Domenica 6 novembre tornano i seminari del NAP!

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Quinta edizione dei fortunati seminari del NAP: AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE!
Abbiamo sempre posto l’accento sulla necessità di creare momenti di formazione che siano aperti e attraversabili da tutte le età. Così è stato begli anni passati e così vuole essere anche questa edizione. Ma il fulcro del progetto sono ovviamente i giovani, che necessitano di formare una cassetta degli attrezzi teorica con cui affrontare le prime esperienze di attività politica.
Anche a Piacenza li abbiamo visti sfilare il 7 ottobre, ricevendo solo chiusura da parte delle istituzioni. E’ a loro che il ciclo di incontri si rivolge prevalentemente, ma come dicevamo le nostre saranno discussioni non didattiche in cui anche il contributo di chi ha più esperienza o semplicemente fame di conoscere è benvenuto!
Quest’anno dividiamo la rassegna in incontri tematici sulle aree del mondo. Esigenza quasi fisiologica vista la complicata fase di guerra civile molecolare che sta assorbendo il mondo nel suo complesso. Una fase che tuttavia ci restituisce alcune contraddizioni su cui è corretto lavorare per proporre una fuoriuscita dall’annichilimento di popoli e territori.
Iniziamo DOMENICA 6 NOVEMBRE, ALLE ORE 17 IN COOPERATIVA INFRANGIBILE (via Alessandria 16) con CARLO FORMENTI e la discussione sul SUD AMERICA a partire dal suo nuovo libro “la variante populista”.

Il Subcomandante Marcos annuncia la sua scomparsa

Oggi forse qualcuno si aspetterebbe un commento a caldo sulle elezioni europee…Credo che lo farò, ma magari nei prossimi giorni, con un maggiore studio dei risultati. Oggi per me la vera notizia è un’altra: se ne va la figura che mi ha spinto a iniziare a fare politica, il Subcomandante Marcos.

“Pensiamo che sia necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Così abbiamo deciso che Marcos debba morire oggi”, ha annunciato il capo militare e portavoce zapatista.

Alle 2:08 dell’alba di oggi, il Subcomandante Marcos ha annunciato che a partire da quel momento smetterà di esistere. In una conferenza stampa con i media liberi che partecipavano all’omaggio a Galeano, lo zapatista assassinato nella comunità zapatista di La Realidad, il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ha detto: “se posso definire Marcos, il personaggio, vi direi senza alcun dubbio che è stata una pagliacciata”.

Dopo più di 20 anni alla guida dell’organizzazione politico-militare sollevatasi in armi il primo gennaio del 1994, Marcos ha annunciato il passaggio di testimone. Ha detto che dopo i corsi della Escuelita Zapatista dell’anno scorso e dell’inizio di questo, “ci siamo resi conto che oramai c’era già una generazione che poteva guardarci, che poteva ascoltarci e parlarci senza bisogno di una guida o leadership, né pretendere sottomissione”. Allora, ha detto, “Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta”.

Nella comunità emblematica di La Realidad, la stessa in cui il 2 maggio scorso un gruppo di paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), ha assassinato la base di appoggio zapatista Galeano, il subcomandante Marcos è apparso di buon mattino di fronte ai rappresentanti dei media liberi accompagnato da sei comandantes e comandantas del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e del Subcomandante Insurgente Moisés, al quale nel dicembre scorso aveva trasferito il comando.

“È nostra convinzione e la nostra pratica che per rivelarsi e lottare non sono necessari né leader né capi, né messia né salvatori; per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, una certa dignità e molta organizzazione, il resto o serve al collettivo o non serve”, ha detto Marcos.

Con una benda nera col disegno di un teschio da pirata che copriva l’occhio destro, il fino ad ora portavoce zapatista ha ricordato l’alba del primo gennaio 1994, quando “un esercito di giganti, cioè, di indigeni ribelli, scese in città per scuotere il mondo. Solo qualche giorno dopo, col sangue dei nostri caduti ancora fresco per le strade, ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci; abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: ‘vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano’ “.

Così è nato Marcos, frutto di “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un gioco malizioso del nostro cuore indigeno; la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”.

altLa cronaca della conferenza, firmata dai “mezzi liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino”, diffusa su diversi portali di comunicazione alternativa come Radio Pozol, Promedios e Reporting on Resistences, riproduce un clima di applausi ed evviva all’EZLN dopo l’annuncio della Comandancia.

La figura del subcomandante Marcos ha fatto il girò del mondo fin dalle prime ore del primo gennaio 1994. L’immagine di un uomo armato con cartucciere rosse ed un R-15, con indosso una divisa color caffè e nera coperto da un chuj di lana degli Altos del Chiapas, con il volto coperto da un passamontagna che fumava la pipa, era sulle prime pagine dei giornali più importanti del pianeta. Nei giorni e settimane successive arrivavano i suoi comunicati carichi di ironia ed umorismo, provocatori ed irriverenti. Qualche foglio bianco scritto a macchina da scrivere letteralmente raffazzonati per la stampa nazionale e internazionale. Venti anni e quattro mesi dopo, Marcos annuncia la fine di questa tappa.

“Difficile credere che venti anni dopo quel ´niente per noi´ no fosse uno slogan, una frase buona per striscioni e canzoni, ma una realtà, La Realidad”, ha detto Marcos. Ed ha aggiunto: “se essere coerente è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, per il potere. Ma noi non vogliamo prendere quella strada, non ci interessa. Su queste basi, preferiamo fallire che vincere.”

“Pensiamo”, ha detto, “che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.

“Alle 2:10 il Subcomandante Insurgente Marcos è sceso per sempre dal palco, si sono spente le luci ed è partita un’ondata di applausi degli e delle aderenti della Sexta, seguita da un’ondata ancora più grande di applausi delle basi di appoggio zapatiste, miliziani ed insurgentes“, hanno riferito dalla Realidad.

Fedele al suo stile ironico ed ai suoi tradizionali post scritti, il personaggio di Marcos ha concluso: P.S. 1 Game Over. 2. – Scaccomatto. 3. – Touché. 4. – Così Mhhh, è questo l’inferno? 5. – Cioè, senza l maschera posso andarmene in giro nudo? 6. – Qui è buio, ho bisogno di una torcia…”

qui il video della commemorazione del maestro Galeano durante la quale è stata data la notizia

Rivolta carioca

Riporto un articolo di Infoaut sulla rivolta in corso in queste ore in Brasile. Come ho sottolineato altre volte in occasione di post riguardanti l’estero, il mio interesse non è fare dell’ “esotismo militante”, ma al contrario cercare di diffondere la conoscenza (di parte, ovvio) di contesti lontani ma non indipendenti dal nostro paese. A chi segue il blog lancio lo stimolo di leggere e guardare articolo e video soprattutto in relazione:
1) a come questa rivolta si inserisca nel puzzle di rivolte globali che in “crisi avanzata” hanno investito il mondo (dal 2011 in avanti), cosa dice, di cosa parla e cosa mutua dai movimenti che abbiamo costruito e conosciuto.
2) allo scacchiere geopolitico mondiale e sudamericano, a sua volta in relazione con il nuovo assetto economico mondiale. Su questo, mi ero già soffermato in articoli arretrati (se vi interessa cercate “conflitti globali” nel motore di ricerca del blog), ponendo l’accento sulla differenza fra movimenti dal basso e progressismo sviluppista. Senza sputare sul secondo, considerata la storia del novecento di quel continente, ma mettendone in evidenza contraddizioni che inevitabilmente vengono al pettine..solidarietà ai rivoltosi e buona lettura/visione a chi è interessato.

Centinaia di migliaia di brasiliani hanno nuovamente invaso le strade di Rio de Janeiro ieri in continuità con il largo movimento di protesta che ha preso piede dal rigetto degli aumenti delle tariffe dei bus per arrivare rapidamente ad un largo e trasversale “no” alla corruzione dei governanti.

Nonostante l’incessante lavorio dei principali mezzi di informazione volti a dissuadere dal creare ulteriori disordini, l’annuncio del rafforzamento di truppe militari nelle zone interessate particolarmente al circuito legato alla Confederation Cup (a proposito, fa scoop in tutto il mondo la dichiarazione del giocatore brasiliano Neymar, che si dice “ispirato dalla protesta”), e il tentativo mal riuscito di dividere in “buoni” e “cattivi” i manifestanti, il volume della protesta non accenna a diminuire.

Continuano i fronteggiamenti in strada tra gruppi radicali e polizia antisommossa, specialmente attorno alla zona dove si teneva l’incontro di calcio tra Brasile e Messico, a Fortaleza. Qui migliaia di persone, con gli studenti nelle prime file, hanno tentato di forzare il dispositivo militare ingegnato a mò di zona rossa attorno allo stadio, ingaggiando ripetuti scontri con tanto di avenues invase da lacrimogeni e pallottole di gomma. Eloquenti i cartelli che apparivano a ridosso della zona “calda”, in gran parte occultati dalle grosse testate presenti per l’evento sportivo: “Sanità, educazione, non Corruzione”, recitavano. Gli scontri sono proseguiti tutto il giorno e durante la notte con barricate diffuse, bus e auto divelti, fronteggiamenti a distanza e continui inseguimenti della polizia militare.

La radicalità della rivolta brasiliana, il maggiore movimento di protesta degli ultimi ventanni almeno nel Paese, sta definendo una nuova geografia interna delle lotte, che ormai non riguardano più solamente Rio, Brasilia e Sao Paulo, ma sta attivando circuiti di contestazione in oltre 70 città minori sparse lungo tutta la grande superficie del Paese; un dato rilevante per chi vede nei fatti di questi giorni una tendenza al radicamento e possibilità di trasformazione dei rapporti di forza sociali al di là della sensazionalità degli eventi odierni.

Ciò alla luce della considerazione che da anni in molti strati poveri o etnicamente marginalizzati del paese, nelle periferie di Rio e Brasilia in primis, lotte radicalissime si sono susseguite principalmente per il diritto all’esistenza e, pur non contagiando altri settori sociali, han rappresentato rappresentano un ulteriore tassello di conflittualità di massa sempre pronta ad esplodere.

Dopo i tafferugli della scorsa notte a San Paolo, e il continuo fermento nelle strade, la Giunta del distretto ha comunicato in fretta e furia la rinuncia al rincaro dei trasporti del servizio pubblico metropolitano, non mancando di condannare le “violenze” come controproducenti all’ascolto delle rivendicazioni popolari.
Ma tale lettura ha visto la smentita netta e inequivocabile da parte di uno dei gruppi promotori maggiormente attivi nelle piazze di questi giorni, il “Free fare Movement”, che appunto allarga il suo orizzonte alla gratuità dei trasporti e afferma che “i governanti dicono che i manifestanti impediscono sia la normalità del fruire dei servizi, sia lo sviluppo di una ragionevole mediazione vantaggiosa per il popolo. Ma la realtà dice che è proprio il popolo a dimostrare coi fatti, in strada, che è disposto a lottare per conquistarsi i propri diritti.”

La disillusione verso l’intero sistema governativo complice della ulteriore verticalizzazione forzata della società in nome di un’ ulteriore ciclo di speculazione, che vede al centro il business dei Mondiali di Calcio 2014, nonché dello sprofondamento rapido di buona parte del ceto medio in via di proletarizzazione, sta portando il focus delle proteste ad affiancare, ad un più moderato rifiuto di ciò che è considerato marcio e corrotto del sistema dei partiti, un complessivo e radicale rifiuto in sé dei partiti; non a caso, altro slogan che prolifera e risuona in massa nei cortei è “No, partiti no”.

Certamente, la portata delle manifestazioni di ieri a Rio, con numeri che oscillano da 500mila ufficiosi a oltre un milione di manifestanti, rappresenta una grossa patata bollente nell’ottica di poter implementare tutta una serie di riforme strutturali dentro le quali il rincaro dei trasporti , la dismissione di scuole e ospedali per i poveri, l’ulteriore gentrificazione/militarizzazione delle zone ad alto interesse speculativo in vista dell’Estate 2014 rappresentano solamente gli aspetti più tangibili per chi guarda dall’esterno i fatti di questi giorni.

Su Chavez.

In questi giorni si rincorrono le commemorazioni di Hugo Chavez, leader venezuelano deceduto dopo una lunga lotta contro un tumore.
Chavez è stato sicuramente un personaggio maiuscolo. Tuttavia, più che idolatrizzare la persona, mi interessa mettere l’accento sul processo storico che ha avuto in Chavez uno dei suoi rappresentanti e che non può dirsi esaurito con la sua morte.

L’america latina è un continente che per secoli è stato schiacciato dallo stivale della grande borghesia latifondista armata e in combutta con le multinazionali statunitensi.
Una terra prospera con enormi ricchezze concentrate nelle mani di pochi e con una miseria dilagante fra tutti gli altri.

A più riprese i popoli latinoamericani hanno provato ad emanciparsi da questa schiavitù. La storia del novecento è anche la storia di come marxismo, socialismo, comunismo e libertarismo hanno incrociato le tradizioni indios e con esse hanno provato a ribaltare questi rapporti di forza in forme molto diverse fra loro.

A volte provando la via elettorale in accordo con i -deboli- ceti medi, come avvenne nel Cile di Allende. A volte alzandosi in armi come avvenne a Cuba.

Fatta eccezione per l’isola caraibica (di cui in occidente si ricordano sempre i limiti, senza considerare come Castro abbia dovuto condurre questo paese in mezzo al boicottaggio e all’attacco attivo del resto del mondo), tutti i tentativi sono stati per decenni repressi nel sangue dalla CIA postasi alla guida degli eserciti nazionali sudamericani. Così morì il Che in Bolivia,così Pinochet si sostituì ad Allende e così in ogni stato dittatori e colonnelli fecero sparire nell’oceano i giovani di sinistra, con tanto di benedizione di Papa Wojtila. La ragione, lo dico con molta nettezza, sta tutta da una parte sola.

Gli anni ’90 hanno costituito un momento di passaggio importante: mentre su scala globale e in occidente andava emergendo la consapevolezza delle criticità del modello di globalizzazione neoliberista (presa di coscienza che sarebbe terminata nella stagione dei controvertici a cavallo di fine millennio), tale consapevolezza si incrociava con le realtà che a decenni di brutale repressione erano sopravvissute in Sud America. Marcos, Chavez, Evo Morales, Correa devono la loro popolarità alla capacità di aver incrociato questo processo.

Con differenze, ovvio, molto significative da paese a paese. Declinandosi di volta in volta come mix di bolivarismo, marxismo, patriottismo, indigenismo.

Questa stagione “rossa” ha avuto due filoni principali. Il primo è il progressismo del Brasile, teso a uno sviluppismo miope e dalle conseguenze drastiche per gli ultimi (si veda il contrasto fra i Siem Tierra e i governi di Lula-Dilma Rousseff), ma che comunque ha portato al potere ex-guerriglieri torturati durante le dittature militari.
Il secondo è appunto il progetto di pan-sudamericanismo promosso dai vari Chavez, Morales, Correa, Castro e con un’argentina post-default in posizione intermedia. Un processo potente di emancipazione dagli USA, che ha dato segnali forti in politica internazionale in favore della Palestina e contro la “guerra infinita” di Bush (Chavez, all’ONU, lo definì “Il diavolo”). Ma è in politica interna che questo processo ha dato i frutti migliori, portando acqua potabile, ospedali e scuole a milioni di esclusi grazie ai proventi del petrolio, e scambiando questo con le eccellenze cubane (insegnanti e medici, frutto dell’istruzione universitaria rigorosamente gratuita cubana).

Certo, questo titanico sforzo ha avuto un prezzo: la radicalizzazione della polarizzazione della società fra chi doveva prendere a chi avrebbe perso qualcosa. La -ristretta- classe media venezuelana era per la maggior parte fra chi avrebbe dovuto dare, non per accanimento ideologico ma per questioni di proporzioni con la grande maggioranza di ultra-poveri. Ciò la ha fatta schierare contro Chavez, spingendola a contestarne gli aspetti più folkloristici, grotteschi, caratteriali, semplificatori.

E’ovvio che anche a noi possano apparire ambigui il leaderismo, l’iconografia, l’ostentazione del militarismo. Ma ciò non può oscurare l’oggettivo risultato delle condizioni essenziali di vita migliorate per milioni di persone, la battaglia all’unipolarismo violento e terrorista della CIA e della stagione repubblicana negli Stati Uniti (non che Obama risolva i problemi, certo…), l’aver rappresentato uno sbocco concreto alla pressione popolare e soprattutto a chi vanno il torto e la ragione. Chi è stato carnefice per decenni e chi tale carnefice ha rovesciato senza mai ripagarlo con la stessa moneta, ma semplicemente redistribuendo. Chi è stato eletto con voto popolare (Chavez) e chi nel 2002 ordì un golpe con parte dell’esercito, dell’informazione e della borghesia cittadina, che venne arrestato dalla mobilitazione di milioni di persone in sostegno di Chavez.

Ora, spersonalizzando il tutto, il processo storico non si fermerà. Ci saranno ingerenze: occidentali, vaticane, dei soliti paladini di una democrazia che tollera finché non ne si mette in discussione la sua piramide sociale. Ma il processo storico non si fermerà. Non si ferma mai, neanche qui in Italia dove dovremmo forse, pur conoscendo e imparando da quanto avviene in altre zone del mondo, prendere coscienza di questo incessante movimento ed elaborare un modello per il QUI, per la società come si struttura nell’occidente del 2013 segnato dalla crisi.

Di seguito un bellissimo documento girato da una troupe francese involontariamente trovatasi nel mezzo del golpe con cui la minoranza bianca, la CIA e gli oligarchi petroliferi cercarono di ribaltare Chavez nel 2002, salvo sbattere il muso contro la mobilitazione popolare che in soli due giorni riconsegnò il paese al Bolivarismo.