G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Sull’ attentato di Manchester

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Rilancio da Infoaut

Mentre si affolla l’asta delle immagini simbolo, mentre si scatena la concorrenza su quale logo di solidarietà bisogna aggiungere sui social, mentre il senso viene diluito nel mare di tweet, il compito di descrivere quanto successo oggi a Manchester lo lasciamo ad altri. Partiamo da qui, dalla sempre più chiara sensazione di distanza da questo rito osceno e saturo di lacrime posticce da cui siamo bombardati, un rito percepito ormai come ipocrita e insopportabile, senza rispetto per dei morti che sentiamo vicini. Il divario tra il lutto e l’esperienza. Roberto Saviano, ma potremmo parlare dei tanti piccoli rappresentanti di un pensiero mainstream ormai ridotto a riflesso pavloviano davanti al disastro, dopo la strage della Manchester Arena ci ricorda che il nostro compito è “non smettere di danzare”, contro i “maledetti” terroristi. Un pensiero solo apparentemente mediocre, invero, dispositivo potente perché al cuore del governo attraverso la paura. Parliamo della sempre più stridente ingiunzione alla passività davanti all’orrore.

Continuate a danzare, al resto ci pensiamo noi dicono i nostri governanti e i loro cantastorie. Il desiderio di rivincita e di vendetta viene rimosso ed etichettato a pulsioni primordiali di individui ignoranti… magari un po’ razzisti. Continuate a danzare al resto ci pensiamo noi. Viviamo una sola città globale da Londra a Baghdad passando per Aleppo e Milano. La guerra asimmetrica condotta dallo stato islamico lo conferma colpendo anche a Marawi, nelle Filippine. Solo un’eco per il nostro gusto occidentale, incapace di cogliere il portato pieno di una guerra dispiegata perché impegnato a neutralizzarne il senso nel pietismo dell’orrore più che nell’accumulare rabbia per reagire, per cercare nuovi alleati attraverso il globo, tra le vittime del presente… tra gli altri giovani di 16 anni che non meritano questo mondo.

Queste guerre solo le loro guerre – abbiamo detto – mentre a morire siamo noi. Ma riconoscere che si tratta di guerre che non ci appartengono non basta. Queste guerre sono anche le nostre finché non le combattiamo. Continueremo a essere i bersagli di una guerra che viene condotta anche contro di noi fintanto che resteremo il contesto della guerriglia globale. Bisogna uscire dalla radura, da quel mondo noto al quale il discorso del potere ci ha ammaestrati. Bisogna costruirci una nostra mappa per avere una nostra strategia. Innanzitutto non abbiamo alleati tra chi ci espone alla morte. Non abbiamo alleati tra chi, negli Stati occidentali, governa la paura per governare la vita sulla paura. Tra chi ci chiede di sacrificare ancor più libertà e autonomia per securizzare le nostre società, ovvero per impedirci di posizionarci per essere noi a distruggere e trasformare il nostro stile di vita, quello preda di ogni attentatore. I nostri unici alleati sono gli altri bersagli come noi, perché a Manchester, come fu al Bataclan, a essere sotto attacco è la vita all’altezza della quotidianità imposta dalle gerarchie di potere in cui ci conduciamo. È andare a un concerto, uscire, spendere, mettere like e una foto su instagram… è avere sedici anni. La vita che consumiamo è la nostra vita, quella che dobbiamo difendere e in cui la condizione della negazione per la trasformazione non la troveremo in altro che in noi. La liberazione dal terrore verrà dal ribellarci a questa vita e non nella pietà della morte. Nel combattere e non nel rassegnarsi. Raqqa cadrà perché assediata. Da lì, forse, dovremmo ricominciare a danzare. La nostra musica però.

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

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Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

Trump, la rabbia antisistema e l’eutanasia delle sinistre

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Rilancio da Carlo Formenti (nostro ultimo ospite ai seminari…e al prossimo -l’11 dicembre- si parlerà appunto di USA…

La vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.

A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.

Solo invitando a votare per i candidati di minoranza o ad astenersi, avrebbe potuto capitalizzare le energie e le reti organizzative che si erano aggregate nel corso della campagna, in vista della costruzione di una terza forza alternativa ai due maggiori partiti, ormai del tutto intercambiabili e allineati agli interessi del blocco sociale che domina l’America (e dunque il mondo). Arrendendosi all’apparato ha indebolito questo patrimonio, senza riuscire peraltro a impedire la vittoria di Trump, al quale ha letteralmente regalato il monopolio della rabbia antisistema di un popolo impoverito e frustrato dalla crisi. Ciò detto, mi preme anticipare alcune considerazioni a caldo, mentre mi riservo successivi approfondimenti.

Primo punto: la comunicazione. Come già abbiamo avuto modo di constatare con la campagna sulla Brexit (e come spero potremo constatare con la campagna referendaria di Renzi e soci), le strategie di manipolazione/dissuasione di massa condotte dai media al servizio dell’establishment (cioè tutti) non funzionano più. La crisi ha intaccato talmente in profondità le condizioni di vita della maggioranza delle persone che nessuna chiacchiera sul fatto che l’economia va meglio, che i posti di lavoro aumentano, ecc. può nascondere la realtà dei fatti, per cui più balle si sparano più si generano effetti contrari a quelli voluti. Stesso discorso per i sondaggi: la loro attendibilità è ormai pari a zero, sia perché è evidente che servono esclusivamente a influenzare il voto tentando di funzionare da self fulfilling prophecy, sia perché aumentano sempre più gli intervistati che prendono i sondaggisti per i fondelli, dichiarando intenzioni di voto opposte a quelle reali.

Secondo punto: populismo, lotta di classe ed eutanasia delle sinistre. In un suo post l’amico Bifo scrive che i vari Clinton, Blair, Hollande, Renzi, Tsipras ecc. stanno pagando il fio del tradimento che hanno consumato ai danni della classe operaia, la quale ora li ripaga cercando risposte alla propria disperazione nelle destre neofasciste, esattamente com’era successo fra le due Guerre Mondiali. D’accordo sul tradimento e sulla punizione, ma con un approfondimento e una precisazione (con la quale spero di introdurre una nota di cauto ottimismo).

L’approfondimento consiste nel fatto che a perpetrare il tradimento, come scrivo nel mio ultimo libro (La variante populista, da poco pubblicato da DeriveApprodi) non sono state solo le socialdemocrazie, ma tutte le sinistre, comprese quelle sedicenti radicali e antagoniste, le quali hanno progressivamente concentrato la propria attenzione sulle classi medie colte (creativi, lavoratori della conoscenza, partite iva, ecc.), sui cosiddetti “bisogni immateriali”, e sulla esclusiva rivendicazione di diritti civili (soprattutto individuali) a danno dei diritti sociali, scambiando infine la retorica politically correct (del tutto funzionale alla governance neoliberista) per contestazione antisistema.

L’odio operaio nei confronti di questi soggetti non è quindi solo frutto di frustrazione culturale, ma un vero e proprio odio di classe che rispecchia interessi materiali divergenti. Ciò significa che la forma populista (anche nelle varianti di destra) è la forma politica che la lotta di classe assume in questa fase storica. E qui arriva la precisazione (e il possibile spiraglio): il populismo (vedi le rivoluzioni bolivariane, Podemos, Sanders come esito del movimento Occupy Wall Street, la prima fase di Syriza, ecc.) può indirizzarsi a sinistra e contendere l’egemonia sulle classi subordinate al populismo di destra (che a sua volta non è tout court assimilabile al fascismo: la storia non si ripete).

Terzo punto: le controtendenze alla globalizzazione. Il terrore dei mercati (vedere le pagine dell’Economist) dopo la Brexit e la vittoria di Trump rispecchiano le preoccupazioni in merito allo svilupparsi d’una possibile controtendenza ai processi di globalizzazione (politiche protezioniste, revoca o mancata conclusioni dei trattati di libero commercio, ecc.). Ora è chiaro che difficilmente Trump compirà tutti i passi isolazionisti che ha annunciato in campagna elettorale, ma è certo che, così come sta succedendo con il governo conservatore di Theresa May in Inghilterra, dovrà necessariamente concedere qualcosa alle aspettative popolari che sperano in una attenuazione, se non in una inversione delle scelte economiche neoliberiste.

Ciò apre spazi per una battaglia politica antiliberista e antiglobalista da sinistra (che da noi passa necessariamente da una battaglia contro la Ue) che può divenire il terreno strategico su cui contendere l’egemonia ai populismi di destra. Difficile? Difficilissimo, quasi impossibile, ma come diceva qualcuno “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

Domenica 6 novembre tornano i seminari del NAP!

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Quinta edizione dei fortunati seminari del NAP: AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE!
Abbiamo sempre posto l’accento sulla necessità di creare momenti di formazione che siano aperti e attraversabili da tutte le età. Così è stato begli anni passati e così vuole essere anche questa edizione. Ma il fulcro del progetto sono ovviamente i giovani, che necessitano di formare una cassetta degli attrezzi teorica con cui affrontare le prime esperienze di attività politica.
Anche a Piacenza li abbiamo visti sfilare il 7 ottobre, ricevendo solo chiusura da parte delle istituzioni. E’ a loro che il ciclo di incontri si rivolge prevalentemente, ma come dicevamo le nostre saranno discussioni non didattiche in cui anche il contributo di chi ha più esperienza o semplicemente fame di conoscere è benvenuto!
Quest’anno dividiamo la rassegna in incontri tematici sulle aree del mondo. Esigenza quasi fisiologica vista la complicata fase di guerra civile molecolare che sta assorbendo il mondo nel suo complesso. Una fase che tuttavia ci restituisce alcune contraddizioni su cui è corretto lavorare per proporre una fuoriuscita dall’annichilimento di popoli e territori.
Iniziamo DOMENICA 6 NOVEMBRE, ALLE ORE 17 IN COOPERATIVA INFRANGIBILE (via Alessandria 16) con CARLO FORMENTI e la discussione sul SUD AMERICA a partire dal suo nuovo libro “la variante populista”.

Combattente italiano delle Ypg manda un messaggio all’Italia dal Rojava

Pubblichiamo un video realizzato dalle Ypg in Rojava dove un compagno italiano si rivolge al nostro paese dal fronte di Raqqa spiegando l’attuale situazione nel nord della Siria e rivolgendo un appello alla solidarietà dopo l’invasione turca di Jarablus e i bombardamenti a Menbij.

Il compagno si rivolge inoltre ad alcuni politici italiani (Matteo Renzi, presidente del consiglio, Federica Mogherini, commissario europeo agli affari esteri, Staffan de Mistura, negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria, e Matteo Salvini, segretario della Lega Nord) sottolineando la loro ipocrisia e le loro responsabilità rispetto all’attuale situazione del Rojava, della Siria, del Medio Oriente e alle politiche riguardanti i profughi.

Nel video compaiono anche alcune/i combattenti delle Ypg e delle Ypj che si rivolgono al popolo italiano spronandone la solidarietà per la lotta curda e per la causa confederale in Siria.

Il video si conclude con un saluto delle Ypg-Ypj in memoria di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa dall’ISIS durante gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre.

Quı il testo integrale dell’appello contenuto nel video

Fronte di Raqqa, 2 settembre 2016

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad ogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

L’estate della rabbia sociale, nel sonno della politica

2016-08 volantino generale NAP

Rilancio una nota diffusa dal NAP riguardo alla congiuntura politica estiva…

1)Come NAP abbiamo sostenuto (e fatto sostenere dai nostri progetti o gruppi amici) principalmente tre battaglie di questa estate, trascorsa a cavallo fra il sonno della politica e la rabbia del sociale:
-la resistenza all’occupazione militare che lo stato attua in Val Susa;
-la battaglia per la libertà di movimento a Ventimiglia;
-la lotta di classe davanti ai magazzini toccati dal S.I.Cobas, con particolare riguardo alla situazione di H&M Stradella, davvero straordinaria e poi estesasi ai magazzini XPO (suo partner logistico) in tutta Italia (anche Piacenza).

2)La Val Susa è una resistenza di lunga data, ma che ai più giovani continua a trasmettere il senso della dignità contro i soprusi dello stato e l’importanza dell’organizzazione coniugata al conflitto e alla dimensione popolare;
la seconda -Ventimiglia- è paradigma del mondo contemporaneo e frutto delle sue contraddizioni: prisma da cui mettere a fuoco degli elementi distinti ma connessi:
-le contraddizioni del capitale nella politica internazionale (guerre e migrazioni) e nello squilibrio economico (migrazioni economiche),
-le relazioni di potere alla base della governamentalità interna (cooperazione, buisness dell’accoglienza e repressione)
-le sue falle e risposte scomposte (i migranti passano e lo stato reagisce con la brutalità o le falsità giornalistiche, dagli “artigli di Freddy Krueger da usare contro la polizia” ai “reduci delle YPG pronti a combattere sugli scogli”).

3)la terza battaglia, quella della lotta economica sui luoghi di lavoro, la ben conosciamo da anni a Piacenza e vogliamo ribadire che non di sola lotta economica trattasi: prima di tutto perchè il blocco dei flussi delle merci e del capitale è per noi azione direttamente politica, in secondo luogo perchè è la falsificazione materiale di tutte le teorie razziste sul “non ci stiamo tutti”/”ci rubano il lavoro”/”prima gli italiani” (lottando insieme si migliorano le condizioni di tutti, dalla TNT con il suo 95% di immigrati ad H&M col suo 90% di italiani) e il terreno in cui un blocco sociale ormai non più neonato si sta formando le ossa e sta acquisendo coscienza di classe.

Per questo, da settembre, saremo più determinati che mai nel favorire la prosecuzione e la generalizzazione delle lezioni apprese in queste tre battaglie. Gli equilibri politici, ed anche quelli sociali, non sono MAI eterni e qualcosa cambierà. Possiamo dire con serietà di stare accompagnando la nascita della forza (per ora solo sociale e non ancora politica, per ora chiamata teppa, negri, teppisti, estremisti, per ora insonne davanti a un cancello o sporca a dormire su uno scoglio) che ucciderà questo mondo di ingiustizia e sopraffazione.
Ai nostri posti ci troverete.

Erdogan mostra il suo vero volto: non lotta all’ISIS ma attacco al Rojava liberato.

YPG-AFP

Riporto il comunicato di Uiki Onlus a commento dell’invasione turca del Rojava. Per chi segue la questione curda e mediorientale, fulcro del conflitto militare che investe tutto il mondo, non si stupirà. E’importante comunque far sapere anche a chi non segue che la Turchia in questo momento sta invadendo un territorio in cui le YPG-SDF hanno liberato la popolazione da ISIS combattendo solo perchè liberando hanno impostato un sistema anarco-comunista basato su eguaglianza economica, diritti ambientali e sociali, riconoscimento delle donne e soprattutto autodeterminazione dei popoli. Fattori, in particolare l’ultimo, che terrorizzano il tiranno Erodgan.

L’obiettivo dello Stato turco nell’occupare la Siria non è diretto verso Daesh, la sua intenzione è annichilire i successi dei curdi e degli altri popoli e destabilizzare ancora di più la Siria.Lo Stato turco con la scusa della “lotta contro Daesh” sta per iniziare un nuovo processo di invasione, con l’entrata del 24 Agosto 2016 nella città siriana di Jarablus.

Il momento in cui lo Stato turco ha realizzato questa invasione è molto significativo, se si tiene in conto che essa viene realizzata subito dopo i successi delle Forze Democratiche della Siria (SDF) e del Consiglio Militare di Manbij, che hanno liberato questa città il 13 di Agosto 2016, iniziando un contrattacco.

L’esercito turco e le forze a lui legate sono entrate a Jarablus senza alcuno sforzo e senza che ci sia stato nessuno scontro. Questo significa che previamente è stato fatto un accordo con Daesh.

Nel momento in cui si portava a compimento l’occupazione non è avvenuto nessun combattimento.

Daesh si è travestito da Al- Nusra, che è un’altra organizzazione terrorista. Vale a dire che Daesh e altri gruppi terroristi continuano ad esistere nella regione sotto altri nomi. Ora lo Stato turco e i suoi complici hanno cominciato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione. Sappiamo dalle fonti locali che hanno usato anche armi chimiche contro la popolazione civile con l’obiettivo di strappare alcune aree dalle Forze Democratiche della Siria (Al-Amarne, Dendeniye..)

Lo Stato turco, che ha cominciato questa campagna di invasione attraverso una manipolazione davanti agli occhi del mondo intero, sta violando i diritti universali e il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno dato il beneplacito a questa invasione, rimanendo in silenzio; hanno fornito il loro consenso, commettendo un grave errore.

Gli attacchi di Daesh all’Europa sino ad oggi vengono condotti da forze sostenute dallo Stato turco e dalla frontiera controllata da questo Stato.

Con questa invasione i paesi occidentali e tutta l’umanità sono stati nuovamente posti in una situazione di vulnerabilità agli attentati di Daesh. Mentre le Forze Democratiche della Siria, composte da curdi, arabi, assiri, armeni, e altri popoli, stavano al punto di sconfiggere completamente Daesh, chiudendo loro le frontiere. Questa invasione dello Stato turco ha interrotto la disfatta di Daesh.

Lo Stato turco collabora con Jabhat al-Sham (vicino ad Al-Nusra) che sta subordinando Al-Qaeda e i criminali di Daesh. Si sono impossessati di Jarablus attraverso un accordo realizzato tra queste forze. E’ necessario dire basta a questi giochi! Perché altrimenti si permette allo Stato turco e alle altre forze del terrore di estendere i loro attacchi verso altri luoghi, il che significa un aggravamento del caos e della guerra, così come la morte di ancora più persone e la trasformazione di ancora più persone in rifugiati.

• Lanciamo un appello a tutta l’opinione pubblica mondiale dalla parte della democrazia e dei valori umani ad alzare la sua voce contro questo sporco gioco dello Stato turco e contro la sua invasione.

• Lanciamo un appello alle potenze internazionali, come Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, perché ritirino l’appoggio che forniscono allo Stato turco.

Qui invece un link a ulteriori approfondimenti audio dell’inviato di Infoaut:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17512-invasione-del-rojava-aggiornamenti-dal-nostro-corrispondente

Golpe In Turchia: perchè ha fallito e come si pongono i compagni.

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Al di là dei complottismi da facebook e delle teorie geopolitiche spericolate, proviamo a dire due cose supportate da fatti sul mancato golpe in Turchia. E facciamolo attraverso due contributi brevi e chiari (ma che richiedono ovviamente una minima conoscenza dello scenario di cui parliamo…ed è uno scenario complesso). Chi segue la situazione curda (e quindi anche turca) sa che un tentativo del genere era nell’aria sin dal giorno delle precedenti elezioni de 1 novembre…quel che rimane è la lotta in supporto dei compagni del movimento curdo e contro le istituzioni e le ipocrisie europee che stringono accordi con il sultano Erdogan.

Il primo contributo di Alberto Negri:

Il colpo di stato naufragato in Turchia è diventato una crisi internazionale. Chi è Fethullah Gulen, l’uomo che sta provocando la maggiore contrapposizione tra Usa e Turchia e forse nella Nato degli ultimi 50 anni? Perché Erdogan, pur di riavere indietro questo anziano Imam in esilio negli Usa, chiude la base Nato di Incirlik e tiene sotto pressione Washington? Con il golpe fallito emerge il nodo principale della questione: una rottura clamorosa tra gli interessi della Turchia e quelli occidentali.

Gulen, accusato da Ankara di essere l’ispiratore del fallito golpe, è il simbolo di questa rottura, non la causa profonda ma la sua vicenda ci aiuta a capire la parabola della Turchia negli ultimi decenni e anche i problemi che hanno gli occidentali nel capire pezzi di storia mediorientale assai poco conosciuta, compreso il Califfato di Al Baghdadi e i legami strumentali tra Erdogan e i jihadisti con cui il presidente turco trattò direttamente il rilascio dei diplomatici turchi sequestrati a Mosul nel 2014. Fu uno dei tanti episodi che non erano piaciuti agli americani, per altro sempre ambigui e spericolati sul che fare con i radicali islamici, utilizzati in funzione anti-russa dai tempi dell’Afghanistan negli anni ‘80 e poi in chiave anti-iraniana come vorrebbero fare adesso per dare una mano al fronte sunnita.

Magnate e mistico sufi, intellettuale e scrittore, uomo d’affari e predicatore scrittore, amico di Giovanni Paolo II: chi è davvero Fethullah Gulen, da vent’anni in esilio in Pennsylvania, che sembra diventato il peggiore nemico del premier turco Erdogan? Golpista qui in Turchia fa rima con gulenista.
Eppure negli anni passati è stata proprio questa santa alleanza tra questi due islamisti – Gulen, detto “Hoca”, il Maestro, ed Erdogan – che aveva fatto fuori l’élite militare dalla scena politica e costruito l’ormai appannato modello di potere musulmano e democratico dell’Akp. Anzi, questo potrebbe spingerci a fare qualche riflessione sul perché questo golpe è fallito: i gulenisti delle forze armate in fondo avevano aiutato l’Akp a far fuori la vecchia guardia militare e può essere una delle ragioni che ha trattenuto i kemalisti dell’esercito a tenersi lontani dal tentativo di colpo di stato.

Le vicende politiche di questi anni in Turchia hanno insinuato crepe e divisioni in quelle forze armate una volta compatte e tetragone che detenevano anche un forte potere economico: l’ascesa dell’Akp e dei gulenisti ha ridimensionato un sistema dominante per decenni. Non è un caso che il partito kemalista di Chp abbia condannato il golpe, seguito poi da tutti gli altri. Quella tra Gulen ed Erdogan è una battaglia dai contorni sotterranei e a volte misteriosi che ha segnato le vicende della Turchia entrando soltanto di sfuggita nei libri di storia.

La più influente confraternita musulmana, una sorta di Opus Dei all’islamica, che con Gulen ha raggiunto milioni di seguaci e un fatturato di miliardi di dollari, costruendo scuole, università, controllando giornali e gruppi economici, infiltrandosi nella magistratura e nella polizia, ha origini nello sperduto villaggio anatolico di Nurs, vicino al lago Van. È qui che nasce nel 1876 Said Nursi, sceicco sufi che intendeva riconciliare la fede con la scienza e il mondo moderno. Fu uno dei più grandi riformatori dell’islam ma per decenni fu vietato pronunciarne persino il nome. Kemal Ataturk, che pure ne ammirava la figura carismatica, dopo la disgregazione dell’Impero ottomano nel 1925 abolisce tutte le confraternite: tra queste la tarika di Said Nursi, denominata Nur, Luce. Said Nursi si ritira a vita privata ma continua a fare proseliti, scrive 6mila pagine di commenti al Corano, corrisponde con intellettuali, Papi e patriarchi ortodossi, invocando l’unità delle religioni contro il materialismo. Perseguitato e più volte arrestato, muore nel 1960 nell’oasi di Urfa, da latitante. La sua tomba resta un segreto ben custodito dai seguaci che temevano venisse profanata.

Fethullah Gulen, seguace di Said Nursi, è figlio di questa storia dai tratti esoterici. Ma anche della rivalità con l’altra confraternita dei Naksibendi che nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell’imam Mehmet Zahid Kotku. Anche lui è un sufi che trasforma il sonnolento Ordine dei Naksibendi nella vera scuola socio-politica: sono seguaci di Kotku il presidente Turgut Ozal, il primo ministro Necmettin Erbakan, lo stesso Erdogan.

Ed ecco un altro tassello che ci collega all’Isis e quello che è accaduto in questi anni recenti. Tra i seguaci della setta dei Naksibendi seguita da Erdogan c’era anche Izzat Ibrahim al Douri, ex vice di Saddam Hussein. Questo è forse l’aspetto meno conosciuto e più interessante dell’ex gerarca che apparteneva all’Ordine dei Naqshbandi, una confraternita musulmana molto estesa, dall’Asia centrale alla Turchia alla Mesopotamia. Credenziali che in qualche modo lo devono avere reso affidabile anche gli occhi del Califfato: è stato Al Douri a forgiare l’alleanza con l’Isis tra baathisti ed ex Saddamiani che ha portato all’avanzata nel Siraq dello Stato Islamico.

Gulen fa la sua ascesa negli anni ’80, poco dopo la morte di Kotku, diventando amico di Ozal con il quale trova un forte terreno d’intesa liberando lo spirito imprenditoriale delle famose “Tigri dell’Anatolia”, quella classe media musulmana tradizionalista, esclusa dai kemalisti, e attirata dalla predicazione islamica di stampo quasi calvinista di Fethullah che mette l’accento sul successo economico e individuale. Hoca Effendi Gulen – che nel ’99 si autoesilia in Usa per sfuggire a un processo per eversione da cui è stato assolto nel 2008 – si appoggia alla rete delle “dershane”, comunità di studio, preghiera e mutuo soccorso. La sua confratenita, denominata Cemaat, conta ora su decine di università e centinaia di scuole preparatorie e milioni di seguaci, dai quattro ai cinque solo in Turchia, senza contare l’associazione imprenditoriale Tusko, l’impero mediatico Zaman, la finanza islamica (Bank Asya). Secondo alcune stime governa asset per 25 miliardi di dollari ma non è sempre chiaro chi siano i veri finanziatori. Nella lotta tra Erdogan e Gulen molti osservatori vedono una battaglia storica tra la confraternita sufi dei Naksibendi e quella dei Nurcu fondata da Said da cui ha tratto ispirazione Gulen. Già anni fa si osservava che era un’alleanza innaturale, quasi tattica, per far fuori i kemalisti e i militari.

Ma la competizione a sfondo religioso non spiega tutto. L’obiettivo di Gulen era una riforma radicale della repubblica ereditata da Ataturk mentre Erdogan non intendeva rovesciare completamente il sistema kemalista e punta a una democrazia presidenziale dai tratti autoritari con valori islamici. I due sono in rotta di collisione anche in politica estera. Gulen si è sempre detto contrario ad appoggiare la guerriglia islamica anti-Assad in Siria, alla rottura con Tel Aviv – ora ricomposta – all’apertura ai Fratelli Musulmani.

Perché Gulen ed Erdogan sono arrivati allo scontro? Così rispondeva qualche tempo fa Fatih Ceran, portavoce dei gulenisti: “Noi abbiamo sostenuto Erdogan e l’Akp quando si trattava di sottrarre il potere ai militari per consegnarlo alla società civile. Ma ci rifiutiamo di accettare soluzioni anti-democratiche. Hizmet ai suoi occhi è troppo liberale e indipendente”. Sarà stato anche così ma nella sede di Istanbul dei gulenisti, nella parte asiatica sul Bosforo, mi accolsero mostrandomi un video dove l’Imam stringeva le mani a Bush jr e senior, a Clinton e a tutto l’establishment americano degli ultimi trent’anni.

Ecco cosa c’è dietro a un golpe, tra cause dirette e indirette: la rottura degli interessi strategici della Turchia, che puntava a diventare un Paese leader del mondo musulmano annettendosi economicamente la Siria e l’Iraq e quando nel 2011 il piano è naufragato tra guerre e rivolte Erdogan ci ha provato con altri mezzi, la guerriglia jihadista, all’inizio comunque approvata dagli americani i funzione anti-Assad e anti-Iran. Poi sono venute le intese con Teheran sul nucleare e l’intervento della Russia a cambiare i dati strategici. Non solo: sia gli Usa che la Russia hanno appoggiato i curdi siriani in chiave anti-Isis, vero incubo strategico per la Turchia. E ora si metteranno forse d’accordo per spartirsi le zone di influenza nella regione. Erdogan si sente “tradito” dagli Usa, i golpisti da Erdogan per la sua politica anti-Nato e a loro volta hanno “tradito” il presidente che ha fallito i suoi obiettivi espansionistici. Così si è aperto un nuovo vaso di Pandora in Medio Oriente.

Il secondo contributo è invece il commento del movimento curdo in Italia alla dichiarazione della KCK (congresso dei popoli curdi):

La co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK ha rilasciato una dichiarazione relativa al tentativo di colpo di stato in Turchia.La dichiarazione afferma che: “C’è stato un tentativo di colpo di stato messo in atto da persone la cui identità e le cui motivazioni non sono ancora chiare. Cattura l’attenzione il fatto che questo tentativo arriva in un momento in cui Erdogan, secondo quanto riferito, stava per incaricare generali vicini a lui durante l’incontro del consiglio militare che avrebbe dovuto svolgersi a breve. Il fatto che questo tentativo di colpo sia stato messo in atto all’interno di un processo che testimonia discussioni sulla politica estera del governo fascista AKP è un’altra caratteristica di questo colpo.”

Tentativo di colpo di stato è la prova della mancanza di democrazia

Nella dichiarazione della KCK si legge: “Non è rilevante all’interno di quali fattori e di quali obiettivi politici, interni o esterni, e per quale ragione una lotta di potere viene intrapresa: in questo caso non si tratta di difendere o non difendere la democrazia. Al contrario, questa situazione è la prova di mancanza di democrazia in Turchia. Tali lotte di potere e tentativi di afferrare il potere non appena se ne presenti l’opportunità sono osservati nei paesi non democratici dove un potere autoritario provoca colpi di stato per rovesciare un altro potere autoritario quando le condizioni sono propizie. Questo è quello che è successo in Turchia.

Un colpo di stato è stato messo in atto alle elezioni del 7 giugno

Un anno fa, Tayyip Erdogan e la Gladio del Palazzo inscenarono un colpo di stato a seguito deli risultati delle elezioni del 7 Giugno portandosi dietro il MHP, tutti i fascisti, i poteri militari nazionalisti identificati come Ergenekon e una parte dell’esercito. Questo fu un colpo operato dal potere del palazzo contro la volontà democratica del popolo manifestata dal voto della gente. Il fascismo dell’AKP fece un’alleanza con tutte le forze di stampo fascista e con una parte dell’Esercito incluso il Capo della Difesa al fine di sopprimere il Movimento di Liberazione Kurdo e le forze democratiche. Il fascismo dell’AKP condusse l’Esercito nelle città e nei villaggi curdi, fece incendiare le città radendole al suolo e massacrò centinaia di civili. Inoltre, emanò leggi per invalidare i processi dei militari per dei crimini da loro commessi.

Tentativo di colpo di stato di una fazione militare contro un’altra fazione militare

E’ già esistita una tutela militare prima del tentativo di colpo di stato fatto ieri; e questo caratterizza il caso attuale un tentativo di golpe operato da una fazione contro la fazione militare esistente. Questa è la ragione per cui coloro che vogliono che l’esercito insceni un colpo di stato, finora avevano accettato l’esistenza di una tutela militare e si erano schierati accanto ad Erdogan. Il fatto che il MHP e le cerchie nazionaliste e scioviniste si siano affiancate alla Gladio del Palazzo e i ai suoi alleati fascisti ha rivelato piuttosto chiaramente che non si tratta affatto di un incidente nella lotta tra coloro che parteggiavano per la democrazia e coloro che la osteggiavano.

Ritrarre Erdogan come democratico dopo il tentativo di colpo di stato è un approccio pericoloso

Raffigurare Tayyip Erdogan, o la dittatura fascista dell’AKP come se fossero democratici a seguito di questo tentativo di colpo di stato è un approccio anche più pericoloso del colpo di stato in sé. Immaginare la battaglia per il potere tra forze autoritarie, dispotiche e anti-democratiche come una lotta tra sostenitori e nemici della democrazia servirebbe solo a legittimare l’esistente governo di stampo fascista e dispotico.

Le forze democratiche non si schierano con nessuno dei due campi

La Turchia non ha un gruppo di civili al potere né una lotta di forze democratiche contro i cospiratori. La lotta attuale è per colui che dovrebbe guidare il sistema politico attuale che è, a sua volta, il nemico della democrazia e del popolo kurdo. Perciò, le forze democratiche non si schierano per nessuno dei due campi durante questi scontri.

Se si trattasse di un colpo di stato contro la democrazia sarebbe proprio quello portato avanti dal partito fascista AKP

Se ci fosse un colpo di stato contro la democrazia sarebbe da identificare con quello condotto dal governo fascista AKP. Il controllo del potere politico sopra quello giudiziario, l’incremento di leggi e politiche fasciste approvate dalla maggioranza parlamentare, la revoca delle immunità dei parlamentari, l’arresto di sindaci, la rimozione coatta di sindaci e co-sindaci dalle loro posizioni, l’imprigionamento di migliaia di politici appartenenti all’HDP e al DBP: sono queste le azioni che costituiscono più che un colpo di stato. Il popolo kurdo si trova sotto un attacco genocida, fascista e colonialista.

Il governo dell’AKP ha trascinato la Turchia in questi scontri

Quello che ha portato la Turchia a questo stato è il governo AKP che ha trasformato il suo governo in una guerra contro il popolo kurdo e le forze della democrazia. Con il suo carattere egemonico, assolutistico e antidemocratico ha tenuto la Turchia in stato di caos e nel conflitto. Con la sua guerra contro il popolo curdo e contro le forze democratiche ha portato la Turchia ad uno stato di guerra civile. Il recente tentativo di colpo di stato mostra che la Turchia ha bisogno di liberarsi dal governo fascista dell’AKP e avere un governo democratico. Gli ultimi sviluppi spingono con urgenza affinché la Turchia si democratizzi e si liberi da questo governo egemonico e fascista.

All’interno di questo quadro, le forze democratiche dovrebbero prendere posizione contro la legittimazione delle politiche del governo fascista dell’AKP mascherate come “democratiche” e dovrebbero creare un alleanza democratica che avvierebbe un processo realmente democratico in Turchia. Questo tentativo di colpo di stato ci impone di non frenare la lotta contro il fascismo dell’AKP ma al contrario potenziarla affinché il caos e gli scontri in Turchia cessino ed emerga una nuova e democratica Turchia.