La democrazia di Minniti e dell’UE…

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Uno dei dieci pullman a cui è stato impedito di raggiungere la manifestazione “eurostop” di sabato 25 marzo a roma. I ragazzi sono poi stati rinchiusi illegalmente in un CIE per essere identificati.

Rilancio editoriale di Infoaut rispetto alla manifestazione contro l?unione Europea a Roma. Il dato non è di contenuto, ma bensì inerente la gravità del livello repressivo raggiunto dal ministero dell’interno. Di fatto, in questo paese le conquiste democratiche sono sospese.

Partiamo da un dato. Accettare di essere relegati al di fuori delle zone della città dove si materializzava la provocazione delle istituzioni europee e nazionali per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, è stato il primo tassello che ha permesso a un imponente meccanismo di controllo di funzionare.

La gestione dell’ordine pubblico in piazza a Roma, costruita mediaticamente ad arte nei giorni precedenti, si è potuta così affermare in pieno stile (nord)europeo. Con una enfasi e una prassi sulla prevenzione della minaccia atta a far sparire le ragioni politiche del corteo di, che partivano anche dall’inaccettabilità del sequestro della capitale e del suo centro da parte dei capi di stato e di governo.

Le ragioni del corteo erano del resto chiarissime da mesi, e affermavano da un lato la consapevolezza della irriformabilità dell’Ue e dall’altro la non accettabilità di un discorso neosovranista in qualunque salsa.

Un quadro analitico che nei media non doveva in alcun modo passare, visto che le uniche prospettive accettabili nel discorso pubblico sono quelle di due finti nemici, l’europeismo fideistico e il sovranismo con il suo sfondo nazionale, utili a rinforzarsi a vicenda mentre colpiscono insieme il nemico comune, quello costruito e ricostruito ogni giorno dalle lotte sociali; il conflitto e chi lo pratica nei territori sono stati assimilati di fatto al jihadismo negli scorsi giorni sui media, in una clamorosa opera di annientamento mediatico di chi generosamente ha costruito una piazza difficile e attaccata da ogni parte.

Chi ha elemosinato riformette ai potenti dell’Ue mentre sfilava con Libera e il peggio della società civile alleata del PD, ricongiungendosi durante il corteo addirittura con Laura Bordini e Mario Monti, ha quindi dimostrato ulteriormente la sua politica ostile e nemica al conflitto sociale e alla sua talvolta dura quotidianità, fornendo una stampella buona e colorata ad un potere che non se ne curerà neanche.

Ad ogni modo Minniti e il dispositivo da lui costruito, dalle centinaia di fermi preventivi con annessi fogli di via ‘previa verifica dell’orientamento ideologico dei manifestanti’ al vergognoso tentativo di impedire alla piazza di raggiungere Bocca della Verità, ci mettono di fronte alla necessità ulteriore di approfondire con intelligenza il ragionamento sulle forme del conflitto e della resistenza al giorno d’oggi, in uno scenario dove la paura si è imposta sulla consapevolezza delle ragioni dello scendere in piazza.

Lo diciamo senza giri di parole. Oggi non c’è stata la capacità di rappresentare una variabile ingovernabile all’interno della capitale, di rompere il perimetro che ci è stato tracciato intorno. Le differenti istanze contro l’austerità portate da chi lotta contro l’impoverimento sociale dovranno prendere coscienza dell’impossibilità di qualsiasi scorciatoia rispetto all’affrontare di petto l’attacco che viene condotto nei propri confronti. E non sono certo i “diritti democratici” che hanno mostrato oggi tutta la loro inconsistenza che ci garantiranno la possibilità di tornare a manifestare.

Ripartiamo da questa consapevolezza e da un dato. Le migliaia di uomini e donne, di studentesse, di migranti, di operai della logistica, di attivisti dei comitati territoriali scesi in piazza oggi hanno dimostrato che esiste un soggetto, per quanto parziale e sicuramente non ancora sufficiente, che ha volontà di opporsi ad un controllo e a delle condizioni di vita sempre più pressanti.

Salvini (e il PD in supporto) si infrangono a Napoli

Clashes during demonstrators protest against the visit of the Leader of Italian 'Lega Nord' (North League) party, Matteo Salvini, in Naples, Italy, 11 March 2017. ANSA / CIRO FUSCO

Clashes during demonstrators protest against the visit of the Leader of Italian ‘Lega Nord’ (North League) party, Matteo Salvini, in Naples, Italy, 11 March 2017. ANSA / CIRO FUSCO

Rilancio il comunicato del coordinamento “mai con Salvini” Napoli.

Un fiume di persone, fino a diecimila nelle strade di Fuorigrotta: è la marea che si è innalzata per contestare il leader razzista e antimeridionale Matteo Salvini e il suo congresso “dello zio Tom” con i suoi tristi autobus di deportati.
Migliaia di giovani di questa città invece nella manifestazione, ma anche associazioni, movimenti, comitati, realtà di base. Contro una presenza a cui la città era complessivamente ostile perchè ha ottima memoria della discriminazione politica e degli insulti continui.
Di quel che è successo dopo, dell’indignazione trasformata in rabbia e poi delle cariche indiscriminate fino alla fine di viale Giulio Cesare, il ministro Minniti, dopo Matteo Salvini, porta la responsabilità politica e morale. Commissariata per l’ennesima volta la città, sfidata la totale impopolarità di questa presenza con un provvedimento autoritario che ha imposto alla mostra d’oltremare un comizio che l’ente autonomo e il Comune che ne detiene la proprietà non volevano ospitare.
Una sfida muscolare al sentimento antirazzista e antileghista della città completato da un impressionante militarizzazione e dalla costruzione di una Zona Rossa, cui Napoli ha sempre dimostrato di essere allergica.
Se Salvini poteva tenere il suo comizio razzista nella mostra d’Oltremare, persino contro il volere della stessa, allora i cittadini di Napoli avevano il diritto di andarlo a contestare!
Il dispositivo militare ha reagito al tentativo di consegnare il “foglio di via” a Salvini e poi ha deciso di mostrare i muscoli caricando il corteo che a quel punto si è difeso come poteva. Con il camion dell’amplificazione da cui arrivavano ripetuti inviti a compattarsi e continuare la manifestazione per tornare verso piazza Sannazzaro, ma non è stato possibile perchè le cariche con idranti e lacrimogeni sono continuate per chilometri su tutta via Giulio Cesare fino all’imbocco della galleria. Con cinque, forse sei persone fermate, alcune nelle cariche gratuite a grande distanza dalla Mostra e persone pestate anche sui marciapiedi. Chiediamo a tutti quelli che dispongono delle foto di questi pestaggi coi manganelli di farcele avere.
Noi rivendichiamo la liberazione dei fermati e di sicuro l’opposizione alle politiche razziste e antimeridionali continuerà!

Sicurezza è libertà. Quando un ex-PCI è Ministro degli Interni

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All’indomani della sfacciata esplicitazione di quanto i “due Matteo” abbiano l’uno bisogno dell’altro (esplicitazione passata per la solerzia con cui il ministro dell’interno Minniti ha blindato la provocazione leghista a Napoli), rilancio questo interessante pezzo di Infoaut proprio sul tema delle politiche repressive in salsa “ex-PCI” rappresentate da Minniti stesso.

«Libertà è sicurezza», questa la chiosa con cui l’attuale ministro dell’interno Marco Minniti dava avvio ad un convegno in tema di sicurezza tenutosi nel 2014 a Perugia[1]. Due semplici parole che tuttavia, nel loro concatenarsi, tracciano alla perfezione il profilo dell’“uomo dei servizi” Minniti. Profilo ex PCI, da quasi 20 anni colleziona incarichi, come sottosegretario, tra la presidenza del consiglio dei ministri e i ministeri di interni e difesa.
Laureato in filosofia e assistente universitario, la sua è stata una carriera notevole. Cresciuto nelle sezioni della FGCI della Piana di Gioia Tauro, diventa poi segretario calabrese dei DS. Fedelissimo di D’Alema prima, del Partito Democratico a trazione Renziana poi, è uno dei pochi membri del PD ad aver superato indenne – anzi è stato premiato con la poltrona di ministro – la parabola funesta del partito della nazione, iniziata con Letta, continuata con Renzi e ora con Gentiloni.
Forse per la propria storia politica, forse per biografia personale, sembra scorgersi dietro la sua idea di «sfatare il tabù che le politiche di sicurezza siano “par excellence” di destra» [2] e alla convinzione «che la sicurezza sia pane per i denti della sinistra»[3] , una sorta di concezione hegeliana sull’oggettivizzazione della libertà garantita dallo Stato.
Malgrado questo “nobile” (ma per noi sciagurato) riferimento culturale, è tuttavia possibile rintracciare altrove la ratio che muove l’ultimo pacchetto sicurezza (DL. n°14/2017 [4]). Un’attività di normazione che si inserisce in una tradizione, quantomeno occidentale, di attacco alla povertà, di gestione della marginalità sociale, di tolleranza zero nei confronti di tutti ciò che non è disciplinato e conforme. Una tradizione che almeno in Italia, tra sindaci sceriffi e ministri reazionari, abbiamo fin dalla seconda metà degli anni ’90, e che è diventata più evidente con il contributo dell’allora ministro Maroni (autore di due decreti sicurezza nel 2008 e nel 2009).
Una securitarizzazione dello spazio e un contrasto all’alterità che ha radici molto profonde, tanto da far assurgere la sicurezza a tema centrale non solo per campagne elettorali, ma anche per veri e propri modi per stabilizzare e accelerare le espropriazioni capitalistiche in atto nelle metropoli (dai processi di gentrification e riqualificazione, alla creazione di tavoli concertativi tra diversi soggetti pubblici e privati, alla proliferazione di dispositivi di sicurezza privati).

Principali novità del decreto legge recante «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città».

Affrescato il ritratto dell’autore del nuovo testo sulla sicuezza, è interessante vedere quali siano le novità introdotte, sia per la loro attitudine ad incidere sul “livello basso” della composizione sociale (poveri e marginalizzati in genere) sia per la volontà, espressa più volte nel testo, di combattere i fenomeni di occupazione illecita di spazi e di immobili pubblici e privati, nonché «qualsiasi atto che comunque comporti una turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici».
Primo elemento di novità è di natura definitoria, all’art.4 [5] infatti, la sicurezza urbana è definita come il «bene pubblico» collegato, in modo nettamente più esplicito rispetto al passato, al “decoro” e alla “vivibilità” della città. È evidente quindi che siamo di fronte ad un decreto che da un lato pensa di poter intervenire su comportamenti lesivi della persona o del patrimonio, dall’altro si connota per un carattere moralizzante e paternalistico, puntando il dito su comportamenti, attitudini e stili di vita incompatibili. Conseguentemente è normale che, all’interno dello stesso articolo, vengano individuate come soluzioni la «riqualificazione di aree e siti più degradati» e «promozione del rispetto della legalità».
Proprio sotto quest’ultimo profilo l’art. 5, che disciplina i «Patti per la sicurezza urbana»,dispone che prefetto e sindaco, nel rispetto di alcune linee decise dal ministero degli interni, possano prevedere qualsiasi iniziativa di «dissuasione di ogni forma di condotta illecita […] nonché la prevenzione di altri fenomeni che comunque turbano il libero utilizzo degli spazi pubblici». Particolare accento poi è posto, sempre nell’ambito dei «Patti per la sicurezza urbana», sull’individuazione di aree e zone da sottoporre a maggiore tutela.
Altro elemento chiave nel testo, a cui è dedicata la I° sezione del decreto, è la sicurezza integrata (art.1 ) [6]. Quello che emerge in questo caso è, se pur all’interno di un meccanismo che vede comunque il ministero degli interni definire le linee generali delle politiche pubbliche in materia, un allargamento della gestione securitaria: perché da un lato gli enti locali, i sindaci e le città metropolitane (è istituito anche il comitato metropolitano per la sicurezza) vedono aumentare le proprie responsabilità e i propri poteri; dall’altro è favorito l’ingresso di enti non economici e soggetti privati (art. 7), soggetti non statali che si vanno ad aggiungere alle centinaia di istituti di vigilanza privata che popolano le nostre metropoli.
Le modifiche degli artt. 50 e 54 del TUEL (Testo unico sugli enti locali) invece, garantiscono maggiore potere ai sindaci in termini di ordinanze. Quello che anche qui emerge rispetto alle fumose previsioni del passato (che parlavano genericamente la salute e sicurezza pubblica/ordine pubblico) è la specificazione di soggetti e comportamenti. Infatti, oltre a parlalre genericamente di «degrado» e «incuria» i provvedimenti presi in esame dall’art.8 del DL. n°14/2017 sono diretti a prevenire e contrastare prostituzione, accattonaggi, spaccio/tossicodipendenza, abusivismo, occupazione illecita di spazi pubblici. La ragione che muove tale norma è quella di creare, attraverso il sistema delle ordinanze (a cui sono poi collegate delle sanzioni amministrative), un’asettica città vetrina fatta solo di presenze desiderabili. Gli altri, gli indesiderabili, la racaille, sono individuati, etichettati, sanzionati e espulsi dallo spazio pubblico (o per lo meno da alcune aree di esso).
Proprio all’espulsione dallo spazio pubblico sono dedicati gli artt. 9 e 10. Questi prevedono un rafforzamento del sistema sanzionatorio [7] introducendo una nuova sanzione amministrativa pecuniaria [8] , il cui focus è palesemente l’attivismo politico. A tale sanzione è collegata l’introduzione dell’ordine di allontanamento e del divieto di accesso da determinate aree o luoghi della città: questo vuol dire che vi è una possibilità, in capo al sindaco (con l’ordine di allontanamento) e al questore (con entrambi) di allontanare un determinato soggetto da alcune aree o edifici della città e di proibirgli l’accesso per un periodo che va, in caso di reiterazione della condotta illecita, da 6 mesi a 2 anni. Il decreto prevede inoltre degli effetti anche da un punto di vista processuale, ora la concessione della sospensione condizionale della pena può essere subordinata all’imposizione del divieto di accedere a luoghi o aree specificamente individuati. [9]
Tra gli ultimi elementi che possono interessare, soprattutto una soggettività come la nostra, sono sicuramente quelli previsti dall’art.11 («Disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili»). Il “decreto Minniti” attribuisce al Prefetto il compito scegliere modalità, tempi e priorità degli sgomberi, infatti sarà egli a «impartire, sentito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, disposizioni per prevenire […] il pericolo di possibili turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica e per assicurare il concorso della Forza pubblica all’esecuzione di provvedimenti dell’autorità giudiziaria concernenti i medesimi immobili». La motivazione, secondo il decreto sta nel fatto che il Prefetto si faccia garante dei diversi interessi e conflitti in gioco, tuttavia chi ha esperienza con le lotte sindacali e operaie comprende come questo crei un ulteriore livello di scontro, oltre che un collegamento diretto con il Governo e con Minniti stesso.

Sicurezza tra populismo e attacco classista alla povertà

Tra le righe del testo vi è quindi una risposta del neoliberismo in salsa italiana, alle ventate di populismo che devono molto del proprio successo alla paura e alla percezione di insicurezza. Tuttavia in questo caso la strategia è più fine – non punta solamente ad un tornaconto elettorale facendo “ammalare di terrore” e pompando odio sociale – ma individua e colpisce precisi soggetti. Ovvero tutti coloro che per l’uno o per l’altro motivo rappresentano sono presenze disarmoniche e incompatibili con lo spazio sociale. Ma a ben vedere, dietro non vi è solo una questione estetica, moralizzante e paternalistica puntata sul decoro. Vi è piuttosto una strategia ben precisa di attacco repressivo contro tutta una grande fascia di composizione sociale a cui non possono essere garantiti diritti, reddito e assistenza. Una volta individuate le classi laboriose a cui possono essere elargite elemosine (sia sul piano dei diritti che del reddito) senza inceppare la “legge del valore”, per tutti gli altri la feccia non c’è più posto, per questo bisogna attivare dei violenti meccanismi di espulsione e neutralizzazione.
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Note:

[1]Quali politiche per la sicurezza? 14 e 15 novembre 2014.

[2]Intervista sul l’Espresso 8 gennaio 2017.

[3]Idem.

[4]http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/02/20/17G00030/sg

[5]Si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle citta’, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti piu’ degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalita’ e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalita’, in particolare di tipo predatorio, la promozione del rispetto della legalita’ e l’affermazione di piu’ elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile

[6]«Si intende per sicurezza integrata l’insieme degli interventi assicurati dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province autonome di Trento e Bolzano e dagli enti locali, nonche’ da altri soggetti istituzionali, al fine di concorrere, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e responsabilita’, alla promozione e all’attuazione di un sistema unitario e integrato di sicurezza per il benessere delle comunita’ territoriali.»

[7]Punto che – insieme alla mancanza delle caratteristiche proprie che la forma decreto richiede per essere adottato (urgenza e necessità) e allostrapotere che il questore ha nei confronti dei comprovati tossicodipendenti o degli spacciatori recidivi – fa gridare all’incostituzionalità i soggetti più sensibili alle questioni giuridiche.

[8]«Da 100 a 300 euro per chi pone in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti» cui per altro

[9] Anche questo punto solleva dei dubbi circa la propria costituzionalità.

Al Lingotto la “storicchia” si rimette in cammino

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Rilancio da Infoaut

In questa epoca di transizione esistono due storie. Una grande storia, quella dei mutamenti politici e sociali che sconvolgono gran parte del mondo che conosciamo, che rendono inadatti gli strumenti di interpretazione che si sono solidificati dopo il crollo del muro e consegnano nuovi attori e soggetti riemersi dal silenzio alla ribalta del discorso pubblico. Dall’altro lato c’è una piccola storia, una “stroricchia” che è storia di ripetizioni e che quasi, come recitava un vecchio adagio, muta in farsa. Questa seconda storia è quella della compagine politica liberista di centro – sinistra, democratica. Infatti mentre il dominio indiscusso delle forme di organizzazione economico – politiche del liberismo è ancora saldo di fronte agli scossoni della “grande storia”, la vittima di questo incrocio di destini sembra essere la tradizione politica definita “blairismo” che di gran moda è stata negli ultimi decenni nelle fila delle sinistre istituzionali. Nel nostro paese questa storia minore, priva di glorie, ma ricca di molte infamie si sta consumando proprio in questi giorni. Tra gli scandali delle indagini che coinvolgono il babbo di Renzi, le spaccature, i nuovi assi e i tentativi di recupero ci sarebbe materiale per diverse opere buffonesche.

Al Lingotto di Torino vedremo da oggi a domenica l’ennesimo “Ritorno al futuro” mefitico di questa storiaccia. Nella ex-fabbrica degli Agnelli oggi diventata centro commerciale e congressi, sintesi delle mutazioni del capitalismo nostrano, il Bomba serra le fila provando a rievocare i momenti fondativi del Partito Democratico. Infatti qui Veltroni diede vita alla triste creatura che più di ogni altro partito ha agito nella distruzione e compressione di welfare, diritti e possibilità dei settori popolari del nostro paese.

Per diversi anni il verbo neoliberista è stato incarnato e portato avanti dalla retorica della rottamazione, ma la sfida di una risoggettivazione, di una egemonia politica e culturale (per fare il verso al Chiamparino “cattivo maestro”) che portava con sé questo progetto è per il momento fallita. Se pur le piazze non si siano riempite e non siano emersi conflitti espliciti la rigidità a questo modello è stata evidente in tutta la sua forza nel No del 4 dicembre.

Proprio quel No, eco della grande storia che si muove, è stato l’innesco della crisi del Partito della Nazione. Nonostante ciò però non si può pensare che la “storicchia” sia finita. Infatti la montagna di questa crisi al momento ha partorito il topolino della scissione che ancor di più puzza delle antiche burocrazie e nomenklature del riformismo d’antan. Una scissione che niente ha da dire al paese reale e che è ugualmente nemica e allineata alla compatibilità di sistema (banale dirlo). Altrettanto deboli sembrano all’oggi gli sfidanti al renzismo che sono rimasti all’interno del PD.

Renzi ben lontano dal mettere in discussione la propria linea politica e determinato a portare avanti il suo programma, che è programma di ristrutturazione capitalista e abbassamento del costo del lavoro e delle condizioni di vita, rinfresca la facciata appropriandosi di proposte quali il reddito – lavoro di inclusione, che diventa immediatamente strumento di compatibilità e recupero di fronte alla crisi di occupazione data dai salti tecnologici. L’obbiettivo non è tanto, o non solo, quello di accattivarsi nuovi consensi elettorali, che ormai in gran parte dentro la polarizzazione della società che si è data nel referendum sembrano definitivamente persi, ma piuttosto riuscire ancora una volta ad accreditarsi di fronte ai grandi capitali e al mercato internazionale come l’unico in grado di mantenere una certa stabilità nel paese e di fare le controriforme gradite ai mercati internazionali.

Sarà da vedere se il fragile rilancio dalle sale del Lingotto riuscirà a convincere o se questi appoggi migreranno altrove, persino nelle turbolenti acque del populismo pentastellato e oltre. Intanto dalla nostra parte sarà necessario organizzarsi per prepararsi e preparare ai tornanti della grande storia che emergeranno consapevoli però che le “storicchie” sono spesso dure a morire.

9 febbraio: violenza inaudita in Emilia contro operai, senza casa e studenti.

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Le cariche contro gli scioperanti a Modena

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Lo sgombero di senza casa dove venne massacrata di botte la bambina e per cui ieri la questura ha comminato 10 misure cautelari

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La celere distrugge l’aula studio dell’università pubblica riaperta dagli studenti dopo la chiusura del rettore

Una piccola riflessione, rivolta soprattutto a chi non fa politica “militante”, a quelli che stanno intorno e che guardano con vari gradi di interesse…

Solo nella giornata del 9 febbraio, nella “fu” rossa Emilia è successo:

– a Modena sono arrivate dieci denunce e misure cautelari a ragazzi che si erano opposti allo sgombero di famiglie senza casa che avevano occupato uno stabile vuoto da anni per avere un tetto sopra la testa. Tra questi dieci, anche un ragazzo denunciato per “concorso morale”, ovvero una roba che dice così: uno anche se non ha fatto niente e se era presente vicino al luogo dei fatti ed era d’accordo moralmente con qualcosa che stava succedendo che alla Questura non piaceva, ha colpa anche lui. NB: ricordiamo come durante quei fatti un poliziotto, dirigente questurino, si fosse scagliato con estrema violenza contro una quindicenne, manganellandola in testa ripetutamente, procurandole svenimento, fratture in faccia e rischio di perdere la cornea, dopo le quali si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici di ricostruzione;

– sempre nel modenese, all’azienda Alcar Uno di lavorazioni carni (dove gli scioperi si dovevano fermare in cambio di mazzette…secondo una tentata e fallita macchinazione ai danni del sindacato di due settimane fa..), gli operai in sciopero sono stati dispersi dalla celere con manganellate e lacrimogeni davanti ai cancelli della fabbrica..chiedevano la riassunzione di 52 licenziati politici;

– un reparto antisommossa della celere è entrato in una biblioteca universitaria di Bologna riaperta dagli studenti contro il volere dell’Università, devastando i locali e manganellando chiunque gli si parasse davanti, inseguendo studenti nei corridoi, nelle aule, in piazza Verdi e in via Zamboni. Giustamente gli studenti hanno cercato di resistere e rispondere in ogni modo a questa tentata macelleria in stile cileno.
…bene. Normale tutto questo? Ci siamo abituati? Il grande pubblico, per cui queste notizie durano lo spazio di un secondo, pare di sì. La politica istituzionale, non ne parliamo, è direttamente mandante (nel caso del PD, che guai a toccargli le sue belle cooperative di sfruttamento o i suoi begli immobili da rivalutare), oppure gaudente (destra e lega: come hanno ben scritto i Wu Ming “il PD fa quello che Salvini annuncia”). Imbarazzante anche il silenzio delle sinistre tutte (ormai estinte e vabbè, ma almeno un comunicato su questi fatti potrebbero pure farlo..).

Il dato comune a questi fatti è sempre quello: trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico. In modo da legittimare l’uso della violenza sempre e comunque e poter poi accreditare chi fa resistenza sociale come “estremista”, “cattivo”, “emarginato” (a volte anche “drogato”…). Una storia vecchia come il mondo.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco a tutto campo (diritto alla casa, diritto di sciopero, diritto allo studio) da parte del potere economico, delle istituzioni, delle forze politiche che li rappresentano (PD su tutti) contro qualsiasi cosa esca dal seminato di una società senza diritto di dissenso. E avviene con una violenza estrema, facendosi forte che a differenza che 40 anni fa (dato che siamo in tempo di ricorrenze) vige un disimpegno generale che legittima questa violenza repressiva. Certo, questa smaccata parzialità dei tutori dell’ordine rafforza anche la resistenza che produce: dopo la messinscena contro il segretario del S.ICobas e il tentativo di vietarne il corteo sabato scorso il sindacato è uscito più forte e compatto, e immagino che così sarà anche per i ragazzi che si sono presi le cariche ieri a Bologna. Ma il disegno (mettiamoci pure l’annunciata linea dura per lo sgombero di XM24, altro tassello storico di una città come Bologna) rimane quello, e punta a fare una sola cosa: il deserto, un deserto abitato da subordinati.

A piacenza negli anni scorsi lo abbiamo già sperimentato in prima persona cosa significa un attacco “sistemico”, con la totalità dei partiti, della stampa, delle forze repressive che ti attaccano. Esattamente lo stesso schema, agito nel disinteresse dei più. Con la solita litania ripetuta a megafono dalle capre del “creano problemi, ci vuole più sicurezza, non hanno voglia di lavorare/studiare…fino al si drogano sicuramente”.
Fanno ridere come argomentazioni, ma se si decostruiscono gli argomenti portati dalla repressione per scioperi/case/aule studio non andiamo poi tanto lontano. Insomma: gli argomenti non ci sono, la verità è solo che si procede per favorire interessi economici imprenditoriali o immobiliari sudici e per sterelizzare la società dall’idea stessa che si possa protestare, che vi si possa opporre.

Le chiacchiere stanno a zero, la verità è quella e chiunque taccia o si giri dall’altra parte è complice, come lo furono negli anni 20 quando tacevano di fronte ai pestaggi squadristi o negli anni 30 quando andavano a prendere gli ebrei.