Votare NO (anche) per fermare il nuovo scempio di Piacenza!

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Il progetto di nuovo polo logistico, che potrebbe essere realizzato “con la forza” dal PD se vincesse il “sì” al referendum attraverso la dichiarazione di “sito di interesse strategico nazionale” per la logistica piacentina.

Intendo rendere nota la più ferma contrarietà al progetto di raddoppiamento del polo logistico piacentino. Un progetto sbagliato e dannoso, che avrebbe il solo effetto di distruggere per sempre il suolo e l’ecosistema cittadino, producendo pericolose conseguenze in termini di impermeabilizzazione (con tutto ciò che ne consegue in caso di alluvioni), distruzione di ettari di campagna e ulteriore innalzamento delle temperature nella zona est della città.

Di contro, ciò che il nuovo polo logistico porterebbe in termini di benefici sarebbe solo un non-sviluppo basato su lavoro non qualificato ed esposto alle peggiori dinamiche di sfruttamento da parte di aziende e cooperative appaltanti: non si tratta di una previsione pessimista, ma di quanto già ben conosciamo grazie a oltre cinque anni di mobilitazioni e dure lotte operaie nella nostra città.

Sono quindi altre le strategie di sviluppo che devono essere percorse dalla nostra città, a partire dalla valorizzazione dei settori produttivi tradizionali.

Invito pertanto tutte le parti sociali, i comitati e le forze politiche contrarie a quello che sarebbe un gigantesco scempio della nostra città a mobilitarsi, anche facendosi forti del fatto che esiste una delibera della Regione Emilia-Romagna (numero 664 del 15 febbraio 2005), la quale recita espressamente: “ulteriori estensioni del polo logistico non potranno essere localizzate a Piacenza […] la provincia e il comune di Piacenza si impegnano a recepire questo indirizzo nei rispettivi strumenti di pianificazione e attuazione”.
La delibera porta in calce le firme dell’allora assessore regionale Alfredo Peri, dell’allora sindaco di Piacenza Roberto Reggi, dell’allora presidente della Provincia di Piacenza Dario Squeri, dell’allora presidente della camera di commercio Luigi Gatti. Dato che le amministrazioni attuali sono eredi di quelle ricordate, sebbene decisamente più spregiudicate dal punto di vista delle politiche neoliberiste, ci si attenderebbe un atto di coerenza che faccia escludere qualsivoglia progetto di allargamento del polo logistico.

Dopo il referendum e la catastrofe di Genova

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La catastrofe ambientale di Genova, con il petrolio rovesciatosi ironicamente proprio il giorno in cui si votava per il referendum

Rilancio un editoriale di Infoaut sperando che la sua lettura serva, soprattutto all’indomani della catstrofe ambientale (e per la salute!) di Genova.

Eppure sembrava potesse vincere. Negli ultimi giorni e fino a domenica mattina, non già il referendum in sé, ma il fronte del Si pareva potesse farcela: a superare il quorum, certamente; ma soprattutto a fare quello che altri momenti democratici-istituzionali non riescono più a fare: portare la gente alle urne. E non sono poi stati pochi gli italiani che a votare ci sono andati: quasi 16milioni, il 36% degli aventi diritto. Eppure il famoso quorum, quel numero su cui la partita si giocava, non è stato raggiunto.
Esulta Renzi; esultano le cricche che lo sostengono. Le dichiarazioni della stessa serata ci parlano di una capacità mediatica confermata nella sua apparente contraddittorietà: una carezza ai votanti (“chi vota non perde mai”) e poi giù duro sui 300 milioni spesi – volutamente spesi per avere poi un’altra arma di critica – sui posti di lavoro difesi, sulle sue opposizioni politiche nei consigli regionali proponenti il referendum.
Il confronto tra alcuni dati elettorali recenti ci può fornire una prima, buona, chiave di lettura: questi 16milioni sono comunque superiori ai voti ricevuti dal Partito Democratico nelle sue ultime tornate elettorali: quelle europee e le nazionali che portarono al governo Bersani-Letta e che, quindi consentono oggi a Renzi di governare questo paese.
Quello del confronto numerico, del resto, ci spiega anche una parte di questi “strani” divari regionali nell’afflusso alle urne. Molti, infatti, si aspettavano che fossero le regioni più investite dai piani di sfruttamento estrattivo di mari e sottosuolo a garantire le più alte percentuali; ma, come dicevamo, ciò è avvenuto solo in parte. Se escludiamo la Basilicata – che ha toccato le medie più alte forse sulla scia dell’indignazione per lo scandalo “Tempa Rossa” – le altre regioni maggiormente interessate (quelle della fascia adriatica e quelle meridionali) o si sono allineate sulle medie nazionali o, come in Sicilia e Calabria, si sono collocate decisamente sotto la media. Non va però dimenticato che proprio queste regioni sono le stesse che, alle ultime tornate elettorali, hanno fornito i più alti tassi di astensionismo: nazionali, europee o regionali che fossero. Siamo quindi di fronte, probabilmente, ad una più generale disaffezione (o disinteresse) verso ogni forma e meccanismo di partecipazione istituzionale alla cosiddetta” vita pubblica” del paese.
Resta il dato sociale di una mobilitazione referendaria che, se ha saputo coinvolgere e animare la vita di tanti territori, è rimasta probabilmente ingabbiata entro una certa composizione sociale fatta di ceti medi (o simili) e che poco ha saputo parlare alle fasce più proletarie della popolazione. Sarà stato il predominante carattere “ambientalista” della mobilitazione; o i tecnicismi nella formulazione del quesito; o il dubbio – certamente favorito dalle parole di Renzi e Napolitano in favore dell’astensione ma che, crediamo, abbia inciso solo in questo senso – che il referendum, in fondo, non servisse a molto. La prospettiva deve quindi essere quella di un’incapacità (o meglio impossibilità) del fronte del Si ad arrivare ai più differenti soggetti e luoghi. Non che non ci abbiano provato, attenzione: quando in buona parte del territorio i comitati sono completamente autofinanziati, a fronte di un assordante silenzio mediatico, non facile è colmare certi gap di forza reale. Ciò non può e non vuole essere una critica ai tanti che hanno profuso impegno nella diffusione di un referendum osteggiato da una “politica” ancora forte nella sua indiscussa (nella mancanza di una forte opposizione sociale, cioè) autonomia decisionale e forza mediatica. Ma ciò non può farci ignorare come, nei luoghi in cui da più tempo pratiche e movimenti di opposizione contro l’economia del petrolio sono da tempo socialmente radicati e presenti, i risultati si siano visti: è il caso, ancora una volta, della Basilicata.
Il giorno dopo è, come sempre in questi casi, quello della valutazioni a caldo: della politica abbiamo già detto; ma ci pare di registrare come in quelle sociali, soprattutto sui social network, si intravedano gli stessi limiti di cui sopra. Chi oggi si indigna e inveisce contro chi non è andato a votare; chi oggi si arrabbia contro gli “analfabeti istituzionali” dimostra come proprio lì, in simili atteggiamenti, risiedessero i limiti intrinsechi di molti “pezzi” del fronte pro-referendum; e che questi non abbiano chiara la realtà in cui vivono: e in certi momenti si mobilitano. La distanza da momenti politico-istituzionali, seppur ammantati di una certa democraticità, di tantissime persone non può essere colmata semplicemente dalla “giustezza” di una causa. Chi ha a cuore la sopravvivenza di tali forme della politica dovrebbe interrogarsi, semmai, su come ri-politicizzare territori e segmenti sociali piuttosto che inveire contro essi. Il contrario diventerebbe l’ennesima forzatura su una distorta idea di società civile e comunità politica.
Resta, dunque, un ultimo aspetto: centrale e non retorico. Il referendum, per quanto “giusto” questo fosse, rischiava di diventare l’ennesima scorciatoia politica ad uso e consumo di movimenti, comitati, sinistre non in grado di articolar un vero ragionamento sulla lotta e le pratiche di opposizione sociale. Se è vero che sarebbe stato comunque divertente, per tutti noi, vedere anche soltanto per un attimo Renzi perdere il suo ghigno arrogante, è altresì reale immaginare come, in assenza di una materiale dinamica di lotta egli avrebbe comunque potuto trovare le sue soluzioni e continuare nella sua sistematica operazione di valorizzazione di grandi capitali e lobby. Il caso del precedente referendum ce lo ha, in questi anni, dimostrato. Finché i rapporti di forza penderanno verso i nostri nemici, difficile o impossibile sarà immaginare, in un referendum, la chiave per ribaltarli. Cosa che invece si mostra possibile nei territori in cui all’oggettività della “giusta causa” si sostituisce la soggettività della lotta e del conflitto. Dalla Val Susa e da altri movimenti territoriali abbiamo già avuto, nel tempo, questa indicazione.
Se i vari comitati NoTriv vorranno sedimentare una loro soggettiva forza, è a questo tipo di percorso che dovranno necessariamente guardare.

Petrolio, trivelle, politicanti, referendum e noi.

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Provo a dare un piccolo e insignificante contributo alla discussione sulle trivelle. Non ha pretese di esaustività, non si finisce mai di imparare, ma spero possa essere utile a chi legge per orientarsi. Ringrazio per le fonti il Dott. Giuseppe Miserotti (ex presidente dell’Ordine dei Medici di Piacenza), tutti i compagni dei movimenti NoTriv (in particolare Erika che mi ha passato in questi mesi documenti interessantissimi che vanno ben al di là dell’Italia e che qui non potevo inserire per questioni di lunghezza) e Nicola Armaroli (ricercatore al CNR di Bologna nonché direttore della rivista Sapere, ovvero la massima autorità in fatto di pubblicazioni scientifiche in Italia. Non ci conosciamo ma ho attinto a piene mani dai suoi interventi). Non ringrazio il sito del Ministero perchè anche se credo la gente dovrebbe servirsene prima di parlare a vanvera…fanculo lo stato: non si ringrazia chi incarcera, saccheggia e devasta i territori.

Ah, un’ultima considerazione introduttiva: realisticamente, l’affluenza al voto per il referendum non sarà superiore (salvo imprevisti) al 30%, quindi una volta di più è centrale la lotta che sapremo mettere in campo, non certo la X su un pezzo di carta.

1. Dato che le persone non coinvolte nei movimenti sociali hanno conosciuto la questione Triv in conseguenza al referendum prossimo venturo, credo sia giusto fare chiarezza in merito al quesito referendario. E dunque, su cosa si vota il 17 aprile?

Ci esprimeremo su un unico quesito referendario, promosso da 9 regioni, che chiede questo: vogliamo che siano revocate o mantenute le concessioni per l’estrazione di petrolio o gas naturale in mare – entro le 12 miglia dalla costa – che scadranno tra il 2017 e il 2027? Si tratta di circa 20 concessioni che, in caso di vittoria del “Sì”, continueranno comunque a essere valide sino alla loro scadenza attuale. Il quesito non riguarda le concessioni oltre le 12 miglia marine. Dato che ho una “piccolissima” esperienza istituzionale alle spalle, vi butto lì anche un’altra cosa che legittimamente -senza aver mai frequentato quell’insalubre mondo- difficilmente potete desumere: come conseguenza pratica, avremo che in caso di vittoria del SI non vi sarà lo stop automatico, ma la possibilità di funzionare SOLO in regime di proroga, regime che necessita del parere delle Regioni (ora non necessario). Dato che le Regioni non sono di norma enti a guida “blackblocnotavnotriv” molte proroghe saranno comunque concesse a seconda di quanto i Presidenti giudicheranno conveniente o meno (per i loro calcoli politici) dare l’avvallo, ma in ogni caso facendo pesare il proprio parere ai privati estrattori in termini di “compensazioni” (di vario tipo: dalla realizzazione di lavori pubblici o ambientali a quelle economiche…). Ehi, non è un caso che il referendum sia proposto dalle regioni! 😉

2. Cosa è esattamente una concessione e quanto dura? È cambiato qualcosa di recente nel regime di queste concessioni?

Le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato, che però non si dedica direttamente ad attività estrattive ma le affida “in concessione” ad aziende energetiche specializzate. La procedura è complessa: prima lo Stato rilascia “permessi di ricerca” che, in caso di ritrovamento di risorse sfruttabili, possono evolvere in “concessioni di coltivazione”. Sulla base di queste ultime, le aziende realizzano le infrastrutture necessarie alla produzione, tra cui le piattaforme e i pozzi.

Fino allo scorso anno la legge italiana prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione) di idrocarburi durassero 30 anni, prorogabili (ricordate quando al punto 1 parlavo degli effetti pratici e delle proroghe?) per ulteriori 5 o 10 anni. La Legge di Stabilità 2016 stabilisce che tali titoli non abbiano più scadenza e restino in vigore “fino a vita utile del giacimento”.

3. Le concessioni che sarebbero progressivamente revocate nel prossimo decennio, in caso di vittoria del “Sì”, dove sono e a quali aziende appartengono?

Queste concessioni riguardano il mare Adriatico (di fronte alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo), il mar Ionio (provincia di Crotone) e il canale di Sicilia (provincia di Ragusa e Caltanissetta). La maggior parte riguarda esclusivamente estrazione di gas, solo 5 riguardano anche petrolio (una di queste unicamente petrolio). Le aziende titolari delle concessioni sono ENI (o sue controllate) e Edison.

4. Quanto petrolio e gas possiamo ancora estrarre in Italia, complessivamente?

I dati sono consultabili presso il sito del Ministero. Le risorse sono stimate in 3 categorie:

certe (probabilità > 90% di essere prodotte)
probabili (> 50%)
possibili (> 10%)

Nella improbabile e ultraottimistica ipotesi che le risorse certe e probabili siano interamente estratte e sfruttate, l’Italia coprirebbe meno di 2 anni di domanda di gas e poco più di 3 anni di domanda di petrolio, agli attuali livelli di consumo.

A questo proposito è importante rilevare due dati significativi:

tra il 2005 e il 2014 i consumi di gas in Italia sono calati del 28% e quelli di petrolio del 33%, non siamo un Paese disperatamente alla ricerca di nuovi approvvigionamenti; i costi di estrazione di petrolio in Italia si aggirano attorno ai 50 $/barile. Con i prezzi attuali, attorno ai 40 dollari, la produzione italiana (assieme a quella in molte altre aree geografiche) è fuori mercato. L’Arabia Saudita, abbassando di proposito il prezzo del petrolio, ha raggiunto lo scopo di imporsi, ancora una volta, come regista del mercato mondiale.

In questo scenario l’Italia e l’Europa, con le loro misere riserve residue, non hanno voce in capitolo: è sommo interesse strategico nazionale pianificare l’abbandono progressivo degli idrocarburi. Ora, non so se chi legge sa che mi occupo nella vita principalmente di mondo del lavoro operaio in Italia e di conflitti globali, con particolare attenzione all’area mediorientale. Facciamo girare due rotelline: se non fosse come ho appena scritto, ben difficilmente si capirebbe perché l’Italia e gli altri paesi occidentali abbiano così tanto interesse a mantenere fra i propri alleati economici e politici quell’Arabia Saudita culla del salafismo e armatrice/finanziatrice di ISIS! Perché quella (e lo stesso ISIS, che vende ad essa e al petroliere Erdogan il cui padre è -sorpresa!- alla guida della nostra alleata Turchia): perché sono quelli i mercati che determinano prezzi e commercio del petrolio per uso di massa, non certo le due piattaforme del cazzo che abbiamo in Italia e che arricchiscono (a costo di danni irreparabili quotidiani, vedi recenti sversamenti sulle coste siciliane) al massimo dei privati “amici di”! Ciò invalida COMPLETAMENTE l’argomento da bar (o da primo anno di facoltà di ingegneria, se preferite) del “e ma allora poi dove lo compriamo il gas e il petrolio?” Coyote, non stai vivendo con quello estratto lì!

5. Viste le esigue quantità disponibili, perché è appetibile estrarre idrocarburi in Italia?

In Italia vige un regime di concessione estremamente “benevolo”, che aveva ragion d’essere quando ENI era al 100% proprietà dello Stato ed era di fatto l’unica azienda impegnata nello sfruttamento degli idrocarburi nazionali. Oggi ENI è una società per azioni quotata in borsa e opera in competizione con altre aziende private, spesso straniere. Questo vecchio regime di concessione è oggi vantaggioso solo per le aziende energetiche, non per la collettività nazionale.

I canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione ammontano a poche decine di euro per km2. Altrettanto basse sono le percentuali sugli utili che le aziende energetiche pagano allo Stato (royalties): per il petrolio in mare sono del 7% e per il gas del 10%, ma sono pagate solo oltre una certa quota produttiva (quindi conviene produrre poco…). Tra l’altro, il sistema della royalties è ormai superato in tutti i Paesi più avanzati, tranne appunto l’Italia. Normalmente le aziende versano allo Stato una percentuale dei profitti che, in Norvegia, sfiora l’80%! E no ragazzi, in Norvegia non comandano i “blackblocanarconotrivautonomi”, sono dei socialdemocratici del cazzo, solo con una massa di gente un po’ meno pecorona e gggentista alle spalle che ogni volta legittima le peggio cose dei peggio politicanti.

6. A quanto ammontano le royalties pagate dalle aziende che estraggono idrocarburi?

Tutti i dati sono presenti sul sito del Ministero. Nel 2015 lo Stato ha incassato 55 milioni di euro, una cifra irrisoria nel bilancio nazionale. Le Regioni hanno incassato 163 milioni, di cui 143 alla sola Basilicata (16 milioni al Comune di Viggiano, che conta 3200 abitanti). L’Emilia Romagna – che ha 4,5 milioni di abitanti e un bilancio regionale di 12 miliardi – ha incassato 7 milioni. 1,5 euro per abitante: un’elemosina che non compensa neppure i danni ambientali di questo tipo di attività, in primis la subsidenza. Non sapete cosa sia la subsidenza? Googolate o vien troppo lunga. Male comunque, in Emilia abbiamo già speso un bel po’ in passato per riparare ai danni.

7. Nel caso di vittoria del “Sì”, che senso avrebbe lasciare nel sottosuolo petrolio e gas, dato che le infrastrutture di estrazione sono già in loco?

Ci sono almeno quattro buoni motivi per lasciarli dove sono:

· Non è accettabile che alle compagnie petrolifere debba essere concessa la disponibilità di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Nei Paesi democratici è regola porre precise scadenze temporali alle concessioni date a società private che sfruttano beni appartenenti allo Stato, cioè a tutti. Le regole dello Stato liberale debbono valere sempre e per tutti. E guardate che mi costa dire ‘sta roba, dato che a me della democrazia non me ne frega una mazza, ma la dico a quei “liberal” che senza interessarsi stabilmente di politica tendono a voler mettere parola su questioni rilevanti con una certa saccenza (pessima categoria: di solito sono il prodotto perfetto delle campagne di pink-green-vattelapesca-washing governative).

· Come recita il movimento britannico Keep it in the ground, dobbiamo essere consapevoli che il margine per ulteriori aggiunte di CO2 in atmosfera è ormai minimo. Gli idrocarburi vanno lasciati il più possibile dove sono perché la destabilizzazione del clima è una delle più imponenti minacce che grava sul futuro della nostra civiltà. Cominciamo da casa nostra.

· Per disinnescare altri quesiti referendari, il Governo ha vietato per legge nuove concessioni entro le 12 miglia marine, anche perché ritenute potenzialmente dannose per un’attività ben più rilevante per l’economia italiana: il turismo. È ragionevole liberare definitivamente le acque territoriali italiane dai rischi connessi a queste attività.

· Certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas che abbiamo in Italia, abbiamo il dovere morale di lasciare qualche risorsa del sottosuolo anche alle generazioni future. Non so fate che quei mentecatti di Renzi e Salvini ci trascinano in una guerretta, a me farebbe comodo avere un po’ di olio di riserva per mettere su delle bande partigiane post-atomiche e andare in giro a fare pulizia di teste di cazzo. Butto li eh. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo consumare tutto noi.

8. Quali tipi di rischi ambientali esistono?

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si tratti di ricerca, estrazione o uso.

Nella fase di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che potrebbe avere un impatto negativo sulla fauna marina (il tema è controverso).

Per quanto riguarda l’estrazione, uno degli impatti più seri – che colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale – è la subsidenza, un fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione, che ha già causato molti danni. È poi stato rilevato di recente che nei pressi delle piattaforme in mare vi è un aumento della concentrazione di diversi inquinanti. Inoltre, nonostante si tratti di un rischio a bassissima probabilità, un ingente sversamento accidentale di petrolio in mare avrebbe conseguenze ambientali ed economiche catastrofiche. In particolare per l’Adriatico, che è un mare molto chiuso, caratterizzato da una profondità media inferiore a 100 metri nella parte centro-settentrionale.

Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che contribuisce a causare milioni di morti ogni anno per inquinamento atmosferico e accresce la temperatura del pianeta attraverso gli scarti dei processi di combustione. Con l’Accordo di Parigi (forse voi non ricordate ma…c’era appena stato l’attentato al Bataclan e Hollande aveva vietato che noi manifestassimo contro un incontro che, sostenevamo, era un’opera di “green-washing” mentre tutto sarebbe continuato come prima. La manifestazione la facemmo lo stesso, scontrandoci con le guardie della gendarmerie), il nostro Governo ha dichiarato di voler fare la sua parte per la lotta ai cambiamenti climatici. È ora che l’Italia adotti, nei fatti e non solo a parole, una politica energetica coerente sino in fondo con gli accordi che sottoscrive a livello internazionale.

9. Qualcuno obietta che estrarre idrocarburi in Italia aumenta il rischio e il danno ambientale globale poiché, in alternativa, si estrarrebbe in Paesi con minori controlli ambientali. Inoltre, transiterebbero più petroliere nei nostri mari.

Rinunciare a meno dell’1% di consumo nazionale di petrolio equivale al carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, l’ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico, 2010) è avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera.

A proposito di inquinamento, occorre poi sottolineare che le grandi multinazionali europee, che vorrebbero trivellare i nostri fondali marini vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo aspetto nelle aree produttive più povere del mondo, come per esempio il Delta del Niger in Africa. O nessuno ne parla eh che abbiamo avvelenato un’area immensa?! Ni Italiani brava gente sì. Sapete quanti profughi ci sono in conseguenza alle trivellazioni nel delta? Sapete che non vengono neanche riconosciuti come profughi? Ma il coglione stronzoleghista che poi se la prende coi “neri” e va a fare la camminata antidegrado alla stazione però la benzina la vuole eh?! Le pratiche di sostenibilità ambientale non possono valere solo laddove i controlli sono più stretti, ma debbono valere sempre. E ogni leghista-casapoundino in meno è un passo avanti per l’umanità, così giusto per ricordarlo.

10. Limitando l’industria estrattiva in Italia, ci saranno impatti negativi sull’occupazione?

La maggior parte degli italiani addetti al settore estrattivo lavorano all’estero. Considerando il quadro qui descritto, l’eventuale effetto sull’occupazione in Italia sarebbe ridotto e diluito nel tempo. Occorre poi sottolineare che il numero di posti di lavoro creati dalla filiera rinnovabile, che è il futuro, è almeno quatto volte superiore a quello dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. Quest’ultima è per sua natura a bassa intensità di lavoro.

In questi ultimi 3-4 anni sono state perse decine di migliaia di posti di lavoro, a causa delle politiche miopi e vessatorie che hanno tagliato le gambe all’ascesa delle rinnovabili per favorire, ancora una volta, i combustibili fossili. Si tratta per lo più di aziende piccole e piccolissime che spesso non hanno voce, ma è stata una vera e propria ecatombe.

Anche in un Paese poco propenso a progettare il futuro come l’Italia bisognerà farsene una ragione: tutte le transizioni epocali innescano grandi ristrutturazioni industriali e occupazionali. La transizione energetica non farà certo eccezione. Non significa di perdere lavoro (che è sempre una merda), ma di organizzarne di nuovo (e più umano), magari all’infuori della logica di rapina.

Per inciso: io sono un sindacalista, e di un sindacato conflittuale, non della CGIL. Vi assicuro che ho a cuore che la gente possa vivere decentemente. Ma, non prendendo mazzette per fare dichiarazioni a favore delle trivellazioni, posso dirvi una cosa di cuore? BASTA allo scambio lavoro-salute. Ma diocaro l’ILVA non insegna proprio niente?! E poi nelle piattaforme italiane lavorano operai con contratti determinati di pochi mesi (proprio perché gli stessi beneficiari delle concessioni non sanno realisticamente quanto possono fare calcoli su quei sitarelli): puntano a massimizzare il profitto subito, anche a costo di massimizzare i danni (ragazzi le avete sentite le intercettazioni della Renziana ex-ministro Guidi no? Chissenefrega delle malattie professionali e del danno alle falde! Lo dicono esplicitamente, ne ridono!) e vaffanculo il lavoro, non staranno certo a piangere quando in ogni modo non rinnoveranno i contratti.

11. Il Governo ascolta la comunità scientifica?

Tutti i Governi, di qualsiasi colore, hanno sinora sistematicamente ignorato la voce della comunità scientifica sui temi dell’energia. Nell’ottobre 2014, alcuni docenti di Università e centri di ricerca di Bologna hanno inviato una lettera al Governo, nella quale chiedevano di aprire un confronto sulla Strategia Energetica Nazionale. Nessuno ha avuto il garbo istituzionale di rivolgere loro un cenno. Nella maggior parte dei Paesi avanzati esistono strumenti per far dialogare i diversi attori sociali portatori di conoscenze e interessi diversi (politici, scienziati, tecnici, cittadini). Da compagno, non mi faccio certo illusioni in merito a tali strumenti di dialogo, ma sappiate che in Italia la lobby pro-Triv è al comando di partiti (PD in primis) che della scienza e di chi studia per un mondo migliore se ne fottono. Contano i voti subito, il potere subito, spartire subito e ciao grazie.

12. Cosa perde e cosa guadagna l’Italia, limitando le estrazioni di idrocarburi?

Numeri alla mano, l’Italia perde davvero poco. D’altro canto, privilegiando lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili – manifatturiero e conoscenza – ne guadagnerebbe enormemente in termini di innovazione e posti di lavoro, di qualità della vita delle persone, di rispetto degli impegni internazionali. Penso poi che la promozione del turismo, del cibo e dell’agricoltura di qualità siano valori inestimabili che non dobbiamo mettere a rischio per nessuna ragione. Tanto meno per estrarre quantità residuali di idrocarburi, sostanzialmente regalate ad alcune grandi aziende energetiche. Tra i numerosi mendaci argomenti messi in circolo dai pro-triv, vi è quello per cui l’Italia non sarebbe messa poi così male dal punto di vista delle rinnovabili: 12esima in Europa. Come sempre, le statistiche sono figlie del diavolo: questo dato non dice che l’uso domestico di rinnovabili (sostanzialmente al solare mi riferisco) in Italia è fermo al 4%, mentre paesi con molto meno sole di noi (Germania, Svezia) oscillano fra il 56 e il 74%. Ci rendiamo conto?

13. È possibile far funzionare la civiltà moderna solo a energia rinnovabile?

Non solo è possibile, ma è anche un’opzione senza alternative. I combustibili fossili inquinano e compromettono il clima. L’unica possibilità di sopravvivenza per la nostra civiltà è passare nel più breve tempo possibile all’uso dell’unica fonte energetica illimitata di cui disponiamo, il Sole. Senza però dimenticare che solo utilizzando in modo oculato le (limitate) risorse naturali a nostra disposizione (metalli, acqua dolce, biomasse, ecc.) saremo in grado di fabbricare i convertitori e gli accumulatori di energia solare che ci servono.

Sarà una sfida molto complessa, ma non impossibile.

14. Veniamo all’ aspetto politico. Qual è la vera posta in palio con questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito specifico, che riguarda una questione quantitativamente minimale. Del resto è sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987, dove non fu chiesto esplicitamente agli italiani se volessero o meno centrali in Italia. La vittoria del “Sì”, però, bloccò lo sviluppo del nucleare per 30 anni. Il referendum del 2011, cancellò poi per sempre questa opzione.

Il referendum del 17 aprile ha assunto un cruciale significato politico: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica legata al passato o se vogliamo che l’Italia s’incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle fonti e tecnologie rinnovabili. È una questione su cui si gioca il futuro economico, ambientale e occupazionale dell’Italia, perché l’energia è il motore di tutto.

15. Da tutto questo si dovrebbe desumere che serve andare a votare, e di corsa, per il “sì”…ma?

Ma da compagno di movimento non poso liquidare con questa facilità la questione. Certo, sbugiardare le ragioni del “no” è doveroso, dato che appunto il referendum ha assunto una rilevanza politica. Se dovessi interloquire con qualcuno che non segue i miei stessi percorsi di lotta direi sicuramente di votare “sì”.

Ma fra compagni sappiamo bene, fin troppo bene, come il referendum e la favoletta della “democrazia diretta” siano un’arma di svuotamento delle lotte sociali ed eco-sociali. Il principio è semplice: “vai a votare, avrai fatto il tuo dovere e dopo non dovrai più preoccuparti della questione!”. Sappiamo bene che questo è il primo passo per permettere che fra tutto prosegua come prima se non peggio senza nemmanco il rischio che la gente scenda in piazza o ostacoli le trivellazioni. Ciò è precisamente la cosa da evitare. Questo referendum non incrocia se non in minima parte la lotta NoTriv. Tutti dovrebbero conoscere e seguire il movimento NoTriv, partecipare alle sue scadenze, alle sue manifestazioni, ai suoi -si spera- sabotaggi che inevitabilmente si renderanno necessari. In Val Susa il Tav porta 25 anni di ritardo non per qualche referendicchio in valle, ma per la tenace opposizione di una dimensione popolare che legittima e riconosce le azioni di contrasto e sabotaggio ai lavori (“si parte si torna insieme Chiomonte come Atene siam tutti black bloc lo sbirro nel cantiere dovrà tremare se arrivano i NoTav!” cantano gli anziani…), al netto di alcuni contrasti di vedute su fatti specifici che non tratteremo qui.

In Basilicata e in Irpinia, le zone che fino ad ora hanno subito di più le politiche di sfruttamento dei giacimenti fossili in Italia, purtroppo possiamo già toccare con mano i primi effetti negativi di un eccesso di fiducia in uno strumento che in realtà può offrire poco- Quell’attivazione e mobilitazione di massa, che fino ad uno o due anni fa il movimento No Triv riusciva anche se solo in modo parziale ad esprimere, si è arrestata; sopita in un’ingenua e fiduciosa attesa degli esiti del referendum: non si lavora più per la costruzione di una partecipazione di massa, ma per l’affluenza alle urne.

Il rischio è che passato il 17 aprile la sbornia dell’ “effetto referendum” si volatilizzi, lasciandoci in mano soltanto una vittoria di “principio” senza nessuno in grado di far rispettare quella volontà.

Mettiamola così: spero che vinca il “sì”, ma a patto che il giorno dopo le persone andate ai seggi diano retta a quelle che fanno lotta politica quotidiana su quel tema.A quelle che la fanno credo che non si possa imputare niente: votino, non votino, cazzi loro (e miei). Non importa. Perché capisco che faccia bollire il sangue nelle vene vedere i faccioni dei politicanti sinistrati mettere il cappello e incassare un po’ di ritorno da una vittoria, per poi magari sparire di nuovo e anzi condannare quei “pochi violenti” che mettono in campo pratiche di contrasto reale. Dovrebbero morire male, e non è escluso che gli succeda con tutto il loro codazzo di associazioni ambientaliste filo-istituzionali. Ma è un problema che riguarda noi moichani. A tutti gli altri, spero che l’analisi nel merito della vicenda sia stata utile.

corteo NoTriv a Licata dello scorso 9 gennaio.

Un bell’intervento NoTriv all’Università di Pisa

Intervento all'iniziativa dei giovani #PD sulle trivelle: La questione é politica, sulla gestione delle risorse e dei territori, non solamente tecnica. Un giovane democratico replica "potete dirmi che sono una merda e un corrotto, basta che lo facciate democraticamente. In due minuti". Ne bastano meno #PDcorrotti #NoTrivPolo Carmignani – Università di Pisa

Pubblicato da Collettivo Universitario Autonomo Pisa su Martedì 5 aprile 2016

“La generazione Bataclan deve restare al Bataclan”

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Rilancio editoriale di Infoaut.

La settimana scorsa più di 5’000 persone si sono date appuntamento per far sentire la propria voce durante la COP21 nonostante la manifestazione fosse stata vietata in nome dello stato di emergenza post-attentati. Il governo francese aveva intimato ai cittadini di restarsene a casa propria, martellando a mezzo stampa di black-bloc e altri esseri mitologici. Ma anche, più prosaicamente, mettendo preventivamente agli arresti domiciliari diversi attivisti anti-cop21 grazie allo strapotere concesso alla polizia dallo stato di emergenza. Non ha funzionato, quindi, la strategia della paura del presidente con l’elmetto, François Hollande.

Dopo il concentramento i manifestanti partono in corteo ma vengono immediatamente caricati. Cominciano tre ore di follia in cui la polizia in assetto di guerra cerca di disperdere i manifestanti a colpi di lacrimogeni e granate stordenti. Qualcuno cerca di difendersi per tenere lontani gli uomini armati dal corteo con i propri corpi, vola qualche oggetto sugli scudi degli agenti ma il bilancio è pesante, si parla ormai di 317 fermi di polizia in tutto tra manifestanti, curiosi e giovani col look un po’ sbagliato.

Questo è ciò che successo, nonostante ciò che raccontano i media francesi (ripresi a pappagallo al di qua delle Alpi), mostrandoci bene che la propaganda in tempo di guerra non ammette pericolose deviazioni dalla versione ufficiale.

A due settimane dagli attentati ci viene mostrato in maniera didascalica cosa c’è dietro la pomposa retorica sulla democrazia sotto attacco con cui si sono riempiti la bocca i potenti del mondo: per difendere la “libertà dell’occidente” niente di meglio che manganellare chi viola il divieto di manifestare in tempo di guerra.

“L’Occidente è sotto attacco perché la nostra libertà fa paura” titolava a qualche giorno dagli attentati Ezio Mauro, il direttore di Repubblica.
Come dargli torto?
Quanto fa paura una società in cui l’unica libertà difesa è quello di consumare – con la birretta al bar elevata a gesto di resistenza contro i terroristi – mentre la polizia arresta indiscriminatamente centinaia di persone sparando lacrimogeni sulla folla? La vostra libertà è l’economia che gira e i manganelli sulle teste dei dissidenti.
Oggi i media nostrani continuano a dare il peggio di sé. “Oltraggio alle vittime” gridano i giornali, scandalizzati più dalla sorte delle candele del memoriale a Place de la République che dallo scricchiolare delle loro benamate libertà democratiche sotto legge marziale. “Parigi ostaggio dei violenti” ripetono in coro i TG, senza nemmeno rendersi conto dell’indecenza di tali iperboli in una città dove solo qualche giorno fa uomini armati hanno davvero sequestrato e ucciso centinaia di persone.

Libération, il giornale che meglio rappresenta la parabola di una certa sinistra post-sessantottina, all’indomani degli attentati titolava “generazione Bataclan”. Un’espressione fortunata, immediatamente ripresa nel discorso presidenziale di Hollande perché è proprio questo è il ruolo edulcorato a cui la politica vuole relegare chi oggi ha tra i 20 e i 35 anni. Quella delle vittime. E quella dei consumatori.
Quando la generazione Bataclan esce dalla terrazza del bistrot, partono le manganellate democratiche a difesa dei valori dell’occidente

Vive la république!

Scioperiamo EXPO!

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Rilancio nota del comitato NoExpo piacentino, riassuntiva di quanto emerso nella nostra iniziativa pubblica di sabato 21 marzo, per diffondere e conoscere i motivi del NoEXPO.

Prima di tutto una constatazione: EXPO è il riassunto delle contraddizioni di un sistema, non solo una “lotta” o una “vertenza”. Per questo, alla mobilitazione contro EXPO si può arrivare da due strade diverse.

La prima è quella più specificamente legata al contrasto del grande evento e del suo tema portante. “Nutrire il pianeta” è uno slogan quanto mai odioso, messo in bocca a sponsor come McDonald e Coca Cola, fra i responsabili di un modello di alimentazione sbagliato che diffonde mala sanità in occidente e genera fame nel resto del mondo. Da temi specifici come questi si può derivare come non vi siano solo “multinazionali brutte e cattive”, ma sia l’intero modello di sviluppo capitalistico a generare naturalmente questi mostri e tutto quello che comportano. Questo primo approccio “settoriale” può quindi essere ricondotto in una lotta più generale. Temi come il contrasto del sovra-utilizzo di carne, dell’agricoltura estensiva e devastatrice (vero Monsanto?) e del rilancio dell’agricoltura locale sono in grado di arrivare a un pubblico vasto, a persone non abituate alla lotta di classe o anticapitalista ma semplicemente “indignati” dagli eccessi del sistema produttivo capitalista. E’ un fattore da non ignorare, ed anzi da utilizzare ma nell’ottica di portare questi compagni di strada a focalizzare quale sia la contraddizione principale (e non riformabile) da cui derivano questi eccessi.

La seconda strada con cui si può arrivare ad opporsi ad EXPO è quella di chi quotidianamente vive e contrasta le contraddizioni del sistema, e che quindi sa come questo “grande evento” possa essere uno strumento nelle mani del potere per accelerare dei processi. Quali? Vediamoli sinteticamente:

1. GENTRIFICAZIONE: con la valorizzazione di aree di città (metropolitane, vicinanza a servizi…) si droga il prezzo del mercato immobiliare gonfiando le tasche di chi vive di rendita ed espellendo dal tessuto urbano i poveri (che non potranno più sostenere i prezzi degli affitti). E’ in quest’ottica che ad ottobre scorso regione Lombardia e Comune di Milano lanciarono l’operazione “200 sgomberi-città vetrina”. Per rivalutare serve non avere occupazioni fra le palle, spingere i poveri fuori dalla città nei quartieri dormitorio senza servizi. Una fiera resistenza si sviluppò ad ottobre ed è tuttora in corso. Al processo di gentrificazione si inscrive anche l’interesse delle università per EXPO (oliato procacciando manodopera gratuita) : la ri-dislocazione dei giovani in formazione fuori dal centro cittadino è funzionale alla segmentazione del tessuto sociale e al suo controllo, e in particolare su un target potenzialmente disponibile al conflitto come gli studenti. Infine, a questo problema si inscrive anche la creazione dei nuovi quartieri non-luoghi di skyline che frantumano il tessuto urbano e cementificano ulteriormente.

2. ATTACCO ALLE GARANZIE NEL LAVORO: il sistema del lavoro volontario promosso in EXPO è ormai talmente famoso da non necessitare spiegazione. Ciò su cui invece occorre riflettere è che questo sistema potrebbe essere esteso al dopo-EXPO. La cosa preoccupante in questo senso è stata la sottoscrizione del protocollo da parte di CGIL-CISL-UIL, che oltre a fare proprio questo modello si impegnano ad evitare forme di sciopero durante il periodo dell’evento. E’ un modello potenzialmente distruttivo, e il governo ha già fatto sapere di essere interessato a riutilizzarlo. Lottare contro questo modello è un “investimento per il futuro” oltre che uno sgambetto a chi da sempre estorce il plusvalore dal nostro lavoro. Questo è un piano di importanza simbolica fondamentale per il governo ed è per questo che Renzi punta i piedi sulla provocazione dell’apertura il 1 maggio, con annesso spettacolo alla Scala: il messaggio vuole essere “la storia dei diritti e del 1 maggio è finita, col plauso dei sindacati confederali, quindi non rompete le scatole”. Ma l’ideologia neoliberista potrebbe incontrare qualche problema…

3. EFFETTO MOLTIPLICATORE DI UN SISTEMA CORROTTO: che la corruzione sia un fattore-standard nelle democrazie e in particolare in quella italiana non è una novità. Ma come sempre i grandi eventi e le grande opere annesse ne aumentano il peso. La corruzione sono soldi sottratti alla collettività e donati ai privati. Ma sono anche opere di cui pagheremo le conseguenze in termini di degrado per decenni. C’è anche la mafia, le pessime condizioni di lavoro degli esecutori…ma sono piani quasi microscopici di fronte alla fetta grossa della torta, che viene spartita a monte nei grandi gruppi di pressione e di potere economico. Come in Val Susa, ci imbattiamo in Legacoop e nel mondo bancario, ma qui (siamo in Lombardia!) troviamo anche la Compagnia delle opere (Comunione e Liberazione), Fiera di Milano, il gruppo Eataly (e il suo carico di ipocrita elitarismo). Tutti gruppi coinvolti in vario modo e in varia misura nella spartizione di appalti per la realizzazione di infrastrutture, strutture interne, padiglioni, ristorazione. I primi tre coinvolti direttamente negli scandali odierni e di qualche mese addietro. La guerra a questo sistema non è solo quindi un affare da “onesti cittadini democratici” (categoria che non ci interessa coltivare), ma l’attacco diretto a un modello che vuole imporre l’interesse privato su quello collettivo, a Milano come in Val Susa.

Vi sembra poco fin qui? E dire che ce ne sarebbero tante altre di cose da ricordare, dall’immagine patriarcale (e quindi implicitamente sessista) diffusa in tanti eventi legati ad EXPO al problema della gestione futura degli spazi…ma ci fermiamo, perché crediamo che le cose siano già abbastanza chiare. Quel che ne ricaviamo, per ora, è l’immagine di un grande sberleffo ai poveri, di una provocazione in cui lo scontro fra “baracche” e “grattacieli” non è solo questione di contrasto territoriale ma precisa volontà politica. Dopo anni di crisi e di austerità imposte dal rigorismo europeista assisteremo allo scontro fra i frutti di queste politiche sociali e il “nuovo” (si fa per dire…) vento neoliberista che gonfia le vele del potere economico-finanziario e gli ideologi del governo Renzi.

A noi, alla nostra intelligenza collettiva e diffusa, far sì che l’esito non sia scontato a favore di chi dispone
di un esercito e non fa mistero di volerlo utilizzare contro ogni voce di dissens

Sabato 21 marzo assemblea piacentina No Expo!

2015-03 volantino iniziativa noexpo

Rilancio nota emessa dal NAP in merito all’iniziativa pubblica No Expo organizzata dal comitato piacentino per SABATO 21 MARZO, ORE 17 NELLA SALA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRANGIBILE.

No EXPO!

E’ il grido che si leva da sempre più voci contro il grande evento di cui il potere italiano si sta servendo per creare nuovi e sempre più forti dispositivi di controllo e assoggettamento.

E’ il grido che abbiamo sentito nello scorso autunno a Milano, dove la fiera resistenza dei quartieri Giambellino, Corvetto e San Siro si è opposta agli sgomberi di case e spazi sociali predisposta da Maroni, Pisapia e questura nell’ottica della “città vetrina”…insomma una scusa per cancellare le sacche di resistenza metropolitana.

Ma è anche il grido che si leva da una generazione ormai completamente precarizzata sul lavoro e nella vita: è infatti EXPO la scusa con cui il governo Renzi, complici le firme di CGIL, CISL e UIL, è riuscito a ottenere la prima sperimentazione in grande stile del “lavoro volontario” (leggi: non pagato) che ha già dichiarato di voler estendere a tutto il mondo del lavoro.

E’ il grido che si leva dai territori violentati in nome del profitto fatto di colate di cemento e appalti agli amici degli amici; è il grido di chi ha capito di come EXPO sia un sistema che produce corruzione sistemica, pagata da tutti noi; è il grido di chi comprende la presa in giro dello slogan “nutriamo il pianeta” di fronte alla sfilata delle multinazionali del cibo cancerogeno e della rapina del sud del mondo, dalla Monsanto a McDonald.

E’ il grido di chi ha capito che siamo di fronte alla summa delle contraddizioni di questo capitalismo sciacallo e selvaggio, e che serve opporvisi fieramente!

Verso e oltre il corteo del 1 maggio a Milano, costruiamo una discussione pubblica e aperta alla cittadinanza incontrando i compagni milanesi.

Ci vediamo SABATO 21 MARZO, ALLE 17 NELLA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRANGIBILE!

Link all’evento FB:
https://www.facebook.com/events/1624327467780442/

Conclusi i seminari del NAP, una prima valutazione.

Si sono conclusi i seminari del NAP. Era il secondo anno di “Autoformazione-Rivoluzione!”, ma rispetto all’edizione 2012/2013 abbiamo fatto significativi passi avanti.
Il primo anno ci siamo infatti concentrati su argomenti di formazione base: principi di economia, approfondimenti sulla storia sindacale e politica italiana, approcci alla militanza.
Quest’anno abbiamo volato alto, grazie ai compagni di Commonware Bologna che ci hanno aiutato a mettere insieme un calendario con nomi grossi dell’analisi di movimento nazionale.

Cercheremo di condensare in un documento il riassunto dei temi trattati, ma sin da ora possiamo fare un paio di valutazioni.

La prima è che non necessariamente approfondimento significa elitismo. Lo ha capito bene Piacenza, che ha scelto di confrontarsi con temi decisamente impegnativi il giovedì sera. Nei 5 incontri abbiamo registrato più di 110 presenze, il che è decisamente al di sopra delle nostre più rosee aspettative (saremmo stati felici se fossimo stati presenti solo noi militanti e “chi ci gira intorno”). Una presenza significativa non solo dal punto di vista quantitativo ma anche da quello qualitativo: mettere nella stessa stanza persone dai 15 ai 65 anni ha comportato la ricerca di un codice di comunicazione mediato di non facile elaborazione. Ai relatori va il grande merito di essere riusciti a rendersi comprensibili da tutti.

La seconda è che autoformazione ed autovalorizzazione sono momenti imprescindibili per la crescita politica. Sistematizzare in un quadro teorico, per quanto dinamico e in costante evoluzione, la miriade di lotta che abbiamo affrontato come NAP negli ultimi due anni è qualcosa di necessario che ci serviva per ripartire più convinti che mai. Autoformazione e pratica militante vanno di pari passo, si alimentano a vicenda superando gli stanchi rituali della politica a cui Piacenza era abituata prima del nostro sorgere e perdono di significato se scissi l’uno dall’altra. Con questa convinzione, continueremo a dare battaglia sui 100 fronti in cui siamo impegnati.

Di seguito i video dei vari incontri, a partire dall’ultimo, riuscitissimo, con Andrea Fumagalli. Ovviamente, però, un conto è vedere una relazione filmata e un conto essere presenti, quindi non stupitevi se avrete difficoltà a seguire tutti i passaggi: alla prossima edizione vi aspettiamo in sala!

PRECARIETA’ E WELFARE con Andrea Fumagalli:

LA COMPOSIZIONE DI CLASSE con Salvatore Cominu:

PROCESSI DI SOGGETTIVAZIONE con Federico Chicchi:

NOTAV-NOMAFIA con Gianluca Pittavino:

COMMONWARE con Gigi Roggero e Loris Narda:

Seminari di autoformazione del NAP..un’occasione irripetibile di approfondimento a Piacenza!

E’con onore che rilancio il calendario del secondo ciclo di “Autoformazione-Rivoluzione” diffuso ieri dal NAP.
Lo scorso anno avevamo deciso di proporre la prima edizione come momento di crescita collettiva all’interno dell’assemblea del NAP. Nel corso di 5 incontri, tutti tenuti da ragazzi sotto i 30 anni, si erano alternate 80 presenze e si era evidenziata l’utilità in termini di capacità di approfondimento da parte del gruppo.

Per questo abbiamo deciso di rilanciare con l’edizione 2013/2014, ma stavolta alzando il tiro. Alla consueta atmosfera “alla mano”, con i giovani sempre protagonisti, si affiancheranno infatti 5 relatori di tutto rispetto: docenti universitari di primo livello, scrittori e storici militanti del movimento italiano. Lo diciamo senza paura di smentita: i seminari che partiranno giovedì 21 in cooperativa (appuntamento alle 21 in sala biblioteca) sono un’occasione di approfondimento che difficilmente si ripeterà a Piacenza.

Per questo, anche i “meno giovani” desiderosi di mantenere attivi i neuroni potranno quest’anno trarre grande giovamento dalla frequenza. Ovviamente i primi beneficiari rimangono gli studenti universitari o delle scuole superiori, che prendendo una manciata di appunti potranno garantirsi successi sicuri in tutti gli esami e le verifiche di stampo umanistico.

Bando alle ciance: di seguito il testo di presentazione elaborato dal NAP e il calendario degli appuntamenti.

La crisi e le pratiche di resistenza che attraversano il capitalismo contemporaneo assumono temporalità e geografie inedite. Siamo sempre di più attorniati da eventi per lo più inattesi e sorprendenti che mettono a dura prova le categorie teorico-interpretative e i saperi pratici a nostra disposizione. Da un lato, di fronte all’incalzare degli eventi, diventa forte la tentazione di ripiegare l’analisi all’interno di grammatiche interpretative consolidate ma teoricamente sclerotizzate, dall’altro cogliendone piuttosto intuitivamente la sterilità e la rigidità si rischia invece di abbandonarsi, a rovescio, a letture “sradicate” dalle dinamiche storiche legate a doppio filo all’evoluzione dei rapporti sociali di produzione. Entrambe le direzioni evidentemente rischiano di essere fuorvianti.

L’assetto politico-economico globale è scosso nelle sue fondamenta e non pare poter trovare in tempi brevi nuovi assetti stabili. Da un lato l’esercizio dei poteri forti, delle tradizionali egemonie politiche, le loro modalità di articolazione geografica e di esercizio militare assumono configurazioni ed alleanze inedite. Dall’altro si aprono, in seno alla crisi, nuovi e all’apparenza molto diversificati orizzonti di lotta e di resistenza che ridisegnano i profili geografici ma anche di composizione sociale della lotta sociale e politica. Cosa accumuna la “primavera araba” con le rivolte brasiliane? Qualcosa lega le acampadas spagnole, piazza Syntagma, Occupy con la Turchia? Se assumiamo un campo di osservazione troppo largo, astratto e di grana concettuale, o anche, al contrario troppo stretto empirico e territorialmente determinato, probabilmente non sarà possibile comprendere e stimolare l’emersione delle complesse trame che li attraversano e capire quindi se sia possibile tracciare delle linee che si muovono verso un orizzonte comune. Occorre tentare di tenere assieme e provocare invece la loro reciproca tensione conoscitiva. In altre parole è solo dalla comprensione delle forme di soggettività, dalle pratiche sociali di resistenza, dalle linee di fuga e dalle diverse singolarità che si producono nei singoli contesti di lotta che crediamo possibile tracciare una feconda riproposizione dei nostri saperi critici e quindi rilanciare attraverso di essa una prassi che abbia come finalità la produzione transnazionale del comune.

Per queste ragioni il secondo ciclo di Autoformazione-Rivoluzione! (quest’anno pensato e strutturato insieme ai compagni di Commonware Bologna) sarà dedicato a quella che definiamo cartografia delle lotte. Più specificamente gli incontri programmati avranno l’obiettivo di incrociare e mettere in tensione una serie di categorie di analisi del post-operaismo con alcuni specifici contesti di lotta per tentare di comprendere la loro attualità o inattualità, per misurarne la fragilità teorica o al contrario rilanciarne la potenzialità concettuale e politica. In tale tensione naturalmente non rinunceremo all’intento di pedagogia militante che fin dalla prima edizione ha caratterizzato il cantiere di Autoformazione-Rivoluzione!

Insomma, il nostro obiettivo è anche quello di continuare a iscrivere pratiche autonome di formazione e di produzione dei saperi nel cuore delle rovine sempre più decadenti dell’università pubblico-privata e di una scuola sempre più dequalificata. Un ciclo di incontri declinabile in primo luogo dentro la progettazione e la costruzione di una “formazione del comune”, che si ponga all’altezza della nuova composizione sociale del lavoro e delle sue inedite forme soggettive, immersa, come azione viva, nella materialità dei processi di sfruttamento e di esercizio della violenza tutt’altro che edulcorata del capitalismo biopolitico e cognitivo.

Si tratta allora di guardare, toccare, cantare, apprezzare, comprendere, articolare, nominare, provocare ciò che nel corpo simbolico e materiale del Capitale si fa urto, colpo, discontinuità, infedeltà, perché in questi tagli si può inscrivere la nostra resistenza e la nostra insistenza soggettiva nel desiderare l’orizzonte del comune.

Al primo incontro avremo con noi:
Gigi Roggero fa parte del progetto Commonware e del collettivo Hobo. E’ ricercatore precario. Tra le sue pubblicazioni: “La produzione del sapere vivo” e “La misteriosa retta della curva di Lenin”. Ha curato insieme ad Adelino Zanini il volume “Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente” (ombre corte, 2013) che raccoglie il primo ciclo di autoformazione di Commonware a Bologna.
Loris Narda fa parte del progetto commonware e del collettivo Hobo. 27 anni, ha partecipato al percorso di Uninomade. Ha patecipato al libro-intervista “Sovvertendo la macchina del debito” ed è autore di numerosi articoli per le maggiori testate web di movimento.

Autoformazione-Rivoluzione vol. 2-COMMONWARE

Giovedì 21 novembre, ore 21 presso la COOP INFRA (via Alessandria 16, sala biblioteca Bruschini), “commonware – saperi e formazione nella crisi”, con Gigi Roggero, Loris Narda e Marianna Sica.
Giovedì 5 dicembre, ore 21 presso la COOP INFRA (via Alessandria 16, sala biblioteca Bruschini) , “no tav – no mafia”, con Gianluca Pittavino.
Giovedì 19 dicembre, ore 17 presso la COOP INFRA (via Alessandria 16, sala biblioteca Bruschini) , “processi di soggettivazione”, con Federico Chicchi.
Giovedì 16 gennaio, ore 21 presso la COOP INFRA (via Alessandria 16, sala biblioteca Bruschini) , “la composizione di classe”, con Salvatore Cominu.
Giovedì 30 gennaio, ore 21 presso la COOP INFRA (via Alessandria 16, sala biblioteca Bruschini) , “precarietà e welfare”, con Andrea fumagalli.

Infine, ecco il link all’evento facebook:
https://www.facebook.com/events/259298794223937/?context=create&ref_dashboard_filter=calendar