screditare Maduro, quando imbracciato dai partigiani di sinistra finisce per delegittimare l’esistenza di un conflitto irriducibile e la scelte operate nel contesto della sua interpretazione politica” .

DI SEGUITO I LINK:
https://www.carmillaonline.com/2017/08/02/autonomia-classe-venezuela/

http://www.infoaut.org/conflitti-globali/eletta-l-assemblea-costituente-venezuelana-l-exit-strategy-di-maduro-alla-crisi-interna
https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/04/10/venezuela-tra-resistenza-e-repressione/

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/07/10/venezuela-perche-non-scendono-dalle-colline/

G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

Sciopero del 16 giugno: una vittoria per il movimento operaio e per l’antagonismo piacentino!

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Il gruppo di una ventina di studenti piacentini unitosi agli altri due pullman di ragazze e ragazzi operai. Da Piacenza ci siamo mossi in 150, tutti giovanissimi, per la giornata del 16 giugno: due pullman hanno portato solidarietà a Modena e uno a Stradella. Ogni fronte di lotta riesce ormai ad essere supportato dall’organizzazione sprigionata da questo movimento giovanile.

Lo sciopero di venerdì 16 giugno è stato un passaggio significativo per il consolidamento e il potenziamento di una prospettiva conflittuale di classe in questo paese.
Convocata dalle sigle più combattive del sindacalismo di base, la giornata di lotta ha praticato una prima possibile saldatura di rilievo strategico per l’ipotesi antagonista, quella tra i settori cruciali della circolazione.
Si sono intrecciati nello sciopero i comparti logistici, quelli dei trasporti pubblici e finanche l’adesione significativa di lavoratori Alitalia, a nemmeno due mesi dalla fragorosa affermazione del No nel referendum interno alla compagnia. Questi sono scioperi che fanno male perché incidono direttamente sulla ritmica complessiva della produzione e della riproduzione e agiscono immediatamente sul piano dei rapporti di forza. Non a caso i Confederali se ne tengono da tempo alla larga, così come non è casuale che a dare visibilità pubblica allo sciopero (per lo più silenziato dai media) siano le dichiarazioni stizzite di Renzi e Delrio. Il primo prova ad attizzare la retorica dei fannulloni, enfatizzando il fatto che lo sciopero sia avvenuto di venerdì. Non sa, evidentemente, il buon Renzi, che i trasporti e i magazzini logistici lavorano anche il sabato e spesso la domenica… Mentre Delrio si scaglia contro le minoranze in grado di bloccare le città e invoca una forte limitazione alla possibilità di scioperare (in modi incisivi, per scioperare in maniera innocua ovviamente non c’è problema), ricordando che alle Camere sono ferme da tempo proposte di legge in merito che portano le firme di Sacconi, Damiano e Ichino (brividi).

La “solitudine” dello sciopero di ieri rispetto a sponde istituzionali (il che è evidentemente un bene) e a un contesto generale che continua a essere arido di istanze conflittuali, ha dunque prodotto notevoli interruzioni nella circolazione urbana sopratutto a Roma e Milano, e si è definito attraverso una fitta punteggiatura di blocchi dal porto di Napoli a tutto il nord. Anche questa volta non si è fatta attendere l’arroganza poliziesca (sempre più rinvigorita dal nuovo corso Minnniti), con interventi ai picchetti a Genova e Brescia e con una plateale e violenta aggressione a Modena. L’uso indiscriminato di lacrimogeni su un picchetto operaio qui avvenuto merita una considerazione. Nella città amministrata ininterrottamente dal 1945 dal medesimo ceto politico che si forgia degli stemmi del Lavoro, una tale brutalità (nell’assordante silenzio dei media locali) è possibile perché la forza lavoro in lotta è razzializzata e il razzismo istituzionale è una dimensione sempre più pressante. In secondo luogo, la questura locale ha evidentemente voluto rispondere alla liberazione avvenuta il giorno prima dello sciopero di Aldo Milani, provando inoltre a pareggiare i conti con il corteo per la sua liberazione che a febbraio aveva rotto tutti i divieti a manifestare ridicolizzando il dispositivo repressivo. La risposta della piazza scioperante è però stata importante e vittoriosa, anche grazie alla solidarietà operaia da altre città, che rimane uno degli elementi di lotta di maggior rilievo per questo ormai decennale processo conflittuale.

Per concludere, il 16 mette sul piatto alcuni nodi sui quali sarà necessario tenere aperta una riflessione. La tenuta organizzativa della saldatura tra sindacalismo conflittuale, collettivi autonomi e una composizione operaia consapevole della propria collocazione strategica nella catena produttiva è l’elemento che ha consentito la durata dei processi in atto. L’uso operaio del sindacato e le dinamiche soggettivo-organizzative di quest’ultimo continuano a definirsi come campo di tensione all’interno del quale si determineranno le direzioni future di questa storia. Se il passaggio del 16, la connessione tra logistica e trasporti, evidentemente è in grado di esprimere livelli anche molto più alti e incisivi, si tratterà verso l’autunno di comprendere come la molteplicità del lavoro contemporaneo possa comporsi attorno e con questi settori di classe. La produzione di concatenazioni e risonanze, il dispiegamento delle potenzialità dei territori attorno al conflitto capitale/lavoro, è l’altro aspetto decisivo, e questo spetta a noi.

Elezioni a Piacenza: mai cosi tanto distacco dalle istituzioni!

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Con questa tornata elettorale, Piacenza si allinea a un trend gia’ consolidato a livello nazionale.
Il segno distintivo e’ il distacco fra istituzioni e popolazione. Dopo essersi contraddistinte per una violenza antiproletaria senza eguali negli ultimi anni, le istituzioni locali sono sempre piu’ campo di contesa per una ristretta cerchia elitaria di “salvati” dal massacro sociale, con una fetta di “sommersi” ormai irrecuperabile, se non in minima parte, dai meccanismi di amicizia-clientelismo-conoscenza che vigono a livello di voto amministrativo.

Da destra a sinistra, i partiti escono debolissimi quando non assenti e divorati di fatto dalla cultura cittadinista delle liste civiche, e gia’ questa loro perdita di credibilita’ costituisce la premessa per il piu’ generale sfondamento del rifiuto di partecipare.

Nel merito delle varie posizioni poi, ulteriori conferme dell’allineamento ai trend nazionali con:

-una destra in cui a farla da padrone sono le componenti piu’ becere e demagogiche, all’insegna delle frottole sulla sicurezza e gli accanimenti antioperai di alcuni candidati leghisti;

-una sinistra priva di riferimenti nei movimenti sociali cittadini e sganciata dalla questione sociale, esito prevedibile della rottura maturata anni addietro rispetto ai conflitti operai nel polo logistico e sfociata in una trasformazione in “rappresentanza delle istanze borghesi di sinistra”, fortemente improntata a temi civilisti;

-un grande centro in cui l’interprete principale, il PD, paga l’aver perseguito come a livello nazionale delle politiche economiche di destra (fra un originale e la sua copia, e’ sempre premiato l’originale);

-i cinque stelle privi a livello locale di credibilita’ e di quella capacita’ di recupero e controllo del malessere sociale che a livello nazionale e’ in parte garantito dal carisma di Grillo.

Tutto molto banale quindi, e tutto anche molto triste.

Nonostante il marginale recupero di astensionisti effettuato dalle singole liste (vale dalla sinistra alla destra) grazie ai vincoli di conoscenza, quindi, a uscire trionfante è il disamore verso un’istituzione sempre più priva di legittimità. Mai cifre così alte di astensione, mai un rifiuto così esplicito da parte degli aventi diritto al voto.

Ai movimenti sociali il compito di approfondire il solco della nemicita’ con un’istituzione mai come ora priva di legittimita’ popolare (i dati sono incontrovertibili: chiunque di fronte a questi numeri rivendicasse un “buon risultato” farebbe ridere i polli). Un solco già ora enorme, se è vero che mentre i candidati sudavano davanti agli exit pool il cuore e le attenzioni dei movimenti sociali erano orientati sulla Bologna dove, a pochi chilometri di distanza e coinvolgendo fratelli e sorelle di tante battaglie di questi anni, andava in scena un ulteriore slittamento in avanti in termini repressivi orchestrato dalla questura sfruttando la scusa del “G7″ organizzato in città.

Niente e’ per sempre, e questo regime dei (sempre piu’) pochi, della repressione, del massacro sociale un giorno, magari fra tanti anni, finira’. Scarpe rotte eppur bisogna andar!

Sull’ attentato di Manchester

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Rilancio da Infoaut

Mentre si affolla l’asta delle immagini simbolo, mentre si scatena la concorrenza su quale logo di solidarietà bisogna aggiungere sui social, mentre il senso viene diluito nel mare di tweet, il compito di descrivere quanto successo oggi a Manchester lo lasciamo ad altri. Partiamo da qui, dalla sempre più chiara sensazione di distanza da questo rito osceno e saturo di lacrime posticce da cui siamo bombardati, un rito percepito ormai come ipocrita e insopportabile, senza rispetto per dei morti che sentiamo vicini. Il divario tra il lutto e l’esperienza. Roberto Saviano, ma potremmo parlare dei tanti piccoli rappresentanti di un pensiero mainstream ormai ridotto a riflesso pavloviano davanti al disastro, dopo la strage della Manchester Arena ci ricorda che il nostro compito è “non smettere di danzare”, contro i “maledetti” terroristi. Un pensiero solo apparentemente mediocre, invero, dispositivo potente perché al cuore del governo attraverso la paura. Parliamo della sempre più stridente ingiunzione alla passività davanti all’orrore.

Continuate a danzare, al resto ci pensiamo noi dicono i nostri governanti e i loro cantastorie. Il desiderio di rivincita e di vendetta viene rimosso ed etichettato a pulsioni primordiali di individui ignoranti… magari un po’ razzisti. Continuate a danzare al resto ci pensiamo noi. Viviamo una sola città globale da Londra a Baghdad passando per Aleppo e Milano. La guerra asimmetrica condotta dallo stato islamico lo conferma colpendo anche a Marawi, nelle Filippine. Solo un’eco per il nostro gusto occidentale, incapace di cogliere il portato pieno di una guerra dispiegata perché impegnato a neutralizzarne il senso nel pietismo dell’orrore più che nell’accumulare rabbia per reagire, per cercare nuovi alleati attraverso il globo, tra le vittime del presente… tra gli altri giovani di 16 anni che non meritano questo mondo.

Queste guerre solo le loro guerre – abbiamo detto – mentre a morire siamo noi. Ma riconoscere che si tratta di guerre che non ci appartengono non basta. Queste guerre sono anche le nostre finché non le combattiamo. Continueremo a essere i bersagli di una guerra che viene condotta anche contro di noi fintanto che resteremo il contesto della guerriglia globale. Bisogna uscire dalla radura, da quel mondo noto al quale il discorso del potere ci ha ammaestrati. Bisogna costruirci una nostra mappa per avere una nostra strategia. Innanzitutto non abbiamo alleati tra chi ci espone alla morte. Non abbiamo alleati tra chi, negli Stati occidentali, governa la paura per governare la vita sulla paura. Tra chi ci chiede di sacrificare ancor più libertà e autonomia per securizzare le nostre società, ovvero per impedirci di posizionarci per essere noi a distruggere e trasformare il nostro stile di vita, quello preda di ogni attentatore. I nostri unici alleati sono gli altri bersagli come noi, perché a Manchester, come fu al Bataclan, a essere sotto attacco è la vita all’altezza della quotidianità imposta dalle gerarchie di potere in cui ci conduciamo. È andare a un concerto, uscire, spendere, mettere like e una foto su instagram… è avere sedici anni. La vita che consumiamo è la nostra vita, quella che dobbiamo difendere e in cui la condizione della negazione per la trasformazione non la troveremo in altro che in noi. La liberazione dal terrore verrà dal ribellarci a questa vita e non nella pietà della morte. Nel combattere e non nel rassegnarsi. Raqqa cadrà perché assediata. Da lì, forse, dovremmo ricominciare a danzare. La nostra musica però.

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!