G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

Domenica 12 febbraio ultimo seminario su “flussi e confini”

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Ultima tappa del ciclo di seminari “autoformazione – rivoluzione”, giunto al termine della sua quinta edizione.
Un’edizione da record, che ha visto oltre 300 presenze e tra le altre cose anche la riuscitissima “puntata in centro” in occasione dell’incontro con l’ex guerrigliero YPG Davide Grasso.

Siamo davvero riusciti nel nostro intento: proporre un approfondimento su temi che, partendo da svariate aree del mondo (sinora sud-america, usa e medio oriente) riuscissero a stimolare la riflessione anche per quel che riguarda il nostro contesto.

Coerentemente, chiudiamo con un incontro che parlerà, giovandosi dell’intervento dell’esperto Niccolò Cuppini, di flussi e migrazioni, quindi di quella rete che avvolge l’intero globo e che sembra indicare la cifra del nostro presente…e del nostro territorio!

Sì, perchè come sappiamo fin troppo bene Piacenza è a centro di questi flussi, attraverso le filiere della logistica che tanto sfruttamento e tante lotte operaie hanno prodotto in questi anni.

E’ nostra intenzione ritornare dal globale al particolare, per ripartire da qua non solo nella sacrosanta resistenza operaia allo sfruttamento come paradigma, ma anche per approntare le conoscenze teoriche necessarie a preparare la resistenza contro quello che si annuncia come il più grande stupro del nostro territorio: il regalo che la politica vorrebbe fare all’ennesima multinazionale della logistica con la complicità di sindacati confederali e mondo cooperativo (cui andrebbero le briciole del malloppo, ovviamente estorto sulla pelle dei lavoratori).

Ci vediamo quindi DOMENICA 12 FEBBRAIO alle 16,30 presso la sala biblioteca della COOPERATIVA INFRANGIBILE 1946 (via Alessandria 16).

Non mancare!

https://www.facebook.com/events/1824792584511830/

Modena, migliaia di facchini violano a spinta i divieti a manifestare. Cariche in stazione

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Almeno un migliaio di persone tra operai e operaie del SI Cobas e solidali hanno violato le imposizioni della Questura di Modena, che in mattinata aveva disposto il divieto di raggiungere il centro cittadino per motivi di ordine pubblico, costruendo un corteo selvaggio e determinato capace di precludere ogni forma di controllo poliziesco nel suo muoversi per la città.

La manifestazione era stata convocata in risposta ai fatti della scorsa settimana, con l’arresto e la successiva liberazione di Aldo Milani in seguito alla montatura tutta ad uso mediatico e criminalizzante operata dalla famiglia Levoni e prontamente utilizzata dalla Procura modenese.

Dalle 15 piazza Sant’Agostino ha visto operai da tutta Italia rispondere alla chiamata, che si trovavano però di fronte l’inaccettabile provocazione questurina. Dopo circa un’ora il corteo ha deciso di aggirare lo spiegamento di forze dell’ordine che impediva l’accesso al centro, aggirandolo in corteo selvaggio attraverso via Berengario e via Monte Kosica, raggiungendo infine la stazione centrale dei treni.

Qui il corteo ha invaso i binari mandando in tilt la viabilità ferroviaria e rivendicando la propria determinazione a non sottostare a divieti che limitano la libertà di movimento.

L’intervento della celere arriva circa mezz’ora dopo, le forze dell’ordine caricano nel provare a liberare i binari e il piazzale, ma vengono di fatto accerchiate davanti all’ingresso e costrette alla ritirata.

Il corteo a quel punto riparte ancora selvaggio e punta verso il centro cittadino, riuscendo a conquistarlo e terminando in piazza Grande, umiliando e smentendo nella pratica tutto il dispositivo costruitogli intorno. Si viene a sapere di due compagni fermati durante le cariche in stazione, ma poco dopo anch’essi vengono liberati.

La giornata modenese è riuscita quindi a raggiungere il duplice obiettivo che si proponeva: da un lato ribadire la legittimità delle lotte sociali contro la macchina del fango mediatica, dall’altra violare il divieto sciocco e inaccettabile della Questura.

Quanto avvenuto oggi non può che potenziare la determinazione e la gioia di tanti facchini e facchine nel costruire percorsi di lotta contro lo sfruttamento nel mondo della logistica!

Qui il video riassuntivo della giornata, per gustarlo suggerisco di mettere a tutto schermo da casa:

Fallisce il teorema di polizia e padroni contro il S.I.Cobas: cosa ci insegna questa vicenda?

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Rilancio comunicato diffuso dai collettivi piacentini dopo la scandalosa vicenda che in settimana ha visto il (misero e fallimentare) tentativo da parte di polizia, padroni e magistratura di infangare il movimento operaio.

I fatti:
Giovedì 26 gennaio il segretario nazionale del S.I.Cobas Aldo Milani viene tratto in arresto durante una trattativa con i signori Levoni, titolari dello stabilimento Alcar uno -filiera Levoni- di Modena, dove si erano avuti 52 licenziamenti politici. Ad “incastrarlo” sarebbe un video (consultabile qui: Aldo Milani è quello seduto a destra, si evidenzia come a prendere la busta sia un’altra persona, consulente aziendale e totalmente estranea ai S.I.Cobas, è quella che fa il segno delle manette evidenziando la combutta con la polizia e la natura di messinscena della vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=m7Eh9iNQ5TE ).

Nella notte fra giovedì e venerdì scattano blocchi e picchetti in oltre 200 aziende. Si denuncia la montatura ordita per screditare il sindacato che ha fatto proprio della sua incorruttibilità lo strumento della sua travolgente espansione. Nella giornata di venerdì sono 2.500 persone sotto il carcere di Modena (https://www.youtube.com/watch?v=3XCkCcYB2pY ) e poi sotto alla Alcar uno, azienda corresponsabile nella creazione della montatura. Nella giornata di sabato, ancora oltre 500 operai sono sotto il carcere. La tensione si alza e si arriva a spingere e dondolare le grate del cancello del carcere (https://www.facebook.com/monzoor.alam.3/videos/1355907474461297/ ).

Nel frattempo, altri presidi con svariate centinaia di persone sorgono a Roma, Napoli, Brescia, Pavia/Stradella e Piacenza ( https://www.youtube.com/watch?v=V-sOQyJHqL4 ).

Verso le 16:30 della giornata di sabato, arriva la notizia: il gip riconosce Aldo Milani “estraneo a qualsiasi fatto riconducibile alle motivazioni dell’arresto” e ne dispone la liberazione immediata, con obbligo di dimora nel comune di residenza (tradotto: non può lasciare il comune in cui risiede, si tratta di prassi in casi come questo: la persona, in quanto potenziale informata sui fatti, deve restare a disposizione degli investigatori, potendo rientrare in qualsiasi momento nel procedimento in svariate posizioni). Sotto il carcere è il delirio: (qui potete vedere la scena dell’uscita e le prime dichiarazioni di Milani: http://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/si-cobas-aldo-milani-era-un-tranello-mi-hanno-incastrato/70870/71415 blob:http://video.gelocal.it/5cbc270c-fee6-4ed1-b1dc-edd7eaa8a48a).

Il succo delle contraddizioni sotto cui è crollato il tentato teorema è verte sulla losca figura di tal Piccinini, offertosi di accompagnare Milani in quanto “facilitatore della trattativa”. Costui (lo ripetiamo: mai stato parte del sindacato e anzi impegnato in prima persona nella gestione del personale per conto di svariate aziende e cooperative in anni passati!) avrebbe riferito di aver preso la busta per poi destinarla alla “cassa di resistenza dei lavoratori licenziati del S.I.Cobas”. Fattore che a noi non scandalizzerebbe assolutamente, se non fosse che il S.I.Cobas si è sempre rifiutato di accettare donazioni per detta cassa da parte padronale, fondandosi esclusivamente sulle offerte degli aderenti. Inoltre, appunto, Milani non sapeva di questa sua dichiarata “volontà” di donazione. La versione del Piccinini sarebbe entrata in contraddizione con quanto dichiarato dai Levoni, che hanno invece parlato di un prestito (si tratterebbe di una seconda tranche) a favore dello stesso Piccinini. Ciò, se da un lato scagiona Milani, dall’altro evidenzia come vi fosse una montatura e una volontà pretestuosa, a maggior ragione se si guarda al linguaggio dei segni con cui Piccinini comunica con la polizia. Il rimpallo di accuse fra azienda e collaboratore della polizia (il Piccinini, ora agli arresti domiciliari e messo immediatamente sotto scorta per paura che qualcuno vada a chiedergli conto delle sue balle) sarà lo show comico dei prossimi mesi, dato che crollata la montatura (e fatti salvi da conseguenze polizia e PM, che nel nostro paese non pagano mai anche di fronte a un uso smaccatamente politico della repressione) dovranno pur accordarsi sul come pararsi dalle controaccuse e eventualmente chi dei due sarà “sacrificato” per questo fine.

Le considerazioni:

1. Il teorema è crollato perché era fatto male, era eccessivo, ridondante, pieno di punti deboli.

2. Il teorema è crollato anche per la grande mobilitazione, che ha coinvolto migliaia di operai e espresso un livello di scontro con i fondamentali dello stato (nella fattispecie il monopolio della violenza e della reclusione) senza precedenti: operai che dondolano e premono sul cancello di un carcere è una scena che non si vedeva nemmeno negli anni ’70!

3. Il teorema ha rafforzato e rinsaldato il movimento della logistica: se mai ci fosse stato un evento per mettere a prova lo spirito di tenuta, questo era proprio il colpire Milani, amatissimo dagli operai per il lavoro svolto in questi anni (a volte quasi fin troppo amato, addirittura venerato, ma questa vicenda insegna che il S.I.Cobas riesce a lavorare ed esprimere alti livelli di conflittualità anche in sua assenza…e in ogni caso tale amore possiamo confermare che affonda le radici in anni e anni di lotta senza quartiere nella quale Aldo si è impegnato in rima persona!).

4. Il teorema è grave di per sé. Perché il fatto che polizia e padroni lo abbiano provato così esplicitamente falso, così estremo, così senza paura di ripercussioni è veramente un fatto preoccupante. Stavolta emerge perché il S.I.Cobas ha costruito una base di consenso davvero grande e solida, ma ogni anno svariati “teoremini” vengono costruiti contro aree politiche a vario titolo antagoniste (in particolare quella libertaria). Che questi teoremini abbiano, a differenza del caso Milani, qualcosa o nulla di concreto da cui partire è un fatto che non ci interessa ne comprometterebbe la nostra solidarietà totale, piuttosto è importante sottolineare come dal nulla o dal qualcosa si cerchino di estrapolare delle figure sociali da colpire e colpevolizzare come archetipi del nemico pubblico che esulano dalle motivazioni alla base degli arresti. Per questo, perché chi si informa sa che la repressione è continua strisciante e ovunque, che le strutture dello stato non sono neutre ma al lavoro continuo per colpire chi promuove il cambiamento sociale, abbiamo continuato a ripetere che Aldo Milani nella reclusione non era solo sé stesso, non era solo il S.I.Cobas e non era solo il movimento della classe operaia migrante: era un comunista, un rivoluzionario, un anarchico e tutte le figure di prigioniero politico del nostro paese, a cui va la nostra solidarietà come a qualsiasi altro carcerato.

5. Nella giornata di venerdì abbiamo registrato una serie di dichiarazioni infami da parte di tristi personaggi: alcuni riconducibili ad USB (questi comunicati sono poi spariti da internet…pavidità di fronte alle mobilitazioni o si sono ricreduti?), Bernocchi dei Cobas che ha “invitato tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas”. Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai diktat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori. Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, chiamata “Il Sindacato è un’altra cosa”, l’Adl-Cobas, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa). Bene, di tutti queste sigle e persone si può fare un bel sacco (di merda) non per ritorsioni in stile anni ’70 (ci mancherebbe, non ne sarebbero neanche degni!), ma per sapere con precisione di quali facce ci si può fidare e di quali no nel condurre una lotta. Per sapere con chi non si può parlare perché non sta lottando per una classe o per degli ideali, ma per dei piccoli interessi di bottega.

6. Questa storia non è finita: altre svolte costruite ad hoc potrebbero essere impresse con la fabbricazione di elementi probanti falsi (siamo pur sempre nello stato delle trame, delle forze di polizia più attivamente coinvolte nel contrasto ideologico dei movimenti di emancipazione, delle “molotov” trovate alla scuola Diaz e fabbricate dalla polizia stessa…), altre vicende simili potrebbero essere tentate per screditare la lotta…bene: troveranno sempre solidarietà ed orgoglio contro cui impattare.

SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

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Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

In morte di un operaio

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La cronaca dei fatti relativi all’omicidio di Abd Elsalam è nota. Per sviluppare delle analisi mi affido quindi alle parole di tre siti gestiti da compagni con cui, sia come NAP che come S.I.Cobas, abbiamo da anni una collaborazione e un’interlocuzione stabile.

Partiamo da CLASH CITY WORKERS:

Ieri, Sabato 17, a Piacenza, eravamo almeno in 3000 a ricordare Abd Elsalam. Più del doppio dei numeri annunciati il giorno prima dai giornali, che riprendevano le comunicazioni della questura.

Gli stessi giornali invitavano gli abitanti e i commercianti del centro città a chiudere case e negozi, annunciando pericoli senza alcun fondamento, come ha dimostrato la manifestazione: determinata, decisa ma composta. Puro terrorismo psicologico finalizzato a isolare un corteo che si è snodato per le vie blindate di una città semi-deserta e che è stato clamorosamente oscurato dai media: pochi articoli in alcuni giornali locali e nell’edizione locale di Repubblica, che minimizzavano la partecipazione e millantavano scontri mai avvenuti. Non solo omissioni e mezze verità, ma anche vere e proprie falsità quelle usate dai giornali per nascondere la reazione di rabbia e solidarietà che ha suscitato il tragico avvenimento di Giovedì notte. L’unico telegiornale che ha dato un po’ di spazio alla giornata di ieri è stato il TG3, che ne ha fornito una cronaca fedele all’interno di un servizio dedicato alle due drammatiche morti bianche avvenute all’Ilva e all’ATAC.

Se degli operai, quindi, si può parlare – e se ne deve parlare, perchè si tratta della vita di decine di milioni di abitanti del paese -, lo si deve fare presentandoli come vittime di tragedie e mai come possibili protagonisti del proprio destino. Per questo la morte di Abd Elsalam è stata immediatamente oggetto di un revisionismo sfacciato, per questo la procura ha agito sin da subito perchè quanto accaduto potesse essere spacciato per un incidente, addirittura un banale incidente stradale! Quando mai si è visto un pubblico ministero chiudere le indagini in meno di due ore e avanzare la tesi più garantista possibile verso il proprio accusato?
La questione, chiaramente, non è quella della responsabilità giuridica del singolo – o almeno non primariamente. La questione centrale è che in questo modo si oscurano le dinamiche politiche e sociali che ci hanno portato a questa tragedia e che non hanno niente di accidentale. Sono quelle che hanno lasciato mano sempre più libera ai padroni nel trattare i propri dipendenti come merci da smistare. Sono i governi antioperai, sono gli opportunismi sindacali, è la spietata concorrenza internazionale dei capitali che si accompagna alle leggi che ci dividono lungo confini nazionali sempre più militarizzati: è tutto questo che fa sì che i padroni non sopportino e non contemplino nemmeno l’idea che qualcuno possa alzare la testa e protestare, facendolo davvero, colpendo i loro profitti. Per loro dovremmo morire in silenzio, ottenendo al massimo una notizia in seconda o terza pagina.

Per questo la morte di Abd Elsalam non è una morte come le altre e per questo bisognava spacciarla come tale. Perchè c’era in nuce quel protagonismo operaio a cui spesso ci hanno abitutato le lotte della logistica, quel protagonismo che può invertire la rotta che ci ha portato fino a questo punto e che va quindi nascosto e ostacolato. Lo si fa parlando di incidente o anche buttandola sulla guerra tra poveri, come se la concorrenza tra lavoratori e le divisioni che lacerano il corpo della nostra classe non fossero uno strumento dell’interesse padronale, fomentato e montato ad arte dai padroni stessi. Le catene di subappalti, l’intermediazioe di manodopera, il caporalato, i finti padroncini, le finte partite iva, le coop truffaldine, ecc., sono strumenti nelle mani dei padroni per dividere il fronte dei lavoratori. E il rimedio sta in quella lotta che portano avanti, tra gli altri, proprio sindacati di base come l’USB, a cui Abd era iscritto, e che secondo l’editoriale del Corriere della Sera sarebbero paradossalmente da annoverare tra le patologie infiltratesi nel settore al pari dei fenomeni mafiosi di cui sopra.
Per questo probabilmente, intervistati in lacrime durante il corteo dalle telecamere del TG3, la moglie e il fratello di Abd ripetevano che l’unica cosa che conta ora per loro è che emerga la verità. Perché davvero la verità è rivoluzionaria. Non solo la verità che fa emergere i fatti facendosi strada tra le menzogne della propaganda giornalistica, ma anche quella che sa guardare oltre le apparenze, oltre le divisioni di cui approfitta chi ci vuole sottomessi e in lotta tra noi per le poche briciole che ci concede.


Proseguiamo con MILITANT:

Tre sono gli spunti decisivi che ci lascia la manifestazione di Piacenza, utili per capire qualcosa nel mondo della sinistra e in vista degli appuntamenti dell’autunno. Il primo, la sua composizione di classe: è stato il corteo operaio più importante e combattivo da molti anni a questa parte. Raramente si è vista una mobilitazione così “omogenea” dal punto di vista sociale, una manifestazione di classe, del mondo del lavoro dipendente subordinato del settore della logistica ma, ovviamente, non solo di quello. Tra le 5.000 e le 10.000 persone, gran parte provenienti dal mondo della logistica, e soprattutto gran parte migranti. Una composizione che non ha atteso direttive, rappresentanze o chiamate altrui, ma che si è presa la scena con un protagonismo sociale e politico davvero in controtendenza coi tempi. Sono i migranti i veri protagonisti della manifestazione così come, da molti anni, delle lotte nella logistica. Migranti che hanno continuamente preso la parola dal camion, che hanno espresso quella combattività e quella disponibilità alla lotta che evidentemente manca altrove. Se c’era un posto e un momento dove capire questa potenzialità sociale inespressa, questo era il corteo di ieri. Se la sinistra di classe ha un futuro, questo parte da Piacenza, inteso non (solo) come momento di rabbia per la morte di un operaio, ma come luogo in cui per una volta si è ricomposto politicamente quel pezzo di classe centrale nei settori più avanzati dell’accumulazione capitalistica nel nostro paese.

Il secondo spunto, che rileva lo spirito dei tempi, è l’ordinanza di chiusura delle attività cittadine proclamata durante la manifestazione dal Pd in accordo coi commercianti. La morte di un operaio durante una manifestazione, che un tempo avrebbe stimolato solidarietà pelose da parte di tutto il mondo della politica, persino di destra, oggi genera solo indifferenza e (neanche troppo) celato fastidio. Il Pd cittadino obbliga alla serrata delle attività, senza alcuno scopo né obiettivo che quello di chiudere la città al corteo, di estraniare il tessuto cittadino da quelli che sono i suoi abitanti più sfruttati, quegli operai che vivono e lavorano a Piacenza ma che evidentemente non devono avere la possibilità di far ascoltare le proprie ragioni al resto della città e della cittadinanza. Paradossalmente, persino Matteo Renzi aveva espresso solidarietà affermando che “nessuno può morire manifestando”, nel silenzio generale del Pd nonché di tutto il resto del mondo intellettuale che pretende di interpretare o addirittura rappresentare i nuovi fenomeni sociali. Chiarendo, una volta per tutte, che il Pd non è composto da un corpo genuino e da una dirigenza politicamente corrotta: è tutto il partito, dal primo degli eletti all’ultimo dei cuochi delle feste dell’Unità, a puzzare di merda, ad essere – socialmente e politicamente – nemico.

Il terzo spunto è l’assenza del movimento. E’ stato, purtroppo, un corteo (quasi) esclusivamente sindacale, e questo è stato il vero limite manifestato a Piacenza ma che già si percepiva da giovedì. Gli operai, mai come in questi anni, sono soli, senza sostegno né possibile rappresentanza politica. Oltre a Usb, SiCobas e agli altri sindacati conflittuali presenti nelle lotte della logistica – per una volta, rileviamo, uniti nella protesta oltre le legittime divisioni sindacali e vertenziali – i compagni presenti dal resto d’Italia si contavano sulle dita di una mano. Oltre alla residualità partitica, pochissime erano le situazioni di movimento presenti. Verrebbe la voglia di elencarle e ringraziarle, e questo la dice davvero lunga sulle capacità di una sinistra di classe di “capire il momento”, cogliere un evento simbolico come pochi altri (la morte di un operaio durante la lotta), sottraendolo alle logiche esclusivamente sindacali, generalizzando quella protesta che, altrimenti, è già scomparsa dai media e dall’interesse della popolazione. Senza questo “passaggio di consegne”, il sindacato da solo è largamente insufficiente a rappresentare e organizzare una rabbia sociale che deve divenire politica, deve trovare uno sbocco politico in grado di dargli prospettiva. Purtroppo, abbiamo capito che molto difficilmente sarà così: già oggi la notizia è scomparsa da ogni media, e da domani tutto tornerà come prima, con gli operai (e i sindacati conflittuali) lasciati soli nelle loro lotte vertenziali. In compenso, grandi dispute su facebook e twitter illuminavano sulle strade giuste da seguire, iniziavano la critica senza sconti a chi manifestava (cioè, per il 95%, operai migranti), consigliavano sui processi delle lotte, si chiedevano perché non ci fosse il fuoco nelle strade né qualche morto padronale in arrivo, sentenziavano sul carattere “riformista”, “massimalista”, “rinunciatario”, “debole” eccetera della mobilitazione operaia, si accaloravano sul “fare come in Francia”, “fare come in Grecia”, “fare come in Spagna”, “fare come in Kurdistan”, “fare come in Turchia”. Un chiacchiericcio di sottofondo che descrive bene la sinistra italiana del XXI secolo, la sinistra social.

E terminiamo con la preziosa indicazione di prospettiva di INFOAUT:

L’assassinio di Abd Elsalam si colloca in una fase importante per le lotte nel settore e non solo. Si va infatti verso un autunno in cui il conflitto contro il governo Renzi vedrà anche nel protagonismo operaio uno dei vettori cruciali per costruire l’opposizione sociale. I numeri di oggi dicono che le potenzialità e la rabbia sono intatte e accresciute, invece che paura l’omicidio di Piacenza infonde ulteriore determinazione. Tuttavia certamente la prova di unità in piazza oggi non basta. La risposta a quanto avvenuto a Piacenza dovrà ancora far sentire la propria eco a lungo. Le iniziative di questi giorni, a parte singoli momenti di scontro come quello di due giorni fa a Bologna, non sono infatti certamente sufficienti rispetto alla gravità di quanto accaduto. Dal punto di vista dei lavoratori della logistica i rapporti di forza vanno rovesciati a favore degli interessi di classe così come da sempre il movimento operaio della logistica ha determinato. Da qui bisognerà ricominciare. Contro i crumiri, i padroni e il capitale.

Combattente italiano delle Ypg manda un messaggio all’Italia dal Rojava

Pubblichiamo un video realizzato dalle Ypg in Rojava dove un compagno italiano si rivolge al nostro paese dal fronte di Raqqa spiegando l’attuale situazione nel nord della Siria e rivolgendo un appello alla solidarietà dopo l’invasione turca di Jarablus e i bombardamenti a Menbij.

Il compagno si rivolge inoltre ad alcuni politici italiani (Matteo Renzi, presidente del consiglio, Federica Mogherini, commissario europeo agli affari esteri, Staffan de Mistura, negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria, e Matteo Salvini, segretario della Lega Nord) sottolineando la loro ipocrisia e le loro responsabilità rispetto all’attuale situazione del Rojava, della Siria, del Medio Oriente e alle politiche riguardanti i profughi.

Nel video compaiono anche alcune/i combattenti delle Ypg e delle Ypj che si rivolgono al popolo italiano spronandone la solidarietà per la lotta curda e per la causa confederale in Siria.

Il video si conclude con un saluto delle Ypg-Ypj in memoria di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa dall’ISIS durante gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre.

Quı il testo integrale dell’appello contenuto nel video

Fronte di Raqqa, 2 settembre 2016

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad ogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

H&M: cronaca e punto sulla mobilitazione

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La lotta ad H&M ha animato l’agosto piacentino e interessato centinaia di giovani fra i 20 e i 30 anni in città e in provincia.
Chi segue i profili FB del NAP o di ControTendenza è già informato sui dati importanti e sui principali avvenimenti, ma facciamo un piccolo riassunto prima di rilanciare una bella inchiesta realizzata sul campo da Infoaut.

1)la situazione non è nuova: multinazionale (H&M), che si appoggia su un operatore logistico con magazzini sparsi in pianura padana (XPO), che appalta il lavoro a cooperative (svariate le sigle e i problemi connessi, a seconda che si parli del magazzino di Stradella, di Casalpusterlengo o di Piacenza, dove XPO movimenta altre marche ma che si è aggiunto alla mobilitazione nel quadro di una rivendicazione nazionale contro l’operatore).

2)tra le cause più macroscopiche a monte della mobilitazione: nessuna certezza sugli orari di uscita, straordinari non pagati, turni da 11 ore.

3)tra le particolarità: a differenza che negli altri casi di logistica che abbiamo seguito negli anni, la prevalenza della manodopera è italiana (in particolare ragazze fra i 18 e i 22 anni). Persone giovanissime che riscoprono la dignità e seppelliscono a colpi di coraggio gli stereotipi salviniani del “ci rubano il lavoro”: si lotta insieme, si vince insieme, italiani e immigrati.

4)altra particolarità: il fatto che l’operatore logistico (XPO) coinvolto porta la vertenza su un triplice livello: cooperative, operatore e multinazionale. Con realtivi differenti tavoli di trattativa.

5)ennesimo esempio di solidarietà: le facchine di Stradella, da cui è partita la mobilitazione, hanno aiutato i dipendenti di Casalpusterlengo e questi due insieme sono stati a Piacenza per aiutare i facchini di SDA (ottenuta la riassunzione di un licenziato politico con il blocco del 23 agosto) e di XPO (ottenuto un tavolo con la cooperativa con il blocco del 25 agosto).

6)ennesimo esempio del fatto che solo il blocco alle merci, o meglio al flusso delle merci, è efficace. Sfilate e altre proteste simboliche hanno fatto il loro tempo da anni ma non ci stanchiamo di ripeterlo. Bisogna fare danni: blocchi, boicottaggi, sabotaggi alla governance dei flussi.

Il riassunto è finito, di seguito l’inchiesta di Infoaut.

H&M è una ditta multinazionale che controlla per intero il proprio processo di produzione e distribuzione delle merci. Si parte dalla coltivazione di cotone che avviene per lo più in Turchia, e proprio pochi mesi fa H&M ha pubblicamente ammesso di aver individuato nei suoi campi molti bambini siriani al lavoro. La dichiarazione sosteneva che i bambini identificati sono stati fatti tornare a studiare. Il tutto probabilmente per pulirsi il volto rispetto allo scandalo delle enormi quote di lavoro minorile che sempre H&M impiega in Bangladesh, dov’è tutt’ora aperta una vertenza a riguardo. E’ proprio nel sudest asiatico e in Cina che avviene la lavorazione del cotone per produrre i vestiti della catena low cost. Da lì i manufatti salpano per i principali porti globali. In Europa giungono in Belgio dopo una tappa in Svezia, sede della multinazionale. Dai porti belgi i container vengono smistati in tutta Europa. Molti di essi giungono in Italia proprio negli stabilimenti oggetto di sciopero in queste settimane, i quali controllano la successiva distribuzione in una dozzina di altri stati, tra cui la Spagna, il sud della Francia e l’est Europa.
Dunque tra il polo delle Mose, il magazzino di Stradella e quello di Casalpusterlengo, tra le province di Piacenza, Pavia e Lodi, dove la Lombardia sfuma nell’Emilia, si trova uno dei pulsanti cuori nascosti dell’intreccio logistico. Snodo paradigmatico delle economie contemporanee, queste “periferie” incubano delle centralità produttive/distributive che solo il ciclo di lotte che da alcuni anni investe l’intero settore ha consentito di portare in luce.
La composizione del lavoro in questi magazzini presenta alcune discontinuità rispetto alla maggior parte delle vertenze degli ultimi anni. Oltre alla “consueta” rilevante fascia di mano d’opera migrante di sesso maschile, che qui accorpa provenienze rumene, latine, nord e centro africane, nelle ultime settimane la mobilitazione è stata trainata da molte operaie giovani e con un significativo protagonismo di autoctoni. Qui la rottura prodotta dalla lotta dentro il magazzino, “divide” anche le relazioni consolidate dei paesi e dei territori, crea una polarità che non si riesce a nascondere sotto il tappeto o sotto la crosta di un discorso buonista. In particolare è il magazzino di Stradella a impiegare molte giovani dipendenti (una situazione affine si era verificata lo scorso anno nei magazzini di vendita on line di vestiti, alla Yoox). Aperto due anni fa, il magazzino di Stradella gestito da XPO Logitics per H&M è indubbiamente un pertugio interessante attraverso il quale osservare le mutazioni del lavoro all’interno della crisi divenuta paradigma governamentale. Infatti se fino a poco tempo fa la logistica era perlopiù considerata un lavoro per “gli ultimi” (perlopiù i migranti), negli ultimi due anni stanno aprendo una serie di nuovi magazzini che si presentano sotto una nuova veste, come opportunità per il territorio e come una possibilità di svolgere un “bel lavoro” pieno di opportunità. È il caso di Stradella, ma anche quello dei due nuovi magazzini di Amazon (uno aperto da un anno a Piacenza, l’altro in via apertura in Veneto) e svariati altri in progettazione. Questo probabilmente spiega la presenza di una composizione giovanile precaria autoctona in questi magazzini logistici. Una composizione tutta da inchiestare nelle sue sfaccettature di genere, colore e classe, nel rapporto con la tendenziale fine del periodo delle promesse tradite dalla crisi, nella relazione con il mondo della formazione, il welfare famigliare, i nuovi processi di proletarizzazione, le relazioni sociali sul territorio, l’accesso a beni e servizi, alla casa, alla salute…
In secondo luogo è interessante annotare come lo sprezzo per il lavoro che H&M manifesta in Turchia o Bangladesh non si smentisce in Italia. Furti in busta paga, orari maciullanti, minacce e ricatti, dominio del management sui dipendenti che ne annulla la vita. La possibilità di organizzarsi dei lavoratori attraverso il S.I. Cobas ha in brevissimo tempo aperto un campo di soggettivazione politica liberogena di energie sino ad ora compresse e represse, all’interno della quale si sviluppa una chiara identificazione di un “noi” e un “loro”. Lo scontro frontale con l’azienda è in parte agito dall’azienda stessa, che con la serrata non mira unicamente a evitare il contatto tra i lavoratori non ancora sindacalizzati e gli altri, ma anche, come ci dice un’operaia, a far sentire “inutili” gli operai stessi.
Tra le tante storie che raccogliamo di ricatti e minacce, sicurezza sul lavoro nulla, sfacciataggine nel dire ai lavoratori che rappresentano soltanto numeri, emerge tra gli scioperanti una intelligenza strategica che nel far male alla controparte per costringerla a scendere a patti e rispettare le rivendicazioni, guarda alla pratica del blocco della circolazione delle merci sull’intera filiera di distribuzione e vendita come passaggio decisivo per la conduzione della lotta.
All’interno delle molteplici aporie che costantemente presenta la conflittualità tra capitale e lavoro oggi, il settore logistico si conferma anche qui come uno degli snodi decisivi per poter pensare allo sviluppo di lotte che, sia per la pesantezza delle condizioni di sfruttamento che per la centralità che ricoprono all’interno del ciclo produttivo, abbiano efficacia, potenziale di sviluppo, sguardo transnazionale e proiezione sul territorio.
Nell’intervista che segue si parla delle condizioni di lavoro, dell’organizzazione di H&M su scala europea e della situazione nei magazzini francesi e belgi, dello sviluppo della lotta. Emerge a più riprese come Cgil, Cisl e Uil (come già constatato in molteplici altre vertenze logistiche) siano organismi pienamente dediti a garantire lo sfruttamento all’interno dei magazzini, rifiutando a priori di rappresentare i non garantiti (ossia ormai la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore).
Buona lettura.

(Infoaut): Voi siete iscritte al Sindacato Intercategoriale Cobas e lavorate per H&M tramite la cooperativa Easycoop nel magazzino di Broni di Stradella in provincia di Pavia. Raccontateci come funziona il lavoro nel vostro magazzino e perché avete cominciato la lotta.
(Michelle): Allora, il nostro magazzino ha aperto due anni fa, gennaio 2014. All’inizio siamo partiti a fare 15 ore al giorno, c’erano le ragazze che facevano dalle 6 del mattino anche fino alle 9 di sera con un’ora di pausa al giorno. Col tempo hanno iniziato a farci fare sempre undici dodici ore senza cambiamenti. Da lunedì a domenica, mentre al colloquio ci avevano detto che sarebbe stato solo fino al venerdì. Il sabato è considerato lavorativo, ma non vale mai come giorno di ferie. La domenica non è considerato lavorativo, ma se non vai la domenica ti arriva la lettera di richiamo. Ci pagano pochissimo, gli straordinari praticamente non ce li pagano, ce li mettono in premio produzione, come anche i permessi.
(Serena): Non abbiamo permessi retribuiti, la malattia ce la pagano solo dopo il terzo giorno, al 50%.
(Aida): Nel frattempo noi lavoriamo sabato e domenica e per loro la domenica è obbligatorio, perché essendo il nostro magazzino un posto dove c’è il lavoro on line per loro bisogna lavorare sempre, e bisogna sempre giustificarsi per le assenze. Chi ha bambini malati deve portare la foto del bambino malato in ospedale, deve giustificare l’assenza e l’assenza non è pagata. Lavoriamo un mese intero senza un giorno di riposo, e facciamo 12-13 ore con un’ora di pausa che non è pagata. Ci hanno tolto anche la possibilità di entrare e uscire con la macchina, quindi se noi vogliamo andare a casa a vedere come stanno i nostri figli dopo undici ore di lavoro non lo possiamo fare. Siamo obbligate a rimanere dentro il magazzino non essendo pagati nelle pause: se si ferma il sistema per due ore, noi non siamo pagati in quelle due ore. Non sappiamo quando entriamo e quando usciamo: per entrare ci mandano un sms alle sette di sera per cominciare alle quattro di notte, sì ma noi ci dobbiamo alzare alle tre! Oggi alle quattro, domani magari alle cinque… Un orario fisso non c’è, quindi noi siamo distrutti fisicamente, psicologicamente e abbiamo distrutto anche i nostri legami famigliari. Io ho due figli e non riesco a gestirli! Ho un figlio di 14 anni che ha bisogno di me, e io non riesco a gestirlo perché arrivo a casa che sono distrutta dopo 13 ore dentro al magazzino. E’ una roba allucinante…
(Michelle): Tenendo conto che ci fanno fare 12 ore al giorno con contratti part-time da sei ore!
(Serena): C’è gente che è qui dentro da due anni e ha ancora contratti part-time, a tempo determinato…
(Aida): A me dopo un anno mi è stato rinnovato un contratto di un mese e mezzo solo perché faccio parte dei Cobas

(Infoaut): Quindi di fatto si lavora anche più di un full time…
(Aida): Esatto, dalle 200 o 240 ore al mese, e non ti viene mai chiesto se ti vuoi fermare, ti guardano male se dici che non ce la fai più.

(Infoaut): Cos’è successo dopo la vostra iscrizione al S.I. Cobas?
(Michelle): Sono state subito licenziate quattro persone, poi sono stati fatti questi contratti di un mese, un mese e mezzo… Fanno ripicche.
(Serena): Non riconoscono il sindacato. Loro, avvalendosi del fatto che il S.I. Cobas non ha firmato il contratto nazionale, dicono che non è un sindacato e non ne accettano la rappresentanza sindacale in un magazzino come il nostro dove ci sono ottanta iscritti ai Cobas su trecento lavoratori, dei quali nessuno è sindacalizzato. Di fatto non riassumono chi si è iscritto al sindacato, anzi man mano assumono del nuovo personale di modo che ad ogni scadenza di contratto possiamo essere sostituiti da queste nuove persone. Cosa che è illegale. Se c’è del calo di lavoro la possono usare come scusa, ma se c’è sempre più lavoro non possono lasciare a casa altre persone che sono lì da prima. hm2
(Aida): Ne hanno licenziati quattro ma ne hanno assunti sessanta.
(Michelle): Hanno anche preso una nuova cooperativa per rimpiazzarci.
(Aida): Dopo le prime lotte abbiamo incominciato a fare solo otto ore di lavoro e la domenica a casa, ma dentro il magazzino vanno a parlare coi lavoratori dicendo “Eh, adesso vedrete la prossima busta paga”. Per dire che con otto ore non guadagni niente… Ma ci credo! Abbiamo un contratto di sesto livello junior, veniamo pagati 5 euro l’ora…

(Infoaut): Ci raccontate di come si è sviluppata la lotta?
(Serena): Abbiamo cominciato a scioperare un mese fa, il primo sciopero è stato il 28 luglio al nostro magazzino di Stradella, ed è stato uno sciopero veramente duro: abbiamo fatto 17 ore continuate, dalle 4 di notte fino alle 7 di sera a oltranza. Bloccavamo i nostri camion e anche i camion di altre aziende all’interno del polo. Eravamo partiti cercando di bloccare anche gli altri lavoratori per convincerli a fermarsi con noi, ma la risposta dei nostri colleghi è stata piuttosto violenta. Persone che cercavano di investirci fuori dai cancelli pur di entrare in macchina, persone che spintonavano, tiravano calci e pugni anche a donne pur di entrare dentro i cancelli e lavorare come schiavi, come crumiri per 40 euro al giorno. Che sinceramente con un livello decente, un quinto livello o un quarto livello, li riguadagni anche il doppio o il triplo in una giornata sola.
Siamo andati a fare anche altri scioperi, questo è il quinto, il settimo sciopero in un mese. Anche davanti a Casalpusterlengo, che è un magazzino sempre H&M dove 15 lavoratori assunti direttamente dalla ditta H&M rischiano il posto di lavoro. E’ da dieci anni che lavorano qua dentro! Il tutto perché H&M ha deciso di far subentrare una cooperativa e quindi passare questi lavoratori sotto cooperativa, guadagnando loro di più e rubando i soldi a questi ragazzi.
(Raki): Allora noi siamo 15 lavoratori che da dodici anni lavoriamo da H&M, il 14 luglio abbiamo saputo che H&M voleva appaltare a una cooperativa. Due mesi prima hanno assunto dieci persone interinali alle quale hanno fatto imparare il nostro lavoro. Abbiamo fatte delle riunioni sindacali con Cgil, Cisl e Uil ma non abbiamo risolto niente. Siamo andati a un tavolo di trattativa dove c’hanno detto: se vuoi passare sotto cooperativa ti diamo 2000 euro, così non fai la causa contro H&M, e se vuoi abbiamo dei negozi: Salerno, Roma e Trento. Che sono veramente lontani… Se invece vuoi andare via ti diamo otto mensilità.
Quando io gli ho chiesto di poter andare a lavorare a Roma, che ero disposto, mi hanno detto che non funzionava così: avrei dovuto fare la domanda per poter vedere se avevo il profilo adatto, fare un colloquio per vedere se mi accettavano…
Allora abbiamo fatto un’alleanza coi ragazzi di Stradella, che hanno anche loro hanno problemi, e abbiamo iniziato lo sciopero. Loro li hanno iniziati prima, poi son venuti qui, noi siamo andati da loro…
(Serena): e adesso questa settimana è il quarto giorno di picchetto continuato, siamo accampati con le tende per bloccare i camion e i lavoratori, la produzione è ferma da quattro giorni.

(Infoaut): Secondo voi la trattativa troverà un punto di svolta?
(Michelle): Sarà difficile, ci sarà bisogno di lotta.
(Serena): Non mollano perché chiaramente puntano molto sull’immagine, sono un’azienda internazionale e non vogliono dare il segno di cedimento nonostante le grosse perdite che hanno subito perché, fino ad oggi, qua si parla di mezzo milione di euro.

(Infoaut): Prima dicevate che sui profili facebook dell’azienda alcune persone domandano dei ritardi nelle consegne e loro accampano motivi tecnici…
(Serena): E invece siamo noi a causare il danno! Quando intervenivamo noi su facebook nel giro di qualche ora veniva cancellato. Solamente il mio post che ho segnalato direttamente sulla bacheca di H&M ha ricevuto una risposta direttamente dagli admin del sito dove si diceva che loro stanno seguendo da vicino la causa, sanno cosa succede all’interno del magazzino, e provvederanno a risolvere la situazione… Ma è un mese che sanno esattamente com’è la situazione e se ne sbattono altamente le scatole.
(Aida): E noi rimaniamo qui e non molliamo! Non molliamo finché non otteniamo quello che vogliamo, ossia che il nostro sindacato Cobas venga riconosciuto nel nostro magazzino perché è un nostro diritto. Siamo dei lavoratori e vogliamo essere coperti da un sindacato. Noi abbiamo scelto il sindacato Cobas e vogliamo loro dentro il nostro magazzino.
(Serena): Infatti anche domani continueremo la lotta, non solo a Casalpusterlengo ma a livello nazionale bloccando tutti i magazzini XPO. Il nostro magazzino H&M ad esempio ha come ditta appaltatrice XPO Logistics, sotto consorzio, e XPO è il problema principale per noi perché è XPO che si rifiuta di riconoscere la rappresentanza sindacale. Quindi bloccheremo Stradella, Padova, Bologna, Piacenza e anche Milano oltre che qui a Casalpusterlengo.

(Infoaut): Ci potete raccontare com’è organizzata la ditta e come funziona il lavoro dentro i magazzini?
(Michelle): Abbiamo in tutto 12 paesi, alcuni piccoli come Estonia, Lituania, Lettonia, Romania e questi paesi dell’Est. Gli unici paesi grandi che abbiamo sono Spagna, Francia e Italia oltre alla Polonia. Arrivano i container a ricevimento, vengono ricevuti, tra i colli che arrivano ci sono delle scatole che sono doppie, hanno più taglie dentro, quindi vanno allo split e vengono divise in più taglie. Poi vengono stoccate dai ragazzi dello stock in mezzanino, dove vengono prelevate da altri operai, i pickeristi. Poi i pezzi da loro prelevati vanno al sorting, che è un altro reparto, dove vengono divisi in fase, per paese. Poi vengono mandati al picking, che viene diviso ulteriormente in altre fasi, tra gli ordini dei vari clienti. Poi il tutto viene imballato e mandato al fondo linea dove ci sono i ragazzi che lo caricano sul camion, poi viene spedito nei vari paesi.
(Serena): Qui a livello tecnologico siamo arretrati, ad esempio Zalando e Amazon utilizzano le pistole per prelevare, hanno i palmari, utilizzano il computer, noi invece ad esempio al picking che per me è quello più indietro di tutti come reparto, utilizziamo delle etichette con dei codici lunghissimi di 12 cifre che dobbiamo leggere e controllare se il codice coincide. Poi dobbiamo incollare il codice sul pezzo per mandarlo agli altri reparti. Utilizziamo solamente i nostri occhi, e capite che dopo 11-12 ore gli occhi si stancano, e gli errori possono capitare…
(Aida): Dobbiamo fare 165 pezzi che dobbiamo finire entro mezz’ora, e non dobbiamo fare errori.
(Michelle): Se sbagli ti mandano a prendere il pezzo giusto in mezzanino.
(Serena): Noi non possiamo sapere quanti pezzi stiamo facendo, i nostri capi lo sanno perché attraverso il computer loro vedono la nostra produttività, ma noi non possiamo sapere nemmeno quanti pezzi dobbiamo lavorare in giornata ossia quante ore bisogna lavorare… Ormai il lavoro moderno è tutto sulla produttività, sulla media.
(Aida): Per non parlare delle temperature a cui dobbiamo lavorare quando andiamo a prendere questi pezzi, adesso in estate moriamo dal caldo, tante ragazze svengono, quando si esce un attimo per prendere un po’ d’aria il nostro capo dice: “Ma entri a lavorare o te ne vai a casa?”. Quindi le condizioni sono pessime là dentro.
(Serena): Abbiamo due bagni su trecento lavoratori, uno maschile uno femminile, in condizioni igieniche orribili. Fino a poco tempo non c’era nemmeno acqua nel magazzino, nemmeno nelle macchinette.
(Aida): Hanno cominciato ora i lavori per mettere una pala di ventilazione, chissà quando sarà pronta.
(Francesco): Da quando sono arrivati i Cobas hanno iniziato a fare i turni, ma non li rispettano. Continuano a mandarti l’orario via sms. Tipo sul foglio c’è scritto “ore 7 picking”, loro ti scrivono “ore 5 picking”.
(Aida): Questo solo per far vedere che noi abbiamo messo l’orario settimanale, che nel frattempo viene però cambiato ogni giorno. Diventa impossibile organizzarsi…
(Francesco): Ti gestiscono loro la vita.
(Aida): La vita privata non esiste.
(Michelle): C’è anche la storia dei pass… Non ci sono abbastanza parcheggi, quindi hanno lasciato i pass solo ai responsabili, ai lecchini e a chi hanno voluto loro, quindi magari c’è gente che non sta bene che deve farsi un chilometro a piedi sotto al sole e non ce la fa, magari sta male.
(Francesco): E oltre a questo la gente che lascia fuori le macchine ora se le trova rotte, con le gomme bucate, i vetri spaccati, i tergicristalli rubati, e loro giustamente dicono che non essendo all’interno del polo logistico non è un problema loro.
(Michelle): Nel frattempo molti parcheggi all’interno del magazzino rimangono vuoti, c’è il posto…

(Infoaut): Prima parlavate della situazione francese…
(Raki): Sì li ci sono due magazzini di H&M, e in uno hanno sempre problemi. Hanno 200 dipendenti tutti sotto H&M, noi qui facciamo 300mila pezzi al giorno, loro ne fanno 60 mila. Il nostro lavoro qua: noi siamo in 27 H&M, 15 li stanno licenziando, e ci sono 200 lavoratori sotto cooperativa. Il nostro lavoro comporta che di giorno arrivano 10/13 camion di cartoni, la merce arriva dal Belgio da dove arrivano dalla Cina o dalla Turchia. Arriva la merce, noi la smistiamo, spariamo e la mettiamo in posizione. Il giorno dopo la cooperativa rinnova, verso le 4.30/5 si fà il picking. Poi escono di bolla. Si fa tutto manuale, non abbiamo niente di tecnologico. Noi abbiamo 155 negozi in Italia, e 35 negozi in tutto il sud della Francia perché lì hanno problemi coi lavoratori. E’ da anni che stanno cercando di chiudere il magazzino in Francia ma non riescono. Anche in Belgio hanno problemi, stanno provando a trasferire oltre cento lavoratori verso la frontiera con l’Olanda. Dove ci sono delle lotte provano a chiudere i magazzini e a spostarli insomma.
(Michelle): Qui ci fanno firmare anche dei documenti in bianco, oppure non ci danno il tempo di leggerli, e se ci si rifiuta mandano sanzioni a casa. Non sappiamo cosa firmiamo!
(Serena): Se vuoi avere il tempo per leggere questi documenti, o se vuoi scrivere di fianco alla firma “per presa visione” in modo che non è una firma che concretizza il fatto che tu accetti quello che c’è scritto sul foglio, loro ti stracciano il foglio davanti e ti obbligano per forza a firma senza scrivere nulla difianco. Vogliono che tu accetti le loro regole al 100%. Ci fanno così un perenne ricatto… Ovviamente noi del Cobas ci rifiutiamo.
(Raki): Noi nel 2012, in un reparto storico di qui, hanno voluto esternalizzarlo a una cooperativa. Hanno messo una lista di dodici dipendenti per mandarli nei negozi. Ognuno ha scelto dove poter andare, ma questa volta non va così. O accettiamo la cooperativa o fuori. Ma se accettiamo noi perdiamo tutto, i diritti di questi anni li perdiamo, i buoni pasti, lo sconto del 25% sui vestiti, l’assicurazione sulla salute.. Se ce ne andiamo sotto cooperativa perdiamo tutto. Noi non molliamo fino alla fine, finché non ci danno quello che ci spetta.
(Francesco): A noi non è che piace scioperare. Siamo qui a prenderci sole pioggia freddo… E lo facciamo solo per migliorare il nostro posto di lavoro.
(Raki): Abbiamo visto anche ieri la cooperativa Help, ci sono già 30 iscritti con noi… Danno i buoni pasto solo ai leccaculo…

(Infoaut): Oggi è una serrata perché, ci dicevate prima, che molti lavoratori invece che entrare si sono fermati a parlare e si sono tesserati coi Cobas.
(Michelle): Loro cercano lo scontro. Piuttosto che darci quello che ci spetta, i nostri diritti, preferiscono mandarci la polizia, minacciano, rischiamo di essere presi a manganellate solo perché siamo qui a scioperare per i nostri diritti.
(Aida): I soldi che stanno perdendo sarebbero bastati per soddisfare le nostre esigenze. Coi soldi che stanno spendendo per la polizia sarebbero bastati.
(Serena): E qui è andata anche bene [a Casalpusterlengo], da noi [a Stradella] i nostri colleghi ci vorrebbero menare, non c’è possibilità di dialogo. I capi fomentano una guerra tra poveri.
(Raki): I responsabili ne approfittano, e ci sono anche cose pesanti. Vieni a letto con me e ti trovo lavoro a tempo indeterminato, cose così…
(Aida): Io sono contenta di aver scelto i Cobas. Ieri qui era presente anche la Cgil e ai loro lavoratori è stato detto: se vi iscrivete coi Cobas vi mandano in cassa integrazione… Loro che dovrebbero difendere i lavoratori!
(Raki): Noi, da quando dopo il 14 luglio abbiamo saputo che rischiavamo di essere licenziati, il primo a dirci che dovevamo andare in mobilità è stata la Cgil, il primo giorno. Ci diceva che rischiavamo il posto ma che l’azienda stava facendo una cosa corretta, e che dovevamo entrare quindi in mobilità… Ma questa cosa non serve a niente. Ma l’azienda fa business, fa soldi! Non è in crisi per metterci in mobilità. Noi prima eravamo tutti sotto Cgil Cisl e Uil. Adesso siamo in 13 coi Cobas, ma loro hanno detto che coi Cobas non si siedono al tavolo. Ci hanno detto: se volete andate tutti coi Cobas, oppure tutti con noi.
(Aida): Da noi [a Stradella] un po’ di tempo fa era venuta la Cgil per fare un’assemblea, con una ragazza che era iscritta alla Cgil che è da anni che è iscritta alla Cgil, ma non ha ottenuto niente povera ragazza. Siamo stati presenti all’assemblea, ma dopo non hanno risolto niente. Addirittura nei giorni dopo hanno tolto tutte le timbratrici lasciandone solo una, hanno tolto tutti gli statini. Poi abbiamo visto che loro ridevano e scherzavano con la Cgil, nel frattempo che noi aspettavamo una risposta da loro, ma questa non è mai arrivata. Quindi la Cgil copre il datore, non il lavoratore.
(Serena): La Cgil è stata la prima ad ammettere che potevano dare copertura sindacale solo a coloro che avevano un contratto a tempo indeterminato. Per i ragazzi a tempo determinato hanno detto che era addirittura un rischio iscriversi al sindacato perché non avrebbero potuto cambiare le cose in magazzino. Infatti praticamente nessuno si è iscritto al sindacato dopo quell’assemblea. Anzi, il rappresentante sindacale Cgil ha parlato solo male degli altri sindacati, dicendo in particolare che i Cobas sono quelli che fanno chiudere i magazzini quando in realtà non è vero. Anzi il Cobas è l’unico sindacato che lotta con noi e difende i lavoratori.
(Aida): La Cgil ha detto:”Ragazza mia, tu non puoi iscriverti al mio sindacato perché a te ti fanno fuori dopo due giorni”. Questa cosa non va detta a un lavoratore, perché il sindacato dovrebbe coprirmi, aiutarmi. Quindi chi mi dovrebbe coprire a me? Per questo sono Cobas e lo sarò per sempre.

Un momento del picchetto del 23 agosto, che ha visto la manodopera “crumira” convincersi e passare nella quasi totalità con gli scioperanti del S.I.Cobas (su 200 maestranze solo 16 chiedevano di rientrare!)