Venezuela: link ad approfondimenti oltre il livello imbarazzante della TV

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Parlare della crisi in atto in Venezuela non è facile: da un lato si tratta di uno scenario che mi ha sempre affascinato, sin da piccolo, per la dinamizzazione impressa su scala continentale e globale al contrasto dell’ordoliberismo. Dall’altro, cerco sempre di astenermi dal prendere posizioni su contesti che, sebbene studiati, non ho esperito in prima persona (a differenza del medio oriente ad esempio).

Provo quindi a fare un lavoro di sintesi che parta dal mio vissuto personale. Dato che esprimere “di che cosa sono a favore” mi risulta più complesso del suo contrario, parto quindi dicendo a cosa sono “sicuramente contro”:
Sono contro all’opposizione istituzionale e sbirresca a Maduro, alla loro schifosa voglia di reazione, ai loro privilegi purtroppo quasi illesi dopo 18 anni di chavismo (che stia tutto li il problema?), alle loro televisioni (perché fa ridere Tele Sur, ma è una contro sette…), alla loro violenza che arriva a bruciare decine di chavisti in piazza, alle loro provocazioni e ai loro assalti armati alle cooperative, agli alti prelati che li benedicono nelle loro ville, alle manovre yankee sempre presenti, alla “confindustria” locale che già guidò un golpe nel 2002, alla puzza di Pinochet che da sempre contraddistingue le destre dei paesi sudamericani e del Venezuela in particolare. E sono contro ai tg e ai governi italiani, che non si fanno vergogna degli affari con le peggiori dittature vicine a Isis in medio oriente ma affrontano in modo schifosamente schiacciato sulla Confindustria venezuelana il tema del paese laticonoamericano. Che esultano per ogni arresto di compagno impegnato in lotte e resistenze sociali ma si strappano capelli per i domiciliari ai capi dell’opposizione venezuelana golpista. Vomito proprio.

Allora sono un fan di Maduro? Ecco, credo che qua la risposta sia più complicata. Perché se la scelta fosse binaria fra questi due contendenti, allora lo sarei. Ma la realtà, ahinoi, è complessa.
Sono sicuramente a favore del colossale processo di emancipazione innescato nel 1999 dal Chavismo, questo sì. Ma credo che i suoi limiti e contraddizioni diano ben donde anche a componenti “compagne” di essere incazzati. Incazzati, magari con sacrosante ragioni, ma senza reale potere di costituire un’alternativa fuori dal percorso del Chavismo, temo.

Personalmente, ho compagni o riferimenti culturali che pendono da entrambe le parti (“continuità sì” – “continuità no”), e credo che la cosa migliore sia dunque dare spazio ai loro approfondimenti, davvero ben curati, in modo che ognuno possa elaborare una propria posizione.

Come cappello introduttivo metto però un altro pezzettino di esperienza personale, ovvero le opinioni scambiate direttamente con persone sudamericane o di origine sudamericana.

Da sempre ho una carissima amica mezzo venezuelana, di quelle proprio così intime che mai ne potrei dir male, e tempo fa scambiai due chiacchiere sul tema. Persona di cultura fine, di famiglia antichavista, le era assolutamente chiaro il portato positivo di alcuni aspetti del Chavismo. Tuttavia, mi sottolineava come le modalità di consolidamento del potere utilizzate da Chavez (anche prima del fallito golpe fascista del 2002) avessero involontariamente polarizzato a livello estremo la società venezuelana, il che obbligava la risicata classe media locale (cui appartiene la sua famiglia) a una scelta di campo in cui l’opzione anti-chavista costituiva la scelta dettata dalla paura dell’autoconservazione ma comunque più plausibile. Persone semplici, lavoratori, non i grandi latifondisti e cardinali che ho detto di odiare in apertura. Ciò sicuramente è un elemento su cui riflettere, anche alla luce delle (necessarie?) torsioni semi-autoritarie che legittimamente spaventano chi segue la politica per propri principi e non per un impellente necessità materiale di sopravvivenza. Settori con cui, anche qui in Italia, dobbiamo assolutamente relazionarci!

Questa la sua posizione “a spiegazione” dell’opposizione non ricca a Chavez. Di tutt’altro segno invece le chiacchiere scambiate con i facchini S.I.Cobas di emigrazione sudamericana. Tutti, e dico tutti, a sostegno del percorso bolivarista anche quando non venezuelani. Chi cita le misure sociali adottate dal proprio paese grazie ai prezzi sul petrolio che in alcuni periodi Chavez è riuscito a imporre, tutti a esaltare il ciclo virtuoso avviato insieme a Cuba da Chavez che ha permesso di portare vaccinazioni di massa e assistenza sanitaria a milioni di proletari che ne erano scoperti. Mediamente (ma non sempre) si tratta di persone meticce con un grado di istruzione inferiore alla mia amica bianca, ma decisamente infuse di coscienza operaia.
Un contrasto, questo, che non posso aggirare nel dare una valutazione, senza farne un totem.

Fatta questa indegna premessa a un tema così importante, lascio la parola ai contributi di cui parlavo, invitando a leggerli tutti con attenzione.

Solo un’ultima precisazione: come dice uno di questi articoli, sono convinto che ogni compagno debba pensare che “Noi che da comunisti a questa categoria del dominio occidentale, quella di democrazia, mai ci siamo sentiti affezionati una seconda cosa ci sentiamo di dirla: non è perché rappresenti un’eccezionale prova di democrazia che l’insediamento dell’assemblea costituente risulta un passaggio politico legittimo nello scontro politico-istituzionale. Il discorso sulla democrazia, che per le establishment occidentali serve a screditare Maduro, quando imbracciato dai partigiani di sinistra finisce per delegittimare l’esistenza di un conflitto irriducibile e la scelte operate nel contesto della sua interpretazione politica” .

DI SEGUITO I LINK:
https://www.carmillaonline.com/2017/08/02/autonomia-classe-venezuela/

http://www.infoaut.org/conflitti-globali/eletta-l-assemblea-costituente-venezuelana-l-exit-strategy-di-maduro-alla-crisi-interna
https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/04/10/venezuela-tra-resistenza-e-repressione/

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/07/10/venezuela-perche-non-scendono-dalle-colline/

G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Sull’ attentato di Manchester

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Rilancio da Infoaut

Mentre si affolla l’asta delle immagini simbolo, mentre si scatena la concorrenza su quale logo di solidarietà bisogna aggiungere sui social, mentre il senso viene diluito nel mare di tweet, il compito di descrivere quanto successo oggi a Manchester lo lasciamo ad altri. Partiamo da qui, dalla sempre più chiara sensazione di distanza da questo rito osceno e saturo di lacrime posticce da cui siamo bombardati, un rito percepito ormai come ipocrita e insopportabile, senza rispetto per dei morti che sentiamo vicini. Il divario tra il lutto e l’esperienza. Roberto Saviano, ma potremmo parlare dei tanti piccoli rappresentanti di un pensiero mainstream ormai ridotto a riflesso pavloviano davanti al disastro, dopo la strage della Manchester Arena ci ricorda che il nostro compito è “non smettere di danzare”, contro i “maledetti” terroristi. Un pensiero solo apparentemente mediocre, invero, dispositivo potente perché al cuore del governo attraverso la paura. Parliamo della sempre più stridente ingiunzione alla passività davanti all’orrore.

Continuate a danzare, al resto ci pensiamo noi dicono i nostri governanti e i loro cantastorie. Il desiderio di rivincita e di vendetta viene rimosso ed etichettato a pulsioni primordiali di individui ignoranti… magari un po’ razzisti. Continuate a danzare al resto ci pensiamo noi. Viviamo una sola città globale da Londra a Baghdad passando per Aleppo e Milano. La guerra asimmetrica condotta dallo stato islamico lo conferma colpendo anche a Marawi, nelle Filippine. Solo un’eco per il nostro gusto occidentale, incapace di cogliere il portato pieno di una guerra dispiegata perché impegnato a neutralizzarne il senso nel pietismo dell’orrore più che nell’accumulare rabbia per reagire, per cercare nuovi alleati attraverso il globo, tra le vittime del presente… tra gli altri giovani di 16 anni che non meritano questo mondo.

Queste guerre solo le loro guerre – abbiamo detto – mentre a morire siamo noi. Ma riconoscere che si tratta di guerre che non ci appartengono non basta. Queste guerre sono anche le nostre finché non le combattiamo. Continueremo a essere i bersagli di una guerra che viene condotta anche contro di noi fintanto che resteremo il contesto della guerriglia globale. Bisogna uscire dalla radura, da quel mondo noto al quale il discorso del potere ci ha ammaestrati. Bisogna costruirci una nostra mappa per avere una nostra strategia. Innanzitutto non abbiamo alleati tra chi ci espone alla morte. Non abbiamo alleati tra chi, negli Stati occidentali, governa la paura per governare la vita sulla paura. Tra chi ci chiede di sacrificare ancor più libertà e autonomia per securizzare le nostre società, ovvero per impedirci di posizionarci per essere noi a distruggere e trasformare il nostro stile di vita, quello preda di ogni attentatore. I nostri unici alleati sono gli altri bersagli come noi, perché a Manchester, come fu al Bataclan, a essere sotto attacco è la vita all’altezza della quotidianità imposta dalle gerarchie di potere in cui ci conduciamo. È andare a un concerto, uscire, spendere, mettere like e una foto su instagram… è avere sedici anni. La vita che consumiamo è la nostra vita, quella che dobbiamo difendere e in cui la condizione della negazione per la trasformazione non la troveremo in altro che in noi. La liberazione dal terrore verrà dal ribellarci a questa vita e non nella pietà della morte. Nel combattere e non nel rassegnarsi. Raqqa cadrà perché assediata. Da lì, forse, dovremmo ricominciare a danzare. La nostra musica però.

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

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Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

Trump, la rabbia antisistema e l’eutanasia delle sinistre

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Rilancio da Carlo Formenti (nostro ultimo ospite ai seminari…e al prossimo -l’11 dicembre- si parlerà appunto di USA…

La vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.

A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.

Solo invitando a votare per i candidati di minoranza o ad astenersi, avrebbe potuto capitalizzare le energie e le reti organizzative che si erano aggregate nel corso della campagna, in vista della costruzione di una terza forza alternativa ai due maggiori partiti, ormai del tutto intercambiabili e allineati agli interessi del blocco sociale che domina l’America (e dunque il mondo). Arrendendosi all’apparato ha indebolito questo patrimonio, senza riuscire peraltro a impedire la vittoria di Trump, al quale ha letteralmente regalato il monopolio della rabbia antisistema di un popolo impoverito e frustrato dalla crisi. Ciò detto, mi preme anticipare alcune considerazioni a caldo, mentre mi riservo successivi approfondimenti.

Primo punto: la comunicazione. Come già abbiamo avuto modo di constatare con la campagna sulla Brexit (e come spero potremo constatare con la campagna referendaria di Renzi e soci), le strategie di manipolazione/dissuasione di massa condotte dai media al servizio dell’establishment (cioè tutti) non funzionano più. La crisi ha intaccato talmente in profondità le condizioni di vita della maggioranza delle persone che nessuna chiacchiera sul fatto che l’economia va meglio, che i posti di lavoro aumentano, ecc. può nascondere la realtà dei fatti, per cui più balle si sparano più si generano effetti contrari a quelli voluti. Stesso discorso per i sondaggi: la loro attendibilità è ormai pari a zero, sia perché è evidente che servono esclusivamente a influenzare il voto tentando di funzionare da self fulfilling prophecy, sia perché aumentano sempre più gli intervistati che prendono i sondaggisti per i fondelli, dichiarando intenzioni di voto opposte a quelle reali.

Secondo punto: populismo, lotta di classe ed eutanasia delle sinistre. In un suo post l’amico Bifo scrive che i vari Clinton, Blair, Hollande, Renzi, Tsipras ecc. stanno pagando il fio del tradimento che hanno consumato ai danni della classe operaia, la quale ora li ripaga cercando risposte alla propria disperazione nelle destre neofasciste, esattamente com’era successo fra le due Guerre Mondiali. D’accordo sul tradimento e sulla punizione, ma con un approfondimento e una precisazione (con la quale spero di introdurre una nota di cauto ottimismo).

L’approfondimento consiste nel fatto che a perpetrare il tradimento, come scrivo nel mio ultimo libro (La variante populista, da poco pubblicato da DeriveApprodi) non sono state solo le socialdemocrazie, ma tutte le sinistre, comprese quelle sedicenti radicali e antagoniste, le quali hanno progressivamente concentrato la propria attenzione sulle classi medie colte (creativi, lavoratori della conoscenza, partite iva, ecc.), sui cosiddetti “bisogni immateriali”, e sulla esclusiva rivendicazione di diritti civili (soprattutto individuali) a danno dei diritti sociali, scambiando infine la retorica politically correct (del tutto funzionale alla governance neoliberista) per contestazione antisistema.

L’odio operaio nei confronti di questi soggetti non è quindi solo frutto di frustrazione culturale, ma un vero e proprio odio di classe che rispecchia interessi materiali divergenti. Ciò significa che la forma populista (anche nelle varianti di destra) è la forma politica che la lotta di classe assume in questa fase storica. E qui arriva la precisazione (e il possibile spiraglio): il populismo (vedi le rivoluzioni bolivariane, Podemos, Sanders come esito del movimento Occupy Wall Street, la prima fase di Syriza, ecc.) può indirizzarsi a sinistra e contendere l’egemonia sulle classi subordinate al populismo di destra (che a sua volta non è tout court assimilabile al fascismo: la storia non si ripete).

Terzo punto: le controtendenze alla globalizzazione. Il terrore dei mercati (vedere le pagine dell’Economist) dopo la Brexit e la vittoria di Trump rispecchiano le preoccupazioni in merito allo svilupparsi d’una possibile controtendenza ai processi di globalizzazione (politiche protezioniste, revoca o mancata conclusioni dei trattati di libero commercio, ecc.). Ora è chiaro che difficilmente Trump compirà tutti i passi isolazionisti che ha annunciato in campagna elettorale, ma è certo che, così come sta succedendo con il governo conservatore di Theresa May in Inghilterra, dovrà necessariamente concedere qualcosa alle aspettative popolari che sperano in una attenuazione, se non in una inversione delle scelte economiche neoliberiste.

Ciò apre spazi per una battaglia politica antiliberista e antiglobalista da sinistra (che da noi passa necessariamente da una battaglia contro la Ue) che può divenire il terreno strategico su cui contendere l’egemonia ai populismi di destra. Difficile? Difficilissimo, quasi impossibile, ma come diceva qualcuno “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

Domenica 6 novembre tornano i seminari del NAP!

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Quinta edizione dei fortunati seminari del NAP: AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE!
Abbiamo sempre posto l’accento sulla necessità di creare momenti di formazione che siano aperti e attraversabili da tutte le età. Così è stato begli anni passati e così vuole essere anche questa edizione. Ma il fulcro del progetto sono ovviamente i giovani, che necessitano di formare una cassetta degli attrezzi teorica con cui affrontare le prime esperienze di attività politica.
Anche a Piacenza li abbiamo visti sfilare il 7 ottobre, ricevendo solo chiusura da parte delle istituzioni. E’ a loro che il ciclo di incontri si rivolge prevalentemente, ma come dicevamo le nostre saranno discussioni non didattiche in cui anche il contributo di chi ha più esperienza o semplicemente fame di conoscere è benvenuto!
Quest’anno dividiamo la rassegna in incontri tematici sulle aree del mondo. Esigenza quasi fisiologica vista la complicata fase di guerra civile molecolare che sta assorbendo il mondo nel suo complesso. Una fase che tuttavia ci restituisce alcune contraddizioni su cui è corretto lavorare per proporre una fuoriuscita dall’annichilimento di popoli e territori.
Iniziamo DOMENICA 6 NOVEMBRE, ALLE ORE 17 IN COOPERATIVA INFRANGIBILE (via Alessandria 16) con CARLO FORMENTI e la discussione sul SUD AMERICA a partire dal suo nuovo libro “la variante populista”.

Combattente italiano delle Ypg manda un messaggio all’Italia dal Rojava

Pubblichiamo un video realizzato dalle Ypg in Rojava dove un compagno italiano si rivolge al nostro paese dal fronte di Raqqa spiegando l’attuale situazione nel nord della Siria e rivolgendo un appello alla solidarietà dopo l’invasione turca di Jarablus e i bombardamenti a Menbij.

Il compagno si rivolge inoltre ad alcuni politici italiani (Matteo Renzi, presidente del consiglio, Federica Mogherini, commissario europeo agli affari esteri, Staffan de Mistura, negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria, e Matteo Salvini, segretario della Lega Nord) sottolineando la loro ipocrisia e le loro responsabilità rispetto all’attuale situazione del Rojava, della Siria, del Medio Oriente e alle politiche riguardanti i profughi.

Nel video compaiono anche alcune/i combattenti delle Ypg e delle Ypj che si rivolgono al popolo italiano spronandone la solidarietà per la lotta curda e per la causa confederale in Siria.

Il video si conclude con un saluto delle Ypg-Ypj in memoria di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa dall’ISIS durante gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre.

Quı il testo integrale dell’appello contenuto nel video

Fronte di Raqqa, 2 settembre 2016

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad ogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

L’estate della rabbia sociale, nel sonno della politica

2016-08 volantino generale NAP

Rilancio una nota diffusa dal NAP riguardo alla congiuntura politica estiva…

1)Come NAP abbiamo sostenuto (e fatto sostenere dai nostri progetti o gruppi amici) principalmente tre battaglie di questa estate, trascorsa a cavallo fra il sonno della politica e la rabbia del sociale:
-la resistenza all’occupazione militare che lo stato attua in Val Susa;
-la battaglia per la libertà di movimento a Ventimiglia;
-la lotta di classe davanti ai magazzini toccati dal S.I.Cobas, con particolare riguardo alla situazione di H&M Stradella, davvero straordinaria e poi estesasi ai magazzini XPO (suo partner logistico) in tutta Italia (anche Piacenza).

2)La Val Susa è una resistenza di lunga data, ma che ai più giovani continua a trasmettere il senso della dignità contro i soprusi dello stato e l’importanza dell’organizzazione coniugata al conflitto e alla dimensione popolare;
la seconda -Ventimiglia- è paradigma del mondo contemporaneo e frutto delle sue contraddizioni: prisma da cui mettere a fuoco degli elementi distinti ma connessi:
-le contraddizioni del capitale nella politica internazionale (guerre e migrazioni) e nello squilibrio economico (migrazioni economiche),
-le relazioni di potere alla base della governamentalità interna (cooperazione, buisness dell’accoglienza e repressione)
-le sue falle e risposte scomposte (i migranti passano e lo stato reagisce con la brutalità o le falsità giornalistiche, dagli “artigli di Freddy Krueger da usare contro la polizia” ai “reduci delle YPG pronti a combattere sugli scogli”).

3)la terza battaglia, quella della lotta economica sui luoghi di lavoro, la ben conosciamo da anni a Piacenza e vogliamo ribadire che non di sola lotta economica trattasi: prima di tutto perchè il blocco dei flussi delle merci e del capitale è per noi azione direttamente politica, in secondo luogo perchè è la falsificazione materiale di tutte le teorie razziste sul “non ci stiamo tutti”/”ci rubano il lavoro”/”prima gli italiani” (lottando insieme si migliorano le condizioni di tutti, dalla TNT con il suo 95% di immigrati ad H&M col suo 90% di italiani) e il terreno in cui un blocco sociale ormai non più neonato si sta formando le ossa e sta acquisendo coscienza di classe.

Per questo, da settembre, saremo più determinati che mai nel favorire la prosecuzione e la generalizzazione delle lezioni apprese in queste tre battaglie. Gli equilibri politici, ed anche quelli sociali, non sono MAI eterni e qualcosa cambierà. Possiamo dire con serietà di stare accompagnando la nascita della forza (per ora solo sociale e non ancora politica, per ora chiamata teppa, negri, teppisti, estremisti, per ora insonne davanti a un cancello o sporca a dormire su uno scoglio) che ucciderà questo mondo di ingiustizia e sopraffazione.
Ai nostri posti ci troverete.

Erdogan mostra il suo vero volto: non lotta all’ISIS ma attacco al Rojava liberato.

YPG-AFP

Riporto il comunicato di Uiki Onlus a commento dell’invasione turca del Rojava. Per chi segue la questione curda e mediorientale, fulcro del conflitto militare che investe tutto il mondo, non si stupirà. E’importante comunque far sapere anche a chi non segue che la Turchia in questo momento sta invadendo un territorio in cui le YPG-SDF hanno liberato la popolazione da ISIS combattendo solo perchè liberando hanno impostato un sistema anarco-comunista basato su eguaglianza economica, diritti ambientali e sociali, riconoscimento delle donne e soprattutto autodeterminazione dei popoli. Fattori, in particolare l’ultimo, che terrorizzano il tiranno Erodgan.

L’obiettivo dello Stato turco nell’occupare la Siria non è diretto verso Daesh, la sua intenzione è annichilire i successi dei curdi e degli altri popoli e destabilizzare ancora di più la Siria.Lo Stato turco con la scusa della “lotta contro Daesh” sta per iniziare un nuovo processo di invasione, con l’entrata del 24 Agosto 2016 nella città siriana di Jarablus.

Il momento in cui lo Stato turco ha realizzato questa invasione è molto significativo, se si tiene in conto che essa viene realizzata subito dopo i successi delle Forze Democratiche della Siria (SDF) e del Consiglio Militare di Manbij, che hanno liberato questa città il 13 di Agosto 2016, iniziando un contrattacco.

L’esercito turco e le forze a lui legate sono entrate a Jarablus senza alcuno sforzo e senza che ci sia stato nessuno scontro. Questo significa che previamente è stato fatto un accordo con Daesh.

Nel momento in cui si portava a compimento l’occupazione non è avvenuto nessun combattimento.

Daesh si è travestito da Al- Nusra, che è un’altra organizzazione terrorista. Vale a dire che Daesh e altri gruppi terroristi continuano ad esistere nella regione sotto altri nomi. Ora lo Stato turco e i suoi complici hanno cominciato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione. Sappiamo dalle fonti locali che hanno usato anche armi chimiche contro la popolazione civile con l’obiettivo di strappare alcune aree dalle Forze Democratiche della Siria (Al-Amarne, Dendeniye..)

Lo Stato turco, che ha cominciato questa campagna di invasione attraverso una manipolazione davanti agli occhi del mondo intero, sta violando i diritti universali e il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno dato il beneplacito a questa invasione, rimanendo in silenzio; hanno fornito il loro consenso, commettendo un grave errore.

Gli attacchi di Daesh all’Europa sino ad oggi vengono condotti da forze sostenute dallo Stato turco e dalla frontiera controllata da questo Stato.

Con questa invasione i paesi occidentali e tutta l’umanità sono stati nuovamente posti in una situazione di vulnerabilità agli attentati di Daesh. Mentre le Forze Democratiche della Siria, composte da curdi, arabi, assiri, armeni, e altri popoli, stavano al punto di sconfiggere completamente Daesh, chiudendo loro le frontiere. Questa invasione dello Stato turco ha interrotto la disfatta di Daesh.

Lo Stato turco collabora con Jabhat al-Sham (vicino ad Al-Nusra) che sta subordinando Al-Qaeda e i criminali di Daesh. Si sono impossessati di Jarablus attraverso un accordo realizzato tra queste forze. E’ necessario dire basta a questi giochi! Perché altrimenti si permette allo Stato turco e alle altre forze del terrore di estendere i loro attacchi verso altri luoghi, il che significa un aggravamento del caos e della guerra, così come la morte di ancora più persone e la trasformazione di ancora più persone in rifugiati.

• Lanciamo un appello a tutta l’opinione pubblica mondiale dalla parte della democrazia e dei valori umani ad alzare la sua voce contro questo sporco gioco dello Stato turco e contro la sua invasione.

• Lanciamo un appello alle potenze internazionali, come Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, perché ritirino l’appoggio che forniscono allo Stato turco.

Qui invece un link a ulteriori approfondimenti audio dell’inviato di Infoaut:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17512-invasione-del-rojava-aggiornamenti-dal-nostro-corrispondente