Non è un Paese per giovani, ma dove sono i giovani?

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Rilancio da Infoaut:

Si moltiplica la pubblicistica sui “giovani”, i trend sono molteplici ma i filoni principali riguardano il malessere “esistenziale” che contraddistingue i Millenials e le loro difficoltà economiche e di realizzazione.
Le narrazioni partono sempre da un dato quantitativo: il numero dei giovani che vanno all’estero, i dati sulla disoccupazione giovanile, le analisi sulla crescita dei disturbi depressivi e d’ansia e non ultime le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’Inps, sulla povertà degli under 35. Nell’oggettività di questi dati statistici viene costruita una narrazione qualitativa, un senso comune forte sulla vita dei cosidetti giovani. Da una parte sempre più poveri e senza prospettive dall’altra accusati dalla politica di essere choosy, pigri e non disponibili a prestarsi al mercato del lavoro. Una narrazione ambivalente le cui contraddizioni esplodono, come abbiamo visto nel caso del suicidio di Michele.

«C’è un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato i problemi dei giovani», afferma Boeri. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta ma i fondi Inps destinati a questa fascia sono neanche il 26% della spesa complessiva erogata. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 40%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Questi dati rappresentano dei “problemi” a cui la politica non vuole rispondere perché funzionali alla riproduzione di un mercato del lavoro conveniente per gli investitori.

L’affermazione di Boeri è da manuale per descrivere i tre aspetti che caratterizzano la vita di un “giovane italiano”.

Il primo è un problema generazionale ad ora tutto raccontato e imposto dall’apparato sistemico. In un contesto di crisi permanente chi più ne fa le spese sono le donne e i giovani, privati degli strumenti economici e sociali per vivere una crescita autonoma nel proprio presente. Non si tratta più di “costruirsi un futuro”, slogan delle ultime ondate di movimento studentesco, ma di riuscire a vivere un presente. La contrazione temporale delle aspettative è indice di un profondo cambiamento soggettivo, in cui l’integrazione diviene il chimerico obiettivo da perseguire per una fascia di “giovani” molto diversificata e stratificata al suo interno. La normalità dei lavori a rimborso spese, non pagati, a “tutele crescenti” è un dato non messo esplicitamente in discussione. Le chiacchiere da spogliatoio sono un lamentio sfiduciato nella politica e nelle possibilità che il sistema offre, insieme ad una rassegnata accettazione del dover sottostare a questo iter di cui non si conosce l’esito. Una lotta per l’integrazione, per non essere relegati in questa “generazione” depressa, o un crogiolarsi in una lamentela sulla propria condizione. Chi rifiuta questa prospettiva scappa all’estero, i più fortunati per lavorare nell’industria della conoscenza e della formazione i più a lavare piatti o vendere gelati. Il rifiuto di questo sistema che macina e distrugge vita, conoscenza, crescita e temporalità è silenzioso e ambivalente, mancano le parole per descriversi comunemente a partire da un posizionamento proprio e per riuscire a incidere collettivamente su questa “sorte”, che nulla ha di fatalistico.

Il secondo punto è quella che Boeri ha definito “sicurezza sociale”, concetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Articolo 22 : Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Un richiamo a un universalismo neutralizzante poi utilizzato nella pratica per imporre delle discipline sempre più ghettizzanti e isolanti: regolamenti degli spazi scolastici e universitari sempre più restrittivi, tagli al diritto allo studio ormai in fallimento ma nessuna misura di sostegno al reddito. Le uniche misure statali sono state quelle legate alla Garanzia Giovani, progetto ampiamente fallito di tirocini formativi a rimborso spese per i quali ancora si aspetta la retribuzione dei lavoratori. La sicurezza sociale chiamata in causa non è la soluzione ma la base dei problemi affrontati in quanto arma di ricatto utilizzata dalle istituzioni e dal mercato del lavoro.

Il terzo sono i “problemi dei giovani”. Questi problemi sono stati definiti dalle indagini Istat, dalle statistiche, dai politici e dai media. Nessun’altra voce si è alzata per contestare dei problemi ed è per questo che nessuno fa qualcosa per risolverli, infrangendo così le perenni speranze del pubblico da casa. Così si moltiplicano le analisi sociologiche e psicologiche volte a neutralizzare e medicalizzare in “crisi dei 25 anni” e “generazione dell’ansia” delle situazioni ben più complesse che riguardano sia la sfera soggettiva di costruzione di personalità e certezze che quella oggettiva delle “sicurezze materiali”. Un circolo vizioso funzionale a mantenere soggiogati milioni di “giovani” e preoccupati i loro “genitori”, mantenendo immutata una condizione sociale ed economica. Questo almeno nel discorso e nella narrazione perché dei cambiamenti volti a una sistematizzazione normativa di questa “crisi generazionale” sono invece in atto: Job Act, riforma della scuola e università, restrizione degli spazi di socialità violentemente (vedi piazza Giulia a Torino) disciplinati per essere ulteriormente mercificati.
Nessuno risolverà dei problemi se una soggetto collettivo non li porrà con forza e ne pretenderà una risoluzione.

Sia nei significativi dati referendari di questo dicembre (80% di NO al referendum costituzionale) che nei dibattiti pubblici in seguito al suicidio di Michele il dato da cui ri-partire è quello di un’assenza di presa di posizione, di una mancanza di parole e di espressione collettiva.

Sciopero del 16 giugno: una vittoria per il movimento operaio e per l’antagonismo piacentino!

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Il gruppo di una ventina di studenti piacentini unitosi agli altri due pullman di ragazze e ragazzi operai. Da Piacenza ci siamo mossi in 150, tutti giovanissimi, per la giornata del 16 giugno: due pullman hanno portato solidarietà a Modena e uno a Stradella. Ogni fronte di lotta riesce ormai ad essere supportato dall’organizzazione sprigionata da questo movimento giovanile.

Lo sciopero di venerdì 16 giugno è stato un passaggio significativo per il consolidamento e il potenziamento di una prospettiva conflittuale di classe in questo paese.
Convocata dalle sigle più combattive del sindacalismo di base, la giornata di lotta ha praticato una prima possibile saldatura di rilievo strategico per l’ipotesi antagonista, quella tra i settori cruciali della circolazione.
Si sono intrecciati nello sciopero i comparti logistici, quelli dei trasporti pubblici e finanche l’adesione significativa di lavoratori Alitalia, a nemmeno due mesi dalla fragorosa affermazione del No nel referendum interno alla compagnia. Questi sono scioperi che fanno male perché incidono direttamente sulla ritmica complessiva della produzione e della riproduzione e agiscono immediatamente sul piano dei rapporti di forza. Non a caso i Confederali se ne tengono da tempo alla larga, così come non è casuale che a dare visibilità pubblica allo sciopero (per lo più silenziato dai media) siano le dichiarazioni stizzite di Renzi e Delrio. Il primo prova ad attizzare la retorica dei fannulloni, enfatizzando il fatto che lo sciopero sia avvenuto di venerdì. Non sa, evidentemente, il buon Renzi, che i trasporti e i magazzini logistici lavorano anche il sabato e spesso la domenica… Mentre Delrio si scaglia contro le minoranze in grado di bloccare le città e invoca una forte limitazione alla possibilità di scioperare (in modi incisivi, per scioperare in maniera innocua ovviamente non c’è problema), ricordando che alle Camere sono ferme da tempo proposte di legge in merito che portano le firme di Sacconi, Damiano e Ichino (brividi).

La “solitudine” dello sciopero di ieri rispetto a sponde istituzionali (il che è evidentemente un bene) e a un contesto generale che continua a essere arido di istanze conflittuali, ha dunque prodotto notevoli interruzioni nella circolazione urbana sopratutto a Roma e Milano, e si è definito attraverso una fitta punteggiatura di blocchi dal porto di Napoli a tutto il nord. Anche questa volta non si è fatta attendere l’arroganza poliziesca (sempre più rinvigorita dal nuovo corso Minnniti), con interventi ai picchetti a Genova e Brescia e con una plateale e violenta aggressione a Modena. L’uso indiscriminato di lacrimogeni su un picchetto operaio qui avvenuto merita una considerazione. Nella città amministrata ininterrottamente dal 1945 dal medesimo ceto politico che si forgia degli stemmi del Lavoro, una tale brutalità (nell’assordante silenzio dei media locali) è possibile perché la forza lavoro in lotta è razzializzata e il razzismo istituzionale è una dimensione sempre più pressante. In secondo luogo, la questura locale ha evidentemente voluto rispondere alla liberazione avvenuta il giorno prima dello sciopero di Aldo Milani, provando inoltre a pareggiare i conti con il corteo per la sua liberazione che a febbraio aveva rotto tutti i divieti a manifestare ridicolizzando il dispositivo repressivo. La risposta della piazza scioperante è però stata importante e vittoriosa, anche grazie alla solidarietà operaia da altre città, che rimane uno degli elementi di lotta di maggior rilievo per questo ormai decennale processo conflittuale.

Per concludere, il 16 mette sul piatto alcuni nodi sui quali sarà necessario tenere aperta una riflessione. La tenuta organizzativa della saldatura tra sindacalismo conflittuale, collettivi autonomi e una composizione operaia consapevole della propria collocazione strategica nella catena produttiva è l’elemento che ha consentito la durata dei processi in atto. L’uso operaio del sindacato e le dinamiche soggettivo-organizzative di quest’ultimo continuano a definirsi come campo di tensione all’interno del quale si determineranno le direzioni future di questa storia. Se il passaggio del 16, la connessione tra logistica e trasporti, evidentemente è in grado di esprimere livelli anche molto più alti e incisivi, si tratterà verso l’autunno di comprendere come la molteplicità del lavoro contemporaneo possa comporsi attorno e con questi settori di classe. La produzione di concatenazioni e risonanze, il dispiegamento delle potenzialità dei territori attorno al conflitto capitale/lavoro, è l’altro aspetto decisivo, e questo spetta a noi.

Elezioni a Piacenza: mai cosi tanto distacco dalle istituzioni!

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Con questa tornata elettorale, Piacenza si allinea a un trend gia’ consolidato a livello nazionale.
Il segno distintivo e’ il distacco fra istituzioni e popolazione. Dopo essersi contraddistinte per una violenza antiproletaria senza eguali negli ultimi anni, le istituzioni locali sono sempre piu’ campo di contesa per una ristretta cerchia elitaria di “salvati” dal massacro sociale, con una fetta di “sommersi” ormai irrecuperabile, se non in minima parte, dai meccanismi di amicizia-clientelismo-conoscenza che vigono a livello di voto amministrativo.

Da destra a sinistra, i partiti escono debolissimi quando non assenti e divorati di fatto dalla cultura cittadinista delle liste civiche, e gia’ questa loro perdita di credibilita’ costituisce la premessa per il piu’ generale sfondamento del rifiuto di partecipare.

Nel merito delle varie posizioni poi, ulteriori conferme dell’allineamento ai trend nazionali con:

-una destra in cui a farla da padrone sono le componenti piu’ becere e demagogiche, all’insegna delle frottole sulla sicurezza e gli accanimenti antioperai di alcuni candidati leghisti;

-una sinistra priva di riferimenti nei movimenti sociali cittadini e sganciata dalla questione sociale, esito prevedibile della rottura maturata anni addietro rispetto ai conflitti operai nel polo logistico e sfociata in una trasformazione in “rappresentanza delle istanze borghesi di sinistra”, fortemente improntata a temi civilisti;

-un grande centro in cui l’interprete principale, il PD, paga l’aver perseguito come a livello nazionale delle politiche economiche di destra (fra un originale e la sua copia, e’ sempre premiato l’originale);

-i cinque stelle privi a livello locale di credibilita’ e di quella capacita’ di recupero e controllo del malessere sociale che a livello nazionale e’ in parte garantito dal carisma di Grillo.

Tutto molto banale quindi, e tutto anche molto triste.

Nonostante il marginale recupero di astensionisti effettuato dalle singole liste (vale dalla sinistra alla destra) grazie ai vincoli di conoscenza, quindi, a uscire trionfante è il disamore verso un’istituzione sempre più priva di legittimità. Mai cifre così alte di astensione, mai un rifiuto così esplicito da parte degli aventi diritto al voto.

Ai movimenti sociali il compito di approfondire il solco della nemicita’ con un’istituzione mai come ora priva di legittimita’ popolare (i dati sono incontrovertibili: chiunque di fronte a questi numeri rivendicasse un “buon risultato” farebbe ridere i polli). Un solco già ora enorme, se è vero che mentre i candidati sudavano davanti agli exit pool il cuore e le attenzioni dei movimenti sociali erano orientati sulla Bologna dove, a pochi chilometri di distanza e coinvolgendo fratelli e sorelle di tante battaglie di questi anni, andava in scena un ulteriore slittamento in avanti in termini repressivi orchestrato dalla questura sfruttando la scusa del “G7″ organizzato in città.

Niente e’ per sempre, e questo regime dei (sempre piu’) pochi, della repressione, del massacro sociale un giorno, magari fra tanti anni, finira’. Scarpe rotte eppur bisogna andar!

Sull’ attentato di Manchester

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Rilancio da Infoaut

Mentre si affolla l’asta delle immagini simbolo, mentre si scatena la concorrenza su quale logo di solidarietà bisogna aggiungere sui social, mentre il senso viene diluito nel mare di tweet, il compito di descrivere quanto successo oggi a Manchester lo lasciamo ad altri. Partiamo da qui, dalla sempre più chiara sensazione di distanza da questo rito osceno e saturo di lacrime posticce da cui siamo bombardati, un rito percepito ormai come ipocrita e insopportabile, senza rispetto per dei morti che sentiamo vicini. Il divario tra il lutto e l’esperienza. Roberto Saviano, ma potremmo parlare dei tanti piccoli rappresentanti di un pensiero mainstream ormai ridotto a riflesso pavloviano davanti al disastro, dopo la strage della Manchester Arena ci ricorda che il nostro compito è “non smettere di danzare”, contro i “maledetti” terroristi. Un pensiero solo apparentemente mediocre, invero, dispositivo potente perché al cuore del governo attraverso la paura. Parliamo della sempre più stridente ingiunzione alla passività davanti all’orrore.

Continuate a danzare, al resto ci pensiamo noi dicono i nostri governanti e i loro cantastorie. Il desiderio di rivincita e di vendetta viene rimosso ed etichettato a pulsioni primordiali di individui ignoranti… magari un po’ razzisti. Continuate a danzare al resto ci pensiamo noi. Viviamo una sola città globale da Londra a Baghdad passando per Aleppo e Milano. La guerra asimmetrica condotta dallo stato islamico lo conferma colpendo anche a Marawi, nelle Filippine. Solo un’eco per il nostro gusto occidentale, incapace di cogliere il portato pieno di una guerra dispiegata perché impegnato a neutralizzarne il senso nel pietismo dell’orrore più che nell’accumulare rabbia per reagire, per cercare nuovi alleati attraverso il globo, tra le vittime del presente… tra gli altri giovani di 16 anni che non meritano questo mondo.

Queste guerre solo le loro guerre – abbiamo detto – mentre a morire siamo noi. Ma riconoscere che si tratta di guerre che non ci appartengono non basta. Queste guerre sono anche le nostre finché non le combattiamo. Continueremo a essere i bersagli di una guerra che viene condotta anche contro di noi fintanto che resteremo il contesto della guerriglia globale. Bisogna uscire dalla radura, da quel mondo noto al quale il discorso del potere ci ha ammaestrati. Bisogna costruirci una nostra mappa per avere una nostra strategia. Innanzitutto non abbiamo alleati tra chi ci espone alla morte. Non abbiamo alleati tra chi, negli Stati occidentali, governa la paura per governare la vita sulla paura. Tra chi ci chiede di sacrificare ancor più libertà e autonomia per securizzare le nostre società, ovvero per impedirci di posizionarci per essere noi a distruggere e trasformare il nostro stile di vita, quello preda di ogni attentatore. I nostri unici alleati sono gli altri bersagli come noi, perché a Manchester, come fu al Bataclan, a essere sotto attacco è la vita all’altezza della quotidianità imposta dalle gerarchie di potere in cui ci conduciamo. È andare a un concerto, uscire, spendere, mettere like e una foto su instagram… è avere sedici anni. La vita che consumiamo è la nostra vita, quella che dobbiamo difendere e in cui la condizione della negazione per la trasformazione non la troveremo in altro che in noi. La liberazione dal terrore verrà dal ribellarci a questa vita e non nella pietà della morte. Nel combattere e non nel rassegnarsi. Raqqa cadrà perché assediata. Da lì, forse, dovremmo ricominciare a danzare. La nostra musica però.

MINNITI NON SEI IL BENVENUTO A PIACENZA!

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Oggi, senza paura di vergogna, il PD piacentino ha organizzato un’iniziativa in supporto del suo candidato sindaco Rizzi invitando il ministro su cui gravano le peggiori responsabilità morali dell’intero governo piddino: il fascista Minniti.

Il ministro della repressione è venuto a presentare il vomitevole contenuto dei suoi decreti, con tanto di approfondimento su temi come l’arresto in flagranza differita e il DASPO urbano, misure esplicitamente studiate per evitare qualsiasi movimento sociale di protesta e restringere ulteriormente l’agibilità politica nel nostro paese.

Forse consci della vergogna di invitare un simile personaggio, i piddini locali hanno ben pensato di far uscire solo all’ultimo la notizia, e siamo stati solo in una ventina a trovare il modo di liberarci all’ultimo per preparare una degna accoglienza.
Immediatamente allontanati dalla DIGOS (alla faccia dell’iniziativa pubblica!) abbiamo quindi preferito optare per farci un giro per il centro cittadino eludendo il dispositivo repressivo immediatamente predisposto, con un ridicolo e sproporzionato schieramento di blindati che ha ingolfato il traffico cittadino e creato non pochi disagi a residenti e lavoratori.

Non paghi, i tutori dell’ordine (ma è chiaro che la responsabilità ricade interamente sulla spalle di chi propone simili provocazioni politiche, il PD) hanno finito la giornata intimidendo una parte dei sopraggiunti con identificazione coatta (in assenza di reato), forse sperando che questo possa in qualche modo dissuaderli dall’impegno politico (ovviamente avverrà il preciso opposto).

Una volta di più, la chiara divisione fra una parte di città sana e un apparato repressivo intollerante non solo a eventuali contestazioni, ma anche al mero dialogo “democratico” da essi stessi sbandierato. Quella stessa ottusità che ha già portato al morto grazie alle retate razziali-etniche predisposte da Minniti nelle varie stazioni in ossequio al principio di criminalizzazione delle marginalità sociale.

Minniti, torneremo, PD, non ti daremo tregua! Intanto chi ha diritto di voto ragioni se aiutare ancora forze politiche di tale fattura o se darsi una svegliata e iniziare a lottare per una vita degna e libera!

Del PD, ovvero del principale partito di destra del paese

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Rilancio da Infoaut

L’operazione di polizia di ieri a Milano, condotta da un numero imprecisato di esponenti delle forze dell’ordine che hanno proceduto a identificazioni di massa sulla sola discriminante del colore della pelle, si inscrive in un contesto dove l’intensificarsi della stretta securitaria all’interno degli spazi urbani è un processo riconducibile alla china presa dal Partito Democratico negli ultimi mesi, china che segna un riposizionamento ulteriore del partito nello scenario politico.

In un atteggiamento che presumibilmente continuerà fino alle prossime elezioni, il Partito di Renzi si ristruttura sempre più come partito d’ordine, con l’obiettivo politico del mantenimento a tutti i costi della stabilità sociale e con una ideologia incastonata sul binomio legalità-sicurezza . Attraverso uno smarcamento da ogni azione in ambito sociale, trattato unicamente nella cornice dell’ordine pubblico, missione del Partito Democratico è unicamente l’attacco preventivo contro ogni focolaio di tensione.

Prima di questo maxi-blitz, che sancisce la determinazione dell’agenda pubblica nazionale da parte del protagonismo del Ministero dell’Interno (con Minniti ormai figura cardine dell’esecutivo ben oltre l’etereo Gentiloni), operazioni securitarie e rastrellamenti continui si sono infatti dispiegati a Roma, città forse esemplare del modello di gestione “desiderabile” dal sistema del “Mondo di Sopra” cosi come da espressione del nero Carminati.

Nella Capitale, approfittando del calo di fiducia verso le proposte partitiche e sfruttando l’interminabile sequela di questioni giudiziarie emerse , si è dato il via libera ad un agire politico slegato da ogni co-decisionalità con i vari municipi da parte della Questura. Tradotto: decine di sgomberi di case e alloggi di fortuna, stretta sugli ambulanti e totale assenza di politiche in grado di produrre alternativa all’opzione repressiva.

La stessa Milano turbo-liberale a guida Sala ha di fatto proseguito e accelerato la difesa dei processi di rendita e speculazione, diametralmente offensivi rispetto soprattutto a migranti e precari, soggetti da espellere dai quartieri della prima periferia dove le possibilità di guadagno per i privati offerte dai processi di gentrification vanno tutelate. Allo stesso modo, l’atteggiamento dimostrato a Torino contro lo spezzone sociale del corteo del primo maggio è esemplificativo della volontà di zittire ogni tipo di esposizione di un discorso differente rispetto alla crisi sociale dispiegata nel paese.

E non si può non dimenticare come la città-simbolo del Partito Democratico, Bologna, sia stata investita da un protagonismo dell’operato delle forze dell’ ordine quantomeno inedito, con sgomberi di case guidati dall’operato degli Interni sotto Alfano, militarizzazione della città per le scorribande di Salvini, sfratti sempre più cruenti e una presenza visiva di celerini e militari sempre più ossessiva.

Allargando lo sguardo oltre le grandi dimensioni metropolitane, anche le frontiere sono state sempre più terre di protagonismo di blitz polizieschi, come a Ventimiglia. Qui il paradosso, ma nemmeno troppo, è il fatto che il sindaco abbia scavalcato l’operatività dei reparti antisommossa, con ordinanze degne da periodi di apartheid. Indovinate di che partito é? Un tempo avreste pensato immediatamente alla Lega: oggi invece è il PD che si rende attuatore di quanto proviene dalla peggiore fogna xenofoba e razzista, che ha ormai cancellato ogni tipo di residuo ideologico del vecchio PCI e accettato la superiorità leghista in termini di egemonia culturale e di narrazione del presente.

Non bastano i continui plausi di Salvini alle azioni di primi cittadini democratici come Merola e Sala: i dati delle primarie, dove l’opzione più lontana da uno spostamento a destra, quella di Emiliano, non è praticamente esistita in termini di consenso raccolto, la dicono lunga su chi ormai compone l’elettorato del PD. La rincorsa ad un posizionamento di centro-destra è ormai conclusa, e l’idolatrare Macron e la sua opzione politica come modello da seguire mettono la parola fine ad ogni tentazione riformista nel partito, preparando il terreno per una alleanza con Berlusconi in seguito al voto per un futuro da partito trainante di una “grosse koalition” contro i populismi, categoria nella quale – si badi bene – non figurano soltanto i Cinque Stelle ma tutto ciò che vada contro la retorica del There Is No Alternative a questo tipo di esistente.

Abbiamo di fronte ormai un partito ultra-conservatore, che un po’ sul modello del PASOK greco di qualche anno fa sta utilizzando ciò che rimane del suo patrimonio ideologico di “sinistra” per sdoganare le peggiori politiche neo-liberiste e di war on poors. Il PASOK nelle ultime elezioni greche è però sparito di fatto dallo scenario politico…speriamo che sia un buon precedente!

Intervento cc 28-04 (ultimo!) su bilancio di dieci anni di consiglio comunale

Questo è il mio ultimo intervento, almeno per qualche anno, in consiglio comunale. “le lotte in comune”, campagna che portò alla mia rielezione a servizio del nuovo movimento operaio cittadino, vanno momentaneamente in vacanza. O almeno…tornano nelle strade, dalle quali peraltro non se ne sono mai andate.
Come ho sempre detto, infatti, la politica è costruzione e organizzazione del rapporto di forza per il proprio blocco sociale. In questi anni mi sono dedicato con ogni energia a questo obiettivo, ritenendo il passaggio nelle istituzioni come un servizio di rappresentanza a quel movimento. Quel movimento ora va con le sue gambe, e sarebbe anacronistico ricandidarsi per partecipare alla vita di istituzioni che ritengo oggi nemiche della mia classe, e peraltro prive di credibilità (basti vedere i miei atti votati e mai applicati).
Per questo non voterò alle prossime elezioni comunali, non vedendo in nessun candidato in campo lo stesso spirito che mi animò, lo stesso rapporto con le istituzioni e la stessa chiarezza nelle posizioni politiche.
La vita è lunga e non escludo che le circostanze possano portare me o qualcuno della mia comunità politica a concorrere nuovamente, fra qualche anno, al gioco elettorale. La mia non è una contrarietà ideologica ma un rapporto strumentale, nella scia dei bolscevichi pre-rivoluzione d’ottobre o dei curdi i Turchia.
Con calma, anche il sito subirà un restyling per divenire piattaforma al servizio della mia comunità politica, che ultimamente è cresciuta davvero tanto e può iniziare ad avere realmente un peso sullo scenario cittadino.
Chi volesse parteciparvi è sempre il benvenuto: avere posizioni radicali e antagoniste è qualcosa che, ce lo insegnano la Resistenza e il movimento No-Tav, non ha età e in cui chiunque può trovare il modo di dare un contributo. Non conta quanti “scontri di piazza” abbiate fatto o siate disposti a fare, ma quanto siete disposti a mettervi in gioco per mettere a frutto le vostre capacità in un’intelligenza collettiva che produca avanzamenti per chi subisce le ingiustizie di questo mondo martoriato.
Stay rebel!

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La democrazia di Minniti e dell’UE…

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Uno dei dieci pullman a cui è stato impedito di raggiungere la manifestazione “eurostop” di sabato 25 marzo a roma. I ragazzi sono poi stati rinchiusi illegalmente in un CIE per essere identificati.

Rilancio editoriale di Infoaut rispetto alla manifestazione contro l?unione Europea a Roma. Il dato non è di contenuto, ma bensì inerente la gravità del livello repressivo raggiunto dal ministero dell’interno. Di fatto, in questo paese le conquiste democratiche sono sospese.

Partiamo da un dato. Accettare di essere relegati al di fuori delle zone della città dove si materializzava la provocazione delle istituzioni europee e nazionali per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, è stato il primo tassello che ha permesso a un imponente meccanismo di controllo di funzionare.

La gestione dell’ordine pubblico in piazza a Roma, costruita mediaticamente ad arte nei giorni precedenti, si è potuta così affermare in pieno stile (nord)europeo. Con una enfasi e una prassi sulla prevenzione della minaccia atta a far sparire le ragioni politiche del corteo di, che partivano anche dall’inaccettabilità del sequestro della capitale e del suo centro da parte dei capi di stato e di governo.

Le ragioni del corteo erano del resto chiarissime da mesi, e affermavano da un lato la consapevolezza della irriformabilità dell’Ue e dall’altro la non accettabilità di un discorso neosovranista in qualunque salsa.

Un quadro analitico che nei media non doveva in alcun modo passare, visto che le uniche prospettive accettabili nel discorso pubblico sono quelle di due finti nemici, l’europeismo fideistico e il sovranismo con il suo sfondo nazionale, utili a rinforzarsi a vicenda mentre colpiscono insieme il nemico comune, quello costruito e ricostruito ogni giorno dalle lotte sociali; il conflitto e chi lo pratica nei territori sono stati assimilati di fatto al jihadismo negli scorsi giorni sui media, in una clamorosa opera di annientamento mediatico di chi generosamente ha costruito una piazza difficile e attaccata da ogni parte.

Chi ha elemosinato riformette ai potenti dell’Ue mentre sfilava con Libera e il peggio della società civile alleata del PD, ricongiungendosi durante il corteo addirittura con Laura Bordini e Mario Monti, ha quindi dimostrato ulteriormente la sua politica ostile e nemica al conflitto sociale e alla sua talvolta dura quotidianità, fornendo una stampella buona e colorata ad un potere che non se ne curerà neanche.

Ad ogni modo Minniti e il dispositivo da lui costruito, dalle centinaia di fermi preventivi con annessi fogli di via ‘previa verifica dell’orientamento ideologico dei manifestanti’ al vergognoso tentativo di impedire alla piazza di raggiungere Bocca della Verità, ci mettono di fronte alla necessità ulteriore di approfondire con intelligenza il ragionamento sulle forme del conflitto e della resistenza al giorno d’oggi, in uno scenario dove la paura si è imposta sulla consapevolezza delle ragioni dello scendere in piazza.

Lo diciamo senza giri di parole. Oggi non c’è stata la capacità di rappresentare una variabile ingovernabile all’interno della capitale, di rompere il perimetro che ci è stato tracciato intorno. Le differenti istanze contro l’austerità portate da chi lotta contro l’impoverimento sociale dovranno prendere coscienza dell’impossibilità di qualsiasi scorciatoia rispetto all’affrontare di petto l’attacco che viene condotto nei propri confronti. E non sono certo i “diritti democratici” che hanno mostrato oggi tutta la loro inconsistenza che ci garantiranno la possibilità di tornare a manifestare.

Ripartiamo da questa consapevolezza e da un dato. Le migliaia di uomini e donne, di studentesse, di migranti, di operai della logistica, di attivisti dei comitati territoriali scesi in piazza oggi hanno dimostrato che esiste un soggetto, per quanto parziale e sicuramente non ancora sufficiente, che ha volontà di opporsi ad un controllo e a delle condizioni di vita sempre più pressanti.