Venti di guerra in Libia. Raid egiziani contro l’Isis

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Venti di guerra in Libia dopo che 21 copti egiziani, catturati a Capodanno a Sirte, sono stati sgozzati dall’Isis. Immediata la risposta da parte de Il Cairo che ha iniziato già nella notte di ieri, ad effettuare una serie di azioni militari improntate a colpire la Libia. L’ultimo raid aereo nel pomeriggio di oggi, in un clima che sembrerebbe surriscaldarsi di ora in ora. Il presidente egiziano Al-Sisi, parla quindi apertamente di vendetta per l’uccisione dei 21 copti, mentre il bilancio sale ad almeno 64 morti dall’inizio dei raid aerei diretti lungo il confine tra Egitto e Libia, una zona che il Cairo aveva già bombardato lo scorso anno insieme agli Emirati Arabi.

Mentre in Libia continua ad esserci un clima di caos, con due governi paralleli e due eserciti che attualmente controllano rispettivamente alcune parti del paese, i poteri in campo sembrano contrapporsi e complicarsi in territorio libico: da una parte il governo nella capitale Tripoli dominato dalla coalizione Fajr Lybia e sostenuto da Qatar e Turchia che include moderati e fazioni islamiste più estremiste, insieme con milizie tribali e locali, dall’altra parte un esecutivo approvato internazionalmente ma dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema, ma appoggiato da alcune milizie che puntano all’indipendenza regionale e da coazioni legate in passato al colonnello Muammar Gheddafi, oltre a gruppi di islamisti. Il governo della coalizione si è spostato quindi a Tobruk quando Fair Lybia ha occupato la capitale lo scorso agosto.

Ma lo scenario geopolitico del territorio libico si complica ulteriormente con il ramo libico dell’Isis, che stando ad alcune fonti, avrebbe base nella città di Derna. La conquista di Tripoli da parte dell’Isis sembra essere diventata la nuova crociata, mentre le truppe islamiche sono riuscite a farsi strada fino a Sirte la scorsa settimana.

In questo contesto, il timore che l’Isis si diriga verso l’Italia viene promosso dal premier libico che chiede sostegno ai paesi occidentali, alimentando la paura di una supposta invasione e chiedendo esplicitamente un intervento militare aereo nel territorio libico. Da qui l’annuncio odierno del ministro degli esteri Gentiloni il quale avverte di predisposizioni militari per un’eventuale intervento in Libia. Tra le conseguenze che un eventuale intervento militare italiano in Libia porterà, è da considerare l’ulteriore sperpero di denaro pubblico che già si assesta ordinariamente su una spesa militare pari a 52 milioni di euro al giorno senza calcolare le spese indotte come gli F35 o le missioni militari all’estero, con le quali si arriva a 75 milioni di euro al giorno. Ancora una volta in un momento di completa crisi sociale e economica, il governo italiano potrebbe preferire un incremento delle spese militari che andranno ulteriormente ad aggravare le condizioni sociali di milioni di persone.

Il timore dell’avanzata dell’Isis potrebbe essere dall’altra parte, un buon pretesto per andare a rimettere le mani su un paese che la stessa banca mondiale classificava come il più avanzato dell’Africa, con un aumento del pil del 7,7% annuo. Lo scenario che si sta delineando accentuerà quindi molto probabilmente gli interessi da parte di alcune potenze occidentali, in primis gli Stati Uniti, laddove la convenienza di intraprendere una nuova guerra in Libia, risulterà essere ancora una volta in termini di potere economico e politico.

Mandela tra mistificazione e realtà

Nelson Mandela fu un guerrigliero e rivoluzionario. La storia della sua vita non è quella che ci raccontano sui libri, sui giornali titolati “morto il premio nobel per la pace”. Una vicenda più ricca e radicale della melensa immagine di “pace e amore” con cui il mainstream sta riempiendo lo spazio comunicativo. Lo ricordiamo con questa sintesi biografica e alcune interviste a cura dei compagn* di Radio Onda d’Urto. (Senza dimenticare, tra le lacrime di coccodrillo che oggi imperversano, che il Sud Africa attuale è un gigante economico dei Brics dove le sperequazioni sociali persistono ostinatamente, con una ricchezza ancora saldamente in mano alla minoranza bianca – e a qualche “sistemato della burocrazia post-Anc -, dove i minatori che si organizzano per migliori condizioni di vita e lavoro vengono ammazzati a mitragliette dalle stessi cani da guardia del Capitale di sempre, bianchi o neri che siano… Senza nulla togliere alla grandezza storica e politica di Madiba!).

E’ morto nella serata di giovedì 5 dicembre, all’età di 95 anni Nelson Mandela, uno dei protagonisti della lotta di liberazione contro la segregazione razziale (apartheid) e più in generale il dominio coloniale delle classi dominanti, legati ai bianchi afrikaaner, in Sudafrica.

Da tempo Mandela si trovava in una condizione di salute definita critica.

Alla notizia della morte di Mandela l’intero SudAfrica si è fermato: scuole e uffici chiusi, nel primo giorno dei dodici di lutto nazionale. Il corpo di ‘Madiba’ dovrebbe essere esposto nel municipio di Pretoria per tre giorni.

I funerali di stato si terranno a Qunu il 15 dicembre, per poi trasferire la salma nel villaggio natale di Mandela dove avverrà la sepoltura.

Parole di cordoglio e di omaggio alla figura di Mandela sono arrivate da tutto il mondo. Il Venezuela ha proclamato tre giorni di lutto.

Nonostante i passi avanti e i diritti ottenuti dalla popolazione nera grazie anche alla lotta di Mandela, in Sudafrica oggi le disuguaglianze sociali restano un nodo irrisolto: secondo il South African Institute of Race Relations, il reddito pro capite dei neri sudafricani è ancora sei volte inferiore rispetto a quello dei bianchi, mentre dilaga la corruzione anche all’interno del governo. Non ultimo nei mesi scorsi il paese è stato scosso dalla protesta dei minatori, che chiedevano migliori condizioni lavorative, salariali e di vita in generale. Una protesta che più volte è finita nel sangue con l’intervento repressivo della polizia.

NARRAZIONE VS REALTA’ STORICA – In queste ore, la figura di Mandela viene paragonata a una sorta di”santo” pacifista laico.

La vicenda, storica e politica, di Mandela, è in realtà ben più complessa rispetto alla narrazionemainstream.

Qualche data, e qualche dato: nel 1942 Mandela entra dell’African National Congress e fonda l’associazione giovanile Youth League. Nel 1948 insieme al compagno e avvocato Oliver Tambo costituiscono un ufficio legale per l’assistenza gratuita delle persone prive di qualsiasi tutela giuridica.

Nel 1961 divenne il comandante dell’ala armata Umkhonto we Sizwe dell’ANC (“Lancia della nazione”, o MK), della quale fu co-fondatore. Coordinò la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, ed elaborò piani per una possibile guerriglia per porre fine all’apartheid. Raccolse anche fondi dall’estero per il MK, e dispose campi militari.

A sostenere, la battaglia (anche armata) contro il segregazionismo istituzionale bianco, ci furono diverse realtà della sinistra internazionale dell’epoca: combattenti cubani inviati da L’Avana, angolani dell’MPLA di Agostinho Neto, le milizie armate dell’ African National Congress e dei namibiani della Swapo, per citarne solo alcuni.

Nell’agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana e imprigionato per 5 anni con l’accusa di viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero.

Durante la sua prigionia, la polizia arrestò importanti capi dell’ANC, l’11 luglio 1963 presso la Liliesleaf Farm, di Rivonia. Mandela fu considerato fra i responsabili, e insieme ad altri fu accusato di sabotaggio e altri crimini equivalenti al tradimento.

Tutti, a eccezione di Rusty Bernstein, furono ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo, il 12 giugno 1964. L’imputazione includeva il coinvolgimento nell’organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e la cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole).

Dalla prigione, Mandela riuscì a spedire un manifesto all’ANC, pubblicato il 15 giugno 1980. Il testo recitava:

“Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”

Rifiutando un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990, quando uscì dalla prigione di Robben Island, dove 24 anni di carcere.

Mandela otterrà nel 1993 il Nobel per la pace e diventerà poi il primo presidente africano eletto in Sud Africa, nel 1994.