Fallisce il teorema di polizia e padroni contro il S.I.Cobas: cosa ci insegna questa vicenda?

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Rilancio comunicato diffuso dai collettivi piacentini dopo la scandalosa vicenda che in settimana ha visto il (misero e fallimentare) tentativo da parte di polizia, padroni e magistratura di infangare il movimento operaio.

I fatti:
Giovedì 26 gennaio il segretario nazionale del S.I.Cobas Aldo Milani viene tratto in arresto durante una trattativa con i signori Levoni, titolari dello stabilimento Alcar uno -filiera Levoni- di Modena, dove si erano avuti 52 licenziamenti politici. Ad “incastrarlo” sarebbe un video (consultabile qui: Aldo Milani è quello seduto a destra, si evidenzia come a prendere la busta sia un’altra persona, consulente aziendale e totalmente estranea ai S.I.Cobas, è quella che fa il segno delle manette evidenziando la combutta con la polizia e la natura di messinscena della vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=m7Eh9iNQ5TE ).

Nella notte fra giovedì e venerdì scattano blocchi e picchetti in oltre 200 aziende. Si denuncia la montatura ordita per screditare il sindacato che ha fatto proprio della sua incorruttibilità lo strumento della sua travolgente espansione. Nella giornata di venerdì sono 2.500 persone sotto il carcere di Modena (https://www.youtube.com/watch?v=3XCkCcYB2pY ) e poi sotto alla Alcar uno, azienda corresponsabile nella creazione della montatura. Nella giornata di sabato, ancora oltre 500 operai sono sotto il carcere. La tensione si alza e si arriva a spingere e dondolare le grate del cancello del carcere (https://www.facebook.com/monzoor.alam.3/videos/1355907474461297/ ).

Nel frattempo, altri presidi con svariate centinaia di persone sorgono a Roma, Napoli, Brescia, Pavia/Stradella e Piacenza ( https://www.youtube.com/watch?v=V-sOQyJHqL4 ).

Verso le 16:30 della giornata di sabato, arriva la notizia: il gip riconosce Aldo Milani “estraneo a qualsiasi fatto riconducibile alle motivazioni dell’arresto” e ne dispone la liberazione immediata, con obbligo di dimora nel comune di residenza (tradotto: non può lasciare il comune in cui risiede, si tratta di prassi in casi come questo: la persona, in quanto potenziale informata sui fatti, deve restare a disposizione degli investigatori, potendo rientrare in qualsiasi momento nel procedimento in svariate posizioni). Sotto il carcere è il delirio: (qui potete vedere la scena dell’uscita e le prime dichiarazioni di Milani: http://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/si-cobas-aldo-milani-era-un-tranello-mi-hanno-incastrato/70870/71415 blob:http://video.gelocal.it/5cbc270c-fee6-4ed1-b1dc-edd7eaa8a48a).

Il succo delle contraddizioni sotto cui è crollato il tentato teorema è verte sulla losca figura di tal Piccinini, offertosi di accompagnare Milani in quanto “facilitatore della trattativa”. Costui (lo ripetiamo: mai stato parte del sindacato e anzi impegnato in prima persona nella gestione del personale per conto di svariate aziende e cooperative in anni passati!) avrebbe riferito di aver preso la busta per poi destinarla alla “cassa di resistenza dei lavoratori licenziati del S.I.Cobas”. Fattore che a noi non scandalizzerebbe assolutamente, se non fosse che il S.I.Cobas si è sempre rifiutato di accettare donazioni per detta cassa da parte padronale, fondandosi esclusivamente sulle offerte degli aderenti. Inoltre, appunto, Milani non sapeva di questa sua dichiarata “volontà” di donazione. La versione del Piccinini sarebbe entrata in contraddizione con quanto dichiarato dai Levoni, che hanno invece parlato di un prestito (si tratterebbe di una seconda tranche) a favore dello stesso Piccinini. Ciò, se da un lato scagiona Milani, dall’altro evidenzia come vi fosse una montatura e una volontà pretestuosa, a maggior ragione se si guarda al linguaggio dei segni con cui Piccinini comunica con la polizia. Il rimpallo di accuse fra azienda e collaboratore della polizia (il Piccinini, ora agli arresti domiciliari e messo immediatamente sotto scorta per paura che qualcuno vada a chiedergli conto delle sue balle) sarà lo show comico dei prossimi mesi, dato che crollata la montatura (e fatti salvi da conseguenze polizia e PM, che nel nostro paese non pagano mai anche di fronte a un uso smaccatamente politico della repressione) dovranno pur accordarsi sul come pararsi dalle controaccuse e eventualmente chi dei due sarà “sacrificato” per questo fine.

Le considerazioni:

1. Il teorema è crollato perché era fatto male, era eccessivo, ridondante, pieno di punti deboli.

2. Il teorema è crollato anche per la grande mobilitazione, che ha coinvolto migliaia di operai e espresso un livello di scontro con i fondamentali dello stato (nella fattispecie il monopolio della violenza e della reclusione) senza precedenti: operai che dondolano e premono sul cancello di un carcere è una scena che non si vedeva nemmeno negli anni ’70!

3. Il teorema ha rafforzato e rinsaldato il movimento della logistica: se mai ci fosse stato un evento per mettere a prova lo spirito di tenuta, questo era proprio il colpire Milani, amatissimo dagli operai per il lavoro svolto in questi anni (a volte quasi fin troppo amato, addirittura venerato, ma questa vicenda insegna che il S.I.Cobas riesce a lavorare ed esprimere alti livelli di conflittualità anche in sua assenza…e in ogni caso tale amore possiamo confermare che affonda le radici in anni e anni di lotta senza quartiere nella quale Aldo si è impegnato in rima persona!).

4. Il teorema è grave di per sé. Perché il fatto che polizia e padroni lo abbiano provato così esplicitamente falso, così estremo, così senza paura di ripercussioni è veramente un fatto preoccupante. Stavolta emerge perché il S.I.Cobas ha costruito una base di consenso davvero grande e solida, ma ogni anno svariati “teoremini” vengono costruiti contro aree politiche a vario titolo antagoniste (in particolare quella libertaria). Che questi teoremini abbiano, a differenza del caso Milani, qualcosa o nulla di concreto da cui partire è un fatto che non ci interessa ne comprometterebbe la nostra solidarietà totale, piuttosto è importante sottolineare come dal nulla o dal qualcosa si cerchino di estrapolare delle figure sociali da colpire e colpevolizzare come archetipi del nemico pubblico che esulano dalle motivazioni alla base degli arresti. Per questo, perché chi si informa sa che la repressione è continua strisciante e ovunque, che le strutture dello stato non sono neutre ma al lavoro continuo per colpire chi promuove il cambiamento sociale, abbiamo continuato a ripetere che Aldo Milani nella reclusione non era solo sé stesso, non era solo il S.I.Cobas e non era solo il movimento della classe operaia migrante: era un comunista, un rivoluzionario, un anarchico e tutte le figure di prigioniero politico del nostro paese, a cui va la nostra solidarietà come a qualsiasi altro carcerato.

5. Nella giornata di venerdì abbiamo registrato una serie di dichiarazioni infami da parte di tristi personaggi: alcuni riconducibili ad USB (questi comunicati sono poi spariti da internet…pavidità di fronte alle mobilitazioni o si sono ricreduti?), Bernocchi dei Cobas che ha “invitato tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas”. Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai diktat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori. Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, chiamata “Il Sindacato è un’altra cosa”, l’Adl-Cobas, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa). Bene, di tutti queste sigle e persone si può fare un bel sacco (di merda) non per ritorsioni in stile anni ’70 (ci mancherebbe, non ne sarebbero neanche degni!), ma per sapere con precisione di quali facce ci si può fidare e di quali no nel condurre una lotta. Per sapere con chi non si può parlare perché non sta lottando per una classe o per degli ideali, ma per dei piccoli interessi di bottega.

6. Questa storia non è finita: altre svolte costruite ad hoc potrebbero essere impresse con la fabbricazione di elementi probanti falsi (siamo pur sempre nello stato delle trame, delle forze di polizia più attivamente coinvolte nel contrasto ideologico dei movimenti di emancipazione, delle “molotov” trovate alla scuola Diaz e fabbricate dalla polizia stessa…), altre vicende simili potrebbero essere tentate per screditare la lotta…bene: troveranno sempre solidarietà ed orgoglio contro cui impattare.

Considerazioni a margine della vicenda Buonanno

Alcune raffinate uscite del (fu) Buonanno in cui manifestava godimento per morti di massa, suicidi in carcere, auspicava violenza verso i compagni, suggeriva sex toys ad omosessuali.

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PROLOGO:

tre giorni fa si schianta in macchina il noto ex politico Buonanno. Mezza Italia manifesta gaudio per essersi liberata di un soggetto che faceva delle uscite di rara cattiveria e violenza, forte della sua posizione di potere. Un vip della politica televisiva che credeva di poter dire e fare tutto quello che gli passava per la testa, fregandosene delle conseguenze pratiche che le sue parole avevano.
Il noto politico piacentino ed ex senatore leghista Polledri mi chiama in causa in una lettera alla stampa locale dicendosi dispiaciuto della mia felicità (da lui ricavata da un post su facebook in cui tuttavia il noto ex politico non veniva mai citato). Apriti cielo: centinaia di messaggi, minacce, interventi a sproposito di pseudo giornalisti in cerca di un quarto d’ora di luce riflessa, tonnellate di falso e ipocrita perbenismo e tuttecose che succedono in queste occasioni. Addirittura Salvini mi definisce un verme: detto da lui il miglior complimento mai ricevuto in vita mia.
Bene, il carnaio umano che ci finisce dentro è tale e tanto che non può non stimolare alcune considerazioni.

SVOLGIMENTO:

La prima categoria a manifestarsi è quella dei professionisti della politica. Attenzione: non parlo di persone con incarichi politici o membri di più o meno credibili gruppetti, ma di quella crosta marcia di professioni varie che vive attaccata allo show della politica. Assenti da qualsiasi scenario dove si manifestano le tensioni sociali reali, silenti di fronte alle quasi quotidiane aggressioni e violenze a sfondo politico, razzista o poliziesco, compaiono miracolosamente a stracciarsi le vesti on line. Il perbenismo prima di tutto, le patenti di giusto e sbagliato ben in vista. Poi, quando gli controargomentano, svalvolano e tolgono la maschera “difendete Giuliani che doveva morire pezzo di merda”…RISPETTO PER I MORTI!

Poi ci sono gli analfabeti funzionali. Una platea enorme. Sono quelle persone a cui i social dovrebbero essere vietati. Anche il voto eh, chiaro. Con argomentazioni dal “hanno eliminato uno scomodo” (credendoci) al “chi è felice ama Tito e Stalin”. Sono quelli che augurano buongiorno con le immagini di titti che dice “kaffeeeee!”. Noto che molti di loro avevano in Buonanno un riferimento. La categoria è border-line con lo spirito che io definisco “leghista profondo”, quello del “mantenuti! A lavorare”…SE SEI D’ACCORDO CONDIVIDI!

Poi ci sono quelli dell’ordine, ivi compreso un noto ex funzionario della questura. Loro la fanno più semplice: “zecche rosse, manganello olio di ricino!”. Il fascino della divisa attira sempre un certo gene. Nonostante molti li giudicheranno i peggiori, hanno comunque il mio rispetto molto più delle categorie precedenti…BASTONATE!

Poi ci sono i sinistrati istituzionali. Non tutti eh, qualcuno di pancia è onesto. Ma diciamo che come riferimenti persistono nell’errore che li ha eliminati dallo scenario politico ormai dieci anni fa: la rincorsa a un consenso del “cittadino per bene” (identificabile per loro nella categoria antropologica dei dipendenti pubblici o dei pensionati nostalgici del PCI) prendendo le distanze con mossa di rara eleganza: “quelle posizioni erano sbagliatissime ma non ci si felicita di un morto, bisogna sconfiggere quelle idee”. La consistenza dell’argomentazione è talmente fumosa che rintrona provare a concretizzarla. Cioè se tipo ti stanno sparando e schivi una pallottola non importa perché tanto poi sparano lo stesso. Vabbè, soprassediamo…CI APPELLIAMO ALLA COSTITUZIONE!

Il compagno fuori dal movimento reale: straordinario. All’inizio fa incazzare perchè pensi “ma tutta sta gente che ora supporta le posizioni dove sta quando serve?”, ma poi capisci che in realtà è un bacino di gente che probabilmente nella vita ha avuto la sola sfiga di non incontrare qualcuno che li coinvolgesse. E loro sì che ti fanno riflettere sui tuoi errori e le tue insufficienze. E poi dai, uscite straordinarie tipo “ma che cazzo state dicendo è morto uno stronzo vaffanculo!”…DOBBIAMO FARE COME IN GRECIA/FRANCIA!

CONCLUSIONI:

finito il carnaio, un po’ di considerazioni serie.

1. Innanzitutto non attribuire troppa importanza a questi polveroni. Nel mio caso è stato dovuto al fatto che per due volte venni eletto a delle elezioni comunali. Se no non mi avrebbero cagato come è stato per milioni di altre persone. Mi spiace solo che a distanza di secoli ancora venga presentato come “il consigliere comunale di rifondazione”: figurarsi non rinnego mica scelte fatte quando avevo ventanni…semplicemente, è falso, echeccazzo!

2. Credo sia interessante vedere come chi non fa politica reagisca appellandosi alle più strambe etiche (ovviamente a targhe alterne) quando incrocia qualcuno che invece ogni giorno si sbatte per qualcosa. Non riescono proprio a empatizzare con chi subisce sulla sua pelle gli agguati, le botte della polizia, le denunce per contrastare lo sfruttamento sui posti di lavoro, gli sfratti, la rapina di ricchezza. Non hanno i parametri per empatizzare. Ma quello rivela solo dei nostri limiti: spesso sono persone che subiscono anch’esse gli effetti della rapina sociale a cui siamo sottoposti. Che siano così distanti è un limite che si deve colmare, o ci sarà sempre terreno per posizioni alla Buonanno! Come è possibile che queste persone ignorino e caschino dal pero se gli si mette davanti che, mentre loro leggevano i post più o meno paraculi dei giornalisti vari, centinaia di persone intorno a loro erano coinvolte in lotte sociali determinanti per il futuro degli stessi territori in cui vivono?

3. Come relazionarci se qualcuno viene tirato nel calderone del circo mediatico (social e non)? Alcuni compagni dell’antagonismo mi hanno scritto “ormai che ti han tirato in ballo balla, rispondi alla Zanzara e spara a zero su Salvini”. Ci sta per l’amor di dio, è una possibilità. Ma ho preferito declinare. Anni fa, quando appunto da ventenne credevo che la politica passasse per elezioni, visibilità mediatica eccetera, avrei accettato al volo. Non era mica la prima di polemiche di questo tipo in cui mi tiravano. Così a memoria ricordo la denuncia dal presidente dello IOR (banca vaticana), da Napolitano, da un noto vicequestore che ai tempi operava a Brescia…Ma onestamente, dopo tanti anni in cui si è fatto della lotta sociale antagonista il proprio baricentro, che senso avrebbe? Non serve visibilità sul singolo, quanto sulle lotte, e lì ci sono altri strumenti per ottenerla. Il rischio di essere macinati in un ingranaggio in cui le regole le fanno loro è troppo alto, vedi anche le performance non proprio brillanti di chi ha provato a mettersi su quel piano con Salvini negli anni precedenti. No, meglio stare dietro e continuare a lavorare a testa bassa. Nostre notizie ne avranno, ogniqualvolta vedranno una strada bloccata da un picchetto operaio o proveranno quella sensazione di straniamento quando accendendo la tv vedranno le notizie allarmate per una rivolta di piazza. Cucù, guardate il frutto della vostra indolenza.

4. Ci sono comunque degli eccessi gravi. A Imola, ad esempio, una ragazza che aveva scritto ne più ne meno di quello che avevo scritto io è stata oggetto della creazione di una pagina facebook fake che la indicava come “nome – cognome – la pompinara rossa di Bologna”. La pagina è ovviamente un proliferare di stereotipi maschilisti, sessisti, da vomito. Ma soprattutto espone la ragazza a eventuali conseguenze pratiche nella vita di tutti i giorni. Le minacce di morte le ho avute pure io ma non sto a fare la vittima perché tanto ci sono abituato da 12 anni. Ora, al di là della ovvia solidarietà alla ragazza, queste cose mettono a nudo la reale natura di quella che è la base reazionaria di massa che esiste nel nostro paese. Spesso le loro avanguardie ci costringono a perdere tempo e distrarci dalle lotte sociali per contrastarle, ma è la base di massa il problema. Senza di quella, niente Salvini e niente effetto trascinamento sulle politiche governative. Uno schema che esiste con articolazioni differenti non solo in Italia ma in tutta Europa. Per questo, mentre ci battiamo con l’azione diretta per la libertà di movimento di tutti, è giusto continuare a braccare chi si fa interprete politico di queste posizioni, chi porta la massa a identificare il nemico in chi ha meno e non in chi vive, peraltro fra numerose ruberie e scandali, sulle nostre spalle.

Qui invece la pagina che citavo nell’articolo, che nelle offese alla ragazza imolese mette a nudo la natura di parte di coloro che si offendono per l’odio verso Buonanno:

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Libera tortura in libero stato

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Rilancio editoriale di Infoaut.org . Ho inserito qualche corsivo di mia mano per spiegare meglio qualche passaggio (indicati con ndr). Io ho iniziato a fare politica per il G8 del 2001, e per la mia generazione l’odio e il ricordo sarà sempre vivo.

A quasi 14 anni di distanza dai fatti, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per tortura per la mattanza messa in atto dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, durante il G8 di Genova.

Non ci interessa in questa sede entrare nel merito o dare giudizi su una sentenza e su un linguaggio che poco ci appartengono, pur rispettando l’impegno e le scelte di chi, dopo aver subìto le violenze di quella notte, ha deciso di spendersi in questa direzione e oggi trova forse finalmente un punto di approdo e un riconoscimento per anni di battaglie legali. Ci limitiamo piuttosto a constatare che il verdetto di Strasburgo non fa che mettere nero su bianco (e in maniera piuttosto tardiva…) l’evidenza che per tutti questi anni è stata sotto gli occhi di tutti, oltre che oggetto di denunce e contro-inchieste.

Non così per il coro di “sinistri” (istituzionali, ndr) cui la sentenza di ieri sembra improvvisamente aver aperto gli occhi sulla quotidianità di violenze, abusi e torture che le forze dell’ordine (nostrane e non) commettono, quasi sempre impunemente. Ecco allora che il PD con una mano si batte ipocritamente il petto per l’accaduto e con l’altra tira fuori dal cappello la promessa tempestiva di una legge sul reato di tortura, così da rassicurare la corte di Strasburgo che il nostro paese è pronto ad allineare il proprio ordinamento con quelli del resto della “civile Europa”. (ah…gli esotismi che vedono sempre qualche modello lontano a cui ispirarsi e da glorificare…la polizia spagnola tortura egualmente, quella greca aderisce al 60% a un partito neonazista…non sarà forse caso di interrogarsi sulla natura di “corpo separato dello stato” delle forze dell’ordine? Sulla loro connaturata violenza ad ogni latitudine? ndr)

Dal canto nostro preferiamo guardare alle cose con maggiore disincanto e realismo e ci permettiamo di dubitare del fatto che possa essere la semplice introduzione di un reato nel codice penale a misurare il maggiore o minore grado di “civiltà” o “democraticità” di un corpo di polizia in cui abusi e violenze non sono l’eccezione o pagine buie da voltare, ma sono piuttosto connaturate a un’istituzione marcia e reazionaria fin nel profondo.

E ne dubitiamo soprattutto alla luce degli eventi e dei fatti che i 14 anni che ci separano da Genova 2001 ci consegnano: mentre ci sono compagni e compagne che stanno scontando anni di carcere per la propria partecipazione alle mobilitazioni di quelle giornate (condannati per reati figli del codice Rocco…), per tutto questo tempo i picchiatori della Diaz e i responsabili dell’ordine pubblico di piazza non solo hanno continuato a svolgere il proprio lavoro, ma sono stati addirittura promossi, passati da un impiego di prestigio all’altro, mentre le evidenze delle responsabilità che portavano per quelle violenze gli scivolavano addosso come se niente fosse. È il caso del “superpoliziotto” Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva per i pestaggi della Diaz e recentemente chiamato a fare da consulente a Finmeccanica, dove è approdato – guardacaso – grazie al presidente Gianni De Gennaro, capo della polizia all’epoca di Genova. Oppure di Giacomo Toccafondi, soprannominato il “dottor mimetica” della caserma di Bolzaneto, prima promosso e poi recentemente salvato grazie alla prescrizione, così che tra qualche mese potrà tornare tranquillamente ad esercitare.

…dobbiamo proseguire?

E d’altronde è bastato il timido annuncio del PD sulla nuova legge sulla tortura a scatenare il coro di reazioni dei vari sindacati di polizia, da sempre assecondati e ascoltati in maniera bipartisan (e recentemente anche invitati a parlare dal palco di Salvini a Roma…) (e da quello di Libera a Bologna…ma tanto per l’associazione del prete amico del persecutore dei notav Caselli l’ideale è la legalità in se, no? Quindi che problema c’è a legittimare una categoria che è nata per essere al servizio dei padroni? L’importante è fare qualche arresto-spot ogni tanto, mentre la vera mafia agisce nei magazzini facendosi forte dei rinforzi in divisa…ndr); lasciati liberi di difendere assassini e addirittura di applaudirli. La polizia uccide e tortura perché da sempre può farlo con la garanzia di impunità.

Per quanto ci riguarda non abbiamo bisogno di una sentenza per scoprire che la polizia picchia e abusa: i pestaggi e le violenze di Genova li abbiamo condannati 14 anni fa e la rabbia e le ferite lasciate da quei giorni non saranno lavate via dalle ipocrite promesse di chi oggi scopre l’acqua calda. (ma dal proseguire la nostra lotta verso un mondo più giusto, in cui, semplicemente, le forze dell’ordine non saranno più necessarie! Ndr)

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La ricostruzione, cruda ma realistica, della tortura esercitata durante i giorni del G8 verso una giovane indebitamente trattenuta in stato di fermo. La minacciarono di stupro, la umiliarono come tanti altri. Non esiste perdono.

Solidarietà ai compagni fiorentini! Vergogna per Libera-UDU-Sinistra Universitaria.

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La scritta apparsa sui muri dell’università

Rilancio il comunicato del collettivo di Scienze Politiche in merito alla “mancata” visita di Caselli della settimana scorsa. Di mio mi limito ad aggiungere un breve commento sui tre soggetti che hanno solidarizzato con Caselli. Per fortuna, che è da anni che sono espulsi da qualsiasi ambiente di movimento. Ma vorrei ricordare 3 episodi per capire di che gente stiamo parlando.
1) LIBERA: siamo nell’estate 2013 a Piacenza, c’è una vertenza molto delicata in atto con 26 profughi. Trovano il coraggio di accamparsi sotto il comune perchè erano stati scippati da privati di alcuni diritti previsti dallo stato per loro. Cosa fanno i referenti del prete-imprenditore? Si presentano sotto il comune e dicono “offriamo noi la cena ai ragazzi”. Poi tornano e dicono “a patto che tolgano le tende e facciano tutto quello che gli dice il comune”. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
2) UDU: siamo al 15 dicembre 2010. Il giorno prima la migliore e più importante manifestazione studentesca degli ultimi 30 anni ha invaso roma e si è scontrata per ore nel tentativo di raggiungere il senato dove stava venendo votata una riforma classista e intollerabile. Senza divisioni, una piazza compatta di 100.000 persone ha provato ad avanzare. Cosa fa l’UDU (in compagnia di altre organizzazioni, ma sorvoliamo..)? Va a incontrare Napolitano, proprio mister “reprimete i movimenti”, mister “grosse Koaltition”, e gli dice “siamo noi gli studenti, ci dissociamo da quella marea di pazzi”. Cioè una volta che c’è un avanzamento e non si sente quella retorica da anni ’90 della divisione fra buoni e cattivi questi qua si prestano a fare le veline del potere, con tanto di foto ricordo. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
3) SINISTRA UNIVERSITARIA: potrei citare tutti gli anni che ho passato in università e raccontarvi il teatrino che loro e affini imbastiscono ogni volta narrando di “alzare la testa”, di “ripartire dagli studenti” quando si avvicinano le elezioni universitarie. Elezioni a cui regolarmente vota il 2-3% degli studenti in quanto sono palesemente una presa per il culo e il solo parteciparvi basterebbe già per essere complici. Inoltre, la verità è che servono ESCLUSIVAMENTE a lanciare nella carriera universitaria-politica qualche galoppino-yesman, che regolarmente non farà una beata fava per gli studenti e sarà intento ad operare in consiglio accademico per assicurarsi un avvenire. E ricordiamoci di tutti quelli che nel post-laurea si sono sentiti dire “ci dispiace, ma i posti per la ricerca son già tutti impegnati per le quote di SU e CL” (e ce ne sarebbe pure una terza…) o ancora di quando loro e gruppi “affini” chiedono gli sgomberi delle aule occupate. Complimenti, d’altra parte chi osanna lo sbirro è normale che lo replichi.
IN SINTESI: che nominare questi gruppi e affini dia il voltastomaco a qualunque compagno è appurato da anni. Vadano pure con il loro amico Caselli. Noi saremo in Val di Susa a combatterli e a batterli, come in ogni lotta che vada contro il vostro amato stato-gendarme. E se non portate la cena la ruberemo e ce la cucineremo noi! Che poi se ci pensate vivete male: per barcamenarvi e puntare alle briciole del potere arrivate ad avere in odio i valori e gli ideali da cui, magari, eravate partiti da giovanissimi, a combatterli attivamente. In fondo, fate solo pena: siete i gendarmi di voi stessi.
Di seguito il comunicato dei compagni:

INTOLLERANTI A CHI?
Precisazioni sulla contestazione a Caselli e sulla libertà d’espressione (del dissenso).
documento dell’Assemblea contro la presenza di Caselli a Novoli.
«Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere»
Bertold Brecht
Riguardo alla contestazione, promossa dal Collettivo Politico di Scienze Politiche, all’iniziativa organizzata da Sinistra Universitaria e Libera, avente come ospite eccellente (e unico) Giancarlo Caselli, siamo stati accusati di intolleranza e di voler soffocare, con metodi intimidatori, il confronto democratico ed il libero scambio di idee all’interno delle aule universitarie, per di più su un tema importante come la lotta alla mafia. Nulla di più falso!
Semplicemente, ci siamo presi la libertà di esprimerci sulla faccenda, invitando le studentesse e gli studenti di Novoli a boicottare e contestare la presenza del magistrato responsabile della pesante criminalizzazione e repressione del movimento NO TAV (e non solo).
Crediamo che le pratiche del boicottaggio e della contestazione siano più che legittime all’interno di una dialettica politica che non si è mai limitata al “libero confronto tra opinioni” ma è fatta di violenza poliziesca e repressione giudiziaria ai danni dei movimenti sociali che, liberamente, esprimono legittime istanze politiche.
Non solo “innocue” idee, dunque, ma azioni concrete che comportano responsabilità politiche pesanti. Non ci stancheremo mai di denunciare le manganellate, l’uso massiccio dei lacrimogeni CS (proibiti nei conflitti bellici dalle convenzioni internazionali!), le percosse e le molestie sessuali ai danni dei compagni e delle compagne NO TAV fermati dalle forze dell’ordine e il regime di occupazione militare a cui è sottoposta la popolazione valsusina. Dopo queste violenze fisiche arrivano le denunce, gli arresti preventivi, le accuse infamanti di terrorismo e il carcere duro in regime di 41 bis da parte della procura di Torino, diretta proprio da Caselli.
Ma le responsabilità che, a vario titolo, contestiamo al procuratore non finiscono qui; e non ci stupiamo se la risposta dello stesso Caselli, pubblicata da alcuni quotidiani, evita di entrare nel merito delle nostre accuse. Comprendiamo il suo disagio a vestire i panni dell’accusato e non dell’accusatore, ma le sue responsabilità restano indelebili: non stiamo parlando solo di responsabilità personali o penali dirette (che non a caso non ci competono – essendo noi politici e non magistrati) ma di GRAVISSIME RESPONSABILITÀ POLITICHE. Riepiloghiamole:
1. La vulgata, sostenuta anche da Caselli, secondo cui “l’emergenza terroristica” è stata affrontata con gli strumenti della democrazia senza cedere all’autoritarismo ed al militarismo è una falsità storica. Il recente “caso Triaca” e le confessioni del poliziotto torturatore Nicola Ciocia, soprannominato dai colleghi “Dott. De Tormentis”, dimostrano come gli apparati repressivi statali, nei quali operava lo stesso Caselli in ruolo di spicco, abbiano adoperato sistematicamente lo strumento della TORTURA contro i militanti delle organizzazioni politiche della sinistra extraparlamentare (armate e non). È certamente scomodo ricostruire una verità storica che oggi viene chiamata in causa solo in maniera strumentale.
2. Premesso che l’attività di giudice antimafia non può costituire di per sè un certificato di purezza morale, anche in questo ambito ci sono zone d’ombra, nonostante l’impressionante quantità di arresti di mafiosi ed ergastoli vantati nel suo curriculum. Ad esempio sulle sue spalle pesa la responsabilità di aver sempre difeso la «professionalità» di Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia e agente segreto del Sisde, autore di depistaggi nelle indagini sull’attentato dell’Addaura e sulla strage di via D’Amelio, anche mediante le torture inflitte a Vincenzo Scarantino. Lo stesso Arnaldo La Barbera che ritroveremo alla scuola Diaz a Genova e alla caserma di Bolzaneto nel luglio 2001. Inoltre, Caselli non ha mai chiarito del tutto la vicenda della mancata perquisizione nella villa del boss Totò Riina. Un’inchiesta giudiziaria in merito a questa vicenda verrà aperta solo qualche anno dopo e porterà alla luce inquietanti collegamenti tra Stato e mafia («pericolosi per la democrazia» direbbe qualcuno…), con il coinvolgimento di alcuni ufficiali dei Carabinieri: il capitano De Caprio, il colonnello Mori e il generale Subranni (già autore del depistaggio delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel 1978). Ciò nonostante, Caselli non ha mai smesso di rinnovare la sua stima nei confronti di questi ufficiali suoi stretti collaboratori…
3. Infine, il principale inquisitore del movimento NO TAV ha utilizzato il concetto di legalità come un’arma politica per intimidire e criminalizzare una legittima protesta politica e sociale. Il processo ai NO TAV è un PROCESSO POLITICO! L’accusa di terrorismo è ridicola (e infatti è decaduta in appello) ma è comunque servita ad incarcerare preventivamente numerosi attivisti NO TAV in regime di carcere duro (41 bis.). Non è forse questa una intimidazione che ricorda pericolosamente i metodi mafiosi? Non è forse terrorista lo Stato che criminalizza la popolazione di un’intera valle? Ci chiediamo dov’era la succitata libertà di espressione quando la procura di Torino inquisiva per reati d’opinione lo scrittore Erri De Luca, accusandolo di “istigazione a delinquere” per aver solidarizzato attivamente con il movimento NO TAV (che, tra l’altro, da sempre denuncia le infiltrazioni mafiose nel consorzio di aziende che gestisce la realizzazione dell’opera).
Non ci stupisce che una lista universitaria di “sinistra” tenti di sdoganare un inquisitore come Caselli nell’ambito di una iniziativa puramente elettorale. La stessa “sinistra” che ha rinunciato, ormai da tempo, ad «abolire lo stato di cose presente» per schierarsi dalla parte del potere costituito ed assumere un ruolo di mera amministrazione dell’esistente. Insensibili alle istanze di chi il cambiamento sociale lo sente come una necessità impellente, si sono assunti la responsabilità di far entrare la polizia in università… Questo proprio il giorno dopo le cariche in piazza agli occupanti del Movimento di Lotta per la Casa, che rivendicavano il proprio diritto alla casa e alla dignità in opposizione alla Legge Saccardi. Altro che confronto democratico!
Purtroppo, questa ideologia del “confronto democratico” e del feticcio della legalità (accompagnata dalla gogna mediatica per chi non vi si conforma) serve solo a legittimare l’operato di chi reprime e criminalizza la manifestazione del dissenso politico. Come possiamo “confrontarci democraticamente” con chi non agisce sul piano del libero scambio di opinioni ma su quello della violenza di stato, delle denunce, dei manganelli e del carcere? Caselli agisce come un MAGISTRATO POLITICO che usa la “giustizia” e la legalità per difendere gli interessi del potere economico e politico, legale e illegale (che quasi sempre si intrecciano senza soluzione di continuità in nome del profitto). Come possiamo rispondere a chi calpesta legalmente la lotta di chi ha il coraggio di alzare la testa e dire NO! agli interessi dei potenti?
Che Caselli non si sia presentato non ci sorprende affatto. Evidentemente è abituato a platee generose di applausi acritici ed a giornali che lo glorificano come “eroe della democrazia”. Non ha voluto affrontare i “terribili contestatori” ma ha affidato le sue accuse ai giornalisti compiacenti. Non siamo un gruppuscolo di “cattivi antagonisti”, come siamo stati dipinti dai media, ma una forza politica composta da vari collettivi e realtà politiche universitarie e cittadine. Prova ne sono le centinaia di studenti e lavoratori che partecipano alle nostre numerose iniziative politiche.
Ribadiamo che non facciamo della legalità la nostra bandiera quando la legalità calpesta la giustizia sociale e difende a mano armata profitti e sfruttamento. Ribadiamo la legittimità della pratica del boicottaggio e della contestazione, cosi come la legittimità delle pratiche messe in campo dal movimento NO TAV, contro cui Caselli si accanisce violentemente. Non ci stupisce la richiesta, in nome della libertà di espressione, del direttore della scuola di Giurisprudenza Prof. Paolo Cappellini di far rimuovere dalla polizia con la forza il nostro striscione! Né ci sconvolge la mozione di solidarietà a Caselli da parte del Senato Accademico, come se fosse lui la vittima di una violenza intollerabile…
Piuttosto, invitiamo tutte le forze che si sentono progressiste, antimafia e democratiche a condividere il nostro sdegno e a prendere una posizione netta contro chi reprime e criminalizza il dissenso! Con la nostra contestazione speriamo almeno di aver sollevato qualche dubbio…
TERRORISTA E VIOLENTO È CHI REPRIME!

Autoformazione NAP: conclusa un’edizione da record!

2014-12 seminario mezzadra'''''

La rassegna, giunta alla terza edizione, ha visto quest’anno la partecipazione di oltre 150 spettatori. Siamo soddisfatti sia per il numero di presenze, sia per la qualità dell’approfondimento dei temi trattati. Siamo riusciti nel risultato non scontato di portare molte persone ad incontri di approfondimento teorico molto impegnativi di domenica pomeriggio, riuscendo a promuovere un confronto su temi importanti come l’economia, l’immigrazione e ora il precariato giovanile.
Di seguito i video di tutti gli incontri per chi fosse interessato a riprendere alcuni passaggi. Va da sè che in incontri teorici è molto meglio essere presenti dal vivo, e può essere difficile tenere il filo del discorso guardando un video. Tuttavia, per chi è appassionato sarà un piacere…

La struttura del capitalismo contemporaneo – con Andrea Fumagalli e Clash City Workers

Sorvegliare e punire – con Associazione ACAD, Associazione DAX e Comitato di lotta Bussoleno/Val Susa

L’Italia e vent’anni di fenomeno migratorio – con Sandro Mezzadra

Logistica e territorio – con Sergio Bologna e Niccolò Cuppini (redazione Infoaut)

Precari di seconda generazione – con Federico Chicchi e Gigi Roggero (redazione Commonware)

AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE – STEP 2 – SORVEGLIARE E PUNIRE

2014-10 volantino seminari

DOMENICA 23 NOVEMBRE secondo appuntamento della terza edizione di autoformazione-rivoluzione!
Dopo il primo partecipatissimo incontro, in cui abbiamo affrontato il tema della struttura capitalista, sarà la volta della discussione su un tema complesso e delicato: la repressione.
E’ nostra convinzione che negli ultimi anni si siano ristretti sempre più gli spazi di agibilità dialettica per i movimenti sociali. Comportamenti e momenti di lotta che sino a qualche anno fa erano dati per scontati ora sono oggetto di repressione, così come i comportamenti sociali sono sempre più combattuti nel dispiegarsi della loro autonomia in favore di un maggiore disciplinamento,
Da Foucault in avanti, sappiamo come il sistema nel suo complesso tenda al modello del “carcere sociale”. Da ciò consegue un restringimento della possibilità di evasione dallo stesso e anche la repressione di cui sopra.
Alla luce delle richieste di pena di 9 anni per i 4 NoTav incolpati di aver distrutto una trivella, crediamo sia giunto il momento di aprire una riflessione non vittimistica ma propositiva sul tema del contrasto alla repressione.
Come rompere la gabbia? Come far sì che chi lotta, sia questa lotta in Val Susa, ai picchetti della logistica o nell’occupazione delle case non venga più esposto a conseguenze drammatiche sia privatamente che politicamente?
Tutti stimoli di cui parleremo a partire dall’analisi dello scenario piacentino (e dei numerosi fogli di via emessi dalla questura per la lotta a IKEA) ma anche da due casi particolari: avremo infatti con noi i ragazzi di associazione ACAD e Francesco del comitato di lotta Bussoleno (Val Susa).
Rispetto al primo incontro, quindi, meno economia e più fatti immediatamente percepibili da chi lotta, ma non per questo il venir meno di una volontà di approfondimento teorico su un tema troppo spesso sottovalutato.

Sotto al carcere, per non lasciarle/i sole/i

Sabato scorso siamo stati in presidio sotto il carcere di Piacenza. Solo un primo passo nella denuncia di una situazione ormai insostenibile.

Indicato dall’Unione Europea come il peggiore del continente, il carcere di Piacenza è stato teatro di suicidi e rivolte.
Noi che vorremmo una società senza gabbie ne guardie, che nel carcere vediamo solo uno degli strumenti di dominio capitalista, criminogeno e funzionale al mantenimento di una divisione del lavoro ricattatatoria, ci appelliamo a tutta la cittadinanza sensibile, anche a quella che non condivide con noi questa visione ideale, per un momento di denuncia e vicinanza ai detenuti.

-per un modello di carcere aperto, che non spinga con l’ozio verso la tossicodipendenza e l’autolesionismo,
-per il rispetto della dignità umana a prescindere dalla causa della detenzione,
-per dedicare due ore di un nostro sabato sera a chi del mondo può vedere solo lo scorcio in mezzo alle sbarre.

DENTRO NESSUNO, SOLO MACERIE! Sabato 3 maggio, ore 19, sit-in sotto il CARCERE DI PIACENZA contro le scandalose condizioni dei detenuti.

Indicato dall’Unione Europea come il peggiore del continente, il carcere di Piacenza è stato teatro di suicidi e rivolte.
Noi che vorremmo una società senza gabbie ne guardie, che nel carcere vediamo solo uno degli strumenti di dominio capitalista, criminogeno e funzionale al mantenimento di una divisione del lavoro ricattatatoria, ci appelliamo a tutta la cittadinanza sensibile, anche a quella che non condivide con noi questa visione ideale, per un momento di denuncia e vicinanza ai detenuti.

-per un modello di carcere aperto, che non spinga con l’ozio verso la tossicodipendenza e l’autolesionismo,
-per il rispetto della dignità umana a prescindere dalla causa della detenzione,
-per dedicare due ore di un nostro sabato sera a chi del mondo può vedere solo lo scorcio in mezzo alle sbarre.

Lettera al Movimento Notav dal carcere di Piacenza

Auguri a tutti i lettori.

Cari amici della no tav,
sotto invito di un mio caro compagno, conosciuto nel carcere lager di Tolmezzo, vi scrivo, sperando in un legame, in un ponte, con cui poter dimostrare la mia solidarietà a voi, che, benché in modo diverso dal mio, siete conculcati in libertà e dignità dal potere statale.

Ammetto che la mia attenzione verso di voi è il risultato di una spinta esterna avvenuta nel 2012. Come spesso accade, l’uomo medio, preso dalla vita convulsa fatta di lavoro, sequenze inutili di quotidianità ripetitiva e direzionata da bisogni vaghi, tende a percepire con marginalità e distacco le notizie (già di per sé poco veritiere e dozzinali) del tubo catodico e della stampa: non è sempre una mancanza di empatia o sensibilità, ma spesso solo una stanca disattenzione su vicende che invece ne abbisognano molta. L’opinione pubblica non è veramente al corrente della situazione in Val di Susa, persino i carcerati italiani, così colmi di tempo libero da passare davanti alla tv, non hanno ben chiaro quanto sia vicina a loro la controversia che divampa in quel piccolo pezzo d’Italia, reso sacrificabile dalle mire economiche del Moloch statale.

Ho intrapreso il discorso con molti detenuti, l’opinione comune ricalca ciò che volutamente le stampe divulgano per compiacere i padroni, ossia che la TAV significa progresso, velocità (mi ricorda tanto il manifesto futurista di Marinetti e co. tanto amato dai fascisti) ma soprattutto lavoro e imprenditoria. Così l’italiano stolto si chiede chi mai sia così tanto barbaro da opporsi a questo benessere e a queste possibilità di lavoro, soprattutto con la crisi attuale.

Purtroppo nessuno si sofferma su un particolare: il benessere della collettività è l’equilibrio nella collettività! Il benessere per la collettività non è far passare la merda per cioccolato o far credere che una schiavitù sia l’unico modo per salvarsi dalla povertà. Ci sono intellettuali prezzolati che, al soldo (in maniera occulta certo) di politicanti come Lupi, fanno i mercanti vendendo “cioccolata” e “salvezza”, legittimando “poveri” imprenditori e demonizzando i manifestanti come fossero terroristi mal armati. Ma poiché in parte il cittadino è vigliacco e arrivista, oltre che mal informato e credulone, non solo crede, ma cede, a volte addirittura impegnandosi a voler ottenere lo stesso successo dei suoi governanti e oppressori, usando così i loro metodi, ma facendo soprattutto il loro gioco, alla fine però l’unico risultato sono gli scarti di quelle tavole ammannite dai ricchi epuloni.

Essere obiettivi non è facile, bisognerebbe però sempre chiedersi del rapporto costi-benefici delle grandi opere finanziate in parte con denaro pubblico, quando si sa che lo scopo è lucrare mirando ai finanziamenti dell’Unione Europea. In egual modo ci si dovrebbe chiedere come mai, dei 30 mld messi a disposizione dalla stessa UE per la piccola imprenditoria, ben pochi vengono utilizzati, perché non canalizzati da adeguata informazione. Eppure emeriti economisti come Zagrebsky o Mario Callagati, allievo di Giorgio Fua, critici verso la possibilità di ripresa della grande produzione e della crescita, a conti fatti ammettono che l’unico sensato intervento dello Stato nell’economia è il credito per le piccole e medie imprese, in modo che con piccole opere a livello locale si soddisfi la richiesta di manodopera.

Ora, per quanto ritenga questa possibilità solo in parte salvifica perché difende (in parte) un capitalismo che di fatto è il concetto di entropia economica ai massimi livelli (irreversibilità dei processi produttivi), almeno non si tratta di depauperare energia economica, sociale e ambientale con un’imposizione di sudditanza per il guadagno di una casta.

E qua, si apre un altro punto, quello per cui sono un vostro acceso sostenitore, la non accettazione di un’imposizione da parte dei “nostri impiegati” per l’ipotetico nostro bene. È paradossale pensare che una democrazia rappresentativa, che dovrebbe per l’appunto rappresentare la nostra volontà, invece la sotterri per mantenere viva la propria “cleptocrazia”. Noi cittadini siamo datori di lavoro che pongono una classe per farsi derubare e schiavizzare: se bisognava arrivare alla faccenda della Val Susa per reagire allora dico che si è aspettato troppo.

Diciamoci la verità, quel grosso buco non ha utilità alcuna visto che dalla metà degli anni ’90 il traffico commerciale su gomma attraverso l’arco alpino (e non solo) ha avuto una decrescita, visto che anche la stessa Francia non ha stanziato il denaro previsto perché di fatto non ha ottenuto alcuna precedenza dal ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture (non mi ricordo il nome in francese, pardon!), ma qualche canaglia in Italia vuole replicare lo scempio economico della Salerno-R. Calabria, perché per una volta lo Stato impara dalla malavita e non il contrario.

Ed infatti per veder difesa la loro prepotenza, ecco una bella militarizzazione a protezione dei poveri imprenditori… Qualcuno ha detto in tv che parlare di militarizzazione sia assurdo, perché il presidio occupa 7 km quadrati su una superficie di 1000 kmq. Bisognerebbe spiegare a quell’esimia testa di c… (di cui non ricordo il nome) che anche un metro di presidio è manifestazione dittatoriale quando le armi vengono puntate sulla volontà popolare.

Cari amici, vi invito ad investire nella vostra giusta causa in due modi distinti ma correlati. L’informazione generalizzata e l’azione localizzata, senza lasciar spazio all’indulgenza. Vorrei potervi essere fisicamente vicino e sarei felice di incorrere in problemi giudiziari per una causa come la vostra, ma purtroppo mi trovo qui incasinato in un modo di cui neanche io ho idea, ma questa è un’altra storia.

Con rispetto per la vostra lotta,

Valerio Crivello carcere di Piacenza, 20 novembre 2013

Per scrivergli:

Valerio Crivello C.C. Via delle Novate 29100 Piacenza