E’ nato R-Esisto, collettivo femminista di Piacenza

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Non ci stanchiamo mai!
Al collettivo politico, all’organizzazione sindacale, alla palestra popolare, all’aula studio autogestita, all’organizzazione di momenti di socialità liberata…ora si aggiunge anche la formalizzazione di un collettivo femminista nell’alveo dell’antagonismo piacentino!

Contro una società sessista e misogina, per la liberazione di corpi e menti. Formazione femminista militante e antirazzista. Pratichiamo la decostruzione perpetua, politicizziamo l’esistenza tutta, non assolviamo nessuno.

Speriamo che possa essere lo strumento per dare solidità alla discussione su uno dei temi che è da sempre una colonna portante di ControTendenza. Un tema di cui rivendichiamo l’intersezionalità agli altri piani militanti che portiamo avanti. Non una graduatoria di priorità, ma una necessaria base su cui poggiare lo sviluppo di qualsiasi tipo di intervento politico. Necessaria anche a fronte del pesantissimo accumulo di ritardo sul tema sia in termini di implicazioni materiali che in termini di elaborazione critica, che spesso nella nostra città veniva fermata prima ancora di nascere da percorsi general generici in materia volti più a fare passerella politica che a decostruire le radici del patriarcato.

Ci vediamo VENERDI’ 24 ALLE 18:00 NELLA BIBLIOTECA DELLA COOP INFRA PER UNA PRIMA CHIACCHIERATA!

Orlando. Ce la faremo, per una volta, a parlare di omofobia?

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Rilancio articolo di Infoaut

Come posso esprimere ciò. Come posso convincerti, fratello, sorella che la tua vita È in pericolo. Che ogni giorno tu ti svegli, viva, abbastanza felice, come un essere umano fatto e finito, e per questo stai commettendo un atto di ribellione. Tu, come frocia viva e presente sei rivoluzionaria. Non c’è nulla in questo pianeta che convalidi, protegga o incoraggi la tua esistenza. È già un miracolo che tu sia qui a leggere queste parole. Tu, senza ombra di dubbio, dovresti essere morta.
Queer Nation Manifesto

L’America da stanotte (ieri sera, ora italiana) lavora per coprire le vere ragioni della sparatoria di massa, forse la peggiore della storia degli States. Omar Seddique Mateen, cittadino americano figlio di rifugiati afghani, ha aperto il fuoco al Pulse, locale gay di Orlando, dove ha ucciso 50 persone, ferendone 53. Dopo alcune ore, barricato dentro il locale, la polizia lo ha ferito e poi ucciso.

“Matrice jihadista” urlano i giornali di tutto l’occidente, lo stragista era iscritto al Partito democratico ed anche nella lista nera dei simpatizzanti dell’Isis del Fbi, che indagò su di lui due volte tra il 2013 e il 2014 per possibili legami con il terrorismo. Una rivendicazione dell’Isis: “uno dei nostri”, hanno fatto sapere attraverso Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato. Non esiste prova, ma poco importa ai giornalisti, di un contributo in termini di pianificazione e organizzazione da parte di Daesh, in un attacco compiuto con armi da fuoco acquistate legalmente negli ultimi giorni: una pistola e un fucile. Per il padre all’origine della tragedia ci sarebbe stato un bacio tra due omosessuali: “Mateen ha visto due gay che si baciavano a Miami un paio di mesi fa ed era molto arrabbiato”.

L’America lavora per coprire, per non raccontare la violenza della propria omo-trasfobia. Una strage mossa dall’odio, ora definita dai media statunitensi “atto di terrorismo”, perché appunto l’uomo armato era musulmano. In quell’angolo di mondo, chiunque compie semplicemente degli atti (siano essi crimini d’odio, autodifesa, rivoluzioni, servizio militare, qualsiasi cosa) mentre ogni atto violento compiuto da un musulmano si riflette in maniera uniforme su un’intera, enorme ed eterogenea collettività: i musulmani compiono solamente “terrorismo”. Questa strage è ora a disposizione della politica iper-violenta statunitense (interna ed estera), campagne contro il boicotaggio di Israele (perché, ovviamente, essendo “l’unica democrazia del medioriente, baluardo della difesa GLBT in terra di barbari, madre del turismo gay friendly di Tel Aviv, etc.” Israele non può essere indicato come matrice della massiccia violazione dei diritti e delle vite di migliaia di Palestinesi ogni giorno). A cavalcare la tragedia si lancia Donald Trump, insospettabile paladino della comunità gay dopo anni di dichiarazioni contro l’equiparazione del matrimonio tra persone eterosessuali e quello tra persone omosessuali, che chiede le dimissioni di Obama, colpevole di essere troppo politically correct poiché non ha usato le parole Islam radicale nella dichiarazione di cordoglio. Non solo Trump, ma anche i nostrani cavalcatori di odio si stanno muovendo per dare il peggio di se (Mario Adinolfi e Matteo Salvini in testa).

L’America forse si ricorderà, e poi cercherà di dimenticare molto in fretta, che a poco o nulla serve la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso lanciato come grande evento di consenso di fine mandato dal presidente Obama esattamente un anno fa, in un paese dove in questo momento i servizi sanitari di emergenza di Orlando chiedono con urgenza che la gente doni sangue per aiutare i soccorsi ai feriti sopravvissuti, ma dove, ad un uomo che abbia fatto sesso con un’altro uomo nell’ultimo anno, è legalmente vietato di donare sangue per una legge federale iper-omofoba, approvata nel 1985 sull’onda della paranoia che legava HIV e “stile di vita omosessuale”. Qualcuno invocherà, molto probabilmente, qualche restrizione nell’accesso alle armi, per lo meno per i cittadini non-bianchi, senza neanche interrogarsi sulla cultura trasversale che fai dei gay un bersaglio ovunque nel mondo. Gli Stati Uniti non si ricorderanno oggi della violenza omo-transfobica che si consuma nelle proprie famiglie tradizionali, e che costringe migliaia di adolescenti a diventare senza fissa dimora (le statistiche dicono che circa il 40% dei senzatetto USA sono giovani LGBT scappati dalle famiglie)

Repubblica.it stamattina titola “Due piste, terrorismo o atto omofobo”. Ci sono pochi dubbi su quale sarà la scelta da parte della narrazione mainstream, giornali ed investigatori insieme.

Conclusa la rassegna di seminari, un breve commento sull’ultimo incontro “di fiche, cazzi generi e potere”

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Rilancio comunicato NAP:

Abbiamo concluso la quarta edizione dei nostri seminari. Un’edizione un po’ sfigata per l’essersi svolta in un ufficio sindacale invece che nel nostro tradizionale spazio, la “Coop Infra”, che riaprirà questo week end. Tuttavia, siamo egualmente contenti del livello qualitativo degli incontri. Dell’ultimo, con ospite Federico Zappino, andiamo particolarmente fieri: siamo riusciti, con una discussione interlocutoria e non didattica, a confrontarci con un tema scivoloso come quello della lotta di e fra i generi all’interno di una contemporaneità che tende ad svuotarla di ogni portato liberatorio.

Seguendo la traccia dell’intervento di Zappino, abbiamo messo in evidenza come oggigiorno siano nelle mani di chi detiene le leve del potere due strumenti molto efficaci: da un lato il diversity management, dall’altro il pink (o green, o black…) washing. Due strumenti che partendo da un’ applicazione aziendalista orientata alla massimizzazione dei profitti (vedi IKEA su tutti) estendono alla società e alle istituzioni politiche la propria operatività, arrivando a garantire la recuperabilità al sistema capitalista neoliberale delle istanze di liberazione (la loro sussunzione e neutralizzazione). Abbiamo utilizzato il termine capitalismo neoliberale perché in altre fasi del capitalismo (vedi quello novecentesco basato sul fordismo e la dimensione di massa) la gestione delle “diversità” avveniva in modo diverso: gay, lesbiche, trans, ma anche minoranze etniche come i neri negli USA e tutto quel che non rientrava nella figura “bianca borghese ed eteronormata” erano oggetto di provvedimenti o comportamenti maggiormente repressivi: dalle botte in strada allo schernimento pubblico, fino a vere proprie leggi criminalizzanti via via cadute nel corso degli anni.

Ma il capitalismo neoliberale, appunto, segue una logica di efficientamento delle risorse (anche umane) di cui dispone, e necessita di strumenti di legittimazione a causa del crescente divario fra ricchi e poveri che produce. Da qui le aperture, da qui le leggi, da qui i presidenti “neri” e le quote “rosa”. Tutti passaggi che per un mattone che mettono sulla strada dell’eguaglianza due ne tolgono su quella della liberazione, contribuendo a rinsaldare un quadro di fondo, quello che abbiamo chiamato “bianco borghese ed eteronormato” che garantisce la riproducibilità di diseguaglianze sociali, l’assoggettamento nelle relazioni fra i sessi e l’accettazione di fondo delle storture che ne derivano.

Di queste storture, numericamente rilevante è lo stupro, l’annichilimento di un genere e di un individuo a favore di un altro, sempre retto da una morale diffusa che criminalizza o strumentalizza la vittima. Due tendenze evidenziatesi ad esempio nel recente caso di “non-stupro” a Piacenza. Dapprima fascisti e sindacati di polizia avevano avviato una caccia all’immigrato laddove la ragazza non aveva dato alcun dettaglio circa gli aggressori. In un secondo momento il web si è scatenato con insulti contro una persona in evidente difficoltà, legittimato dal sigillo del comunicato dei carabinieri i quali hanno negato che Piacenza abbia mai avuto problemi con gli stupri (dato palesemente falso, e senza arrivare ai tantissimi casi consumati fra e mura domestiche si pensi a quelli emersi nella cronaca cittadina come la prostituta dello scorso anno). Tutte manifestazioni di una (tremenda) morale diffusa che non viene scalfita dalle mobilitazioni “neutralizzate” e “sussunte” in tema di diritti LGBTI o di distorto femminismo stile “se non ora quando” (uno dei numerosi cartelli “per i diritti” che qualche anno fa tenne banco sulle colonne di Repubblica), segnalando come esse non siano efficaci nel ribaltare le coordinate profonde che permettono il perpetrarsi dell’oppressione di e fra i generi.

Non c’è quindi da stupirsi se la legge per le unioni civili verrà probabilmente concessa dal governo più neoliberale e antiegualitario (si pensi al Jobs Act, alla riforma della sanità, al decreto “Sblocca Italia”…) che il nostro paese abbia avuto, così come non stupisce che nel medio oriente devastato dall’imperialismo occidentale e dal colonialismo di Israele sia proprio quest’ultimo a “vantare” le maggiori aperture in termini di diritti LGBTI o verso i vegani, a cui vengono forniti appositi scarponcini vegan per andare a massacrare e bombardare la popolazione palestinese, a torturare donne innocenti e a vendere (a ricchi, ovvio) gli organi esportati ai cadaveri dei bambini trucidati.

Ciò significa porsi su un piano di rifiuto di questa “sanatoria” legalitaria della diseguaglianza? No, ma significa prendere coscienza del suo intento e dei reali obiettivi dei soggetti politici “concedenti” (appunto la sussunzione di un’istanza che ne neutralizzi il portato liberatorio), per non lasciarsi ingabbiare in una delega autoassolutoria, promuovendo al contrario un attivismo autodeterminato all’interno delle lotte civili e che tenga queste saldamente agganciate alle lotte sociali. Cogliendo la natura di classe della necessità della “diversità”, e di come la sussunzione di questa sia necessaria a una società che ricalca il modello panottico di controllo Focaultiano, possiamo svincolare le lotte di e fra i generi da una cornice legittimante dell’ordine costituito per situarla all’interno dell’orizzonte di liberazione generale che come compagni portiamo avanti. Possiamo, in definitiva, voler lottare per essere libere/i ed eguali e non sottomessi e accettati.

Ci sembrava un discorso da affrontare seriamente e lo abbiamo fatto con la nostra discussione, ma se volete un po’ di slogan da utilizzare “al bar” (che sembra essersi esteso come livello del dibattito a tutta la società) possiamo dire che:
1) il PD è il partito del potere, tutto ciò che da serve a togliere con l’altra mano.
2) l’ipocrisia di fondo del PD e delle altre formazioni politiche che voteranno il ddl Cirinnà è conclamata e serve a rinsaldare un quadro di diseguaglianza.
3) nessun “diritto” è mai stato concesso, ma sempre strappato tanto nel campo dei diritti civili (che non coincidono con i diritti LGBTI ma sono un ventaglio molto più ampio!) quanto in quello dei diritti sociali.
4) non hai nessun “diritto”, ma solo la tua volontà di autodeterminazione per costruire un rapporto di forza con altri individui e soggettività disponibili a battersi per un mondo di liberi ed eguali.
5) la morale che sostiene il soggetto bianco borghese ed eteronormato è uno dei pilastri della società capitalista e delle diseguaglianze che ne conseguono, e non viene minimamente intaccata da nessun disegno di legge.
6) con detta morale, non viene intaccata nemmeno la perpetrabilità di costumi orrendi come la violenza di genere e lo stupro, che anzi le formazioni politiche o istituzionali più reazionarie si affrettano a negare o a strumentalizzare in senso paternalistico, maschilista e razzista.
7) l’autodeterminazione, se si vuole seguire un percorso di liberazione individuale e collettiva, e quindi essere compagni, è tutto: nessuna delega ti aiuterà in questo senso.
8) se non connetti la tua lotta per quale che sia ramo dei diritti civili alle lotte sociali potrai al massimo essere vittima di diversity management o di pink/green/black washing, ma non emanciparti. Il giorno dopo sarai comunque uno sfruttato, un precario, un poveraccio e una qualche forma di riconoscimento legale non avrà intaccato la morale diffusa che ti mette all’indice per i tuoi costumi/scelte di vita/orientamenti sessuali.
9) lotta con noi: rischi di più ma vivi meglio.

Domenica 7 ultimo appuntamento con i seminari del NAP! Si parla di “cazzi, fiche, generi e potere”

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Ultimo appuntamento della quarta annata di seminari del NAP.
Per la prima volta, affrontiamo un tema delicato che soprattutto a Piacenza non ha mai trovato terreno di discussione: il genere e la lotta di genere (e fra i generi).

Tema quanto mai scivoloso, dal momento che il potenziale liberatorio e trasformativo del pensiero femminista, trans* e queer rischia, da un lato, di essere oggetto di appropriazione da parte della razionalità neoliberista, o di essere ridotto interamente alla rivendicazione e all’elargizione dei “diritti civili”, sbandierati in salsa democratica e neutralizzante.
Dall’altro, in modo altrettanto preoccupante, di essere bersaglio privilegiato dei movimenti neofondamentalisti e neoconservatori, i quali auspicano una restaurazione dei ruoli tradizionali, lavorando affinché le conquiste e le lotte delle donne, delle froce e delle trans* perdano, di fatto, ogni efficacia (solo per fare un esempio, in Italia il 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza).

Proprio per questi motivi, si impone il rilancio di una discussione che esca dai binari dei rotocalchi televisivi e delle rivendicazioni mainstream per riprendere le leve di approfondimenti e riflessioni militanti e rigorosi.
Per farlo, abbiamo invitato Federico Zappino, filosofo, traduttore militante (Judith Butler, Eve Kosofsky Sedgwick) e attivista.

La domanda che ci poniamo, e alla quale proveremo ad abbozzare una risposta, è: quali prospettive possono assumere, e già assumono, la riflessione e la lotta di genere all’interno di un movimento più ampio, di emancipazione generale, oggi? Quali relazioni tra genere, corporeità, precarietà, sopravvivenza?

Il virtuoso e produttivo intreccio degli anni Sessanta e Settanta, fra le pratiche di autocoscienza femministe e le lotte sociali, sembra oggi distante, nonostante vi siano molte esperienze, in Italia e nel mondo, che sembrano ridurre questa distanza (Rojava…). Ma l’ingiustizia e la violenza – simbolica e materiale – esercitata dalle cornici disciplinari ed eteronormative di genere, in ogni caso, continuano a essere problemi attuali, e non solo per donne, queer e trans*. Sono problemi di tutt*.

Ne parliamo in una discussione collettiva DOMENICA 7 FEBBRAIO, DALLE ORE 17 ALLA SEDE DEI SICOBAS (VIA SAN FRANCESCO 8, SUONARE SICOBAS E SALIRE AL SECONDO PIANO).

Qui il link all’evento FB:
https://www.facebook.com/events/547845655390380/

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

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Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

Road to Kobane – incontro sulla resistenza Curda – domenica 10 maggio ore 18 coop infra

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La battaglia di Kobane ha colpito l’immaginario occidentale per il suo essere argine all’avanzamento di ISIS.

Ma quale percorso ha portato gli eroici guerriglieri e guerrigliere a poter mettere in scacco un esercito ben armato dalle potenze occidentali e spalleggiato dalla vicina Turchia?

Approfondiamolo con Federico Maccagni (di ritorno da un’esperienza conoscitiva proprio vicino a Kobane) e con Nelly Bocchi, esponente di Uiki Onlus, l’associazione dei Curdi in Italia.

Scopriamo il meraviglioso percorso pluridecennale di resistenza del PKK, le sue ragioni fondanti che vanno ben al di là di come presentato dai media occidentali, e che ci parla di una volontà di ribaltamento dei rapporti di classe e di sfruttamento del pianeta, come ben sintetizzato dalla Costituzione del Rojava nata appunto dall’esperienza di resistenza armata dentro e oltre i confini Siriani.

Ci vediamo DOMENICA 10 MAGGIO alle ore 18 in COOP INFRA (sala biblioteca)!
A seguire buffet in favore del progetto “un ospedale per Kobane”

Qui il link all’evento facebook ove potete trovare maggiori contenuti:
https://www.facebook.com/events/684584525001028/

Piacenza-Milano-Val Susa: un weekend di azione per l’Italia migliore!

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Rilancio comunicato del NAP.

Scriviamo dopo un weekend ad alta intensità di conflitto, per trarre un bilancio che, pur ovviamente con dei limiti, riteniamo assolutamente positivo.

SABATO abbiamo preso parte al presidio indetto da “I sentinelli di Piacenza” contro le “sentinelle in piedi”. Il movimento clerico-fascista si ripropone di combattere l’emancipazione delle persone oggi discriminate per il loro orientamento sessuale. Siamo quindi nel campo dei diritti civili, terreno scivoloso nel nostro paese per le ingerenze vaticane e che quindi assume una rilevanza politica a 360°. Terminata la nostra contromanifestazione, un gruppo di compagni si è staccato per dirigersi alle proprie macchine e nell’attraversamento (silenzioso e pacifico) di Pizza Duomo è stato assalito da 8 neofascisti che sorvegliavano l’iniziativa reazionaria. I 4 compagni si sono difesi sino all’arrivo delle forze dell’ordine, del quale i neofascisti hanno approfittato per dileguarsi nel loro più classico stile. Inizialmente qualificatisi come “forza nuova”, pare che gli aggressori siano in realtà cani sciolti ben noti per i loro precedenti atti squadristi. Poco ci importa dei dettagli: ciò che emerge con nettezza è che tipo di umanità animi le piazze delle “sentinelle”, e la loro natura profondamente aggressiva. Il dato positivo, che emerge nonostante le lesioni riportate da un compagno (nessun vittimismo a riguardo: chi si assume l’onere di condurre lotte per i poveri e gli esclusi è ben consapevole che ci sarà sempre qualche cane da guardia dei potenti pronto a fare il “lavoro sporco”!), è stato il non arretrare neppure davanti all’ evidente inferiorità numerica, sintomo di una consapevolezza politica non indifferente in una città storicamente remissiva, e la risposta che si è data subito dopo l’aggressione, con una piazza che si prende il suo diritto a sfilare in corteo (diritto sino a quel punto negato dalla questura) e attraversa il centro storico in modo compatto denunciando le connivenze e le coperture fra ambienti che si commentano da soli.

DOMENICA: una nostra folta delegazione è stata a Milano in occasione delle manifestazioni che dai quartieri San Siro, Giambellino e Corvetto si sono mosse verso la Scala e la sua inaugurazione all’insegna dello sfarzo. Inizialmente previsti, Renzi e Napolitano hanno preferito dare forfait ritenendo sconveniente venire associati a tanto lusso di fronte a gente che chiede casa e un minimo di reddito. Inaudita la militarizzazione della piazza, che ha prodotto tafferugli e parapiglia per oltre un’ora. Non si riesce a sfondare ma ci si riprende Piazza Duomo, annunciando come torneremo nelle strade ad ogni sgombero. L’operazione pulizia lanciata da ALER e Maroni in vista di expo è destinata a fallire.

LUNEDI infine una delegazione (più piccola, che eravamo pure un po’ stanchi) è stata a Chiomonte, in Val Susa, per dare una mano a proseguire la lotta contro l’opera inutile che sta vampirizzando le casse di denaro pubblico, prima di tutto per mantenere in regime di straordinario centinaia di celerini all’interno del cantiere. Chi ci conosce o ha frequentato i nostri seminari sa come l’importanza della lotta NoTav non stia solo nelle ragioni ambientali (sacrosante), ma anche nel combattere la catena di comando che si spartisce gli appalti (la Tav infatti non si farà, questo loro già lo sanno, l’importante è che ci sia la spartizione di soldi fra politica, finanza, cooperative e come ultima ruota del carro malavita organizzata) e in definitiva nel poter dimostrare che la volontà popolare può battere l’autoritarismo dello stato. Al calar del sole inizia la battitura simbolica delle reti, cui i blindati rispondono con idranti e i celerini con lancio di lacrimogeni. Scoppia il parapiglia mentre sull’altro lato della montagna ci si difende con fuochi d’artificio. Dopo la difesa del presidio ci si sposta sulla strada dove scatta un blocco stradale. Insomma, la Tav non si farà.

E ora dritti verso gli impegni del 12 dicembre (sciopero generale) e le altre sfide che ci attendono.

IO+TE= NIENTE! Sabato 5 aprile – presso “il posto” di Via Bagarotti 7 – partecipa, condividi, discuti, rompi la gabbia dei pregiudizi e della discriminazione!

Sabato 5 aprile – presso “il posto” di Via Bagarotti 7 – partecipa, condividi, discuti, rompi la gabbia dei pregiudizi e della discriminazione!

Il NAP promuove un’iniziativa di sensibilizzazione insieme ad Arcigay, Agedo e Associazione famiglie Omosessuali per affrontare lo spinoso tema della discriminazione di genere.

Un tema purtroppo ancora attanagliato da stereotipi medievali in un paese che vede l’ingerenza delle gerarchie vaticane. Anche a Piacenza, l’istituzione dell’albo delle “coppie di fatto” arranca e vede ostracismi da tutto lo schieramento politico “ufficiale”.

La discussione vuole essere da pungolo verso questa lentezza e ritardo normativo, ma anche offrire spiragli di analisi che vadano alla radice di questa discriminazione: perché serve il “diverso” da additare? Quali implicazioni in termini economici? Quali strategie per uscire dall’isolamento in cui tanti, soprattutto giovani e giovanissimi, si sentono schiacciati?

Non mancare e ricorda…the first gay pride was a riot!

Nei paraggi dell’8 marzo…

Riporto un video lanciato da Infoaut in occasione dell’8 marzo. A differenza della retorica mainstream, ogni compagna/o sa bene quanto questa data sia legata prima di tutto al ricordo di una strage e all’esigenza di riaffermare continuamente una lotta di genere all’interno della lotta più complessiva.
Come ricorda l’economista Giovanna Vertova, infatti, nel nuovo modello finanz-capitalistico sia il lavoro produttivo di plusvalore (il lavoro salariato, marxianamente inteso) sia il lavoro per la riproduzione sociale della forza-lavoro sono le uniche variabili dipendenti, sono variabili obbligate ad adeguarsi a tutti gli aggiustamenti (l’accresciuta competizione internazionale, il debito pubblico, etc.). Quando si parla di attacco al mondo del lavoro e lo si vuol fare in un’ottica di genere non si può pensare solo al lavoro produttivo, ma bisogna guardare anche alla dimensione della riproduzione sociale della forza-lavoro. Questi due ambiti devono sempre essere considerati all’unisono. Purtroppo, quello che si viene a creare è un circolo vizioso tra il lavoro salariato ed il lavoro di cura. Le lavoratrici partecipano in modo quantitativamente minore e qualitativamente peggiore al mercato del lavoro…
Ma questo attacco che è insieme di classe e di genere vede anche utilizzi particolarmente odiosi e perversi del corpo della donna, che diviene oggetto di cui servirsi a finalità elettorale. E’il caso greco cui attiene il video qui sopra, e la cui presentazione affido alle parole della stessa Infoaut che lo ha rilanciato due giorni or sono.

Presentiamo di seguito la sottotitolatura in italiano di questo documentario di Zoe Mavroudi, cineasta e mediattivista di RadioBubble, importantissima voce dell’informazione autonoma e dal basso in Grecia. Ripercorre il dispositivo mediatico e repressivo imbastito nei mesi immediatamente precedenti alle seconde elezioni greche del 2012 per condizionarne l’esito: una vera e propria caccia alle streghe contro presunte portatrici del virus HIV la quale, partendo dalle sex worker, si è rivelata essere rivolta contro i diritti e l’agibilità delle donne e delle classi disagiate nel loro complesso. A fianco della dignità e della rabbia delle testimonianze, colpisce la ricostruzione del framework legale ed informativo del caso: narrazioni e provvedimenti emergenziali volti a rimpiazzare le (pur storicamente limitate) strutture di mediazione sociale e salute pubblica in favore di una medicalizzazione indiscriminata e violenta, votata alla riproduzione di comando e consenso e all’assoluzione di uno Stato greco ormai al collasso. Derive da tenere presenti e contrastare con la solidarietà e la lotta, anche qui in Italia, contro un apparato ed un ordine del suo discorso oscurantisti e regressivi.

Buona visione e buon 8 marzo di autodeterminazione!