Tre impressioni sull 1-O catalano

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Provo ad attingere ai contributi di Infoaut per fornire un punto di vista autonomo sull’ncredibile situazione venuta a formarsi in Catalogna. Le considerazioni sarebbero infinite e certo non esauribili in un articolo, ma qua si prova se non altro ad andare oltre alle recriminazioni di carattere legalitario che imputerebbero esclusivamente l’egoismo fiscale alla rivendicazione indipendentista. Non prendiamoci in giro: paragoni con il veneto e la lombardia sono semplicemente ridicoli per mille motivi (diverso se si parla di sardi…), mentre vi sono numerosi elementi progressivi nella composizione, pur spuria, che ha attraversato le piazza catalane. Non a caso i sindacati sono scesi in sciopero contro la violenza poliziesca e non a caso a contrapporsi sono (per quanto sembri incredibile nel 2017) un modello repubblicano e uno monarchico. Certo, fa un po’ ridere (e incazzare) vedere i finti democratici nostrani indignarsi per le botte ai seggi in Catalogna mentre fanno spallucce su quelle esercitate ogni giorno qua a Piacenza e in generale in pianura padana contro gli operai nel polo logistico…
Di seguito il contributo di Infoaut.

La Catalunya ha votato in favore della propria indipendenza, a dispetto delle condizioni avverse imposte dal governo spagnolo. Il 56,76% degli aventi diritto ha registrato presso i seggi il proprio documento d’identità, ma le schede conteggiate corrispondono al 42,2% degli aventi diritto perché 700 mila schede votate sono state sequestrate dalla polizia di Madrid. Sono 761 i feriti ai seggi nel tentativo di opporsi alle operazioni della policia nacional.
Abbiamo messo in forma di appunti a caldo tre impressioni sulla giornata di ieri e quello che ci comunica.

1. L’identità è nello scontro.
Per quanto i sondaggi indicassero come il campo pro o anti referendario fosse già ben delineato prima dell’acuirsi della crisi, sicuramente il colpo di mano di Rajoy del 20 settembre non ha potuto non risignificare la posta in palio: non solo la possibilità di una fuoriuscita da una sfera di sovranità per inaugurarne una indipendente, ma soprattutto la volontà di reagire a un sopruso.
Ogni storia è un’invenzione, ogni nazione è generata non creata. Comunque ogni identità è tradizione di altri, che viene a noi trasmessa e il cui potenziale propulsivo, come forza storica trasformatrice e non come feticcio storicizzato, risiede nel suo essere storia appropriata nel presente dalle forze trasformative dell’oggi. Quali sono le forze trasformative della sfida catalanista e quale partita giocano? Ciò che va detto dell’avventura indipendentista catalana è che prima di tutto interpreta e riaggiorna un conflitto intra-istituzionale (e non anti-istituzionale) che per imporsi si è ancorato a interessi, poteri, assetti sistemici territorialmente radicati. Non dimentichiamo questo: la ricca e forte Catalunya lotta per affrancarsi dal fardello dello stato centrale spagnolo, dalla sua parassitarietà, dal suo mancato sviluppo. È solo questo? Basta una lettura così ingenua e politicista? No, la trasversalità dell’istanza indipendentista attraversa la società catalana dall’alto in basso perché il riflesso dello scontro istituzionale segnala l’esistenza di regimi ideologici, di relazione sociale e politica impositivi per la Catalunya. L’identità catalana è oggi socialmente percepita come strumento di una risposta a questa esigenza contrappositiva all’ordine coercitivo, autoritario e irriformabile della democrazia spagnola e della sua storia. Questa esigenza è politicamente condivisa con gli interessi emancipativi di una porzione catalano-centrica di interessi sistemici e di sviluppo capitalistico. Davanti alla storia il giudizio è privilegio solo di chi ne è protagonista. Per esser ancor più chiari, non ci fa scandalo che dimensioni di classe larghe e in sè antagoniste si saldino in questo scontro dentro una rivendicazione di popolo. Ma ciò che ci preme cogliere è il fatto che la stessa dimensione dell’identità catalana sorge sulla contrapposizione all’arroganza poliziesca di Rajoy, sul valore storico dell’idea repubblicana contro l’autoritarismo di una Spagna mai emendata dal franchismo. In questi elementi c’è un nuovo potenziale campo di scontro e un’occasione di trasformazione ulteriore in seno a quel popolo ora sollevatosi. In ciò risiede per uno sguardo rivoluzionario l’occasione per poter formulare una nuova domanda: non tanto quale popolo essere – ogni identità è tradizione di altri, dicevamo – ma essere popolo per cosa e contro chi?

2. Lo Stato è il limite.
La transizione democratica post-franchista si servì dell’alternanza costituzionale PP/PSOE per servire una liberalizzazione complessiva di capitali e di spinte allo sviluppo in seno alla società iberica. Fu una finestra usata anche dalle autonomie come occasione di investimento e crescita di capitali. L’esaurirsi di quella tutela politica, con la crisi irreversibile di popolari e socialisti, ha richiesto nuove forme politiche per garantire e sviluppare un dato anche e soprattutto di continuità capitalistica rispetto al quale la vecchia partitocrazia spagnola non era più in grado di fornire un’appropriata stabilità. Non è dunque paradossale che l’orizzonte politico emancipativo di questa lotta di popolo catalana si dia nella ricerca di una forma di neo-Stato-nazione. È anche il suo limite e allo stesso tempo il suo possibile punto di rottura per un nuovo sviluppo antagonista dello scontro in atto. Dal canto loro gli altri agenti politici della crisi del sistema dell’alternanza costituzionale spagnola, i movimenti del 2011 prima e l’eredità di questi nello schema del partito-movimento di Podemos o il suo contraltare reazionario Ciudadanos, non sono stati all’altezza delle alternative prodotte dalla crisi innescata. Il balbettare ricette federaliste da parte di Iglesias davanti all’affermazione dell’indipendentismo catalano confermano l’inadeguatezza dell’ipotesi di una transizione di forze trasformative dentro il campo della statualità spagnola come ambito di sviluppo di nuovi equilibri democratici. È probabilmente la fine di un primo ciclo dei “populismi”, lo stesso che, al di là di ogni sacrosanto distinguo e nonostante l’ingeneroso paragone tra il dilettantismo pentastellato e l’esperienza di Podemos, sta comunque investendo il movimento 5 stelle siglandone la sua normalizzazione dentro nuovi assetti restaurativi.

3. L’Europa non è il destino.
Il totale imbarazzo delle segreterie di Stato europee davanti ai fatti catalani la dice lunga sulla crisi dell’Europa politica. Macron veste la maglia da titolare per l’”Unione Europea” sostituendo una Merkel ancora frastornata dalla tornata elettorale di una settimana fa e ci pensa lui a fare la sintesi: “confido in Rajoy, si tratta di affari interni”. Gentiloni fa eco: “non interferire”. Per quanto Puigdemont si affani a cercare sponda politica oltre i Pirenei per legittimare il risultato referendario questa Europa resta un’Europa di Stati-nazione e non di popoli. No, l’Europa non è un destino politico su basi democratiche ma uno strumento di governance ultra-statale che guarda con preoccupazione al rialzo di 8 punti base dello spread spagnolo dopo il voto di ieri. La stessa menzogna della democrazia non racconta più nessun mito su questa Europa. Innalzato a feticcio del rito istituzionale e poi ignorato quando lo minaccia il voto democratico è la foglia di fico che copre o legittima rapporti di potere violenti nella società che non tollerano di essere messi in discussione. Volontà popolare o no. Nessuno si è scandalizzato particolarmente nel vedere le urne sequestrate dai poliziotti: “non interferire”. Va bene, questo è il gioco e questi sono gli avverarsari per i catalani. Se si perdona il cinismo, verrebbe da prendere in prestito le parole dello stesso Rajoy: “il referendum è una messa in scena”. Perché in fondo si può dire con onestà, serve sempre un simbolo per sfidare l’arroganza delle forme di governo contemporanee, per rappresentare in forma tangibile una violenza, un torto, un’ingiustizia. Questo voto è stato un utile simbolo di una lotta politica contro l’autoritarismo di Rajoy e dello Stato spagnolo che ha bisogno però di altre energie ancora per essere vinta.


I pestaggi ai seggi del referendum catalano.

G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

La democrazia di Minniti e dell’UE…

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Uno dei dieci pullman a cui è stato impedito di raggiungere la manifestazione “eurostop” di sabato 25 marzo a roma. I ragazzi sono poi stati rinchiusi illegalmente in un CIE per essere identificati.

Rilancio editoriale di Infoaut rispetto alla manifestazione contro l?unione Europea a Roma. Il dato non è di contenuto, ma bensì inerente la gravità del livello repressivo raggiunto dal ministero dell’interno. Di fatto, in questo paese le conquiste democratiche sono sospese.

Partiamo da un dato. Accettare di essere relegati al di fuori delle zone della città dove si materializzava la provocazione delle istituzioni europee e nazionali per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, è stato il primo tassello che ha permesso a un imponente meccanismo di controllo di funzionare.

La gestione dell’ordine pubblico in piazza a Roma, costruita mediaticamente ad arte nei giorni precedenti, si è potuta così affermare in pieno stile (nord)europeo. Con una enfasi e una prassi sulla prevenzione della minaccia atta a far sparire le ragioni politiche del corteo di, che partivano anche dall’inaccettabilità del sequestro della capitale e del suo centro da parte dei capi di stato e di governo.

Le ragioni del corteo erano del resto chiarissime da mesi, e affermavano da un lato la consapevolezza della irriformabilità dell’Ue e dall’altro la non accettabilità di un discorso neosovranista in qualunque salsa.

Un quadro analitico che nei media non doveva in alcun modo passare, visto che le uniche prospettive accettabili nel discorso pubblico sono quelle di due finti nemici, l’europeismo fideistico e il sovranismo con il suo sfondo nazionale, utili a rinforzarsi a vicenda mentre colpiscono insieme il nemico comune, quello costruito e ricostruito ogni giorno dalle lotte sociali; il conflitto e chi lo pratica nei territori sono stati assimilati di fatto al jihadismo negli scorsi giorni sui media, in una clamorosa opera di annientamento mediatico di chi generosamente ha costruito una piazza difficile e attaccata da ogni parte.

Chi ha elemosinato riformette ai potenti dell’Ue mentre sfilava con Libera e il peggio della società civile alleata del PD, ricongiungendosi durante il corteo addirittura con Laura Bordini e Mario Monti, ha quindi dimostrato ulteriormente la sua politica ostile e nemica al conflitto sociale e alla sua talvolta dura quotidianità, fornendo una stampella buona e colorata ad un potere che non se ne curerà neanche.

Ad ogni modo Minniti e il dispositivo da lui costruito, dalle centinaia di fermi preventivi con annessi fogli di via ‘previa verifica dell’orientamento ideologico dei manifestanti’ al vergognoso tentativo di impedire alla piazza di raggiungere Bocca della Verità, ci mettono di fronte alla necessità ulteriore di approfondire con intelligenza il ragionamento sulle forme del conflitto e della resistenza al giorno d’oggi, in uno scenario dove la paura si è imposta sulla consapevolezza delle ragioni dello scendere in piazza.

Lo diciamo senza giri di parole. Oggi non c’è stata la capacità di rappresentare una variabile ingovernabile all’interno della capitale, di rompere il perimetro che ci è stato tracciato intorno. Le differenti istanze contro l’austerità portate da chi lotta contro l’impoverimento sociale dovranno prendere coscienza dell’impossibilità di qualsiasi scorciatoia rispetto all’affrontare di petto l’attacco che viene condotto nei propri confronti. E non sono certo i “diritti democratici” che hanno mostrato oggi tutta la loro inconsistenza che ci garantiranno la possibilità di tornare a manifestare.

Ripartiamo da questa consapevolezza e da un dato. Le migliaia di uomini e donne, di studentesse, di migranti, di operai della logistica, di attivisti dei comitati territoriali scesi in piazza oggi hanno dimostrato che esiste un soggetto, per quanto parziale e sicuramente non ancora sufficiente, che ha volontà di opporsi ad un controllo e a delle condizioni di vita sempre più pressanti.

SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

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Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

CIE, lavoro coatto o respingimenti? Prosegue l’orrendo dibattito tra partiti

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L’ondata di retorica securitaria non accenna a placarsi all’interno della discussione dell’arco istituzionale. Per assurdo, siamo arrivati al punto che ad essere contrari alla riapertura dei CIE, paventata negli scorsi giorni dal ministro dell’Interno Minniti, sono le forze che hanno da sempre una posizione molto dura sulla questione immigrazione.

La Lega Nord in primis, che parla di CIE fallimentari e di sforzo necessario per aumentare le espulsioni, dando ai migranti la definizione di “spazzatura umana”; ma anche il Movimento CinqueStelle ha espresso il suo rifiuto ai Centri di Identificazione ed Espulsione (“che piacciono a MafiaCapitale”), senza però ovviamente declinare dal suo intento anche in questo caso diretto all’espulsione continua di migranti “irregolari”.

La posizione più pericolosa, perchè direttamente riflessa nell’azione del governo, è però quella del PD. Gentiloni e Minniti hanno negli scorsi giorni lanciato il sasso nello stagno: riaprire i CIE, prima 3 o 4, dopo uno in ogni Regione. Il tutto sfruttando la paranoia securitaria post-attentati di Berlino, soffiando sul pericoloso fuoco dell’odio e dell’equazione migrante=terrorista che è esattamente la dinamo dell’odio di tanti uomini e donne in movimento nei confronti dell’Occidente che li bombarda prima e li sfrutta poi.

Gentiloni ha dato prova di bispensiero, dichiarando che sono le carceri e il web i luoghi dove si verificano le forme più profonde di radicalizzazione: un ragionamento lapalissiano, peccato che cozzi con le parole e le intenzioni del suo ministro dell’Interno..e dubitiamo che la figura del “garante per i diritti del migrante” che dovrebbe essere prevista nel piano avrà alcuna capacità di incidere su questi processi.

Nel solito giochino degli annunci per vedere che aria tira, alcuni esponenti locali e nazionali dem hanno rifiutato l’ipotesi di aprire nuovi CIE, per dare l’idea di una dialettica interna al governo e al Partito in realtà inesistente; dato che l’indicazione di aprire i CIE, come del resto quella di aprire gli hotspot, dipende direttamente dall’Unione Europea di cui il governo è fido cagnolino esecutore (senza che ciò diminuisca in alcun modo le sue responsabilità).

L’indicazione nazionale è che i CIE si faranno, e le indiscrezioni di oggi a mezzo stampa sembrano dare qualche dettaglio in più: piccole strutture, in ogni regione, vicino agli aeroporti e in ogni caso lontano dai centri abitati. Questa dovrebbe essere la proposta di Minniti alla conferenza Stato-Regioni del prossimo 18 gennaio.

La retorica è quella che i nuovi CIE siano luoghi dove poter ospitare solo “i migranti più pericolosi” senza documenti; inoltre, con strutture piccole si potrebbe togliere di mezzo i rischi di grandi concentrazioni sul modello Cona, dove qualche giorno fa i migranti hanno messo in campo una legittima e degna rivolta dopo la morte di Sandrine Bakayoko.

Si va cosi delineando uno schieramento tra chi invoca i CIE, chi li ritiene inutili addirittura da destra invocando più respingimenti e meno situazioni “difficili” da gestire, e chi invece parla di “mettere al lavoro i migranti” (arbeit macht frei?) come fatto oggi dal presidente della Toscana Rossi, che dovrebbe essere candidato della minoranza PD al congresso che verrà..andiamo bene!

Questo perchè evidentemente i migranti fanno paura, fa paura la possibilità che questi si rivoltino, rompendo così il muro di vittimismo e di accettazione di uno stigma di “terroristi” giocato sulla loro pelle. Uno stigma che porta a conseguenze anche sulla vita di chi ha la fortuna di non essere sottoposto alle peggiori pratiche di controllo repressivo, dato che l’abbassamento delle condizioni di vita dei migranti impatta poi sulle condizioni di vita e lavoro di tutti noi.

Mettere in campo contrasto e opposizione ad ogni nuova struttura detentiva che vedrà la luce, combattere l’approfondimento del razzismo istituzionale, essere solidali con i migranti, non solo nella condizioni di deportati/incarcerati, ma anche con quelli che si affannano nei nostri territori, nelle nostre periferie; è questo il compito che si presenta davanti ai solidali, contro ogni confine ed ogni utilizzo della retorica dell’allarme immigrazione al fine dell’ulteriore riduzione dei diritti di tutti e tutte noi.

Combattente italiano delle Ypg manda un messaggio all’Italia dal Rojava

Pubblichiamo un video realizzato dalle Ypg in Rojava dove un compagno italiano si rivolge al nostro paese dal fronte di Raqqa spiegando l’attuale situazione nel nord della Siria e rivolgendo un appello alla solidarietà dopo l’invasione turca di Jarablus e i bombardamenti a Menbij.

Il compagno si rivolge inoltre ad alcuni politici italiani (Matteo Renzi, presidente del consiglio, Federica Mogherini, commissario europeo agli affari esteri, Staffan de Mistura, negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria, e Matteo Salvini, segretario della Lega Nord) sottolineando la loro ipocrisia e le loro responsabilità rispetto all’attuale situazione del Rojava, della Siria, del Medio Oriente e alle politiche riguardanti i profughi.

Nel video compaiono anche alcune/i combattenti delle Ypg e delle Ypj che si rivolgono al popolo italiano spronandone la solidarietà per la lotta curda e per la causa confederale in Siria.

Il video si conclude con un saluto delle Ypg-Ypj in memoria di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa dall’ISIS durante gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre.

Quı il testo integrale dell’appello contenuto nel video

Fronte di Raqqa, 2 settembre 2016

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad ogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

Erdogan mostra il suo vero volto: non lotta all’ISIS ma attacco al Rojava liberato.

YPG-AFP

Riporto il comunicato di Uiki Onlus a commento dell’invasione turca del Rojava. Per chi segue la questione curda e mediorientale, fulcro del conflitto militare che investe tutto il mondo, non si stupirà. E’importante comunque far sapere anche a chi non segue che la Turchia in questo momento sta invadendo un territorio in cui le YPG-SDF hanno liberato la popolazione da ISIS combattendo solo perchè liberando hanno impostato un sistema anarco-comunista basato su eguaglianza economica, diritti ambientali e sociali, riconoscimento delle donne e soprattutto autodeterminazione dei popoli. Fattori, in particolare l’ultimo, che terrorizzano il tiranno Erodgan.

L’obiettivo dello Stato turco nell’occupare la Siria non è diretto verso Daesh, la sua intenzione è annichilire i successi dei curdi e degli altri popoli e destabilizzare ancora di più la Siria.Lo Stato turco con la scusa della “lotta contro Daesh” sta per iniziare un nuovo processo di invasione, con l’entrata del 24 Agosto 2016 nella città siriana di Jarablus.

Il momento in cui lo Stato turco ha realizzato questa invasione è molto significativo, se si tiene in conto che essa viene realizzata subito dopo i successi delle Forze Democratiche della Siria (SDF) e del Consiglio Militare di Manbij, che hanno liberato questa città il 13 di Agosto 2016, iniziando un contrattacco.

L’esercito turco e le forze a lui legate sono entrate a Jarablus senza alcuno sforzo e senza che ci sia stato nessuno scontro. Questo significa che previamente è stato fatto un accordo con Daesh.

Nel momento in cui si portava a compimento l’occupazione non è avvenuto nessun combattimento.

Daesh si è travestito da Al- Nusra, che è un’altra organizzazione terrorista. Vale a dire che Daesh e altri gruppi terroristi continuano ad esistere nella regione sotto altri nomi. Ora lo Stato turco e i suoi complici hanno cominciato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione. Sappiamo dalle fonti locali che hanno usato anche armi chimiche contro la popolazione civile con l’obiettivo di strappare alcune aree dalle Forze Democratiche della Siria (Al-Amarne, Dendeniye..)

Lo Stato turco, che ha cominciato questa campagna di invasione attraverso una manipolazione davanti agli occhi del mondo intero, sta violando i diritti universali e il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno dato il beneplacito a questa invasione, rimanendo in silenzio; hanno fornito il loro consenso, commettendo un grave errore.

Gli attacchi di Daesh all’Europa sino ad oggi vengono condotti da forze sostenute dallo Stato turco e dalla frontiera controllata da questo Stato.

Con questa invasione i paesi occidentali e tutta l’umanità sono stati nuovamente posti in una situazione di vulnerabilità agli attentati di Daesh. Mentre le Forze Democratiche della Siria, composte da curdi, arabi, assiri, armeni, e altri popoli, stavano al punto di sconfiggere completamente Daesh, chiudendo loro le frontiere. Questa invasione dello Stato turco ha interrotto la disfatta di Daesh.

Lo Stato turco collabora con Jabhat al-Sham (vicino ad Al-Nusra) che sta subordinando Al-Qaeda e i criminali di Daesh. Si sono impossessati di Jarablus attraverso un accordo realizzato tra queste forze. E’ necessario dire basta a questi giochi! Perché altrimenti si permette allo Stato turco e alle altre forze del terrore di estendere i loro attacchi verso altri luoghi, il che significa un aggravamento del caos e della guerra, così come la morte di ancora più persone e la trasformazione di ancora più persone in rifugiati.

• Lanciamo un appello a tutta l’opinione pubblica mondiale dalla parte della democrazia e dei valori umani ad alzare la sua voce contro questo sporco gioco dello Stato turco e contro la sua invasione.

• Lanciamo un appello alle potenze internazionali, come Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, perché ritirino l’appoggio che forniscono allo Stato turco.

Qui invece un link a ulteriori approfondimenti audio dell’inviato di Infoaut:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17512-invasione-del-rojava-aggiornamenti-dal-nostro-corrispondente

Nantes tra ZAD e loi travail: la sfida alla sinistra, contro la democrazia

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Da Infoaut: Abbiamo incontrato alcuni compagni e compagne di Nantes, protagonisti sia delle lotte alla ZAD di Notre Dame des Landes sia, dal cuore dei cortei di testa, del movimento contro la loi travail che da marzo ha scosso la Francia. Nantes, città bretone, capoluogo del dipartimento della Loire Atlantique, dopo Parigi, ha rappresentato con Rennes uno dei ‘centri caldi’ del movimento. Nuove giovani generazioni militanti, l’importanza di una dimensione di piazza radicale, lo scontro con il Parti Socialiste, l’attualità della ZAD contro il progetto di aeroporto a 30 chilometri dalla città e gli scenari futuri… sono questi alcuni dei temi che abbiamo toccato a pochi giorni dalla nuova proroga dello stato di urgenza in una conversazione con questi compagni pochi giorni fa in un pomeriggio di metà luglio.

Cosa ha rappresentato lo sciopero generale del 14 di giugno e in che senso si può dire che ha mostrato ricchezze e limiti di tre mesi movimento?

P. E’ importante inquadrare questo passaggio come legato ai tre mesi precedenti di mobilitazione e di ricomposizione sociale nello scontro. La potenza della manifestazione del 14 giugno può essere rappresentata come la corrente di un fiume tra due rive di polizia, e resta ancora più significativa perché arriva dopo tre mesi di forte repressione poliziesca su tutte le componenti dei cortei e in particolare contro i giovani. E’ stata la prima volta in Francia che sistematicamente il corteo di testa è occupato non dalle rappresentanze sindacali ma dalla giovani e dal movimento autonomo su questa discontinuità si sono date le condizioni della ricomposizione. Questo è un dato di novità importante, che configura questa mobilitazione come estremamente differente dai precedenti movimenti sociali in Francia.
Anche a Nantes, fin da marzo, non c’erano più i sindacati in testa alle manifestazioni ma spezzoni autonomi composti da giovani liceali e universitari, giovani delle periferie, disoccupati, lavoratori precari.

Cl. All’inizio i sindacati hanno provato come di consueto a prendere le teste dei cortei, separando una gioventù più radicale dal resto della manifestazione. Ma c’era tanta energia e velocità che i sindacati non sono riusciti a contenere questa spinta. All’inizio molti liceali popolavano le manifestazioni con un bisogno di radicalità. Assistevamo al fatto che in molti volevano continuare a manifestare alla fine del corteo e del percorso previsto dai sindacati. Questa è diventata un’abitudine, costringendo anche molti sindacati e sindacalisti a seguire il prosieguo non autorizzato dei cortei.

P.: questi studenti hanno voluto e cercato una forma di corteo differente dalla manifestazione sindacale estrememente inquadrata e organizzata con tutto il folklore connesso: camioncini dell’organizzazione, bandiere, palloncini. Al contrario, per esempio, nel corteo di testa giovanile, non c’erano bandiere ma gente disponibile all’azione contro obiettivi specifici: ad esempio scritte sulle banche. Il rap è stato inoltre un veicolo comunicativo importante, proprio dei giovanissimi e fatto proprio da tutto il movimento. Il motto ‘le monde ou rien’ viene da una canzone rap.

La polizia era un obiettivo fin dall’inizio?

Cl.: all’inizio la polizia non era un obiettivo. Ma a ogni manifestazione c’erano violenze della polizia contro il corteo e dunque è diventata un obiettivo. Tutti hanno iniziato a cantare ‘Tout le monde deteste la police’.

P.: Ciò che è importante capire è che la repressione poliziesca è stata generalizzata, non solo rivolta contro la componente autonoma, ma contro tutti. Questo ha permesso di radicalizzare ampie parti del movimento e soprattutto i giovani e giovanissimi. Questo è stato un ritorno positivo. Diciamo che c’è stata una propaganda tramite i fatti: all’inizio solo piccoli gruppi si lanciavano nelle azioni radicali. I giovani vedevano sia le azioni sia la repressione poliziesca e nelle azioni successive si univano agli spezzoni autonomi nel praticare quelle azioni. I cortei di testa – gli spezzoni autonomi – all’inizio erano molto piccoli poi sono cresciuti diventando il punto di attrazione delle manifestazioni, non solo per i giovani ma anche per tanti lavoratori iscritti al sindacato che si univano ai cortei di testa. Era molto importante che si unissero in tanti al corteo di testa, dando consenso alle sue azioni pur magari non partecipandovi direttamente.

V.: ci sono alcuni casi di sindacalisti della CGT che all’inizio non stavano nei cortei di testa e poi si sono uniti e si sono scontrati con la polizia.

Si sono stabiliti rapporti con questi lavoratori e i sindacalisti che hanno partecipato ai cortei di testa?

P.: Dipende dalle città. Laddove la parola d’ordine è diventata ‘blocchiamo tutto’ si è stabilito un rapporto più stretto tra lavoratori e componenti autonome. In alcune città ci sono state assemblee inter-lotte composte da studenti, sindacalisti, precari. Anche all’interno dei sindacati c’erano persone che pur non essendo totalmente d’accordo con la componente autonoma avevano un atteggiamento di rispetto grazie al rapporto di forza imposto dai cortei testa che erano forti ed obbligavano i sindacati a tenerne di conto. Ad esempio il 17 di marzo, all’inizio del movimento, mentre il corteo di testa attaccava il comune di Nantes, il servizio d’ordine della CGT ha provato a fermare le azioni. C’è stato uno scontro tra il servizio d’ordine e gli autonomi con molti manifestanti organizzati nel sindacato che parteggiavano per gli autonomi. Dopo questo momento il servizio d’ordine del sindacato non è più intervenuto contro il corteo di testa. A Nantes la CGT non aveva l’abitudine di schierare un servizio d’ordine attrezzato di caschi e manganelli alle manifestazioni, dunque è stato più facile respingerli. Mentre a Marsiglie e a Tolosa ci sono stati episodi di aggressioni da parte del servizio d’ordine della CGT nei confronti degli autonomi. A Parigi nel mese di maggio ci sono stati molti di questi fronteggiamenti, senza un chiaro vincitore.
Comunque, quando gli autotrasportatori hanno dichiarato che avrebbero partecipato al movimento il governo ha immediatamente fatto loro delle concessioni. La centrale elettrica di Cordemais, nei pressi di Nantes è entrata in sciopero verso il 10 maggio durante il movimento lottando per le proprie condizioni: il salvataggio di 136 posti di lavoro. Dopo due giorni il governo ha ceduto sulle rivendicazioni dello sciopero. C’è un livello molto forte di discredito e fragilità del potere del quale tutti ne beneficiano incoraggiando le persone a rivoltarsi e a prendere fiducia. Cos’è un’insurrezione se non un aggregato di collere individuali, di rivolte particolari?

In che senso si può dire invece che la capacità di mediazione del sindacato è stata messa in crisi?

P.: Il movimento è partito da una petizione on line messa poi in circolazione dai delegati sindacali autonomamente, quindi fin dall’inizio le centrali sindacali non controllavano la mobilitazione. A partire dal 49.3 la direzione della CGT ha però espresso la sua forza nei punti strategici, come negli scioperi delle raffinerie. Da questo momento in avanti non si è trattato più di una lotta tra un movimento incontrollabile e il governo, ma lo scontro si è politicizzato nel confrontro tra Valls e il segretario della CGT Martinez. Qui finisce una dimensione non governabile del movimento.

Anche il 14 ha in qualche maniera segnato la fine di quella dimensione ingovernabile?

P.: E’ stata una manifestazione con un milione di persone, con un corteo di testa davvero imponente. Quindi la strategia di controllo della polizia è stata davvero strana, con un gran disordine e punti in cui il corteo veniva spezzato. La forza di questa manifestazione stava nel fatto che era un fiume imponente difficilmente controllabile, eppure la manifestazione non è riuscita a superare il limite di Place de l’invalides. Quando lo Stato ha voluto ha voluto veramente far terminare la manifestazione ci è riuscito. La vittoria sta nel fatto che c’era comunque una grande energia dopo tre mesi di lotta e repressione. Questa manifestazione rappresentava la fine di un ciclo, trascinato con la tenacia della componente militante e di quella politicizzatasi durante il movimento e allo stesso tempo l’inizio di una nuova fase.

Dopo il 14 il dispositivo di polizia ha cercato di separare il corpo dei manifestanti tra chi accettava e chi no di entrare nei tornelli e nelle gabbie. Indebolendo così la capacità dei cortei di testa perché separati da una dimensione sociale più ampia…

Cl.: ho partecipato alla manifestazione di Parigi del 23. Era pieno di polizia, centinaia di agenti per i viali, con le fermate della metro chiuse. Era impossibile entrare in corteo con qualsiasi tipo di materiale, neanche le sciarpe o gli occhiali. Sembrava una vendetta dopo il 14 di giugno. C’era un controllo generalizzato accompagnato a una forte pressione mediatica.
Questo è successo anche a Rennes e a Nantes. A Rennes il 14 maggio c’è stata una manifestazione contro le violenze della polizia che avevano accecato un manifestante. Qui il centro della città era completamente interdetto, le stazioni della metro chiuse e il punto di concentramento chiuso dalla polizia. Era quindi inevitabile passare per i controlli di polizia se si andava a manifestare. I compagni hanno comunque provato a partire in corteo, ma la polizia ha subito sbarrato la strada, gasando tutto il corteo. Era come trovarsi in un carcere gigantesco con l’occhio dell’elicottero a sorvegliare sopra. In ogni manifestazione ora ci sono gli elicotteri.

P.: A Nantes il 9 di giugno hanno fatto partire la manifestazione chiudendo molte vie e lasciandone aperta solo una che al passaggio del corteo è stata nuovamente chiusa, nassando il corteo. In questa situazione era facile fermare e arrestare i manifestanti, tutti erano sotto controllo. Poco prima di chiudere la via infatti la polizia aveva dato l’avviso di disperdersi chiudendo subito dopo la via di fuga e dunque tutti quelli che si trovavano all’interno si trovavano in stato di fermo. In seguito la BAC è entrata nel recinto procedendo ad arrestare diversi militanti, in particolar modo quelli bardati. Ora gli arrestati della giornata si trovano sotto processo che inizierà in dicembre. A Nantes le manifestazioni sono state vietate dal 19 maggio. A questo si sono accompagnate le interdizioni a manifestare indirizzate a singole persone estese, a Nantes, a tutta la durata dello stato d’emergenza. Ora ci sono tra le 35 e le 40 interdizioni a manifestare. A Parigi le interdizioni hanno rigurdato singole manifestazioni, non periodi così estesi. A Parigi il 14 giugno erano 130 le interdizioni a manifestare.
La polizia è diventata imprevedibile. Fa diversi esperimenti per capire fin dove si può spingere. Ma già il fatto che dopo questi affondi ci siano ancora persone per le strade a manifestare è un fatto positivo. Ciò che dobbiamo immaginare è l’essere altrettanto imprevedibili nelle nostre iniziative, mantenendo un’eterogeneità della composizione del nostro movimento perché questa è la nostra forza. Se ci sono solo pochi militanti bardati e vestiti di nero questo non è sufficiente né politicamente interessante e la polizia contro questi compagni ha buon gioco e può fare di loro ciò che vuole. Invece se c’è un’eterogeneità di iscritti al sindacato, lavoratori, in genere, giovani, studenti la polizia non può permettersi le stesse cose.

Per tenere assieme questa eterogeneità serve un nemico comune…

Il nemico comune è il Partito Socialista dentro una linea comune costruita nella pratica: il blocco di un sito strategico, un corteo selvaggio da un liceo, il continuare a stare in strada dopo la fine ufficiale di una manifestazione, l’occupazione di un posto per organizzarci assieme, come a Rennes. E’ proprio della rivolta essere un punto di convergenza di diverse lotte. Storicamente è sempre stato così.

Che importanza ha rivestito l’annullamento dell’Université d’été del Partito Socialista prevista per l’ultimo fine settimana di agosto?

P.: Era un’occasione d’oro per il movimento. Ciò era percepito anche dal governo e il PS per la paura ha cancellato l’appuntamento. Agenti della Direction Générale de la Sécurité Intérieure (polizia politica francese) si sono sicuramente infiltrati negli incontri, infatti alcuni deputati socialisti hanno citato il contenuto di queste riunioni al fine di segnalarne la minaccia rappresentata. Ciò indica come anche la polizia percepisca le potenzialità e la minaccia di questo movimento. Le assemblee preparative erano molto eterogenee e ricche di proposte. Un signore anziano ad esempio propose di fare la manifestazione con le barche visto che la sede prevista era raggiungibile solo attraverso fiumi e canali, altri sindacalisti volevano bloccare l’arrivo dei rappresentanti del partito socialista. E’ ancora presto per dire che si tratti di uno scacco per il movimento. Ci saranno altre Université d’été, diffuse in varie città di Francia. Si immaginano già altri momenti di rilancio del movimento. Già per settembre circolano appelli per bloccare l’inizio dell’anno scolastico in Francia nei licei. Una cosa mai successa. E per il 15 settembre è stata convocata una giornata di sciopero da parte dei sindacati.

Chi ha partecipato al movimento si percepisce ancora dentro un movimento di sinistra?

P.: Appare come un movimento di sinistra, ma storicamente si da una nuova configurazione perché al potere c’è un partito di sinistra. C’è dunque ora anche un’opposizone alla sinistra. Per strada, nei cortei, si ritrova la maggior parte delle persone che hanno votato per Francois Hollande in nome del voto utile contro Sarkozy. Ora subentra la sfiducia e poi l’ostilità nei confronti della sinistra, specie quando si rappresenta nelle dimensioni istituzionali e di governo come il PS: “tout le monde deteste le PS”. Inoltre non ci sono partiti più a sinistra del PS in grado di recuperare il movimento. Non c’è un Podemos di Francia. Questo dal nostro punto di vista è positivo. Mélanchon (ex membro del PS poi nel 2008 fondatore del Parti de Gauche) all’inizio di giugno ha fatto un incontro per guadagnarsi le simpatie del movimento ma non ne ha beneficiato. Allo stesso tempo Hollande è sceso talmente tanto nei sondaggi da essere superato persino da Mélanchon. Quello che notiamo è che più il movimento dura nel tempo, meno sentiamo parlare della campagna presidenziale e finalmente possiamo dire che il tempo della campagna elettorale e quello della lotta non si sovrappongono, e questa è già vittoria.

Come interpretate l’esperienza di Nuit Debout?

Cl.: Nuit Debout è stato diverso da città a città. Per esempio a Rennes, Nuit Debout non è stato molto interessante, è stato molto simile a Parigi, molto cittadinista ma non tanto partecipato. Invece a Montpellier abbiamo incontrato in una ZAD alcuni giovani che vengono da Nuit Debout e che si sono politicizzati e radicalizzati grazie a quell’esperienza.

P.: Ora i media accusano Nuit Debout di fallimento perché non ha fatto nascere un movimento politico propositivo, come Podemos ad esempio, ma il punto è che non dicono la verità e rispecchiano un interesse di governo, perchè Nuit Debout non è stato l’inizio di un movimento ma solo una sua componente. Durante Nuit Debout abbiamo spesso sentito di persone che hanno provato a fare una assemblea costituente, come una forma nuova di rivoluzione francese, quindi arrivare a una costituzione e una democrazia alternativa ma ci sono stati militanti dello stesso Nuit Debout che hanno detto che questo non era sufficiente ma che bisognava fare azione radicale. Quindi autonomi grossomodo.Ci sono davvero due diverse anime all’interno di Nuit Debout. Place de la Republique durante Marzo ha avuto la possibilità di essere un centro di riferimento per l’azione. Prima Nuit Debout era visto come un movimento “gentile”, ma a partire dal momento in cui delle azioni offensive da Place de la République loro sono stati spesso bloccati e attaccati dalla polizia.
Oltre alle due anime politiche a Nuit Debout c’era anche una precisa connotazione di classe: si tratta per la maggior parte sono persone bianche di classe media con un buon patrimonio culturale. Quindi per esempio una certa eterogeneità, non voluta in origine, si è prodotta nel rimescolamento dovuto al movimento. Ad esempio sembra che a Marsiglia Nuit debout abbia funzionato meno proprio perchè si tratta di una città molto popolare.

Dopo il referendum lo Stato si legittima con la democrazia e quindi lo scontro diventa contro la democrazia…

Cl.: è proprio quello che il governo ha voluto fare

P.: l’uso della sola forza non ha funzionato nel 2012 (con i tentativi di espulsione), e non ha funzionato l’uso politico–giudiziario dei processi nel 2014 e nel 2016. L’arma più pericolosa alla quale ricorrono ora è la democrazia. E’ quindi palese che ci sarà ora una guerra contro la democrazia, la polizia potra spingersi in là nell’attacco alla ZAD per salvare la democrazia.

Cl: Una cosa simile è già stata fatta per esempio a Stoccarda, in Germania dove contro il progetto di autostrada Stuttgart 21 ci fu nel 2011 un referendum per rinunciare al progetto dove vinse la contrarietà a rinunciare al progetto. L’opposizione al progetto era molto forte ma nel 2011 il Verdi proposero un referendum. Il sì vinse. Il referendum ha quindi permesso a un progetto molto contestato di imporsi. L’opposizione politica ha giocato la carta del voto, e ha dovuto far costruire il progetto. La cosa positiva per noi è che dopo il referendum tutte le componenti della lotta contro l’areoporto sono d’accordo nel dire che si continua e che non si accetta questa decisione anche se c’è stato un referendum: gli occupanti della ZAS, le associazoni più cittadiniste, i collettivi di contadini e e gli abitanti storici, i militanti ecologisti, i sindacalisti di Solidaire, Attac, anche militanti del Parti de Gauche. Tutti sono d’accordo nel non sottomettersi al verdetto di questo referendum, nonostante le sensibilità politiche diverse. Sono tutti contro il progetto e c’è una coordinazione con diversi modi di azione.

Come sfida è ambiziosa, costruire una dimensione del conflitto per noi contro la democrazia, quindi a sinistra del Partito Socialista e contro la democrazia. Questo è fuori dagli schemi della sinistra occidentale…

V.: La forza della ZAD d’altra parte risiede nell’essersi già mostrata come una zona di non diritto fuori dalla Repubblica.

Golpe In Turchia: perchè ha fallito e come si pongono i compagni.

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Al di là dei complottismi da facebook e delle teorie geopolitiche spericolate, proviamo a dire due cose supportate da fatti sul mancato golpe in Turchia. E facciamolo attraverso due contributi brevi e chiari (ma che richiedono ovviamente una minima conoscenza dello scenario di cui parliamo…ed è uno scenario complesso). Chi segue la situazione curda (e quindi anche turca) sa che un tentativo del genere era nell’aria sin dal giorno delle precedenti elezioni de 1 novembre…quel che rimane è la lotta in supporto dei compagni del movimento curdo e contro le istituzioni e le ipocrisie europee che stringono accordi con il sultano Erdogan.

Il primo contributo di Alberto Negri:

Il colpo di stato naufragato in Turchia è diventato una crisi internazionale. Chi è Fethullah Gulen, l’uomo che sta provocando la maggiore contrapposizione tra Usa e Turchia e forse nella Nato degli ultimi 50 anni? Perché Erdogan, pur di riavere indietro questo anziano Imam in esilio negli Usa, chiude la base Nato di Incirlik e tiene sotto pressione Washington? Con il golpe fallito emerge il nodo principale della questione: una rottura clamorosa tra gli interessi della Turchia e quelli occidentali.

Gulen, accusato da Ankara di essere l’ispiratore del fallito golpe, è il simbolo di questa rottura, non la causa profonda ma la sua vicenda ci aiuta a capire la parabola della Turchia negli ultimi decenni e anche i problemi che hanno gli occidentali nel capire pezzi di storia mediorientale assai poco conosciuta, compreso il Califfato di Al Baghdadi e i legami strumentali tra Erdogan e i jihadisti con cui il presidente turco trattò direttamente il rilascio dei diplomatici turchi sequestrati a Mosul nel 2014. Fu uno dei tanti episodi che non erano piaciuti agli americani, per altro sempre ambigui e spericolati sul che fare con i radicali islamici, utilizzati in funzione anti-russa dai tempi dell’Afghanistan negli anni ‘80 e poi in chiave anti-iraniana come vorrebbero fare adesso per dare una mano al fronte sunnita.

Magnate e mistico sufi, intellettuale e scrittore, uomo d’affari e predicatore scrittore, amico di Giovanni Paolo II: chi è davvero Fethullah Gulen, da vent’anni in esilio in Pennsylvania, che sembra diventato il peggiore nemico del premier turco Erdogan? Golpista qui in Turchia fa rima con gulenista.
Eppure negli anni passati è stata proprio questa santa alleanza tra questi due islamisti – Gulen, detto “Hoca”, il Maestro, ed Erdogan – che aveva fatto fuori l’élite militare dalla scena politica e costruito l’ormai appannato modello di potere musulmano e democratico dell’Akp. Anzi, questo potrebbe spingerci a fare qualche riflessione sul perché questo golpe è fallito: i gulenisti delle forze armate in fondo avevano aiutato l’Akp a far fuori la vecchia guardia militare e può essere una delle ragioni che ha trattenuto i kemalisti dell’esercito a tenersi lontani dal tentativo di colpo di stato.

Le vicende politiche di questi anni in Turchia hanno insinuato crepe e divisioni in quelle forze armate una volta compatte e tetragone che detenevano anche un forte potere economico: l’ascesa dell’Akp e dei gulenisti ha ridimensionato un sistema dominante per decenni. Non è un caso che il partito kemalista di Chp abbia condannato il golpe, seguito poi da tutti gli altri. Quella tra Gulen ed Erdogan è una battaglia dai contorni sotterranei e a volte misteriosi che ha segnato le vicende della Turchia entrando soltanto di sfuggita nei libri di storia.

La più influente confraternita musulmana, una sorta di Opus Dei all’islamica, che con Gulen ha raggiunto milioni di seguaci e un fatturato di miliardi di dollari, costruendo scuole, università, controllando giornali e gruppi economici, infiltrandosi nella magistratura e nella polizia, ha origini nello sperduto villaggio anatolico di Nurs, vicino al lago Van. È qui che nasce nel 1876 Said Nursi, sceicco sufi che intendeva riconciliare la fede con la scienza e il mondo moderno. Fu uno dei più grandi riformatori dell’islam ma per decenni fu vietato pronunciarne persino il nome. Kemal Ataturk, che pure ne ammirava la figura carismatica, dopo la disgregazione dell’Impero ottomano nel 1925 abolisce tutte le confraternite: tra queste la tarika di Said Nursi, denominata Nur, Luce. Said Nursi si ritira a vita privata ma continua a fare proseliti, scrive 6mila pagine di commenti al Corano, corrisponde con intellettuali, Papi e patriarchi ortodossi, invocando l’unità delle religioni contro il materialismo. Perseguitato e più volte arrestato, muore nel 1960 nell’oasi di Urfa, da latitante. La sua tomba resta un segreto ben custodito dai seguaci che temevano venisse profanata.

Fethullah Gulen, seguace di Said Nursi, è figlio di questa storia dai tratti esoterici. Ma anche della rivalità con l’altra confraternita dei Naksibendi che nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell’imam Mehmet Zahid Kotku. Anche lui è un sufi che trasforma il sonnolento Ordine dei Naksibendi nella vera scuola socio-politica: sono seguaci di Kotku il presidente Turgut Ozal, il primo ministro Necmettin Erbakan, lo stesso Erdogan.

Ed ecco un altro tassello che ci collega all’Isis e quello che è accaduto in questi anni recenti. Tra i seguaci della setta dei Naksibendi seguita da Erdogan c’era anche Izzat Ibrahim al Douri, ex vice di Saddam Hussein. Questo è forse l’aspetto meno conosciuto e più interessante dell’ex gerarca che apparteneva all’Ordine dei Naqshbandi, una confraternita musulmana molto estesa, dall’Asia centrale alla Turchia alla Mesopotamia. Credenziali che in qualche modo lo devono avere reso affidabile anche gli occhi del Califfato: è stato Al Douri a forgiare l’alleanza con l’Isis tra baathisti ed ex Saddamiani che ha portato all’avanzata nel Siraq dello Stato Islamico.

Gulen fa la sua ascesa negli anni ’80, poco dopo la morte di Kotku, diventando amico di Ozal con il quale trova un forte terreno d’intesa liberando lo spirito imprenditoriale delle famose “Tigri dell’Anatolia”, quella classe media musulmana tradizionalista, esclusa dai kemalisti, e attirata dalla predicazione islamica di stampo quasi calvinista di Fethullah che mette l’accento sul successo economico e individuale. Hoca Effendi Gulen – che nel ’99 si autoesilia in Usa per sfuggire a un processo per eversione da cui è stato assolto nel 2008 – si appoggia alla rete delle “dershane”, comunità di studio, preghiera e mutuo soccorso. La sua confratenita, denominata Cemaat, conta ora su decine di università e centinaia di scuole preparatorie e milioni di seguaci, dai quattro ai cinque solo in Turchia, senza contare l’associazione imprenditoriale Tusko, l’impero mediatico Zaman, la finanza islamica (Bank Asya). Secondo alcune stime governa asset per 25 miliardi di dollari ma non è sempre chiaro chi siano i veri finanziatori. Nella lotta tra Erdogan e Gulen molti osservatori vedono una battaglia storica tra la confraternita sufi dei Naksibendi e quella dei Nurcu fondata da Said da cui ha tratto ispirazione Gulen. Già anni fa si osservava che era un’alleanza innaturale, quasi tattica, per far fuori i kemalisti e i militari.

Ma la competizione a sfondo religioso non spiega tutto. L’obiettivo di Gulen era una riforma radicale della repubblica ereditata da Ataturk mentre Erdogan non intendeva rovesciare completamente il sistema kemalista e punta a una democrazia presidenziale dai tratti autoritari con valori islamici. I due sono in rotta di collisione anche in politica estera. Gulen si è sempre detto contrario ad appoggiare la guerriglia islamica anti-Assad in Siria, alla rottura con Tel Aviv – ora ricomposta – all’apertura ai Fratelli Musulmani.

Perché Gulen ed Erdogan sono arrivati allo scontro? Così rispondeva qualche tempo fa Fatih Ceran, portavoce dei gulenisti: “Noi abbiamo sostenuto Erdogan e l’Akp quando si trattava di sottrarre il potere ai militari per consegnarlo alla società civile. Ma ci rifiutiamo di accettare soluzioni anti-democratiche. Hizmet ai suoi occhi è troppo liberale e indipendente”. Sarà stato anche così ma nella sede di Istanbul dei gulenisti, nella parte asiatica sul Bosforo, mi accolsero mostrandomi un video dove l’Imam stringeva le mani a Bush jr e senior, a Clinton e a tutto l’establishment americano degli ultimi trent’anni.

Ecco cosa c’è dietro a un golpe, tra cause dirette e indirette: la rottura degli interessi strategici della Turchia, che puntava a diventare un Paese leader del mondo musulmano annettendosi economicamente la Siria e l’Iraq e quando nel 2011 il piano è naufragato tra guerre e rivolte Erdogan ci ha provato con altri mezzi, la guerriglia jihadista, all’inizio comunque approvata dagli americani i funzione anti-Assad e anti-Iran. Poi sono venute le intese con Teheran sul nucleare e l’intervento della Russia a cambiare i dati strategici. Non solo: sia gli Usa che la Russia hanno appoggiato i curdi siriani in chiave anti-Isis, vero incubo strategico per la Turchia. E ora si metteranno forse d’accordo per spartirsi le zone di influenza nella regione. Erdogan si sente “tradito” dagli Usa, i golpisti da Erdogan per la sua politica anti-Nato e a loro volta hanno “tradito” il presidente che ha fallito i suoi obiettivi espansionistici. Così si è aperto un nuovo vaso di Pandora in Medio Oriente.

Il secondo contributo è invece il commento del movimento curdo in Italia alla dichiarazione della KCK (congresso dei popoli curdi):

La co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK ha rilasciato una dichiarazione relativa al tentativo di colpo di stato in Turchia.La dichiarazione afferma che: “C’è stato un tentativo di colpo di stato messo in atto da persone la cui identità e le cui motivazioni non sono ancora chiare. Cattura l’attenzione il fatto che questo tentativo arriva in un momento in cui Erdogan, secondo quanto riferito, stava per incaricare generali vicini a lui durante l’incontro del consiglio militare che avrebbe dovuto svolgersi a breve. Il fatto che questo tentativo di colpo sia stato messo in atto all’interno di un processo che testimonia discussioni sulla politica estera del governo fascista AKP è un’altra caratteristica di questo colpo.”

Tentativo di colpo di stato è la prova della mancanza di democrazia

Nella dichiarazione della KCK si legge: “Non è rilevante all’interno di quali fattori e di quali obiettivi politici, interni o esterni, e per quale ragione una lotta di potere viene intrapresa: in questo caso non si tratta di difendere o non difendere la democrazia. Al contrario, questa situazione è la prova di mancanza di democrazia in Turchia. Tali lotte di potere e tentativi di afferrare il potere non appena se ne presenti l’opportunità sono osservati nei paesi non democratici dove un potere autoritario provoca colpi di stato per rovesciare un altro potere autoritario quando le condizioni sono propizie. Questo è quello che è successo in Turchia.

Un colpo di stato è stato messo in atto alle elezioni del 7 giugno

Un anno fa, Tayyip Erdogan e la Gladio del Palazzo inscenarono un colpo di stato a seguito deli risultati delle elezioni del 7 Giugno portandosi dietro il MHP, tutti i fascisti, i poteri militari nazionalisti identificati come Ergenekon e una parte dell’esercito. Questo fu un colpo operato dal potere del palazzo contro la volontà democratica del popolo manifestata dal voto della gente. Il fascismo dell’AKP fece un’alleanza con tutte le forze di stampo fascista e con una parte dell’Esercito incluso il Capo della Difesa al fine di sopprimere il Movimento di Liberazione Kurdo e le forze democratiche. Il fascismo dell’AKP condusse l’Esercito nelle città e nei villaggi curdi, fece incendiare le città radendole al suolo e massacrò centinaia di civili. Inoltre, emanò leggi per invalidare i processi dei militari per dei crimini da loro commessi.

Tentativo di colpo di stato di una fazione militare contro un’altra fazione militare

E’ già esistita una tutela militare prima del tentativo di colpo di stato fatto ieri; e questo caratterizza il caso attuale un tentativo di golpe operato da una fazione contro la fazione militare esistente. Questa è la ragione per cui coloro che vogliono che l’esercito insceni un colpo di stato, finora avevano accettato l’esistenza di una tutela militare e si erano schierati accanto ad Erdogan. Il fatto che il MHP e le cerchie nazionaliste e scioviniste si siano affiancate alla Gladio del Palazzo e i ai suoi alleati fascisti ha rivelato piuttosto chiaramente che non si tratta affatto di un incidente nella lotta tra coloro che parteggiavano per la democrazia e coloro che la osteggiavano.

Ritrarre Erdogan come democratico dopo il tentativo di colpo di stato è un approccio pericoloso

Raffigurare Tayyip Erdogan, o la dittatura fascista dell’AKP come se fossero democratici a seguito di questo tentativo di colpo di stato è un approccio anche più pericoloso del colpo di stato in sé. Immaginare la battaglia per il potere tra forze autoritarie, dispotiche e anti-democratiche come una lotta tra sostenitori e nemici della democrazia servirebbe solo a legittimare l’esistente governo di stampo fascista e dispotico.

Le forze democratiche non si schierano con nessuno dei due campi

La Turchia non ha un gruppo di civili al potere né una lotta di forze democratiche contro i cospiratori. La lotta attuale è per colui che dovrebbe guidare il sistema politico attuale che è, a sua volta, il nemico della democrazia e del popolo kurdo. Perciò, le forze democratiche non si schierano per nessuno dei due campi durante questi scontri.

Se si trattasse di un colpo di stato contro la democrazia sarebbe proprio quello portato avanti dal partito fascista AKP

Se ci fosse un colpo di stato contro la democrazia sarebbe da identificare con quello condotto dal governo fascista AKP. Il controllo del potere politico sopra quello giudiziario, l’incremento di leggi e politiche fasciste approvate dalla maggioranza parlamentare, la revoca delle immunità dei parlamentari, l’arresto di sindaci, la rimozione coatta di sindaci e co-sindaci dalle loro posizioni, l’imprigionamento di migliaia di politici appartenenti all’HDP e al DBP: sono queste le azioni che costituiscono più che un colpo di stato. Il popolo kurdo si trova sotto un attacco genocida, fascista e colonialista.

Il governo dell’AKP ha trascinato la Turchia in questi scontri

Quello che ha portato la Turchia a questo stato è il governo AKP che ha trasformato il suo governo in una guerra contro il popolo kurdo e le forze della democrazia. Con il suo carattere egemonico, assolutistico e antidemocratico ha tenuto la Turchia in stato di caos e nel conflitto. Con la sua guerra contro il popolo curdo e contro le forze democratiche ha portato la Turchia ad uno stato di guerra civile. Il recente tentativo di colpo di stato mostra che la Turchia ha bisogno di liberarsi dal governo fascista dell’AKP e avere un governo democratico. Gli ultimi sviluppi spingono con urgenza affinché la Turchia si democratizzi e si liberi da questo governo egemonico e fascista.

All’interno di questo quadro, le forze democratiche dovrebbero prendere posizione contro la legittimazione delle politiche del governo fascista dell’AKP mascherate come “democratiche” e dovrebbero creare un alleanza democratica che avvierebbe un processo realmente democratico in Turchia. Questo tentativo di colpo di stato ci impone di non frenare la lotta contro il fascismo dell’AKP ma al contrario potenziarla affinché il caos e gli scontri in Turchia cessino ed emerga una nuova e democratica Turchia.

Brexit e noi…

brexit

La vicenda Brexit è ovviamente al centro del dibattito politico. E’ una questione complessa, che si può analizzare sotto tante lenti.

Partiamo dal PUNTO DI VISTA ECONOMICO.

Riprendo Emiliano Brancaccio, a mio avviso un faro in quanto a lucidità di analisi economica nel continente, per fare un paio di considerazioni…

“tra le cause di fondo della Brexit ci sarebbero gli squilibri economici tra i paesi dell’Unione. Gli opinionisti che in queste ore riducono la questione a una querelle interna ai Tories, tra Cameron e Johnson, dovrebbero dedicarsi al gossip, non alla politica. Chi vuol capire davvero cosa sia successo dovrebbe interrogarsi sui motivi per cui pezzi rilevanti della società britannica, rappresentativi dell’industria del Nord e non solo, hanno scelto di andare contro la City di Londra aderendo alla campagna per l’uscita dall’Ue. Una delle ragioni è che in Gran Bretagna si sta diffondendo una crescente preoccupazione verso la tendenza del Paese ad importare molti più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare. Finora questo deficit è stato coperto con ingenti prestiti di capitale dall’estero, ma una tendenza del genere non può durare all’infinito e prima o poi sfocerà in una crisi commerciale. Molti considerano il deficit britannico come uno specchio dell’enorme surplus commerciale tedesco ma ritengono che la mera svalutazione della sterlina sarebbe insufficiente a rimettere in equilibrio gli scambi: per questo vedono la Brexit come un’occasione per intervenire, al limite anche rivedendo gli accordi commerciali con la Germania e il resto della Ue.
Non sappiamo se aspettarci che la Gran Bretagna possa virare verso la via del protezionismo contro la Ue , è presto per dirlo. Di certo, negli ultimi tempi nel Regno Unito circolano idee che non sarebbero piaciute a David Ricardo, il grande teorico del libero commercio. Ma non è solo un problema britannico: la Commissione europea ha calcolato che dal 2008 ad oggi sono state introdotte più di ottocento nuove misure protezionistiche a livello mondiale. È un effetto degli squilibri causati dal liberismo sfrenato degli anni passati e della grande recessione che ne è seguita. Che ci piaccia o meno, la crisi della globalizzazione fa parte di questa fase storica, e il travaglio del processo di unificazione europea costituisce un esempio emblematico.
Il leader dei Labour, Jeremy Corbyn, aveva sostenuto la campagna per il “No” all’uscita. A quanto pare molti lavoratori, elettori storici del partito laburista, gli sono andati contro. Temo che gli eredi della tradizione del movimento operaio non ci stiano capendo molto di questa fase dello sviluppo capitalistico. Corbyn ha conquistato il Labour proprio chiedendo di archiviare le politiche liberiste figlie della “Terza via” blairiana, che in Italia sono invece ancora un modello, rinnovato, per il Pd di Matteo Renzi. Ciò è stata una novità positiva nella visione laburista della politica economica. Ma bisognerebbe rendersi conto che le svolte interne che non siano accompagnate da una visione dei rapporti internazionali realistica e adatta ai tempi, rischiano rapidamente di entrare in contraddizione e di esaurire la loro forza. Il punto da comprendere è che il regime di accumulazione del capitale sta cambiando, c’è una lotta in corso tra le tendenze liberoscambiste del grande capitale e le pulsioni protezioniste dei proprietari più piccoli e maggiormente in affanno. Invece di incunearsi in questo scontro con un punto di vista autonomo e delle proposte originali, gli esponenti della sinistra si gettano ogni volta tra le braccia dell’una o dell’altra parte in causa come dei pugili suonati. Per il lavoro e per le sue residue rappresentanze è un’epoca durissima, ma proprio per questo forse sarebbe ora di avviare un lavoro collettivo per rimettere in moto il pensiero critico e allacciarsi alla realtà del tempo presente”
.

Un’analisi che, sempre per restare nella prospettiva economica, arriva a convergere con quella di Yanis Varoufakis, forse il miglior storico economico per quel che riguarda gli ultimi sessantanni dell’Europa: Varoufakis, attivamente schierato contro la Brexit (ovviamente su posizioni di alternative al capitale finanziario europeo e proprio per questo ancor più rilevante nella sua analisi contro certa tendenza “no-brexit”) dice chiaramente che

“Il voto è una reazione contro l’establishment britannico più che europeo. Il ceto medio e la classe lavoratrice sono andati a votare contro l’ormai ex premier Cameron perché sono i più danneggiati dal progressivo taglio dello stato sociale e dall’aumento delle tasse, in linea con i diktat di Bruxelles. Non hanno rigettato l’Europa ma le modalità dell’eurocrazia. Se le cose non cambiano, vedremo il trionfo dei nazionalismi. Per questo un populista come Donald Trump festeggia. La sinistra inglese ha commesso errori madornali, ma Corbyn ha cercato di far capire ai più disagiati che i loro problemi non sono causati dall’appartenere all’Unione bensì dalla politica non democratica di Bruxelles. Non è un caso che i banchieri e la City tifassero per il Remain”.

Parola sagge che ci rimandano direttamente alla seconda prospettiva, QUELLA SOCIOLOGICA, che sebbene di minor impatto merita due parole di approfondimento.

La cosa più opprimente del Brexit forse non sono infatti i mercati che crollano (salvo fenomeni di isteria collettiva, non c’è nessuna condizione oggettiva per una crisi stile 2008), ma le analisi di sociologia spiccia e patetismo spinto sugli sventurati giovani-colti-e-ricchi battuti dai malvagi vecchi-ignoranti-e-poveri (fatevi un giro sul vostro social network preferito per averne abbondanti esempi). E’ (probabilmente) vero che i minori di 25 anni avrebbero preferito in maggioranza il Remain, ma davvero il giovane neolaureato dovrebbe godere di una maggiore dignità rispetto agli altri cittadini? Innanzi tutto, i minori di 25 anni si sono astenuti molto più degli ultra 65enni. Se ti fai battere in spirito militante da un pensionato coi reumatismi, quando dovresti essere pieno di forze e col sangue che brucia nelle vene, hai poco da rivendicare e il discorso si potrebbe chiudere già qui. Ma va bene: sorvoliamo pure su questo punto e andiamo oltre. Ancora nessuno ha spiegato perché un ragazzino di vent’anni che studia, puzza ancora di latte e non compilerà una dichiarazione dei redditi prima di due o tre lustri (non che tutto questo sia una colpa beninteso, anzi la lotta per un’istruzione più egualitaria dovrebbe essere ai primi posti, si tratta solo di descrivere una condizione oggettiva), dovrebbe essere più titolato, responsabile e consapevole dell’operaio o del piccolo imprenditore di mezza età che campano la propria famiglia e il proprio Paese con le loro fatiche (e in genere sono gli stessi che pagano la retta universitaria allo studente di cui sopra). Un voto espresso perché così si pensa (a torto o a ragione) di poter fare l’Erasmus in Spagna è più dignitoso che votare perché così si pensa (a torto o a ragione) di non perdere il lavoro? Evidentemente no, ma qui scatta il tradizionale disprezzo dell’alta borghesia per i ceti inferiori. Una classe di privilegiati per nascita (l’immobilità sociale non è mai stata così alta come nella nostra epoca) che possono tollerare il suffragio universale finché lo vincono, ma quando lo perdono hanno rigurgiti reazionari e anti-democratici al pensiero che loro, pur avendo il papà dirigente di banca, i vestiti di marca e alla moda, un sacco di vacanze in posti esotici alle spalle, e nessuna esperienza di cosa significhi una ristrettezza economica – loro, persino loro, in democrazia sono giuridicamente alla pari con quel modesto e volgare operaio che incrociano la sera sulla metro, malvestito e sudato dopo essersi spezzato la schiena in qualche cantiere. Un atteggiamento che anche nella provincia italiana, dove centinaia di lotte e scioperi operai si muovono nel più assoluto disinteresse della tipologia bimbominkiesca descritta, produce i suoi danni e rafforza le derive razziste e xenofobe, che vedendo detti personaggi su posizioni pro-UE e la relativa inconsistenza argomentativa hanno buon gioco a coalizzare intorno alle loro false ricette il malessere.

Vi sarebbe un’altra prospettiva ancora dalla quale guardare all’argomento in discussione, quella che accademicamente potremmo definire della TEORIA DELLO SVILUPPO POLITICO.

Qui, mi sono permesso di ripescare un classico della materia, “La lotta di classe in Francia fra il 1848 e il 1850″ di Marx. Il contrasto fra la borghesia industriale e quella finanziaria inglesi ricalca infatti un movimento classico della dialettica fra le classi sociali che Marx affronta in quello storico saggio. In quelle condizioni storicamente determinate, determinante fu la direzione che si diede il proletariato, che dopo aver combattuto la borghesia finanziaria insieme alla borghesia industriale divenne motore di un successivo contrasto fra se stesso e la borghesia industriale. Mi sembra evidente che oggi quella direzione, mutatis mutandis e cambiata la composizione di quello che è divenuto un iper-proletariato, è IL terreno di contesa. Terreno che vede uno scandaloso distacco da parte di chiavi di lettura e ipotesi politiche razziste e piccolo-borghesi. Arroccarsi su prese di posizioni ideali pro o contro la brexit, dall’insopportabile vacuità dei liberal/laburisti all’altrettanto gretto gentismo dei nazionalisti, non produce alcun avanzamento ed è soprattutto una lotta contro la realtà: una realtà che ha già messo in pratica la sua dialettica indipendentemente dai desiderata delle persone indignate o entusiaste. L’unica cosa utile, se uno si sente parte della metà campo degli oppressi, è solo lavorare a testa bassa per radicarsi nelle fasce povere a tutti i livelli (lavorativo, territoriale..) e dimostrare con il lavoro quotidiano che la direzione che esse stesse devono darsi è quello della rottura con la borghesia industriale e della solidarietà antirazzista al proprio interno.

Veniamo infine al piano della PROPOSTA POLITICA, cui è bene però far precedere un adeguato riassunto dei fatti:

Il dibattito scaturito nei mesi di avvicinamento al referendum è stato acceso, spinto dalla crescita negli ultimi mesi dell’Ukip, la forza politica euroscettica guidata da Nigel Farage che ha di fatto imposto a Cameron la convocazione del quesito; ma è stato reso infuocato dai recenti fatti di cronaca, con l’assassinio di stampo neonazista della deputata Labour Jo Cox, aperta sostenitrice del “Remain”, il quale sembra aver rimesso in discussione l’esito del voto, con i sondaggi che fino a prima dell’omicidio erano orientati fortemente verso il “Leave”.
L’Unione Europea rischia di subire uno dei colpi più pesanti alla sua architettura, dall’impatto ben più potente rispetto allo stop che francesi e olandesi diedero nel 2005 ai progetti di riforma costituzionale poi approvati in forma modificata dopo revisione. Ma questo è l’esito di una direzione politica comunitaria incapace di assicurare in alcun modo il rispetto delle sue promesse e retoriche fondative, ovunque come come in Gran Bretagna.
Nel Regno Unito infatti la disoccupazione è a livelli record, l’economia reale ristagna e sempre più persone sono di fatto consapevoli della pressochè totale impossibilità che la situazione si modifichi nel breve periodo, visto il forte sbilanciamento dei decisori politici UE verso i poteri che contano del mondo finanziario, reso lapalissiano dalle politiche di austerità adottate successivamente alla crisi dei subprime.
Lo stesso sostegno di istituzioni finanziarie come Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley al Remain sottolinea come Londra nell’UE sia necessario per acconsentire al ruolo deputato a livello del capitale transnazionale alla Gran Bretagna: assicurare un luogo di riciclaggio legalizzato di capitali, un paradiso fiscale costruito su una tassazione inesistente dei guadagni delle grandi società che hanno tutto l’interesse a non vedere modificata questa situazione.
L’ascesa di realtà e partiti neo-nazionalisti in Inghilterra ha giocato proprio su queste retoriche, sulla scia di quanto avviene di fatto in tutta Europa, dall’Ungheria di Orban ai CinqueStelle nostrani, dalla LePen ai tedeschi di Pegida; e sembra preannunciare la disintegrazione politica del progetto europeista dato che l’etichetta dell’euroscetticismo, nata come dispregiativa e riferita inizialmente ai partiti della nuova destra xenofoba, sembra essere sempre più da un lato un elemento catalizzatore di consenso rivendicato anche da realtà politiche di diversa ispirazione ideologica.
Il voto per la Brexit sembrerebbe così emergere come una forma di rifiuto, per quanto purtroppo non direzionata da una teoria e una prassi antagonistiche, ad uno status quo fatto da processi di globalizzazione sempre più insostenibili. La percezione di un’UE finalizzata solamente all’ingrandimento delle ricchezze e dei privilegi del mondo della finanza è ormai (questa sì) moneta comune, mentre anche da parte dell’establishment il fatto che le prospettive di rilevanza politico-economica che spinsero nel 1973 la Gran Bretagna a entrarne a fare parte non sono più adeguate all’attuale mondo multipolare iniziano a fare capolino.
Aldilà dell’esito del voto, è chiaro che l’Unione Europea è stata eletta, come prevedibile e comprensibile, capro espiatorio della difficile situazione economica che vive il Regno Unito, ormai lontano parente del dominatore della politica internazionale fino alle Due Guerre Mondiali. Le stesse contraddizioni tra il voto per il Remain del premier Cameron e quello per il Leave del suo ministro della Giustizia Gove fanno capire come anche lo stesso governo britannico sia indeciso tra il mantenimento dei flussi economici e politici con Bruxelles (ma bisognerebbe dire con Berlino) e l’obiettivo di evitare un posizionamento troppo netto contro una prospettiva decisa verso il Leave che è appannaggio di una parte rilevantissima di popolazione.
A sostenere l’ipotesi della Brexit sono soprattutto le politiche relative alle migrazioni adottate dall’UE: elementi come Farage del Partito Ukip non solo non vogliono in alcun modo attenersi ad alcun tipo di quota di ripartizione dei migranti provenienti dai teatri di guerra, ma vogliono imporre anche uno stop all’afflusso di cittadini dal continente, soprattutto di quei cittadini del Sud Europa che hanno pagato sulla loro pelle la desertificazione economica della sponda nord del Mediterraneo attuata dalla Germania e dalle cancellerie nord-europee. Per quanto espressione di rifiuto, la Brexit si andrebbe a configurare come un duro colpo alla libertà di movimento verso il Gran Bretagna, aggiungendosi ai muri fisici e burocratici che sorgono come funghi intorno e dentro all’Unione.
Questo è solo uno dei dati non confortanti che sottolineano l’assoluta mancanza di alcuna motivazione non ascrivibile al campo nazionalista a fare campagna politica per la Brexit; a fare presa sulle fasce inferiori della società britannica, travolta dai processi di deindustrializzazione e da una precarietà derivante dall’enorme competizione al ribasso sui salari, è solamente l’opzione dei vari Farage, Johnson e Gove. Il che la dice lunga sulla distanza in campo tra la realtà vissuta dai soggetti sociali e le posizioni di un Partito come il Labour, che nonostante uno spostamento a sinistra con l’elezione a segretario di Corbyn (sebbene anch’egli euroscettico), si è esposto per il “Remain” e rimane agganciato ad un’idea di sviluppo del paese ostile e invisa a gran parte della popolazione poiché già verificata nei fatti a livello di conseguenze economiche.
Un qualcosa che parla anche a noi, rispetto alla capacità di dare direzione politica alle istanze di rifiuto che vengono dal basso soprattutto dopo la recente scadenza elettorali. Istanze che impattano sulla questione delle nuove figure della povertà e delle condizioni di vita nelle periferie, dove il margine di manovra sembra poterci essere per radicare prospettive di rottura differenti dello status quo. Il radicamento sociale in certi ambiti, la giusta costruzione della nemicità e dei soggetti in campo, l’ostilità sia verso la globalizzazione del capitale sia verso il ritorno ai muri e alle frontiere sono elementi mancati nel dibattito sulla Brexit e che spesso mancano anche alle nostre latitudini. Ed è una lacuna su cui agire prima possibile.

Termino con una citazione dello scrittore Carlo Formenti che credo possa dare alcune utili indicazioni:

“Il rifiuto del mostro antidemocratico della Ue avviene oggi in Uk grazie a un movimento egemonizzato dalle destre, a causa dell’ottusità di una sinistra (inglese ed europea, riformista e radicale, con pochissime eccezioni) che si ostina a vedere nell’Europa una garanzia di pace. E la guerra in Ucraina? e l’accordo con la Turchia fascista per deportare i migranti? e i muri eretti dai membri fascistoidi della Ue? e il TTIP? e le feroci politiche antioperaie e antisindacali? e lo smantellamento del welfare? Bisogna essere idioti per vedere in tutto ciò degli “errori di rotta” correggibili dall’interno con adeguate riforme. E bisogna essere irresponsabili per consegnare alle destre il monopolio della rivolta contro la tecnocrazia europea. Agitare lo spettro della catastrofe novecentesca che portò alla vittoria del nazifascismo non è un argomento: é un ulteriore sintomo di imbecillità e di difetto di analisi storica: allora fu proprio l’incapacità delle sinistre di egemonizzare la rabbia popolare per gli effetti della grande crisi a spianare la strada alle destre, e pensare che oggi possa tornare il fascismo nelle sue forme classiche è un altro sintomo dell’incapacità di cogliere l’essenza del nostro tempo: il vero rischio non è il ritorno del fascismo ma che un eventuale trionfo delle destre populiste non servirebbe in alcun modo a contrastare il dominio del finanzcapitalismo. Questo dovrebbe essere compito nostro, se e quando ci sbarezzeremo del ciarpame ideologico di una sinistra mummificata”.

Per finire, ecco gli scontri di Dover a gennaio fra antifascisti e nazionalisti contrari all’ “immigrazione”. Finché certa “sinistra” non cambia (o muore dai), chi dal basso costruisce solidarietà e redistribuzione di ricchezza fra i subalterni dovrà sempre confrontarsi con queste situazioni, e il malcontento avrà sempre il marchio culturale dei nazi in questione…