SABATO 14 GENNAIO ore 16 in S.ILARIO incontro con Davide Grasso (combattente italiano YPG)

15823504_672126402950653_5459739971368019707_n

Il 2016 si è concluso in Siria con la violenta battaglia di Aleppo e migliaia di persone in fuga, ma anche con la strage compiuta dall’Isis a Berlino e l’uccisione dell’attentatore a Milano, al termine di un anno in cui diverse città europee sono state colpite dal califfato.

Le nostre vite sono sempre più esposte alla violenza di un conflitto che molti vorrebbero confinato in medio oriente, ma che è globale, anche perchè è divenuto luogo di esplosione delle contraddizioni planetarie maturate nel mondo oggi, tra stati falliti, lotta armata e migrazioni.

In questo scenario, di cui la Siria è teatro principale, le unità di protezione popolare (Ypg) e le unità di protezione delle donne (Ypj) curde, inquadrate nelle Forze Siriane Democratiche composte anche da arabi, turchi e cristiani nella Siria del Nord, difendono e allargano una rivoluzione confederale che offre nel concreto un’alternativa a questa scia di sofferenza e di sangue, estendendosi dai confini dell’Iraq ai quartieri settentrionali di Aleppo.

Davide Grasso ha combattuto con queste forze, assieme a molti altri volontari internazionali, nelle campagne a nord di Raqqa e Aleppo nei mesi scorsi, dove i rivoluzionari hanno sconfinato a ovest dell’Eufrate nonostante l’opposizione turca, che ora si rende più aggressiva minacciando di soffocare, insieme al regime siriano, la rivoluzione della Siria del Nord (Rojava), unico vero argine all’Isis in Siria.

La sua testimonianza ci permetterà di ricostruire ciò che sta accadendo in Siria, quali sono le verità nascoste dai nostri media sui “ribelli” siriani come sui curdi, sugli interessi internazionali e sull’accumulazione di odio in medio oriente, e di aprire uno sguardo sulle sperimentazioni rivoluzionarie che dal Rojava siriano rappresentano un esempio anche per il resto del mondo.

Ci vediamo SABATO 14 GENNAIO ALLE 16 IN SANT’ILARIO. Maggiori informazioni al link: https://www.facebook.com/events/1231594966928926/

Domenica 6 novembre tornano i seminari del NAP!

2016-11-volantino-seminari

Quinta edizione dei fortunati seminari del NAP: AUTOFORMAZIONE-RIVOLUZIONE!
Abbiamo sempre posto l’accento sulla necessità di creare momenti di formazione che siano aperti e attraversabili da tutte le età. Così è stato begli anni passati e così vuole essere anche questa edizione. Ma il fulcro del progetto sono ovviamente i giovani, che necessitano di formare una cassetta degli attrezzi teorica con cui affrontare le prime esperienze di attività politica.
Anche a Piacenza li abbiamo visti sfilare il 7 ottobre, ricevendo solo chiusura da parte delle istituzioni. E’ a loro che il ciclo di incontri si rivolge prevalentemente, ma come dicevamo le nostre saranno discussioni non didattiche in cui anche il contributo di chi ha più esperienza o semplicemente fame di conoscere è benvenuto!
Quest’anno dividiamo la rassegna in incontri tematici sulle aree del mondo. Esigenza quasi fisiologica vista la complicata fase di guerra civile molecolare che sta assorbendo il mondo nel suo complesso. Una fase che tuttavia ci restituisce alcune contraddizioni su cui è corretto lavorare per proporre una fuoriuscita dall’annichilimento di popoli e territori.
Iniziamo DOMENICA 6 NOVEMBRE, ALLE ORE 17 IN COOPERATIVA INFRANGIBILE (via Alessandria 16) con CARLO FORMENTI e la discussione sul SUD AMERICA a partire dal suo nuovo libro “la variante populista”.

Combattente italiano delle Ypg manda un messaggio all’Italia dal Rojava

Pubblichiamo un video realizzato dalle Ypg in Rojava dove un compagno italiano si rivolge al nostro paese dal fronte di Raqqa spiegando l’attuale situazione nel nord della Siria e rivolgendo un appello alla solidarietà dopo l’invasione turca di Jarablus e i bombardamenti a Menbij.

Il compagno si rivolge inoltre ad alcuni politici italiani (Matteo Renzi, presidente del consiglio, Federica Mogherini, commissario europeo agli affari esteri, Staffan de Mistura, negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria, e Matteo Salvini, segretario della Lega Nord) sottolineando la loro ipocrisia e le loro responsabilità rispetto all’attuale situazione del Rojava, della Siria, del Medio Oriente e alle politiche riguardanti i profughi.

Nel video compaiono anche alcune/i combattenti delle Ypg e delle Ypj che si rivolgono al popolo italiano spronandone la solidarietà per la lotta curda e per la causa confederale in Siria.

Il video si conclude con un saluto delle Ypg-Ypj in memoria di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa dall’ISIS durante gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre.

Quı il testo integrale dell’appello contenuto nel video

Fronte di Raqqa, 2 settembre 2016

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad ogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

Erdogan mostra il suo vero volto: non lotta all’ISIS ma attacco al Rojava liberato.

YPG-AFP

Riporto il comunicato di Uiki Onlus a commento dell’invasione turca del Rojava. Per chi segue la questione curda e mediorientale, fulcro del conflitto militare che investe tutto il mondo, non si stupirà. E’importante comunque far sapere anche a chi non segue che la Turchia in questo momento sta invadendo un territorio in cui le YPG-SDF hanno liberato la popolazione da ISIS combattendo solo perchè liberando hanno impostato un sistema anarco-comunista basato su eguaglianza economica, diritti ambientali e sociali, riconoscimento delle donne e soprattutto autodeterminazione dei popoli. Fattori, in particolare l’ultimo, che terrorizzano il tiranno Erodgan.

L’obiettivo dello Stato turco nell’occupare la Siria non è diretto verso Daesh, la sua intenzione è annichilire i successi dei curdi e degli altri popoli e destabilizzare ancora di più la Siria.Lo Stato turco con la scusa della “lotta contro Daesh” sta per iniziare un nuovo processo di invasione, con l’entrata del 24 Agosto 2016 nella città siriana di Jarablus.

Il momento in cui lo Stato turco ha realizzato questa invasione è molto significativo, se si tiene in conto che essa viene realizzata subito dopo i successi delle Forze Democratiche della Siria (SDF) e del Consiglio Militare di Manbij, che hanno liberato questa città il 13 di Agosto 2016, iniziando un contrattacco.

L’esercito turco e le forze a lui legate sono entrate a Jarablus senza alcuno sforzo e senza che ci sia stato nessuno scontro. Questo significa che previamente è stato fatto un accordo con Daesh.

Nel momento in cui si portava a compimento l’occupazione non è avvenuto nessun combattimento.

Daesh si è travestito da Al- Nusra, che è un’altra organizzazione terrorista. Vale a dire che Daesh e altri gruppi terroristi continuano ad esistere nella regione sotto altri nomi. Ora lo Stato turco e i suoi complici hanno cominciato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione. Sappiamo dalle fonti locali che hanno usato anche armi chimiche contro la popolazione civile con l’obiettivo di strappare alcune aree dalle Forze Democratiche della Siria (Al-Amarne, Dendeniye..)

Lo Stato turco, che ha cominciato questa campagna di invasione attraverso una manipolazione davanti agli occhi del mondo intero, sta violando i diritti universali e il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno dato il beneplacito a questa invasione, rimanendo in silenzio; hanno fornito il loro consenso, commettendo un grave errore.

Gli attacchi di Daesh all’Europa sino ad oggi vengono condotti da forze sostenute dallo Stato turco e dalla frontiera controllata da questo Stato.

Con questa invasione i paesi occidentali e tutta l’umanità sono stati nuovamente posti in una situazione di vulnerabilità agli attentati di Daesh. Mentre le Forze Democratiche della Siria, composte da curdi, arabi, assiri, armeni, e altri popoli, stavano al punto di sconfiggere completamente Daesh, chiudendo loro le frontiere. Questa invasione dello Stato turco ha interrotto la disfatta di Daesh.

Lo Stato turco collabora con Jabhat al-Sham (vicino ad Al-Nusra) che sta subordinando Al-Qaeda e i criminali di Daesh. Si sono impossessati di Jarablus attraverso un accordo realizzato tra queste forze. E’ necessario dire basta a questi giochi! Perché altrimenti si permette allo Stato turco e alle altre forze del terrore di estendere i loro attacchi verso altri luoghi, il che significa un aggravamento del caos e della guerra, così come la morte di ancora più persone e la trasformazione di ancora più persone in rifugiati.

• Lanciamo un appello a tutta l’opinione pubblica mondiale dalla parte della democrazia e dei valori umani ad alzare la sua voce contro questo sporco gioco dello Stato turco e contro la sua invasione.

• Lanciamo un appello alle potenze internazionali, come Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, perché ritirino l’appoggio che forniscono allo Stato turco.

Qui invece un link a ulteriori approfondimenti audio dell’inviato di Infoaut:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17512-invasione-del-rojava-aggiornamenti-dal-nostro-corrispondente

Golpe In Turchia: perchè ha fallito e come si pongono i compagni.

1bb5142d27080e760715dca8e4a0d61e_XL

Al di là dei complottismi da facebook e delle teorie geopolitiche spericolate, proviamo a dire due cose supportate da fatti sul mancato golpe in Turchia. E facciamolo attraverso due contributi brevi e chiari (ma che richiedono ovviamente una minima conoscenza dello scenario di cui parliamo…ed è uno scenario complesso). Chi segue la situazione curda (e quindi anche turca) sa che un tentativo del genere era nell’aria sin dal giorno delle precedenti elezioni de 1 novembre…quel che rimane è la lotta in supporto dei compagni del movimento curdo e contro le istituzioni e le ipocrisie europee che stringono accordi con il sultano Erdogan.

Il primo contributo di Alberto Negri:

Il colpo di stato naufragato in Turchia è diventato una crisi internazionale. Chi è Fethullah Gulen, l’uomo che sta provocando la maggiore contrapposizione tra Usa e Turchia e forse nella Nato degli ultimi 50 anni? Perché Erdogan, pur di riavere indietro questo anziano Imam in esilio negli Usa, chiude la base Nato di Incirlik e tiene sotto pressione Washington? Con il golpe fallito emerge il nodo principale della questione: una rottura clamorosa tra gli interessi della Turchia e quelli occidentali.

Gulen, accusato da Ankara di essere l’ispiratore del fallito golpe, è il simbolo di questa rottura, non la causa profonda ma la sua vicenda ci aiuta a capire la parabola della Turchia negli ultimi decenni e anche i problemi che hanno gli occidentali nel capire pezzi di storia mediorientale assai poco conosciuta, compreso il Califfato di Al Baghdadi e i legami strumentali tra Erdogan e i jihadisti con cui il presidente turco trattò direttamente il rilascio dei diplomatici turchi sequestrati a Mosul nel 2014. Fu uno dei tanti episodi che non erano piaciuti agli americani, per altro sempre ambigui e spericolati sul che fare con i radicali islamici, utilizzati in funzione anti-russa dai tempi dell’Afghanistan negli anni ‘80 e poi in chiave anti-iraniana come vorrebbero fare adesso per dare una mano al fronte sunnita.

Magnate e mistico sufi, intellettuale e scrittore, uomo d’affari e predicatore scrittore, amico di Giovanni Paolo II: chi è davvero Fethullah Gulen, da vent’anni in esilio in Pennsylvania, che sembra diventato il peggiore nemico del premier turco Erdogan? Golpista qui in Turchia fa rima con gulenista.
Eppure negli anni passati è stata proprio questa santa alleanza tra questi due islamisti – Gulen, detto “Hoca”, il Maestro, ed Erdogan – che aveva fatto fuori l’élite militare dalla scena politica e costruito l’ormai appannato modello di potere musulmano e democratico dell’Akp. Anzi, questo potrebbe spingerci a fare qualche riflessione sul perché questo golpe è fallito: i gulenisti delle forze armate in fondo avevano aiutato l’Akp a far fuori la vecchia guardia militare e può essere una delle ragioni che ha trattenuto i kemalisti dell’esercito a tenersi lontani dal tentativo di colpo di stato.

Le vicende politiche di questi anni in Turchia hanno insinuato crepe e divisioni in quelle forze armate una volta compatte e tetragone che detenevano anche un forte potere economico: l’ascesa dell’Akp e dei gulenisti ha ridimensionato un sistema dominante per decenni. Non è un caso che il partito kemalista di Chp abbia condannato il golpe, seguito poi da tutti gli altri. Quella tra Gulen ed Erdogan è una battaglia dai contorni sotterranei e a volte misteriosi che ha segnato le vicende della Turchia entrando soltanto di sfuggita nei libri di storia.

La più influente confraternita musulmana, una sorta di Opus Dei all’islamica, che con Gulen ha raggiunto milioni di seguaci e un fatturato di miliardi di dollari, costruendo scuole, università, controllando giornali e gruppi economici, infiltrandosi nella magistratura e nella polizia, ha origini nello sperduto villaggio anatolico di Nurs, vicino al lago Van. È qui che nasce nel 1876 Said Nursi, sceicco sufi che intendeva riconciliare la fede con la scienza e il mondo moderno. Fu uno dei più grandi riformatori dell’islam ma per decenni fu vietato pronunciarne persino il nome. Kemal Ataturk, che pure ne ammirava la figura carismatica, dopo la disgregazione dell’Impero ottomano nel 1925 abolisce tutte le confraternite: tra queste la tarika di Said Nursi, denominata Nur, Luce. Said Nursi si ritira a vita privata ma continua a fare proseliti, scrive 6mila pagine di commenti al Corano, corrisponde con intellettuali, Papi e patriarchi ortodossi, invocando l’unità delle religioni contro il materialismo. Perseguitato e più volte arrestato, muore nel 1960 nell’oasi di Urfa, da latitante. La sua tomba resta un segreto ben custodito dai seguaci che temevano venisse profanata.

Fethullah Gulen, seguace di Said Nursi, è figlio di questa storia dai tratti esoterici. Ma anche della rivalità con l’altra confraternita dei Naksibendi che nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell’imam Mehmet Zahid Kotku. Anche lui è un sufi che trasforma il sonnolento Ordine dei Naksibendi nella vera scuola socio-politica: sono seguaci di Kotku il presidente Turgut Ozal, il primo ministro Necmettin Erbakan, lo stesso Erdogan.

Ed ecco un altro tassello che ci collega all’Isis e quello che è accaduto in questi anni recenti. Tra i seguaci della setta dei Naksibendi seguita da Erdogan c’era anche Izzat Ibrahim al Douri, ex vice di Saddam Hussein. Questo è forse l’aspetto meno conosciuto e più interessante dell’ex gerarca che apparteneva all’Ordine dei Naqshbandi, una confraternita musulmana molto estesa, dall’Asia centrale alla Turchia alla Mesopotamia. Credenziali che in qualche modo lo devono avere reso affidabile anche gli occhi del Califfato: è stato Al Douri a forgiare l’alleanza con l’Isis tra baathisti ed ex Saddamiani che ha portato all’avanzata nel Siraq dello Stato Islamico.

Gulen fa la sua ascesa negli anni ’80, poco dopo la morte di Kotku, diventando amico di Ozal con il quale trova un forte terreno d’intesa liberando lo spirito imprenditoriale delle famose “Tigri dell’Anatolia”, quella classe media musulmana tradizionalista, esclusa dai kemalisti, e attirata dalla predicazione islamica di stampo quasi calvinista di Fethullah che mette l’accento sul successo economico e individuale. Hoca Effendi Gulen – che nel ’99 si autoesilia in Usa per sfuggire a un processo per eversione da cui è stato assolto nel 2008 – si appoggia alla rete delle “dershane”, comunità di studio, preghiera e mutuo soccorso. La sua confratenita, denominata Cemaat, conta ora su decine di università e centinaia di scuole preparatorie e milioni di seguaci, dai quattro ai cinque solo in Turchia, senza contare l’associazione imprenditoriale Tusko, l’impero mediatico Zaman, la finanza islamica (Bank Asya). Secondo alcune stime governa asset per 25 miliardi di dollari ma non è sempre chiaro chi siano i veri finanziatori. Nella lotta tra Erdogan e Gulen molti osservatori vedono una battaglia storica tra la confraternita sufi dei Naksibendi e quella dei Nurcu fondata da Said da cui ha tratto ispirazione Gulen. Già anni fa si osservava che era un’alleanza innaturale, quasi tattica, per far fuori i kemalisti e i militari.

Ma la competizione a sfondo religioso non spiega tutto. L’obiettivo di Gulen era una riforma radicale della repubblica ereditata da Ataturk mentre Erdogan non intendeva rovesciare completamente il sistema kemalista e punta a una democrazia presidenziale dai tratti autoritari con valori islamici. I due sono in rotta di collisione anche in politica estera. Gulen si è sempre detto contrario ad appoggiare la guerriglia islamica anti-Assad in Siria, alla rottura con Tel Aviv – ora ricomposta – all’apertura ai Fratelli Musulmani.

Perché Gulen ed Erdogan sono arrivati allo scontro? Così rispondeva qualche tempo fa Fatih Ceran, portavoce dei gulenisti: “Noi abbiamo sostenuto Erdogan e l’Akp quando si trattava di sottrarre il potere ai militari per consegnarlo alla società civile. Ma ci rifiutiamo di accettare soluzioni anti-democratiche. Hizmet ai suoi occhi è troppo liberale e indipendente”. Sarà stato anche così ma nella sede di Istanbul dei gulenisti, nella parte asiatica sul Bosforo, mi accolsero mostrandomi un video dove l’Imam stringeva le mani a Bush jr e senior, a Clinton e a tutto l’establishment americano degli ultimi trent’anni.

Ecco cosa c’è dietro a un golpe, tra cause dirette e indirette: la rottura degli interessi strategici della Turchia, che puntava a diventare un Paese leader del mondo musulmano annettendosi economicamente la Siria e l’Iraq e quando nel 2011 il piano è naufragato tra guerre e rivolte Erdogan ci ha provato con altri mezzi, la guerriglia jihadista, all’inizio comunque approvata dagli americani i funzione anti-Assad e anti-Iran. Poi sono venute le intese con Teheran sul nucleare e l’intervento della Russia a cambiare i dati strategici. Non solo: sia gli Usa che la Russia hanno appoggiato i curdi siriani in chiave anti-Isis, vero incubo strategico per la Turchia. E ora si metteranno forse d’accordo per spartirsi le zone di influenza nella regione. Erdogan si sente “tradito” dagli Usa, i golpisti da Erdogan per la sua politica anti-Nato e a loro volta hanno “tradito” il presidente che ha fallito i suoi obiettivi espansionistici. Così si è aperto un nuovo vaso di Pandora in Medio Oriente.

Il secondo contributo è invece il commento del movimento curdo in Italia alla dichiarazione della KCK (congresso dei popoli curdi):

La co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK ha rilasciato una dichiarazione relativa al tentativo di colpo di stato in Turchia.La dichiarazione afferma che: “C’è stato un tentativo di colpo di stato messo in atto da persone la cui identità e le cui motivazioni non sono ancora chiare. Cattura l’attenzione il fatto che questo tentativo arriva in un momento in cui Erdogan, secondo quanto riferito, stava per incaricare generali vicini a lui durante l’incontro del consiglio militare che avrebbe dovuto svolgersi a breve. Il fatto che questo tentativo di colpo sia stato messo in atto all’interno di un processo che testimonia discussioni sulla politica estera del governo fascista AKP è un’altra caratteristica di questo colpo.”

Tentativo di colpo di stato è la prova della mancanza di democrazia

Nella dichiarazione della KCK si legge: “Non è rilevante all’interno di quali fattori e di quali obiettivi politici, interni o esterni, e per quale ragione una lotta di potere viene intrapresa: in questo caso non si tratta di difendere o non difendere la democrazia. Al contrario, questa situazione è la prova di mancanza di democrazia in Turchia. Tali lotte di potere e tentativi di afferrare il potere non appena se ne presenti l’opportunità sono osservati nei paesi non democratici dove un potere autoritario provoca colpi di stato per rovesciare un altro potere autoritario quando le condizioni sono propizie. Questo è quello che è successo in Turchia.

Un colpo di stato è stato messo in atto alle elezioni del 7 giugno

Un anno fa, Tayyip Erdogan e la Gladio del Palazzo inscenarono un colpo di stato a seguito deli risultati delle elezioni del 7 Giugno portandosi dietro il MHP, tutti i fascisti, i poteri militari nazionalisti identificati come Ergenekon e una parte dell’esercito. Questo fu un colpo operato dal potere del palazzo contro la volontà democratica del popolo manifestata dal voto della gente. Il fascismo dell’AKP fece un’alleanza con tutte le forze di stampo fascista e con una parte dell’Esercito incluso il Capo della Difesa al fine di sopprimere il Movimento di Liberazione Kurdo e le forze democratiche. Il fascismo dell’AKP condusse l’Esercito nelle città e nei villaggi curdi, fece incendiare le città radendole al suolo e massacrò centinaia di civili. Inoltre, emanò leggi per invalidare i processi dei militari per dei crimini da loro commessi.

Tentativo di colpo di stato di una fazione militare contro un’altra fazione militare

E’ già esistita una tutela militare prima del tentativo di colpo di stato fatto ieri; e questo caratterizza il caso attuale un tentativo di golpe operato da una fazione contro la fazione militare esistente. Questa è la ragione per cui coloro che vogliono che l’esercito insceni un colpo di stato, finora avevano accettato l’esistenza di una tutela militare e si erano schierati accanto ad Erdogan. Il fatto che il MHP e le cerchie nazionaliste e scioviniste si siano affiancate alla Gladio del Palazzo e i ai suoi alleati fascisti ha rivelato piuttosto chiaramente che non si tratta affatto di un incidente nella lotta tra coloro che parteggiavano per la democrazia e coloro che la osteggiavano.

Ritrarre Erdogan come democratico dopo il tentativo di colpo di stato è un approccio pericoloso

Raffigurare Tayyip Erdogan, o la dittatura fascista dell’AKP come se fossero democratici a seguito di questo tentativo di colpo di stato è un approccio anche più pericoloso del colpo di stato in sé. Immaginare la battaglia per il potere tra forze autoritarie, dispotiche e anti-democratiche come una lotta tra sostenitori e nemici della democrazia servirebbe solo a legittimare l’esistente governo di stampo fascista e dispotico.

Le forze democratiche non si schierano con nessuno dei due campi

La Turchia non ha un gruppo di civili al potere né una lotta di forze democratiche contro i cospiratori. La lotta attuale è per colui che dovrebbe guidare il sistema politico attuale che è, a sua volta, il nemico della democrazia e del popolo kurdo. Perciò, le forze democratiche non si schierano per nessuno dei due campi durante questi scontri.

Se si trattasse di un colpo di stato contro la democrazia sarebbe proprio quello portato avanti dal partito fascista AKP

Se ci fosse un colpo di stato contro la democrazia sarebbe da identificare con quello condotto dal governo fascista AKP. Il controllo del potere politico sopra quello giudiziario, l’incremento di leggi e politiche fasciste approvate dalla maggioranza parlamentare, la revoca delle immunità dei parlamentari, l’arresto di sindaci, la rimozione coatta di sindaci e co-sindaci dalle loro posizioni, l’imprigionamento di migliaia di politici appartenenti all’HDP e al DBP: sono queste le azioni che costituiscono più che un colpo di stato. Il popolo kurdo si trova sotto un attacco genocida, fascista e colonialista.

Il governo dell’AKP ha trascinato la Turchia in questi scontri

Quello che ha portato la Turchia a questo stato è il governo AKP che ha trasformato il suo governo in una guerra contro il popolo kurdo e le forze della democrazia. Con il suo carattere egemonico, assolutistico e antidemocratico ha tenuto la Turchia in stato di caos e nel conflitto. Con la sua guerra contro il popolo curdo e contro le forze democratiche ha portato la Turchia ad uno stato di guerra civile. Il recente tentativo di colpo di stato mostra che la Turchia ha bisogno di liberarsi dal governo fascista dell’AKP e avere un governo democratico. Gli ultimi sviluppi spingono con urgenza affinché la Turchia si democratizzi e si liberi da questo governo egemonico e fascista.

All’interno di questo quadro, le forze democratiche dovrebbero prendere posizione contro la legittimazione delle politiche del governo fascista dell’AKP mascherate come “democratiche” e dovrebbero creare un alleanza democratica che avvierebbe un processo realmente democratico in Turchia. Questo tentativo di colpo di stato ci impone di non frenare la lotta contro il fascismo dell’AKP ma al contrario potenziarla affinché il caos e gli scontri in Turchia cessino ed emerga una nuova e democratica Turchia.

Rojava: c’è il comunismo?

rojava-defenders

Rilancio articolo dell’inviato di Infoaut in medio oriente.

Oltre la strada che costeggia la vecchia stazione ferroviaria di Qamishlo piccole stradine polverose introducono al quartiere Anterir, dove centinaia di bimbi corrono tra le case mentre le mamme velate discutono sedute sugli scalini degli ingressi. Per queste vie in cui è impossibile non sentirsi degli intrusi, il concetto di “povertà” con cui talvolta si descrivono le periferie occidentali sembra essere sfidato e condotto ai propri limiti. Gli abiti, i comportamenti, la percezione del tempo e la semplicità disadorna degli edifici, costituiti talvolta da mere pile di mattoni in cotto, disegnano un contesto in cui la percezione della povertà è in verità debole, poiché non si ha notizia, se non “televisiva” e astratta, di ciò che in altre parti del mondo si rappresenta come il suo contrario. Rozanne, militante impegnata nell’educazione politica dei protagonisti popolari della rivoluzione, non esita a confessare che questa condizione sociale è tutt’altro che negativa secondo il movimento rivoluzionario; e non perché da essa ci si aspetti un’insubordinazione su presupposti materiali, ma perché – dice – è il ricettacolo di stili di vita che preservano valori utili ala trasformazione. “Qui c’è la vita semplice” non si stancano di ripetere tutti in Rojava; e, aggiungono molti. “la preferiamo a quella dell’Europa”.

Rozanne si spinge ad affermare che la rivoluzone non deve costruire una “società nuova”, ma vivificare elementi sociali, culturali e valoriali che affondano le proprie radici in una cultura altra, talmente antica ed estranea al mondo contemporaneo da esser stata rimossa e dimenticata: è la “società etica” o “naturale” che per il Pkk e il Pyd esisteva prima della comparsa dello stato, anteriormente alla civilizzazione sumera, e le cui persistenti tracce culturali il dominio capitalista non è mai riuscito ad annichilire. “La condivisione delle responsabilità sociali, gli sforzi nella collaborazione per i bisogni collettivi erano il fulcro del vivere in comune nelle società prestatuali” aggiunge la compagna, e questi tratti sono ancora presenti “nelle relazioni etiche che si sviluppano nelle comunità claniche, nelle tribù dei villaggi, nelle consuetudini presenti nei legami urbani di quartiere, in certe aree della montagna”. Ciononostante “non si tratta di restaurare la società naturale, ma di sostituire alla modernità capitalista una modernità democratica”, dove con questo termine (delle cui ambiguità il movimento curdo è consapevole in modo strategico) si deve intendere la dissoluzione progressiva del capitalismo e dello stato, in favore di una prospettiva comunistica fondata sul recupero dell’autogoverno collettivo dei bisogni sociali.

Qual è, nel concreto del percorso politico in corso nel nord della Siria, il processo economico verso un simile orizzonte? In diverse regioni del medio oriente, e in particolare nel Kurdistan, la cultura clanica preserva effettivamente una miriade di organismi sociali micro-comunistici che, se non possono rappresentare l’ossatura complessiva della “società democratica”, costituiscono secondo i compagni una buona base culturale di partenza. Maria, co-presidente della comune di Anterir (una delle circa cento comuni di Qamishlo) va in crisi quando, in un’intervista, un compagno europeo le chiede cosa siano per lei le “relazioni etiche”; non sa cosa significhi la parola, come molte delle persone che nei quartieri popolari di Qamishlo portano avanti delle cose senza necessariamente sapere come si chiamino nella “teoria del partito”. Se i microcosmi popolari apprendono indubbiamente, infatti, l’ideologia dei libri di Ocalan grazie all’azione infaticabile di compagne come Rozanne, tale ideologia è stata messa nero su bianco in carcere, dal presidente, anzitutto tentando di scovare forze per la trasformazione insite nell’esistente, ossia nei saperi e nella cultura profonda degli strati popolari del medio oriente.

Mahdad affianca Maria alla presidenza della comune di Anterir. Offre il té in un frutteto in cui pascolano mucche e pecorelle, e si aggirano oche e galline in mezzo a gatti e cani, accanto al piccolo orto con diverse coltivazioni. Alcune donne siedono e scherzano, uomini si aggregano attorno allo zucchero e alle tazzine, stormi di bambini corrono qua e là oltre il cancello: in Europa sarebbe vicinato, ma qui è famiglia allargata, densa di relazioni invisibili e sedimentate in culture secolari – verosimilmente dure da scalfire – la cui riproduzione si basa anzitutto sulla soddisfazione comune dei bisogni, di cui chi detiene l’autorità clanica porta la responsabilità. Con riferimento alla “vita semplice” magnificata da tanti curdi – anche nelle Ypg – Mahdad afferma di preferire una povertà che rende liberi a una ricchezza “falsa”, che rende schiavi; e Medya, una compagna che a sua volta si prodiga per il perwerde (“l’educazione”), racconta di un’altra regione del Kurdistan, dove un vecchio che conobbe si rifiutò di scendere dalla montagna per essere curato nell’ospedale della città: “Non condurmi dove i serpenti mangiano i propri figli – disse – là non esistono che padroni e i loro schiavi”.

La costruzione di un Rojava in cui la cura collettiva delle responsabilità dovrà fondare l’intero sistema è affidata al movimento per la società democratica o Tev Dem, fondato dal Pyd con la collaborazione graduale di decine di altre organizzazione e partiti. Dilsha, originaria di Afrin, fa parte del comitato economico del Tev Dem; per lei la condizione attuale del Rojava è frutto tanto delle sopravvivenze comunitarie quanto dell’azione nefasta del capitalismo dello stato-nazione: “Lo stato siriano ha lasciato di proposito il Rojava nel sottosviluppo e nell’ignoranza. L’economia è stata organizzata per i soli bisogni separati dello stato e di altre persone, con la monocoltura del frumento e l’estrazione del petrolio per destinazioni esclusivamente esterne alla nostra regione”. Alcuni valori che animano la vita delle famiglie di Maria e Mahdad sono frutto di una resistenza dell’essere umano al dominio del mercato e all’alienazione dalla natura, ma il “sottosviluppo” in rapporto ai criteri dell’economia moderna è dovuto all’instaurazione di rapporti coloniali di espropriazione della ricchezza.

Migliorare la condizione economica del Rojava attraverso forme etiche, piuttosto che capitalistiche o statuali, è la sfida ambiziosa cui vuole far fronte il Tev Dem: “Vogliamo iniziare dalle comuni attraverso la condivisione, la conoscenza reciproca e l’amicizia – spiega Dilsha – e dare il via a un sistema di cooperative attraverso cui possa esprimersi la forza della società”. Cita l’esempio dei 150 dunam di alberi da fusto piantati dalle cooperative promosse dal Tev Dem in ogni provincia del cantone, della prima produzione di olio, soia e semi di girasole, fino alle fabbriche di sapone per piatti, nylon, yogurt, impacchettamento di prodotti agricoli, pollai, erbe, e la produzione di ortaggi con un sistema di serre a Serekaniye “che coinvolge 10.000 persone”. Sono tutte forme di iniziativa “in cui i proprietari dell’attività economica sono le persone che lavorano, non una sola persona”. Il ricavato della vendita dei prodotti, spiega, è destinato al 45% ai soci lavoratori, al 35% a un fondo comune per progetti (in cui figurano anche problemi urgenti dei quartieri, come una malattia grave, l’incendio di una casa, ecc.) e il restante 20% al coordinamento cantonale (l’istituzione esecutiva e legislativa del Rojava) per le spese legate alla guerra, alla sanità, alla protezione interna. [Queste percentuali subiscono variazioni a seconda delle fonti, Ndr].

L’adesione alle cooperative del Tev Dem (o del Kongrea Star, sua variante totalmente femminile) è volontaria ed esse sono create sul demanio statale espropriato con la rivoluzione. Chiunque è libero di aprire una cooperativa che non accantona alcun fondo comune, dice Dilsha, e che al coordinamento cantonale non dà nulla: le cooperative dei compagni non sono imposte per legge, ma rappresentano un’iniziativa tra le altre, che punta ad allargare un certo modo di intendere l’economia; semmai, non possono essere proibite o attaccate, essendo protette dagli organi esecutivi e dalle Ypg. Anche l’iniziativa privata è libera, e rappresenta tutt’ora una parte sostanziale dell’economia del Rojava, in relazione al piccolo commercio, ma anche allo sfruttamento agricolo e a diverse fabbriche. I possidenti agricoli o industriali non sono molti in Rojava, date le politiche di sottisviluppo curdo dello stato siriano fino al 2011; molti sono emigrati a Damasco dopo la rivoluzione (e ciò vale anche per molti professionisti e tecnici), ma non pochi, dice Dilsha, sono rimasti per questioni patriottiche o perché riconoscono la necessità dell’autonomia curda. Un loro ingresso speculativo nelle cooperative del Tev Dem non sarebbe comunque tollerato: “Loro non ci cercano, noi non li andiamo a cercare”.

L’economia del Rojava appare un piano su cui si muovono forze differenti: un debole capitalismo, un reticolato di pratiche di tipo comunistico, ma rinchiuse nei microcosmi clanici, la forza germogliante delle cooperative rivoluzionarie che tenta di estendersi e radicarsi rapidamente. “Il sistema delle cooperative è agli inizi: nonostante la rivoluzione sia cominciata cinque anni fa, questo aspetto è organizzato soltanto da due anni; ad oggi le cooperative non possono reggere da sole tutta l’economia dei cantoni”, spiega. Esiste anche un’opposizione palese al sistema delle cooperative, portata avanti dai sostenitori del modello barzaniano (curdo-iracheno) rappresentato in Rojava dall’Enks, il partito satellite del Krg: per loro il Kurdistan dovrebbe diventare uno stato-nazione classico e adottare una classica economia liberale e capitalista, su protezione turca e modello statunitense. L’Enks, tuttavia, non si limita a propugnare idee, ma “boicotta il processo economico, anche facendo leva sul potere di influire sull’embargo talvolta attuato dal Krg” (su richiesta della Turchia).

La stabilità finanziaria delle istituzioni cantonali non può, in queste condizioni, fondarsi esclusivamente sui contributi delle cooperative: “Molto denaro arriva dalla vendita del petrolio di Remeilan e Katatchok (cantone di Cizire) alla popolazione interna per usi immediati, ad esempio il riscaldamento invernale”. Esiste quindi anche una componente a socialismo di stato, che finanzia in particolare le strutture del movimento e le Ypg. Dei 103 pozzi petroliferi esistenti in Rojava, quasi tutti concentrati in quelle aree (ne esistono anche a Shaddadi, dice Dilsha, “ma non lavorano per noi”), soltanto tre “sono attualmente in attività”. Non esiste un’esportazione del petrolio, aggiunge, “che in futuro garantiremo a tutta la Siria” perché i traffici sono gestiti dall’Opec e il Rojava non è un’entità politica internazionalmente riconosciuta. La stabilità finanziaria dei cantoni è anche messa alla prova dalla svalutazione vertiginosa della sterlina siriana, particolarmente rapida in Rojava, dove 2 euro valgono al momento oltre 1.000 sterline. “Non esistono banche in Rojava oggi, ma per affrontare la svalutazione stiamo pensando anche a questo”. Siamo all’inizio, ed è un lungo processo, ripetono le compagne e i compagni instancabilmente. Chiediamo a Dilsha cosa permetterà al Rojava di realizzare un’economia libera, a differenza dei precedenti tentativi socialisti: “Tutto il processo è nelle mani della gente. Non è il governo che agisce, ma il Tev Dem, creando un movimento popolare; perché il governo dovrà estinguersi, poi – mentre il popolo resterà”.

L’ipocrisia di Ue e Turchia

NEWS_176391

Rilancio articolo di Alberto Negri, corrispondente dal Medio Oriente per Il sole 24 Ore. Non certo, quindi, un bolscevico…

Tollerare la chiusura dei giornali e la censura? Non dire una parola sulla repressione dei curdi, e usare solo parole di circostanza di fronte ad attentati spaventosi? È esattamente quello che sta accadendo ma paghiamo la Turchia perché si tenga i profughi, venga dilaniata all’interno e resti fuori dall’Europa il più a lungo possibile, esattamente quello che chiedono i partiti xenofobi in ascesa in Germania e altrove. È questa l’ipocrisia di fondo nel negoziato sui migranti che riprende il 17 marzo.

Ma soltanto la consueta faciloneria degli europei può indurre a pensare che la Turchia sia la soluzione e non il problema. Ankara fa parte del problema mediorientale e dopo l’intervento della Russia a fianco di Assad è un Paese sul piede di guerra, ipersensibile a quanto accade alle frontiere, avviluppata dall’incubo che possa costituirsi uno stato o una regione autonoma curda. Si tratta di in conflitto feroce che Erdogan ha aperto la scorsa estate quando si è accorto che l’Isis, alimentato dall’afflusso dei jihadisti dalla Turchia, non avrebbe abbattuto Assad mentre i curdi siriani stavano avanzando.

In questa guerra non si risparmiano i colpi: le truppe governative colpiscono la popolazione civile dell’Anatolia, il partito curdo Hdp, che poteva rappresentare una svolta, è finito ai margini, mentre il Pkk e altre organizzazioni curde rispondono con il terrorismo e la guerriglia. Non solo l’Europa non ha mai nulla da dire, come se la questione curda non la riguardasse, ma è sempre più chiaro che la Siria, già campo di battaglia di una guerra tra sciiti e sunniti, è anche una crisi turco-siriana e forse lo sarà sempre di più.

In poche parole la Turchia è in guerra su due fronti. A Bruxelles vanno a trattare un cancelliere sconfitto alle elezioni regionali e una Turchia trascinata dal suo leader in un conflitto interno ed esterno. In apparenza il più debole in questo momento sembra il cancelliere Angela Merkel. Ma anche Erdogan non è poi così forte. La Turchia dell’Akp ha accettato i migranti siriani per tre ragioni. Per strumentalizzarli come giustificazione a un attacco in Siria. Per creare una fascia di sicurezza a sostegno dei jihadisti e puntare verso Aleppo. Questi motivi sono caduti: la presenza della Russia, alleata con i curdi siriani, costringe Erdogan sulla difensiva. Rimane in piedi il terzo: usare i migranti come minaccia verso l’Unione Europea e mercanteggiare vantaggi economici e politici.

La Merkel è stata sconfitta in elezioni locali ma Erdogan ha perso la guerra contro Assad e ha visto svanire le sue mire espansioniste. Dentro casa, sostenuto da una maggioranza conservatrice, fa il Sultano, fuori però è dimezzato.

Bombe a Bruxelles, la Siria nel cuore dell’Europa

bruxelles-attentati

Rilancio articolo di Infoaut.
Ancora un attentato nel continente europeo, a Bruxelles. Verso le otto di questa mattina due esplosioni all’aeroporto di Zaventem nell’area check-in delle partenze verso gli Stati Uniti, qualche minuto dopo bombe anche a Maalbeek, fermata della metropolitana del quartiere “europeo” dove si trovano le principali istituzioni dell’Unione. Tutti i voli da Bruxelles sono stati sospesi, bloccata la circolazione dei treni con la Francia, le autorità hanno invitato tutti i cittadini a non muoversi fino a nuovo ordine e il palazzo di giustizia della capitale belga è stato evacuato per timore di nuovi attentati. Il bilancio provvisorio parla di almeno 28 vittime e diverse decine di feriti nei due attacchi.

Sui media mainstream si riattiva la retorica del terrorismo come una sorta di calamità naturale, imprevedibile e devastante. Il primo ministro belga, nelle prime dichiarazioni rilasciate alla stampa ha parlato di “Due attentati ciechi” e gli attacchi sono declinati sui media di tutto il mondo attraverso il registro della “follia assassina”. Una retorica che è sempre funzionale al tentativo d’impedire di tirare anche le più elementari conclusioni dal susseguirsi di eventi degli ultimi mesi: in Siria è in corso una guerra, alimentata, strumentalizzata, nascosta e agitata dalle potenze occidentali e dai loro alleati petro-monarchici del Golfo. Dopo cinque anni, 330’000 morti e cinque milioni di sfollati bussa con sempre più insistenza nel cuore dell’Europa. Un’ovvietà che dovrebbe essere il punto di partenza onesto di qualsiasi ragionamento sulla fase che attraversiamo.

Invece di ricostruire la sequenza che ci ha portato alla catastrofe in cui viviamo, gli attentati diventano degli episodi clinici: il terrorismo è una malattia, ci dicono i nostri governanti, lo stato di polizia è la cura. Stato di polizia che si rivela, per l’ennesima volta, incapace di aver la minima incisività nell’impedire le stragi, nonostante i finanziamenti generosamente elargiti a tutti gli apparati di sicurezza dai governi dei vari stati europei, nonostante le nuove leggi “anti-terrorismo” redatte alla lettera secondo le pretese degli apparati di intelligence e nonostante le limitazioni alla libertà di espressione, di circolazione e di manifestazione applicate in questi mesi di Stato di emergenza (per difendere le nostre libertà, bien sûr!).

L’Europa paga, tra l’altro, le conseguenze di una strategia che dagli attentati di Parigi nel Novembre scorso si è mostrata più attenta ai feedback dei sondaggi che alla volontà di combattere lo Stato Islamico. L’ignobile accordo sui migranti concluso pochi giorni fa con il padrino, principale alleato e appoggio logistico di Daesh, la Turchia, conferma la priorità dei capi di stato europei. Bisogna accontentare la destra xenofoba nella sua crociata contro una presunta “invasione” di rifugiati, anche al prezzo di sdoganare uno dei principali protagonisti di quell’Islam politico che a parole infesta gli incubi dei vari adepti della retorica dello scontro di civiltà. Tutto purché tengano le facce scure lontane dalla nostre coste e dalla vista del nostro elettorato. Un’alleanza, firmata col sangue dei migranti, che ha come effetto anche quello di isolare ulteriormente l’unica opzione politica realmente alternativa all’ISIS, quella dei curdi, che stanno subendo una repressione feroce da parte di Erdogan con bombardamenti e operazioni di polizia che continuano senza sosta da dicembre scorso.

In questo contesto, gli accorati appelli alla difesa della libertà e della democrazia europee suonano quanto mai fuori luogo e fischiano come fastidiosamente ipocrite anche nelle orecchie più abusate. Il loro complemento, ben più attrattivo a livello dell’opinione pubblica, è quello della guerra di religione. Più che uno spettro, una sponda necessaria per uno Stato islamico che spera che la stigmatizzazione dei musulmani in Europa porti a quello scontro di civiltà che eccita in egual misura jihadisti e razzisti. E le scene che ci arrivano da Molenbeek con i cani usati dalla polizia contro la popolazione come nelle peggiori cartoline coloniali, non lascia presagire nulla di buono.

Resta l’urgenza di costruire una nostra opposizione a questa loro guerra, fatta di droni e attentati, che da Bruxelles a Raqqa continua a fare solo i nostri morti.

Mosul: cosa nasconde la diga di Renzi

ES5AY3K76064-k6a-U106026543016780iH-700x394@LaStampa.it

Rilancio articolo dei corrispondenti di Infoaut dall’Iraq. Davvero ben fatto, leggetelo!

Lo spirito coloniale che anima in questi giorni gli editoriali dei principali quotidiani italiani, in attesa di un’ipotetica invasione della Libia – 105 anni dopo la prima colonizzazione italiana, e a 65 dalla conquista libica dell’indipendenza – si estende anche ai gridolini isterici di esaltazione per l’incarico alla multinazionale cesenatica Trevi, da parte del governo dell’Iraq, di intervenire con lavori di ripristino sulla diga di Mosul, la più grande diga irachena e la quarta di tutto il medio oriente, costruita negli anni Ottanta. Purtroppo, tanto gli italiani quanto gli iracheni sono al momento tenuti all’oscuro di alcuni fatti riguardanti la vicenda di questa diga e dell’accordo in merito tra Iraq e Italia (che prevede anche l’invio di 450 soldati), aspetti che è bene invece raccontare nel dettaglio.

I lavori potrebbero essere il preludio di ulteriori problemi per Mosul e per l’Iraq; ma per comprendere ciò che sta accadendo è necessario fare un salto indietro, fino alle origini della costruzione della diga, che ebbe radice – per una concatenazione di circostanze – non in eventi riguardanti l’Iraq, ma l’Iran. Nel 1979 infatti, mentre Saddam Hussein assumeva la presidenza dell’Iraq, in Iran trionfava la rivoluzione contro lo Scià di Persia, monarca autoritario sostenuto dagli Usa, che trovò riparo a Washington. Ciò causò la protesta di migliaia di persone a Teheran, che ne chiesero la consegna per processarlo a causa dei crimini commessi contro il popolo iraniano. Un gruppo di studenti occupò l’ambasciata statunitense a Teheran, sequestrandone tutto il personale e inducendo gli Stati Uniti ad articolare una strategia per rovesciare il nuovo governo iraniano.

Reduci dalla recente e bruciante sconfitta in Vietnam (1975), gli Usa tentarono una strategia di intervento indiretto, strumentalizzando le tensioni regionali che, proprio a causa della rivoluzione in Iran, non mancavano. All’interno della rivoluzione iraniana aveva prevalso infatti la fazione religiosa sciita, che decretò la repubblica islamica incoraggiando gli sciiti di tutto l’oriente a insorgere contro i propri governi e instaurare analoghe forme statuali. La presenza di musulmani sciiti era particolarmente rilevante (come lo è tutt’oggi) in Iraq, in Kuweit e nelle monarchie della penisola araba (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein): tutti stati governati da elite autoritarie e brutali di confessione sunnita. Gli Stati Uniti decisero di spingere, con il sostegno di questi paesi, l’Iraq ad invadere l’Iran – ciò che avvenne nel 1980.

In questo quadro si inserisce la vicenda della diga di Mosul. La guerra durò otto lunghissimi anni e, nonostante le centinaia di migliaia di morti, non condusse a nessun risultato. Fu combattuta dall’Iraq con armamenti moderni e nuovi di zecca acquistati quasi interamente da aziende statunitensi grazie a prestiti del governo americano. L’Iraq non avrebbe potuto, senza questi aiuti, combattere una guerra contro un paese due volte più popoloso, anche considerato che la maggioranza degli iracheni, essendo sciiti, erano contro la guerra, e che i curdi, popolazione non araba in Iraq, erano insorti contro il governo. Il sostegno all’Iraq contro l’Iran dovette quindi essere anche economico: nel 1981 le monarchie del golfo finanziarono la costruzione della diga (allora chiamata “Saddam”) per permettere una maggiore produzione di energia elettrica e un’irrigazione più efficiente del nord del paese, sperando che ciò aiutasse l’Iraq a far fronte alla guerra.

La costruzione della diga, però, fu affidata ad un’azienda italiana, l’Impregilo (nota per i suoi ecomostri italiani, non ultimo il coinvolgimento nel progetto Tav in Val Susa), in collaborazione con una ditta tedesca. Come da costume italico, Impregilo non si curò delle caratteristiche non idonee del territorio scelto per la “grande opera” dal governo di Saddam Hussein, e iniziò a costruire l’infrastruttura in un’area dove il fondale del fiume Tigri presenta un’accentuata connotazione carsica (è pieno, cioè, di cavità idrogeologiche attraverso cui si infiltra l’acqua marina). Gli ingegneri italiani, non preoccupati delle gravissime conseguenze di un simile atto, ma semmai di intascare più denaro, iniziarono i lavori e li estesero, in modo pericoloso ma redditizio, a improbabili tentativi di iniettare cemento nelle falle carsiche per turarle. Naturalmente, nella stupida e malaugurante lotta tra Impregilo e natura, la natura vinse.

Quando la diga fu completata il 24 luglio 1986, infatti, essa rappresentava già uno dei più gravi pericoli per l’umanità: se avesse ceduto a causa della continua infiltrazione di acqua marina dal sottosuolo, l’immensa quantità di acqua accumulata avrebbe raggiunto Mosul in pochi minuti con onde di dieci metri, e Baghdad dopo 38 ore con onde di quattro metri, uccidendo di schianto – è stato stimato da varie fonti scientifiche, anche recentemente – almeno 500.000 persone. Per questo la diga-truffa, o diga-crimine, è da allora assistita “da 24 macchinari che, con fragore, lavorano 24 ore al giorno per pompare malta liquida nelle fondamenta della diga” scrive il Washington Post, aggiungendo che “periodicamente si formano delle doline a inghiottitoio, dal momento che il gesso si dissolve sotto la struttura”. Il costo che l’Iraq deve da allora sostenere per questa manutenzione abnorme è equivalente – si pensi – a 30mln di dollari al mese.

Il governo iracheno iniziò subito, per far fronte al disastro, la costruzione di una nuova diga più a sud, per frenare l’acqua in caso di inondazione. Era il 1988: finiva la guerra contro l’Iran e si completava lo sterminio dei curdi con gas chimici, proprio nella regione della nuova diga “di salvataggio”, situata stavolta nella località di Badush. Gli irriconoscenti Stati Uniti, nel frattempo, pretendevano i soldi che avevano prestato per la guerra: se non avevano potuto riprendersi l’Iran, almeno si sarebbero presi l’Iraq. Per l’Iraq, però, restituire quel denaro era impossibile, con un paese al collasso economico per aver appena patito un’ecatombe bellica. Per indiretta rappresaglia, la mossa dei paesi della penisola araba (che a loro volta rivolevano i propri prestiti) abbassarono improvvisamente il prezzo del petrolio, annullando la concorrenzialità di quello iracheno, ultima fonte di guadagno per il paese martoriato. L’Iraq rispose con l’invasione del Kuweit, e le Nazioni Unite approvarono una guerra d’aria e di terra contro l’Iraq a guida statunitense (cui partecipò anche l’Italia) nei primi mesi del 1991.

La costruzione della diga di salvataggio a Badush fu per questo interrotta. Terminati i bombardamenti sull’Iraq, gli Stati Uniti imposero un durissimo embargo economico al paese (cui l’Italia aderì), riprendendosi i propri soldi attraverso l’infame campagna “oil for food”, con cui l’Onu centellinava viveri e medicinali per la popolazione civile irachena in cambio di petrolio a prezzi stracciati. In un simile, drammatico contesto (che causò l’impoverimento e/o la morte per malattia di migliaia di persone) i lavori della diga di Badush restarono bloccati. La precaria manutenzione della diga di Mosul continuò in modo sempre più altalenante fino al 2003, quando gli Stati Uniti invasero definitivamente l’Iraq e iniziarono a denunciare al mondo l’ovvietà del pericolo rappresentato dall’ecomostro. Molteplici aziende hanno iniziato da allora ad arricchirsi con i lavori di iniezione cementifera nelle falle che si aprono in continuazione sotto la struttura, pagati ora dai contribuenti statunitensi, ora da quelli iracheni, ora attraverso un ulteriore indebitamento dell’Iraq con la Banca Mondiale (200mln di dollari per questi interventi). Nessun lavoro, in compenso, è stato intrapreso per completare la diga di Badush, strutturalmente stabile e completa al 40%.

Eccoci arrivati, dunque, al grande successo politico-diplomatico del governo Renzi di qualche giorno fa, motivo di tanto orgoglio per l’immenso potere che dimostra la nostra italietta: nonostante sia responsabile in prima persona del disastro, dopo 25 anni è venuto il suo turno di prendersi una fettina della torta della manutenzione. Il totale sprezzo del ridicolo di Renzi e dell’omologo iracheno Al-Abadi li ha portati a giustificare l’assenza di una gara d’appalto (immaginiamo cosa questo può voler dire con un governo, come quello iracheno, tra i più corrotti del pianeta) con “l’urgenza” dei lavori. Urgenza? Abdullah Taqi e Jassim Mohamad, dirigenti dell’equipe di ingegneri che si occupano quotidianamente della diga, hanno negato vi fosse specifica urgenza per questo tipo di intervento, e maggior luce sulle ragioni è stata gettata dal prof. Nadir Al Ansari, maggiore esperto al mondo della diga, nel suo articolo “Il mistero della diga di Mosul, la diga più pericolosa del mondo” pubblicato con quattro colleghi dell’Università di Lulea, in Svezia.

L’intervento di Trevi prevede “un’intensa attività di perforazioni ed iniezioni di miscele cementizie per il consolidamento delle fondazioni della diga” (come si continua a fare da 25 anni) e, secondo una fonte anonima del sito della difesa, “la realizzazione intorno alle fondazioni del diaframma di un muro di contenimento di 60-70 metri”. A p. 109 dell’articolo di Al Ansari, nel capitolo Raccomandazioni per le azioni future, si legge tuttavia: “Abbandonare l’idea di costruire un diaframma, poiché tutti gli studi provano che questa soluzione […] metterebbe in pericolo l’integrità della diga. […] Riprendere la costruzione della diga di Badush è l’unico modo di proteggere la popolazione da un eventuale crollo […]. Iniziare uno studio di fattibilità per lo smentallamento della diga di Mosul”. L’Italia sta ripristinando una diga che bisognerebbe distruggere. Che dire? Avere soldati e influenza in Iraq fa sempre comodo. Un affare per il signor Trevi, forse per Al-Abadi; non certo per gli iracheni – né per noi.

Guerra in Siria, il quadro si complica

12714489_10153667968853429_164083017_n
Vittime civili dell’assedio condotto con armi chimiche dalla Turchia a Cizre, nel Bakur (sud est turco, a maggioranza curda).

Rilancio articolo di Infoaut:

Il susseguirsi degli eventi delle ultime settimane sta imprimendo una pericolosa accelerazione intorno a quella che per ottimismo della volontà continuiamo a chiamare “crisi siriana” o per riduzionismo “guerra civile siriana” quando è ormai evidente che coinvolgimento, responsabilità, conseguenze e implicazioni eccedono ampiamente il territorio conteso del regime degli Assad.

L’intervento russo in difesa dello status quo ante (e dei propri interessi geopolitici) ha nettamente modificato i termini del confronto, amputando le ambizioni dello Stato Islamico, evidenziando l’inconsistenza del Free Syrian Army sostenuto da Washington, finanche la debolezza degli altri fronti islamisti variamente sostenuti da Sauditi ed altri emirati del Golfo. La convergenza tattica – senza amicizia – tra russi/hezbollah/esercito siriano da un lato e kurd* del Rojava dall’altro sta nei fatti alterando il corso del conflitto. La battaglia di Aleppo, oltre a produrre una nuova ondata di decine di migliaia di profughi, sembrerebbe segnare un punto di non ritorno degli equilibri politico-militari nell’area.

Il rischio immediato sembra però essere quello di una nuova intensificazione dello scontro con l’ingresso on the ground di attori fino ad oggi limitatisi al finanziamento e al leading from behind. Turchia e Arabia Saudita, nonostante l’opposizione (perlomeno dichiarata) degli Stati Uniti, vogliono entrare in Siria per (queste almeno le dichiarazioni ufficiali) combattere l’Isis. Ma aldilà delle buone intenzioni annunciate, questo fatto sembra piuttosto confermare come per quelle potenze regionali la caduta del regime di Damasco venga prima di qualsiasi obiettivo “comune” individuabile nella lotta contro lo Stato Islamico. Se l’ossessione per il vicino è una costante per i Saud e un’acquisizione recente per Erdogan, il salto che questi si apprestano a fare coinvolgendosi direttamente nel conflitto, risponde forse anche alle difficoltà di gestione delle proprie contraddizioni interne (curdi per Erdogan, sciiti interni e islamisti fuori del controllo di Ryad).

Chi esce peggio da questa carrellata di mosse, in atto o soltanto annunciate, e però il blocco “occidentale”, con gli Stati Uniti obbligati a cambiare continuamente gli alleati sul campo (almeno a parole) e al tempo stesso pavoneggiarsi come supervisore degli equilibri sitemici generali (ruolo sempre più contraddittorio e difficile anche solo da rappresentare); dall’altro abbiamo un’Europa incapace di reale autonomia, stretta dalla sudditanza atlantica e dalla dipendenza dalla Turchia per il controllo dei profughi. Il fallimento del recente tavolo di trattative a Ginevra segna il fallimento congiunto dellle mosse euro-stratunitensi, con lo scandalo del mancato invito al tavolo delle milizie curde.

C’è poi un secondo livello di scontro – geopolitico, economico e confessionale – che vede contrapporsi Iran e Arabia Saudita per l’influenza sulla regione. Qui l’Iran ha all’attivo il raggiungimento di un accordo internazionale sul nucleare mentre i Sauditi si trovano a dover far fronte ad una perdita di influenza su più fronti (Siria, Yemen, Libano).

L’eventuale entrata in campo di Bahrein, Emirati e Turchia coi rispettivi eserciti, finora solo una minaccia, porterebbe a un innalzamento del livello dello scontro. Iran e Russia hanno un accordo di difesa con la Siria. In caso di intervento la Russia sarà in guerra contro un paese Nato e un alleato Usa. Questo obbligherà la Nato a schierarsi…

Certo, gli interessi generali sembrano ancora consigliare freni e nuovi accordi ma da tempo le potenze di scala regionale, soprattutto Turchia e Arabia Saudita, mettono sempre più di fronte a questi equilibri i propri interessi immediati. Se aggiungiamo a questo quadretto la recente decisione iraniana di accettare solo più l’Euro come moneta di scambio col proprio petrolio – rilanciando la latente e sempre attuale guerra valutaria tra Europa e StatiUniti – e i ripetuti affondi delle borse mondiali, tutto ci dice che l’opzione-guerra tenderà sul medio periodo a restare il campo privilegiato in cui si disputeranno le contraddizioni capitalistiche, a meno del riemergere di forti movimenti di massa capaci di collegare l’opposizione alla guerra alle battaglie per migliori condizioni di vita in Europa, Usa e medioriente.

12714307_10153667969248429_1750019870_n
Guerrigliero curdo morto a Cizre. L’ultima pallottola è per non finire vittime delle torture Turche o dei loro amici di Isis