G20 ad Amburgo: welcome to hell! Tutti gli obiettivi raggiunti dagli antagonisti!

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Si è conclusa la tre giorni di contestazioni al vertice del G20 di Amburgo.
Il bilancio è estremamente positivo. La tre giorni ha infatti saputo coniugare conflittualità altissima e comunicazione, dando spazio, come si conviene a un movimento anticapitalista, alle più disparate forme di protesta.
Un nodo di una semplicità imbarazzante ma che in Italia, complice anche un giornalismo intellettualmente inesistente e un’opinione pubblica dilaniata dal qualunquismo, torna a riproporsi ad ogni rivolta di piazza.
Quel che è andato in scena è stata una versione ben più diffusa degli scontri avuti in Italia il 15 ottobre 2011 o il 1 maggio 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo (si è trattato infatti di una semi-rivolta e non di cortei elevatisi in guerriglia urbana), ma in quelle occasioni ci dovemmo sorbire uno sfracassamento di palle/ovaie di almeno dieci giorni contro i supposti “infiltrati violenti” e tutta la trafila di argomentazioni da leghista di terza media: “eh ma avete gli smartphone!”, “tanto le banche hanno le assicurazioni, gli fate un favore!“. Fiumi di social-inchiostro vomitato puntualamente destinato a cadere nel vuoto ma utile a rinsaldare la fragile tranquillità della borghesia impoverita che vigliaccamente vuole sottrarsi al compito della propria generazione.
Questa tiritera trita e ritrita, costruita ad arte per allontanare le persone dalla politica vera e far loro concepire la stessa come mero richiamo alle urne una volta ogni cinque anni, nei paesi più acculturati non attecchisce.
Si pensi alla Grecia che gloriosamente combatte in piazza da dieci anni contro repressione e austerità, alla Francia scesa in piazza contro la Loi Travail (mentre in Italia contro il Jobs Act avemmo solo qualche picchetto dei S.I.Cobas…), o appunto ad Amburgo, città da sempre meticcia e solidale in cui potenti, forze repressive e restrizioni non sono tollerate.
Lo avevano quindi annunciato, a partire dalla conferenza stampa tenuta nello stadio messo a disposizione dal Sankt Pauli: “potenti della terra…welcome to hell!”.

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E inferno è stato. Giovedì si sono aperte le danze con la sfilata comunicativa degli zombies”, teatranti e militanti che inscenavano la schiavitù del lavoro nel turbocapitalismo.

Ma venerdì è stato già tempo di danze con il corteo “welcome to hell” convocato dall’area variegata degli autonomen, squatters e ultras, che ha provato a muovere i primi passi in un’Amburgo completamente militarizzata.
Sono più di diecimila i partecipanti. L’atteggiamento della polizia nei giorni precedenti non aveva lasciato spazio a dubbi e la sua strategia è apparsa fin da subito chiara: contenimento e tentativo di spezzare la partecipazione più conflittuale. Migliaia gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo poche centinaia di metri la polizia pone come condizione per proseguire che il resto dei manifestanti si distanzi dal blocco di testa che conta circa tremila unità. In testa campeggia però lo striscione ‘keine Verhandlung’, nessuna trattativa. La polizia attacca e affonda in mezzo al blocco con idranti e spray urticanti. Attaccare la testa significa frazionarla ma non disperderla. Da quel momento si replicano per le vie principali situazioni di riots compatti e duraturi. La polizia tedesca perde il suo aplomb europeo, si infila ovunque e inizia anche a caricare. Nel mentre il blocco si ricompatta a più riprese. Nel tentativo di disperdere la folla avanzano con caroselli procedendo a fermi non appena possibile. Si registrano diversi feriti. Scontri davanti al Rote Flora.

Sabato la guerriglia si estende alla zona a nord di Sankt Pauli. Al secondo giorno di summit e a pochi minuti dall’inizio dell’ultimo corteo, quello previsto come il più partecipato, la protesta ha travolto intere fette di città. Da quando la polizia ha deciso di disperdere il blocco alla testa del corteo “Welcome to hell”, barricate, cortei selvaggi e fronteggiamenti tra gli agenti e i manifestanti si sono sparsi a macchia in diversi quartieri.
Il vertice, iniziato ufficialmente ieri, si tiene in uno stato d’assedio. I leaders sono stati accompagnati per vie sotterranee ai luoghi del meeting. Il ministro delle finanze Schauble, l’aguzzino della Grecia dell’OXI, ha dovuto cancellare l’incontro con i ministri dell’economia perché impossibilitato a raggiungere Amburgo per vie sicure. Diverse delegazioni diplomatiche sono state fermate da blocchi di manifestanti. A Melania Trump, mentre il punto Ikea di Altona bruciava, è stato consigliato di starsene in albergo ed evitare shopping e gite turistiche. Alle 19 lo spettaccolo alla Filarmonica per i Capi di Stato è stato posticipato di alcune ore: impossibile raggiungere il teatro per tempo.
Dopo le iniziative di lotta al mattino di venerdì, che per blocchi colorati a seconda delle aree di affinità, hanno bloccato diverse aree della città, in particolare intorno alla zona del porto, nel pomeriggio si sono verificati scontri a Fischmarkt, nella zona del porto e a St. Pauli, fuori dallo stadio. In Heinz Koellisch Platz ci sono state barricate e dopo un’ora la polizia ha risposto con lacrimogeni. Significativa la risposta del quartiere a sostegno dei manifestanti. Ingenti rinforzi di agenti hanno raggiunto Amburgo. Con una nota ufficiale la polizia ha comunicato di “non riuscire più a garantire la sicurezza in certe zone”.

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A partire dalla sera, verso le 11, sono state erette barricate in tre quartieri principali: Altona, St. Pauli e Sternschanze, dove si trova il Rote Flora. Gli scontri sono durati per tutta la notte. I manifestanti hanno resistito ai tentativi della polizia di rimuovere i blocchi con idranti, lacrimogeni e a un certo punto cariche. A Sternschanze la polizia ha cercato di procedere ad arresti di massa e di accedere al Rote Flora. A centinaia i manifestanti hanno resistito per diverse ore rispondendo con lanci di oggetti e di molotov. A quel punto, a notte inoltrata, è arrivata la notizia che le autorità avrebbero impiegato le forze speciali antiterrorismo armate di mitra e mezzi blindati. Le squadre speciali hanno fatto irruzione anche in abitazioni private. Nel frattempo a St. Pauli altre barricate. Attorno alle tre la polizia ha tentato di sfondare la linea dei manifestanti incontrando anche qui però una tenace resistenza. Si contano almeno 200 fermi. Solo al mattino la polizia con i mezzi blindati ha potuto riprendere il controllo di alcune strade.

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Domenica, ultimo capitolo della contestazione: centomila sfilano per Amburgo. Ancora scontri in serata dopo le giornate di guerriglia precedenti. Nella giornata di ieri fermi e arresti indiscriminati da parte della polizia.
Durante il corteo “Block G20“, con oltre 100 000 partecipanti, le azioni sono tornate a concentrarsi sullo Schulterblatt, dove nelle sere scorse si erano avuti i disordini più violenti, con barricate e intere notti di resistenza contro le cariche, gli idranti e la militarizzazione. Dopo le dieci di sera di ieri sono tornate davanti alla Rote Flora le barricate, strade bloccate da manifestanti sdraiati a terra per impedire il passaggio degli idranti e dei mezzi, guerriglia diffusa in tutto il quartiere con copertoni in fiamme e cori “Tutta Amburgo odia la polizia!“.

Nel mentre vengono tirate le somme dei tre giorni di controvertice: il sindaco di Amburgo Scholz e la cancelliera Merkel si sono fatti fotografare con i poliziotti, sperticandosi in ringraziamenti e condanne della violenza. La stampa tedesca invece riporta opinioni diverse: anche dai giornali tradizionalmente più ostili ai movimenti viene criticata la scelta di Amburgo come sede per il G20, con disagi alla mobilità, militarizzazione, forze speciali in azione, coprifuoco: “se proprio devono fare il G20, la prossima volta che lo facciano su una portaerei, o su un’isola deserta!“ (Der Spiegel). Sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico da parte della polizia. Lo Spiegel riporta i casi dei poliziotti che prendono a cazzotti dimostranti pacifici, picchiano un uomo ingessato e provocando spesso l’escalation dello scontro.

Nel contesto della rappresaglia da ieri la polizia tedesca ha scatenato una caccia all’uomo ai manifestanti stranieri, in particolar modo italiani, francesi, spagnoli e greci. Non si contano i fermi arbitrari. Circa 290 manifestanti sono stati trattenuti con il solo pretesto de “stiamo cercando italiani pericolosi”, tenuti ore sui cellulari e trattenuti nelle celle di sicurezza delle caserma senza possibilità di comunicare con l’esterno. Stato d’eccezione? Si potrebbe pure chiamarlo così, ma di fatto le giornate di Amburgo hanno messo in crisi un dispositivo complessivo di controllo poliziesco. Fermi e arresti sembrano segnalare un tentativo maldestro di recuperare ex post il fallimento della cosiddetta gestione europea del conflitto. Una cinquantina di attivisti del nord-est e delle Marche sono stati fermati e rilaciati con provvedimenti di allontanamento da Amburgo. Mentre scriviamo un compagno siciliano sta per essere rilasciato dopo un lungo stato di fermo, altri sono stati fermati o si trovano ancora in stato di fermo prolungato. Un altro compagno siciliano, Alessandro, sembra trovarsi in questo momento in stato di arresto. Ale libero!

Insomma…una tre giorni epica di rivolta, quella sana rivolta che segna le ore sull’orologio della storia. Rivolta di cui, anche in Italia, dovremmo riscoprire il sano valore sulla scia dell’esempio datoci dai due movimenti sciali e territoriali più longevi e forti del paese: S.I.Cobas (e in generale nuova classe operaia migrante) e No Tav.
La divisione fra “buoni” e “cattivi” è una favoletta per bambini scemi buona solo a non far danno al padrone: se si vuole essere efficaci, bisogna lottare, creare problemi a chi comanda. Nel rispetto di tutte e pratiche e le forme di lotta, che deve essere reciproco per tutti. Ma con un’unica certezza: gli unici nemici sono i potenti e i loro cani da guardia!

Di seguito alcuni video tratti dalla tre giorni:

La marcia degli zombi (giovedì):

La carica sul corteo del venerdì:

Azioni dirette durante la giornata di venerdì: colpita e incendiata Ikea, finanziatrice diretta di movimenti di estrema destra e responsabile di aver esportato un modello aziendale antisindacale (vedi le due grosse battaglie tenutesi a Piacenza):

Scontri nella notte fra venerdì e sabato:

Azione di riappropriazione e danneggiamento a una catena commerciale durante la giornata di sabato:

Scontri diffusi sabato e nella notte fra sabato e domenica:

Guerra in Siria, il quadro si complica

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Vittime civili dell’assedio condotto con armi chimiche dalla Turchia a Cizre, nel Bakur (sud est turco, a maggioranza curda).

Rilancio articolo di Infoaut:

Il susseguirsi degli eventi delle ultime settimane sta imprimendo una pericolosa accelerazione intorno a quella che per ottimismo della volontà continuiamo a chiamare “crisi siriana” o per riduzionismo “guerra civile siriana” quando è ormai evidente che coinvolgimento, responsabilità, conseguenze e implicazioni eccedono ampiamente il territorio conteso del regime degli Assad.

L’intervento russo in difesa dello status quo ante (e dei propri interessi geopolitici) ha nettamente modificato i termini del confronto, amputando le ambizioni dello Stato Islamico, evidenziando l’inconsistenza del Free Syrian Army sostenuto da Washington, finanche la debolezza degli altri fronti islamisti variamente sostenuti da Sauditi ed altri emirati del Golfo. La convergenza tattica – senza amicizia – tra russi/hezbollah/esercito siriano da un lato e kurd* del Rojava dall’altro sta nei fatti alterando il corso del conflitto. La battaglia di Aleppo, oltre a produrre una nuova ondata di decine di migliaia di profughi, sembrerebbe segnare un punto di non ritorno degli equilibri politico-militari nell’area.

Il rischio immediato sembra però essere quello di una nuova intensificazione dello scontro con l’ingresso on the ground di attori fino ad oggi limitatisi al finanziamento e al leading from behind. Turchia e Arabia Saudita, nonostante l’opposizione (perlomeno dichiarata) degli Stati Uniti, vogliono entrare in Siria per (queste almeno le dichiarazioni ufficiali) combattere l’Isis. Ma aldilà delle buone intenzioni annunciate, questo fatto sembra piuttosto confermare come per quelle potenze regionali la caduta del regime di Damasco venga prima di qualsiasi obiettivo “comune” individuabile nella lotta contro lo Stato Islamico. Se l’ossessione per il vicino è una costante per i Saud e un’acquisizione recente per Erdogan, il salto che questi si apprestano a fare coinvolgendosi direttamente nel conflitto, risponde forse anche alle difficoltà di gestione delle proprie contraddizioni interne (curdi per Erdogan, sciiti interni e islamisti fuori del controllo di Ryad).

Chi esce peggio da questa carrellata di mosse, in atto o soltanto annunciate, e però il blocco “occidentale”, con gli Stati Uniti obbligati a cambiare continuamente gli alleati sul campo (almeno a parole) e al tempo stesso pavoneggiarsi come supervisore degli equilibri sitemici generali (ruolo sempre più contraddittorio e difficile anche solo da rappresentare); dall’altro abbiamo un’Europa incapace di reale autonomia, stretta dalla sudditanza atlantica e dalla dipendenza dalla Turchia per il controllo dei profughi. Il fallimento del recente tavolo di trattative a Ginevra segna il fallimento congiunto dellle mosse euro-stratunitensi, con lo scandalo del mancato invito al tavolo delle milizie curde.

C’è poi un secondo livello di scontro – geopolitico, economico e confessionale – che vede contrapporsi Iran e Arabia Saudita per l’influenza sulla regione. Qui l’Iran ha all’attivo il raggiungimento di un accordo internazionale sul nucleare mentre i Sauditi si trovano a dover far fronte ad una perdita di influenza su più fronti (Siria, Yemen, Libano).

L’eventuale entrata in campo di Bahrein, Emirati e Turchia coi rispettivi eserciti, finora solo una minaccia, porterebbe a un innalzamento del livello dello scontro. Iran e Russia hanno un accordo di difesa con la Siria. In caso di intervento la Russia sarà in guerra contro un paese Nato e un alleato Usa. Questo obbligherà la Nato a schierarsi…

Certo, gli interessi generali sembrano ancora consigliare freni e nuovi accordi ma da tempo le potenze di scala regionale, soprattutto Turchia e Arabia Saudita, mettono sempre più di fronte a questi equilibri i propri interessi immediati. Se aggiungiamo a questo quadretto la recente decisione iraniana di accettare solo più l’Euro come moneta di scambio col proprio petrolio – rilanciando la latente e sempre attuale guerra valutaria tra Europa e StatiUniti – e i ripetuti affondi delle borse mondiali, tutto ci dice che l’opzione-guerra tenderà sul medio periodo a restare il campo privilegiato in cui si disputeranno le contraddizioni capitalistiche, a meno del riemergere di forti movimenti di massa capaci di collegare l’opposizione alla guerra alle battaglie per migliori condizioni di vita in Europa, Usa e medioriente.

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Guerrigliero curdo morto a Cizre. L’ultima pallottola è per non finire vittime delle torture Turche o dei loro amici di Isis

#free5: la Grecia rifiuta l’estradizione

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Rilancio articolo di Atene Calling in merito alla vicenda della richiesta di estradizione per i 5 ragazzi greci accusati di “devastazione e saccheggio” in seguito agli scontri del 1 maggio a Milano.

Il 12 novembre scorso il gip di Milano aveva firmato la richiesta d’arresto per cinque italiani (di cui uno è ancora ricercato) e cinque greci. Per questi ultimi era scattato conseguentemente un “mandato di estradizione europeo”. Oltre che di resistenza aggravata, incendio e travisamento, i ragazzi sono accusati di devastazione e saccheggio. Un reato che proviene dal codice fascista Rocco (tuttora in vigore come codice penale), prevede pene altissime e ha sollevato grosse polemiche in Grecia, dove risulta difficile credere che in un paese europeo si possano prendere tra i dieci e i quindici anni di carcere per aver partecipato a degli scontri di piazza.

Sin dall’inizio del caso, la campagna free5 ha dimostrato una grande solidarietà ai cinque studenti e ha espresso in più occasioni una larga opposizione all’estradizione. Dalla parte dei ragazzi si sono schierate figure istituzionali, personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, organizzazioni sindacali. Durante le udienze, infatti, oltre al sindaco di Agia Paraskevi, dove i cinque risiedono, hanno testimoniato a favore dei ragazzi due eurodeputati, un esponente della corte europea per i diritti umani, diversi membri del sindacato di base dei cuochi e dei camerieri di cui fa parte uno dei cinque, familiari e diverse persone attive nelle organizzazione del quartiere di provenienza dei ragazzi. Ieri, sia i professori che i lavoratori della municipalità di Aghia Paraskevia hanno scioperato. Inoltre, è stata occupata la facoltà di economia ASOEE dall’assemblea solidale contro l’estradizione. Davanti al tribunale, invece, si sono radunate diverse centinaia di persone che hanno manifestato durante entrambe le udienze e torneranno a presidiare l’aula anche lunedì prossimo.

Le motivazioni del rifiuto dell’estradizione non sono state ancora pubblicate e quindi non è possibile entrare nel merito del processo. Di sicuro, però, la decisione è molto significativa e avrà effetti politici non da poco. Era la prima volta che un mandato di arresto europeo veniva spiccato per le misure cautelari a seguito di episodi relativi a scontri di piazza. Questo rifiuto farà sicuramente giurisprudenza e renderà un po’ più difficile il tentativo di criminalizzare e perseguire i movimenti a livello transnazionale. A maggior ragione perché è molto raro che una richiesta di estradizione sulla base del mandato europeo venga negata.

Quello che è accaduto in Grecia è utile anche rispetto alle vicende italiane. Sia per rendere ancora più evidente l’assurdità di un reato, come quello di devastazione e saccheggio, che prevede pene altissime per episodi di danneggiamento, che in genere non vanno oltre la rottura di una vetrina o di un bancomat. Sia per ribaltare la figura ormai mitologica dell’anarchico greco. Mentre i giornali italiani si divertono a descrivere i “pericolosi anarchici” giunti da Atene “solo per devastare”, armati di bottiglie incendiarie e rancore, come parte di una “regia internazionale dietro gli scontri”, dall’altro lato dell’Adriatico questi ragazzi sono semplicemente studenti che godono della simpatia e dell’appoggio dei loro professori, dell’assemblea del loro quartiere, di tanti lavoratori e di moltissimi altri giovani. In aula si è più volte tornati sulla sommarietà della definizione delle accuse con cui le autorità italiane hanno chiesto ad uno Stato sovrano europeo di eseguire l’estradizione di cinque giovani che godono del rispetto di molti proprio per la forza con cui si impegnano per il cambiamento sociale in Grecia. Tra l’altro, sulla base di una traduzione contraddittoria dell’originale mandato di cattura in italiano. Inoltre, è stato evidenziato, e questo non solo dagli avvocati difensori, ma dagli stessi PM, che pure sono rimasti fino alla fine favorevoli all’estradizione, come fosse nei fatti la prima volta che un simile procedimento si svolgesse nei confronti non di pericolosi criminali (per i quali solitamente è usato: narcotrafficanti, sfruttatori di prostituzione e simili), ma di giovani politicamente determinati e impegnati a costruire un futuro migliore. Speriamo che tutto questo serva, in qualche modo, anche ai ragazzi italiani colpiti dallo stesso procedimento.

Seminari NAP: domenica 11 nella sede dei SiCobas parliamo di Grecia con Andrea Fumagalli

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Ricominciamo, per il quarto anno di fila.

Dopo l’inatteso boom di presenza dello scorso anno, torniamo a proporvi i nostri incontri come occasione di arricchimento culturale gratuita.
A Piacenza, lo sappiamo, il pensiero critico non ha spazio, stretto tra un festival del (loro) “diritto” e una coltre di nebbia informativa che oscura la parte povera e in lotta della città.
Lo diciamo chiaramente: questa quarta edizione è per noi un esperimento. Potevamo ritirarci soddisfatti dopo il pienone dello scorso anno, ma vogliamo continuare a indagare il nostro presente pieno di stimoli (si pensi al primo incontro sulla Grecia…). Chi ha partecipato in passato sa che possiamo riuscire ad andare in profondità riuscendo a rimanere comprensibili, creando un momento DIVERTENTE e non pesante.
Sappiamo che a Piacenza è socialmente disdicevole andare oltre discorsi da bar o di impegno da tastiera, ma ostinatamente riteniamo che due ore di serietà al mese non possano che farci bene, che farci crescere meglio (o invecchiare, gli incontri sono rivolti a giovani e meno giovani!).

Ci piacerebbe farla breve. Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni. Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci piacerebbe che fosse abbastanza scrivere «rivoluzione» su un muro per incendiare la piazza. Ma bisogna sbrogliare la matassa
del presente, e regolare qui e là i conti con delle falsità millenarie. E’ necessario tentare di digerire anni di convulsioni storiche.
E decifrare un mondo in cui la confusione è fiorita su di un tronco di malintesi. Ci siamo presi il tempo di discutere sperando che
altri si prendessero il tempo di dialogare. Discutere è una vanità, se non lo si fa per l’amico. Per l’amica che ancora non si conosce
o che si conosceva, anche. Negli anni che vengono saremo dappertutto il mondo prende fuoco. Nel frattempo, ci trovate qui…

SI COMINCIA DOMENICA 11 OTTOBRE ALLE ORE 17 PRESSO LA SEDE DEI SICOBAS, VIA SAN FRANCESCO 8 (DAVANTI AL NEGOZIO SCOUT). Il tema del primo incontro sarà “Grecia: eros e tanatos del capitalismo”, di cui parleremo con Andrea Fumagalli, nostro ospite fisso e divulgatore ineguagliabile di temi economici. Parlare di cose serie e difficili in modo facile e divertente. Non mancare!

https://www.facebook.com/events/481289828708494/

I creditori sono i veri vincitori in Grecia. Sulle elezioni appena svolte e altre storie.

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Rilancio un testo diffuso oggi da Yanis Varoufakis. Per chi ha memoria o segue il blog non sfuggirà che si tratta di una voce di primo piano rispetto alla situazione Greca. Ministro “no debito” con il primo governo Tsipras, poi dimissionario e contrario alla resa di Syriza all’accettazione del memorandum. Uomo dai modi spicci che non ha mai rifiutato il confronto con i movimenti potendosi fregiare della coerenza delle sue azioni (coerenza che sembra essere invece smarrita dalla “sinistra” istituzionale italiota, sempre pronta a saltare sui carri dei vincitori anche a discapito della decenza).
Quel che è certo, è che resasi evidente la fine di ogni pretesa di democrazia in estate (con il tradimento del NO al referendum sul memorandum lacrime e sangue poi accettato da Tsipras), le urne sono state disertate da più del 50% della popolazione greca. A ciò ha corrisposto una lieve ripresa dei movimenti sociali e antiautoritari. Lieve e non sufficiente, mi sembra di poter dire, e su questo rimando all’introduzione di un piccolo saggio politico uscito nei mesi scorsi (“Ai nostri amici”, del Comitato Invisibile), laddove dice che “dobbiamo ammetterlo, noialtri rivoluzionari siamo stati sconfitti. Non perché dal 2008 in poi non abbiamo avuto come obiettivo la rivoluzione ma perché ci siamo allontanati, di continuo, dalla rivoluzione come processo“.
Intanto, continuano le torture ai danni delle e dei militanti greci: braccia spezzate a colpi di manganello, dita rotte per il passaggio ripetuto sui piedi degli arrestati dei motorini delle squadre DELTA, denti spaccati a pugni. Questo è quanto riferiscono gli avvocati di movimento (un focus su questo lo trovate qui: http://www.osservatoriorepressione.info/grecia-torture-della-polizia-a-exarchia/ ). La particolare fascistizzazione e violenza delle squadre speciali della polizia greca è un’altro punto d’ombra del primo governo Tsipras, che aveva annunciato grandi riforme in merito.
Di seguito l’intervento di Varoufakis.

Alexis Tsripas ha strappato una vittoria clamorosa dalle fauci della capitolazione umiliante di luglio ai creditori della troika. Sfidando i partiti di opposizione, i sondaggi d’opinione e le voci critiche all’interno del partito (incluso il sottoscritto), Tsipras è rimasto al Governo con una maggioranza ridotta, ma funzionante. La domanda è se può mantenere questo mandato e rimanere al potere nei mesi a venire.
I più grandi perdenti di queste elezioni sono stati i piccoli partiti che occupano le posizioni estreme del dibattito seguito al referendum. Unità Popolare (scissione a sinistra di Syriza, ndr) non è riuscito incredibilmente a sfruttare il dolore provato dalla maggioranza degli elettori che hanno votato “No” ad un accordo che riduce la sovranità nazionale ulteriormente potenziando già livelli nocivi di austerità. Potami, il diletto riformista della troika, non è riuscito a raccogliere il più piccolo consenso. Con Tsipras ora fermamente al comando con un programma della troika di nuovo conio, i partiti pro-troika non avevano nulla da offrire.
Il più grande vincitore è la troika stessa. Nel corso degli ultimi cinque anni, le leggi promulgate dalla troika sono riuscite a passare nel Parlamento ellenico con maggioranze ridotte che restituivano ai propri autori notti insonni. Ora, le leggi necessarie per sostenere il terzo piano di salvataggio passeranno con ampie maggioranze, dal momento che Syriza si è assunta questo impegno. Quasi ogni deputato dell’opposizione (con l’eccezione dei comunisti del KKE e nazisti di Alba Dorata) è a bordo.
Naturalmente, per arrivare a questo la democrazia greca ha dovuto subire pesanti ferite (1,6 milioni di greci che hanno votato al referendum non hanno perso tempo ad andare a votare domenica) – mentre nessuna grande perdita è stata subita dai burocrati a Bruxelles, Francoforte e Washington, per cui la democrazia è comunque un fastidio.
Tsipras deve ora attuare un programma di consolidamento fiscale e di riforme che è stato progettato per fallire. Le piccole imprese senza liquidità che non hanno accesso ai mercati dei capitali, devono pre-pagare le tasse del prossimo anno sulla base delle loro proiezioni dei profitti nel 2016. Le famiglie devono pagare tasse di proprietà scandalose per appartamenti o esercizi in sofferenza che non riescono nemmeno a vendere. Gli aumenti dell’Iva incrementeranno solo l’evasione fiscale. Settimana dopo settimana, la troika chiederà più recessione e più politiche antisociali: tagli alle pensioni, assegni familiari più bassi, più pignoramenti.
Di fronte a questa tempesta, il piano del Primo Ministro si fonda su tre impegni. In primo luogo l’accordo con la troika è sospeso, lasciando spazio per l’ulteriore trattativa di dettagli importanti; secondo, la ristrutturazione del debito sarà presto in dirittura d’arrivo; terzo, gli oligarchi saranno contrastati. Gli elettori hanno sostenuto Tsipras perché è apparso il candidato maggiormente in grado di rispondere a queste promesse. Il problema è che la sua capacità di farlo è gravemente limitata dal contratto che ha firmato.
Il suo potere di negoziare è trascurabile dato che le condizioni del memorandum chiariscono che il governo greco deve “essere d’accordo con la [troika] su tutte le azioni rilevanti per il raggiungimento degli obiettivi del protocollo d’intesa” (si noti l’assenza di altrettanto impegno da parte della troika nei confronti del governo greco).
L’accordo sulla ristrutturazione del debito sarà senza dubbio raggiunto, in qualche forma, ma non al punto da essere terapeutico. La ristrutturazione del debito è importante in quanto permette di condizioni di minore austerità (cioè con obiettivi di avanzo primario inferiori) tali da stimolare la domanda interna e da suscitare spiriti animali degli investitori. Ma con un livello così duro di austerità già deciso (avanzi primari assurdi di 3,5% del PIL dal 2018 in poi) è tale da dissuadere gli investitori più accorti.
La terza promessa è la chiave del successo di Tsipras. Avendo accettato un nuovo prestito extend-and-pretend che limita la capacità del governo di ridurre l’austerità e prendersi cura delle fasce sociali più vulnerabili, la ragion d’essere che rimane a una amministrazione di sinistra è quella di contrastare gli interessi acquisiti nocivi e parassitari. Tuttavia, la troika è il miglior amico degli oligarchi, e viceversa. Durante i primi sei mesi del 2015, quando stavamo sfidando il monopolio della troika sul potere di definire le politiche in Grecia, i più grandi sostenitori nazionali della Troika erano i media di proprietà dell’oligarchia e i loro agenti politici. Le stesse persone e gli stessi interessi che ormai supportano Tsipras. Tsipras può voltare loro le spalle? Io credo che lui lo desideri, ma la troika ha già disinnescato le sue armi (ad esempio forzando lo scioglimento del gruppo di lotta alla criminalità economica, SDOE).
Nel 2014 il Primo Ministro conservatore Antonis Samaras si è trovato in un dilemma simile, costretto ad attuare un programma della troika destinato a fallire. Samaras ha cercato una soluzione fingendosi fedele alla troika mentre al contempo cercava di non collaborare, per timore che Syriza vincesse.
Tsipras avrà più successo nel fingere impegno verso un altro programma della troika destinato a fallire? Le prospettive non sono brillanti, ma non è detto che falliscano. Il suo destino dipende dalla capacità del nuovo governo di mantenere una relazione con le vittime dell’accordo con la troika, di implementare vere riforme per dare agli investitori in buona fede una certa fiducia ad investire, di utilizzare l’intensificarsi della crisi per esigere concessioni reali da Bruxelles. Si tratta di un’impresa difficile. Il problema è che la vittoria, per quanto dolce, non è il punto. Il punto è fare la differenza.
Parlando di differenza, i conservatori hanno fatto del loro meglio per proiettare un’immagine di sé più morbida durante l’intera campagna elettorale. Ahimè per loro, la crisi dei rifugiati ha costretto la loro misantropia a venire allo scoperto. Il contrasto tra l’accoglienza offerta a migliaia di rifugiati nelle ultime settimane e la costruzione di campi per migranti fatta dal governo Samaras spiega perché molti elettori di sinistra anche delusi dalla firma del memorandum siano tornati a votare per Syriza nei seggi elettorali.
In rari momenti di inspiegabile ottimismo mi piace pensare che la gentilezza nei confronti di migranti in difficoltà possa essere il precursore di una nuova campagna del governo greco contro la visione distopica d’Europa portata avanti dalla troika.

N.B. riportare questo testo ha la sola funzione di dar spazio a una voce importante quanto odiata dai media pro-troika, non significa condividerne al 100% le attese o speranze.

La calda estate di un’Europa non pacificata…

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Lo Shin Fein si scontra in Irlanda del nord. Il meticciato di Liverpool accerchia e azzera i rigurgiti nazionalisti inglesi. Un’Italia intorpidita dal caldo estivo assiste immobile, fatte salve alcune sacche di coraggiosi, allo scempio dei morti di fatica in puglia e dei migranti sequestrati sugli scogli di Ventimiglia. Quegli stessi migranti che muoiono cercando di superare Calais e che si scontrano sull’isola di Kos, in Grecia, ostaggi dei vulnus legali della Fortezza Europa.

E mentre la desertificazione culturale porta molti italiani a bere la versione fascioleghista dei “35 euro al giorno ai profughi”, la verità è che il buisness dell’accoglienza intasca (e incarcera, se pensiamo a come vengono stocckati e incanalati verso le associazioni i migranti di Ventimiglia) mentre i flussi inarrestabili dei migranti ridisegnano la geografia umana ai bordi e dentro la Fortezza Europa stessa.
Che ciò avvenga a partire dai paesi mediterranei, quelli maggiormente esposti alle conseguenze della crisi dal 2008 in avanti, è una tragica ironia della sorte che però insiste direttamente su quegli scenari, una variabile che sicuramente inciderà negli orientamenti politici e nel dispiegamento delle lotte future.

E balza agli occhi come sia proprio nel sud est del mediterraneo che si addensano ad oggi le maggiori contraddizioni e i maggiori stimoli per un rivoluzionario europeo.
Grecia e Turchia, scenari molto diversi ma che indicano una sempre maggiore prossimità all’Europa continentale di un conflitto irrimediabilmente avviato a “momenti supremi” dagli esiti non scontati.

Parlando di Grecia, possiamo dire di aver assistito fra Giugno e Luglio a un momento storico. La fine di ogni legittimità democratica, con lo sbugiardamento del referendum chiamato da Tsipras e che aveva espresso chiaramente un “no” all’Europa del debito. Un momento storico, certo, ma che possiamo vedere come agito soprattutto “dall’alto”. La partita è stata fra il governo Tsipras, Varoufakis e la Trojka. Non vogliamo certo negare gli sforzi dei compagni greci, ma è evidente che il movimento antiautoritario ha mostrato un gap di prontezza e di potenza dopo la stagione gloriosa del 2008-2013. Una debolezza che non ha impedito alcuni momenti di presa di parola (vedi scontri sotto il parlamento), ma che deve essere indagato per poter essere superato. Crediamo che alcuni spunti in questo senso vengano dall’ultimo lavoro del “comitato invisibile”, il saggio (liberamente scaricabile sul web) “Ai nostri amici”. E tuttavia quello scenario è in evoluzione e vivrà nei prossimi sei mesi tappe fondamentali. Perché ancora due trance del memorandum devono essere approvate dalle istituzioni elleniche, e il movimento, noi e tutti coloro che in forme diverse si oppongono alla dittatura neoliberista e rigorista (strano mix, per chi si intende di economia…) non staremo a guardare.

Come sempre, al di là di chi fa il tifo da fuori campo, vale la pena lo sforzo di una analisi che non si limiti alla discussione sui gesti e gli eventi, ma si fissi sui processi e le possibilità. Ipotesi dirompenti e adeguate a sostenere il livello dello scontro, lì come qui, devono ancora fiorire. Ragionare su insufficienze e limiti per aggirarli, eccederli, sfondarli, diviene sempre più necessario. Come rendere i piedi per terra delle lotte non fugaci apparizioni ma durature processualità di contropotere, sottrarre risorse per le lotte alle controparti, costruire percorsi di autonomia, esperimenti, allusioni concrete ad altre forme di vita… questi sono i temi, queste le domande che ci riguardano e che dovremo porci, e che a partire dall’analisi di quanto successo in queste settimane, con lo sguardo sempre rivolto ai processi di trasformazione oltre lo Stato e le dimensioni classiche della sovranità, dovremo approfondire affinchè ci servano da aiuto nell’azione quotidiana sui nostri territori.

Parlando di Turchia, possiamo rifarci a un bell’articolo di Infoaut per limitarci a prendere atto di alcuni dati: Mentre scriviamo, la guerriglia dei valorosi e delle valorose contro le bande dell’ ISIS continua senza tregua. Mentre scriviamo, il CHP (Partito Popolare Repubblicano Turco) ha ufficializzato le accuse al Sistema di Intelligence Nazionale, posto direttamente agli ordini del Primo Ministro, di essere stato al corrente della prossimità dell’attacco dell’ISIS a Suruç, generalizzando la portata di un conflitto che sta vedendo diverse organizzazioni della sinistra parlamentare ed extra-parlamentare impegnate nei quartieri proletari di Istanbul come nel Sud del Paese. Leggendo tra le righe e con cautela queste notizie, balza all’occhio che l’attacco al PKK è in buona parte comprensibile all’interno di un processo di delegittimazione dell’ HDP (la sua emanazione elettorale), il cui exploit nell’ultima tornata elettorale ha fatto saltare, almeno temporaneamente, l’aspirazione totalizzante di Erdogan.

Il nodo della necessità del conflitto nel territorio turco come in Rojava, e sulla difficoltà di estenderlo a livello transnazionale come input organizzativo che ecceda le frontiere e contro-informi chi non intende esularsi dai processi di liberazione e autodeterminazione presenti e futuri, interroga a suo modo l’eterogeneità delle militanze nella loro prospettiva di essere parte integrante di questi processi anziché testimoniali, con tutta l’umiltà del caso e una paziente generosità quotidiana da sovrapporre ai sit-in e agli attestati circostanziali.

Essere parte integrante di questi processi, lo ri-sottolineiamo, perché è questa la nostra responsabilità. Incrinare il progetto di assoggettamento della Fortezza Europa, liberarsi dall’economia del debito, affrontare i suoi dispositivi di governance dalla Val Susa a un picchetto è immediatamente un attacco a chi esercita l’ultima funzione di trasmissione del comando, in Grecia come in Turchia. Il campo di battaglia è ovunque, da Milano ad Atene, da Calais a Suruç. Noi ci saremo.

Continua l’epopea greca fra “tradimenti” e ripresa delle lotte.

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Gli scontri fuori dal parlamento greco durante l’approvazione della prima tranche del terzo memorandum, la notte del 15 luglio.

La cronaca dei fatti è nota: dopo la vittoria a valanga del “no” al referendum sull’accettazione del memorandum voluto dalla trojka, Tsipras è tornato in Europa dove ha trovato una rigidità ancora maggiore di prima. Il terzo memorandum dal 2008 ad oggi è quindi addirittura peggiore di quello contro cui si era espresso solo pochi giorni fa il popolo greco (eccezion fatta per lo stralciamento del taglio secco ai salari, cosa non da poco…).

A vincere è ancora una volta la linea dell’austerità, che con le sue politiche continuerà il massacro verso il popolo greco e il travaso di soldi dalle fasce povere della popolazione a quelle ricche.
A uscire massacrata è l’idea di democrazia. Già messa fortemente in discussione in tempi di “crisi” neoliberista, essa dimostra oggi come elezioni, volontà popolari e orpelli annessi siano poco più che slogan, mentre il potere rimane saldamente nelle mani delle oligarchie tecnocratiche al servizio del capitale privato, trasversali agli schieramenti politici e distribuite in tutte le istituzioni politiche ed economiche continentali.

Tuttavia, come suggerivo nell’articolo di qualche giorno fa, centrale rimane per noi la capacità di produrre lotta e conflitto. Mentre la sinistra nostrana (sempre esposta alle fascinazioni esterofili che cerca di imitare bypassandone i passaggi base…) cantava vittoria per il referendum, in quell’articolo si invitava a non cedere a facili entusiasmi e a concentrarsi sulla ripresa del ciclo di lotte. Mentre alcune sette di “duri e puri” vaticinavano della malafede di Tsipras e della nocività del governo Siryza, noi compagni egualmente invitavamo a focalizzarsi sulla ripresa delle lotte.

Oggi potrebbe sembrare che avessero ragione “gli ultracritici”. E invece ancora una volta dovremmo stare calmi, non eccedere ne da una parte ne dall’altra, ricordandoci che si tratta di dinamiche complessissime.
L’antagonismo (di piazza, di comportamenti e scelte di vita, di distribuzione di ricchezza fra le classi…) ha dalla sua la qualità di poter orientare dei processi politici: per questo le molotov sotto il parlamento sono le benvenute a prescindere da improbabili pronostici sul futuro: laddove non vi è più nulla da difendere o da salvare in questa democrazia, ben venga il conflitto (in realtà ancora troppo debole). Esso è da un lato l’unica cosa onesta rimasta da fare, dall’altro un potenziale (e non si tratta di un pronostico) elemento che può condizionare Siryza o la sua componente “Piattaforma di Sinistra”, cui sembra sempre più vicino il dimissionario Varoufakis…

Al di là delle specifiche interpretazioni, “ad Atene” o “su Atene” è in atto un approfondimento delle tensioni e della scomposizione delle forme di potere, che ormai da parecchio tempo non sono più in grado di proporre stabili relazioni di governance all’intero della provincia europea, rimaterializzando lo spettro di un Politico che sempre più si polarizza nelle sue condizioni “estreme” di amicizia e inimicizia.

Rispetto ad Atene, per chi ad essa guarda, prova empatia, vede “lì” in atto un passaggio, la giornata di ieri ha forse contribuito a “riportare i piedi sul terreno”. Le riunioni di Syriza, la “Coalizione della Sinistra Radicale”, si dividono, si spaccano e pare sgretolarsi il progetto, schiacciato dal peso della violenza che si è riversata sul paese, e da un limite “di forma”.

Il ministro delle finanze Tsakalotos dichiara “Non avevamo scelta” durante la seduta del parlamento chiamato a votare la nuova tranche di austerità. Al contrario di quanto qualcuno pensava poco tempo fa, lungi dall’essere terminata, l’austerity rimane orizzonte strategico per un pezzo egemone del capitalista collettivo in questo quadrante di mondo. E la frase, probabilmente involontaria, del ministro, non può che essere messa in relazione con il famoso T.I.N.A. (There is no alternative) di thatcheriana memoria.

La società va dissolta, i conflitti annullati. Con le diverse sfumature e i violenti cambiamenti assunti nel corso degli ultimi decenni, questi rimangono i binari di fondo sui quali stiamo correndo. A ritmi sincopati e ora potentemente in impennata, con un repertorio che attinge a tutti gli strumenti, nuovi e vecchi, della lotta di classe (a trazione, ça va sans dire, dall’alto).

Syriza si sfalda in guerre interne e personalismi, stritolata entro moduli di agibilità ridotti al lumicino e non mettibili in discussione. Diremo un’ovvietà, ma nel mondo d’oggi (e da parecchio ormai..) la presa del governo non equivale alla presa del potere. Che è ramificato, sociale, diffuso e al contempo articolato su differenti scale geografiche. La metamorfosi di una forma politica, sia essa un partito “tradizionale” o un governo, è certo teoricamente possibile, ma cosa rara e e richiedente azzardi e salti. Alcune forme hanno confini superabili, altre probabilmente no.

Gli scenari sono ovviamente aperti e in movimento, ma per chi un’“alternativa” se la vuole porre davvero (e non limitarsi a governare diversamente l’esistente), i percorsi tracciati da altri e inaggirabili entro cui si sta muovendo Syriza han qualcosa da dire su tali forme e molto oltre di esse. Certo, qualcuno potrà dire, se le elezioni in Spagna fossero state adesso, se in altri paesi…anche qui saremo banali, ma la storia non si fa coi se e coi ma.

Nelle strade di Atene, comune di 650mila abitanti e polo attrattore di un’ampia conurbazione urbana che raggiunge i 4milioni di abitanti (più di un terzo dell’intera Grecia), sono tornate nelle strade anche altre forme politiche con scioperi e scontri. Questo Stato, delle dimensioni della Lombardia ma con un peso specifico molto differente, è stato dunque ieri riattraversato anche da istanze che da tempo parevano sopite.

Come sempre, al di là di chi fa il tifo da fuori campo, vale la pena lo sforzo di una analisi che non si limiti alla discussione sui gesti e gli eventi, ma si fissi sui processi e le possibilità. Ipotesi dirompenti e adeguate a sostenere il livello dello scontro, lì come qui, devono ancora fiorire. Ragionare su insufficienze e limiti per aggirarli, eccederli, sfondarli, diviene sempre più necessario.

Ma anche su questo è importante essere chiari: per chi si ponga nella pratica quotidiana e nell’orizzonte di un rovesciamento dei rapporti di forza effettivi nella “società”, nei territori, verso la cesura di un tempo storico (e non è assolutamente detto, tutt’altro, che questa sia la prospettiva di molti), essere più realisti del re nella difesa di Tsipras, criticarne i limiti di stratega, o esaltarsi per una fiammata, è noiosa perdita di tempo. Questi approcci si possono pure lasciare agli opinionisti.

Come rendere i piedi per terra delle lotte non fugaci apparizioni ma durature processualità di contropotere, sottrarre risorse per le lotte alle controparti, costruire percorsi di autonomia, esperimenti, allusioni concrete ad altre forme di vita… questi sono i temi, queste le domande che ci riguardano e che dovremo porci, e che a partire dall’analisi di quanto successo in queste settimane, con lo sguardo sempre rivolto ai processi di trasformazione oltre lo Stato e le dimensioni classiche della sovranità, dovremo approfondire affinchè ci servano da aiuto nell’azione quotidiana sui nostri territori…

…la linea del fronte è ovunque si possa attaccare la struttura di controllo, gestione, comando e repressione del potere capitalista che si fonda sul rigorismo e l’estorsione! I nostri attacchi possono essere il miglior aiuto al popolo greco, qui ed ora come in piazza Syntagma nei prossimi mesi in occasione dei prossimi passaggi di approvazione delle tranche del memorandum.

Fuoco greco…

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Rilancio editoriale di Infoaut che a mio avviso ben inquadra la situazione, in divenire, che si sta verificando in Grecia.

Fin dall’inizio del dibattito nostrano sulla situazione greca abbiamo criticato un doppio atteggiamento ideologico: da un lato quello di chi vedeva acriticamente in Syriza il “buongiorno”, sperando di poter esportare in Italia la ricetta elettorale di successo; dall’altro quello di chi, altrettanto acriticamente, si rinchiudeva su posizioni settarie, accusando il partito di Tsipras di aver prosciugato le lotte e sperando in un suo fallimento. Contro i primi, pensiamo che non sia sul piano elettorale che si gioca la partita della trasformazione. A differenza dei secondi, pensiamo che le contraddizioni che si aprono anche sul piano istituzionale possono essere (talvolta) utilizzate dai movimenti. Tanto più se quelle contraddizioni hanno la loro origine e spinta costrittiva proprio nelle lotte, che in Grecia sono cominciate con le mobilitazioni universitarie nel 2006-2007 contro il Bologna Process, esplose l’anno successivo nella rivolta di massa seguita all’assassinio di Alexis Grigoropoulos, continuate nella battaglia senza tregua contro le politiche di austerity e il Memorandum e nelle tante esperienze di autorganizzazione sociale della vita di interi quartieri. Il governo d Syriza, piaccia o non piaccia ai suoi dirigenti, nasce anche dal fumo delle barricate, ed è questo l’unico debito che deve rispettare se vuole avere qualche possibilità di successo.

Ora, dopo la rottura della trattativa con la Troika e l’indizione del referendum sui termini del cosiddetto “accordo” (leggi diktat), alcuni risultati ed elementi di riflessione sono già evidenti, comunque vada a finire. Il primo è che c’è un sicuro sconfitto: è l’europeismo di sinistra, di chi diceva “una cattiva Unione Europea è meglio di nessuna Unione Europea”, di chi si è fatto intrappolare e ha riprodotto a mo’ di scomunica l’alternativa tra UE e ritorno allo Stato-nazione. Una parte dei movimenti è stata influenzata da questo ordine del discorso, l’esperienza di Blockupy per esempio ne è interna. Oggi la signora Merkel, dalle redini del comando, strepita: “se fallisce l’euro fallisce l’Unione Europea”. Cosa hanno da dire in proposito gli europeisti di sinistra? La verità è che si può cavillare finché si vuole sulla differenza tra Europa e Unione Europea, e tra queste e l’austerity. Per chi guarda a una simile questione filosofica senza i soldi per arrivare alla fine del mese, la realtà è però molto più semplice: oggi Europa significa Unione Europea, e Unione Europea significa austerity. Dunque, non si può lottare contro l’austerity se non si lotta contro questa Europa.

Per lottare contro questa Europa, al contrario però di quello che ne pensano i nazionalisti di destra e di sinistra, bisogna costruire lotte sul piano europeo e internazionale, da Atene agli scogli di Ventimiglia. Dunque, se si vuole combattere in modo efficace e massificato al contempo contro l’austerity e contro i fascismi striscianti, questa è l’unica strada disponibile: partire dal rifiuto di questa Europa per dargli una direzione radicalmente opposta ai Salvini e alle Le Pen (perfino Brunetta adesso si scopre strumentale simpatizzante del referendum greco, a dimostrazione del consenso popolare per la rottura con la UE e della capacità che ha avuto di costringere i nemici a inseguirla su un terreno a loro avverso).

Il secondo elemento è che le istituzioni europee e internazionali sono costrette a gettare la maschera: da oggi in avanti non possono più utilizzare nemmeno la parvenza della democrazia. La democrazia muore all’ombra del Partenone, dove era nata alcuni millenni fa. La sua storia era iniziata segnata dalla schiavitù, finisce nello stesso modo.

Però l’oppressione non è un destino, si può rompere e rovesciare, questo è il terzo elemento. L’hanno fatto Tsipras e Syriza rompendo la mistificazione della trattativa e convocando il referendum. L’hanno fatto infischiandosene della minaccia della Troika e della chiusura delle banche. L’hanno fatto rendendo in questi giorni gratuiti i trasporti, uno dei terreni simbolicamente e concretamente importanti delle lotte degli ultimi anni, pensiamo solo alle insorgenze metropolitane in Brasile del 2013. Si chiudono borse e banche, si apre – certo in modo ancora embrionale o poco più che simbolico – la possibilità della riappropriazione della ricchezza accumulata (o almeno un accenno).

L’hanno fatto in modo probabilmente tardivo, perdendo a lungo tempo in una finta trattativa che non aveva altro scopo se non quello di rafforzare la posizione della dittatura finanziaria, che tende a far passare come dato tecnico e oggettivo ciò che invece appartiene al campo di forze e decisione della politica. Ora, nel momento della rottura, la politica torna a essere strumento di lotta contro la tecnica. In ogni caso, il dato è che Syriza – presto o tardi, per volontà o per costrizione – è riuscita a rovesciare quello che i tecnocrati di Bruxelles presentavano come un destino oggettivo. Lo ha fatto semplicemente mettendosi al servizio dei movimenti e delle lotte: non ponendosi cioè sul piano della falsa trattativa, che fa apparire come dialogo ciò che è un diktat, ma rompendola. Raccogliendo quello che è il grande portato dell’insorgenza in Grecia degli ultimi anni: il rifiuto. Ecco perché il no, l’“oxi”, diventano oggi parola d’ordine unificante: perché quel no è in grado di parlare alla composizione sociale colpita dalla crisi molto più e molto meglio di qualsiasi proposta alternativa, che ancora una volta cadrebbe nella trappola del tecnicismo finanziario e mercantile. Perché quel no non accetta il tavolo, ma lo ribalta. Perché quel no è il lessico dei movimenti contro l’austerity: no, noi la crisi non vogliamo continuare a pagarla. Quel no, ben al di là di come andrà il referendum, può allora diventare uno spazio di possibilità, se quel no sapremo generalizzarlo e farne programma di lotta. Con buona pace dei postmoderni, non c’è nessun per che non sia innanzitutto un contro, nessuna possibilità di costruire nuove forme di amicizia che non sia in primo luogo l’individuazione di un nemico.

Syriza resisterà oppure cederà? Non è questo il nostro problema, perché noi non siamo né vogliamo essere tifosi o spettatori di questa partita. Il nostro problema è come noi utilizziamo questo spazio che si è aperto. Syriza – ripetiamo, cambia poco se vi è stata costretta o se lo ha scelto – ha portato all’estremo punto di tensione, fino alla rottura, le possibilità di un riformismo di sinistra o della rappresentanza, ovvero ciò che la stessa Syriza incarna, disvelandone il loro esaurimento. Ora la parola ripassa alle lotte. In questo senso il problema non è discutere se il futuro greco sia avanti con l’euro o indietro con la dracma: quello che noi dobbiamo pensare è come combattere entrambe le opzioni, per determinare l’inizio di una nuova storia.

Una volta si diceva: la catena si spezzerà non dove il capitalismo è più debole, ma dove la classe operaia è più forte. Indubbiamente la Grecia in questi anni è stata una punta avanzata del conflitto sociale: chi diceva che quel livello di lotta non aveva raggiunto alcun risultato, ora dovrebbe ricredersi. Nel bene e nel male, infatti, i risultati non si misurano necessariamente nell’immediato. Oggi la Grecia può essere l’anello da forzare per cominciare a mettere in crisi l’intera catena del comando. Il poeta diceva: “là dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”. Le lotte, quando sono radicali, agiscono sempre questo piano di rottura: collocati sul bordo del burrone, iniziamo allora a costruire le linee della trasformazione possibile. Lasciamo a tutti gli altri, tecnocrati immaginari e prudenti gestori dell’esistente, il triste spettacolo del già noto.

Su Syriza/2: una prospettiva economica

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La Grecia torna a fare notizia. Si è interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità” (=impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione negli ultimi anni, e ora suona l’allarme sulla possibilità che l’”estrema sinistra” di Syriza vinca le prossime elezioni del 25 gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più parti, infatti, che “noi tutti” (“ciascun cittadino” dell’Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia dovesse non ripagare il suo debito a seguito dell’avvento al governo di Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto “a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati”, e quindi “noi cittadini” (così Stefano Lepri, “La Stampa”, 31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo “noi”, gente che vive del proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva – il sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.
Una sequenza di balle che proviamo a sgonfiare con un po’ di contro-informazione (di Syriza e della sua politica, parleremo in una seconda nota).

La prima cosa da chiarire è: come si è formato l’enorme debito pubblico greco?
Le ragioni sono tutt’altro che misteriose, anche se poco conosciute.
La prima: in Grecia grandi capitalisti e chiesa sono esentasse. Forse non tutti sanno che… gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. A questo manipolo di poche centinaia di supermiliardari, va aggiunta la chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e i cui preti sono a carico dello stato. Esentasse sono poi le enormi fortune trasferite all’estero (calcolate in circa 600 miliardi di euro: quasi il doppio del debito stesso), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse, molte delle quali sono state aiutate a frodare il fisco greco proprio dal Lussemburgo di Juncker, il presidente della Commissione europea…
La seconda: le spese militari. Lo sapevate che per gli armamenti lo stato greco spende il 3,1% del Pil? In percentuale, più di Gran Bretagna e Francia, i due stati europei che più spendono in armi. Tra il 2005 e il 2009, proprio gli anni in cui è andato maggiormente lievitando il suo debito di stato prima dello scoppio della crisi, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa – parola del Sipri di Stoccolma. Da chi ha acquistato aerei da combattimento (il 38% del volume delle sue importazioni)? Da “noi” comuni “cittadini”? Non esattamente. I 26 F16 li ha comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro, che ha fatto della Grecia il terzo cliente dell’industria militare francese nei primi dieci anni del secolo.
La terza: le faraoniche spese per le olimpiadi del 2004, in totale si stima oltre i 20 miliardi di euro, triplicate rispetto alle previsioni (è un classico dai “grandi lavori”/grandissimi furti, che abbiamo visto con il Mose e vedremo con l’Expo). Nel 2004 l’indebitamento pubblico balza da 182 a 201 miliardi di euro e il rapporto deficit/Pil dal 3,7% al 7,5%. In questa circostanza la cattiva gestione della cosa pubblica e il sistema di corruzione e tangenti hanno avuto il suo culmine, e i legami con i capitali globali si sono fatti ancora più stretti perché molte grandi imprese europee e statunitensi ci hanno banchettato su alla grande – tra quelle made in Italy IVECO, Impregilo, Finmeccanica, Italcementi, le imprese sportive associate in Assosport, etc.
La quarta: la corruzione dilagante dei più alti funzionari dello stato. Attenzione, però! La corruzione degli amministratori, che fa lievitare le spese e il debito dello stato, presuppone che ci siano dei corruttori che traggono dalle tangenti pagate dei vantaggi enormemente superiori al loro costo. Le prime della classe in questa nobile gara sono finora state le grandi imprese tedesche. Per l’affare della vendita di sottomarini Poseidon, ad esempio, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro. Per assicurarsi una commessa di 170 carri armati Leopard, missili Stinger e caccia F-15, la Krauss-Maffei Wegmann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. Quindi la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn…
La quinta, ma non certo l’ultima per ordine di grandezza, tutt’altro!, è il pagamento degli interessi sul debito di stato, pari – solo negli ultimi anni – a 40,6 miliardi di euro, a favore degli altri stati europei, tra cui l’Italia (“non abbiamo fatto doni alla Grecia, ma prestiti”, dichiarò a suo tempo Tremonti), del FMI, delle grandi banche europee.

Per coprire le vere cause dell’ingigantimento del debito di stato, accentuato dalla durissima crisi dell’economia greca, sono state confezionate alcune leggende metropolitane da sfatare.
Del tipo: il debito pubblico è dovuto ad un eccesso di spese sociali. In realtà la Grecia dal 1998 al 2007 (anni in cui l’economia greca è costantemente cresciuta del 4% all’anno) ha speso in spese sociali 5.400$ pro capite: meno della metà di Francia e Germania…
Del tipo: “i greci” non hanno voglia di lavorare, son sempre lì a bere ouzo e ballare il sirtaki… in realtà i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore) – dati OCSE, 2012.

Anche sulle dimensioni e la portata della punizione inflitta ai lavoratori e alle lavoratrici greche sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza, perché c’è troppo silenzio su questo, anche a sinistra e nei movimenti.
Ecco solo alcuni degli effetti delle misure imposte con i referendum (i dati sono ufficiali): la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; vengono licenziati 3.800 lavoratori a settimana; tra il 2010 e il 2013 ha chiuso il 30% delle imprese; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della chiesa per ottenere un aiuto alimentare… dobbiamo continuare?

Sacrifici pesanti, è vero, dirà qualcuno, ma la Grecia è stata aiutata con sostanziosi prestiti per far ripartire l’economia: 275 miliardi di euro dal 2010 al 2012, una bella sommetta, che se ben spesa… E invece, dove sono finiti i soldi dei prestiti (concessi “in cambio” delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e dei brutali tagli alla spesa sociale)? In una vera e propria partita di giro, sono finiti per quasi il 90% ai creditori internazionali dello stato greco – banche e stati europei anzitutto, FMI, BCE, proprio i pescecani che accusano i greci di essere dei fannulloni scialacquatori – e alle banche greche per coprire i loro debiti. Lo stato greco ha “visto” solo 27 miliardi di euro (il 10%)… e i lavoratori hanno ricevuto solo bastonate su bastonate.
Intanto i generosi creditori internazionali della Grecia hanno ottenuto dai loro amici e sodali di Atene (Samaras&C.) di mettere in (s)vendita le imprese più appetibili: l’aeroporto di Atene, la lotteria nazionale (ambita da una società italiana), alcuni centri commerciali di prima classe, terreni, spiagge e casinò nelle isole di Rodi e Corfù, la compagnia nazionale del gas, il 35% della compagnia nazionale di raffinazione del petrolio, il 49% delle ferrovie, il 39% delle poste, etc. Ad arraffare le compagnie dell’acqua di Atene e Salonicco sono già pronte la francese Suez Environnement e l’israeliana Mekorot, ma intanto, per renderle più appetibili ancora, ecco un drastico taglio del personale e il prezzo dell’acqua che dal 2001 è triplicato, e continua a salire, salire…
D’altra parte, se l’economia greca va a rotoli, è inevitabile che tutti debbano perdere qualcosa… Beh, non proprio tutti: negli ultimi due anni le 500 imprese più importanti di Grecia hanno aumentato i loro profitti del 19%, e nel corso dei primi mesi del 2013 le imprese quotate in borsa hanno registrato un aumento medio dei loro profitti del 152,6% (!). Le banche greche, rimesse a galla grazie ai fondi pubblici, in seguito hanno “divorato” una decina di banche minori. Altri monopoli, come la compagnia aerea Aegean (che ha assorbito il principale concorrente, un tempo in mani pubbliche, Olympic Air), registrano importanti profitti. Anche gli speculatori traggono i loro vantaggi dalla crisi: il tasso di interesse sui titoli di stato è passato in un anno dal 5,5% al 7,24%.

È questo il punto: è ora di finirla di parlare della Grecia. Esistono in realtà due Grecie tra loro antagoniste: l’una, quella della classe attualmente al comando che (nella sostanza) condivide e mette in atto le politiche della Troika, che ha lucrato e si è arricchita con l’entrata nell’euro, e continua ad arricchirsi nella crisi; l’altra, quella delle classi lavoratrici, che ha pagato e paga un prezzo terribile per mantenere a galla e far ingrassare i responsabili della crisi, grandi capitalisti greci e globali, banchieri, generali, grandi evasori di stato, funzionari corrotti…
Con le balle che la “libera” stampa e le “libere” tv raccontano sul debito greco, gli eurocrati di Bruxelles, Renzi, Merkel, Hollande e quant’altri ci vogliono arruolare nella guerra per imporre ai lavoratori greci, e tanto più agli immigrati in Grecia, altri lunghi anni di lacrime e sangue. Usciamo dal silenzio, e rispondiamogli sui denti: la resistenza e la lotta dei lavoratori greci contro le politiche di impoverimento di massa imposte dalla Troika e da Samaras&C., e per il non pagamento del debito di stato, è la nostra lotta!